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Savona, arrestato 22enne accusato di terrorismo suprematista: “Propaganda di estrema destra aggravata dal negazionismo”

È accusato di aver costituito un’associazione con finalità di terrorismo e di aver fatto propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale aggravata dal negazionismo. Per questo la polizia ha arrestato, nell’ambito di un’operazione negli ambienti della destra radicale contigui al terrorismo di matrice suprematista in corso in tutta Italia, un ragazzo di 22 anni di Savona. Nell’ambito del blitz, gli uomini delle Digog di Genova e Savona e del Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Interno della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, coordinati dalla Procura di Genova, stanno eseguendo 12 perquisizioni nei confronti di persone legate al 22enne nelle città di Genova, Torino, Cagliari, Forlì-Cesena, Palermo, Perugia, Bologna e Cuneo. Il giovane arrestato è stato condotto in carcere, come da ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova.

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“Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz”, il libro di Sami Modiano: “Non sono un uomo come gli altri, la mia ferita non si chiuderà mai” – il videotrailer

“Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo” Come tanti sopravvissuti all’Olocausto, per molti anni Sami Modiano è rimasto in silenzio. In che modo dare voce al dolore di un’adolescenza bruciata, di una famiglia dissolta, di un’intera comunità spazzata via? Nato nella Rodi degli anni Trenta, un’isola nella quale ebrei, cristiani e musulmani convivono pacificamente da secoli, Sami non conosce la lingua dell’odio e della discriminazione. Ma quando le leggi razziali colpiscono la sua terra, all’improvviso si ritrova bollato come “diverso”. E a tredici anni, nell’inferno di Auschwitz-Birkenau, vedrà morire familiari e amici fino a rimanere solo al mondo a lottare per la sopravvivenza. Al miracolo che lo porta fuori dal campo non seguono tempi facili: Sami si ritrova in prima linea con l’esercito sovietico ed è poi costretto a fuggire a piedi attraverso mezza Europa per poi giungere in un’Italia messa in ginocchio dalla guerra. Dopo due anni di lavoretti malsicuri e pessimi alloggi, ma rallegrati dagli amici e dalla scoperta dell’amore, appena diciassettenne Sami sceglie di nuovo di andarsene, questa volta in Congo belga. Qui gli arriderà il successo professionale ma lo attendono nuovi pericoli, allo scoppio della guerra civile. La storia di Sami Modiano, raccontata in “Per questo ho vissuto” edito da Paperfirst in coedizione con Rizzoli, è una trama intessuta di addii e partenze alle quali lui ha sempre opposto la determinazione a riappropriarsi delle sue radici.

Per questo ho vissuto. La mia vita ad Aushwitz-Birkenau e altri esili
edito da Paperfirst in coedizione con Rizzoli. Dal 22 gennaio in edicola con Il Fatto Quotidiano (ACQUISTA)

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Consob: “Le offerte pubbliche di acquisto? Servono sempre più spesso solo a togliere le aziende dalla Borsa”

Sono lontani i tempi dell’offerta pubblica di acquisto di Olivetti su Telecom. E cioè di quella che venne ribattezzata la madre di tutte le Opa di Piazza Affari. Da allora sul mercato milanese le scalate ostili sono andate via via assottigliandosi. Complici anche le esenzioni d’Opa avallate dalla Consob come nei casi Unipol-Fonsai, Vivendi-Telecom o Salini-Impregilo-Astaldi. Secondo quanto riferisce lo studio Consob su Le Opa in Italia dal 2007 al 2019: evidenze empiriche e spunti di discussione, su 231 offerte di acquisto e scambio, realizzate fra il 2007 e il 2019 appena dieci sono state vere e proprie scalate, finalizzate a conquistare il controllo di una società bersaglio. Delle operazioni su società quotate (174 in totale) ben il 60% – vedi i casi Ansaldo, Luxottica, Parmalat, Yoox – ha avuto invece come obiettivo l’addio al listino milanese. Ovvero il delisting, come si dice in gergo.

Con buona pace degli investitori, grandi e piccoli che in caso di scalata, magari con due pretendenti in campo, possono sperare di incassare anche lauti premi per il passaggio di mano dell’azienda. Settantacinque operazioni hanno riguardato il passaggio di controllo della società, 50 delle quali obbligatorie, per effetto del passaggio di mano del pacchetto di maggioranza con il superamento della soglia del 30% del capitale (quota poi ridotta al 25%) e solo 15 volontarie, cioè coordinate con il principale socio che aderisce all’offerta.

Secondo Consob, peraltro, il fenomeno delisting si sta accentuando in tempi recenti. Come rivela l’indagine, negli ultimi cinque anni di analisi la quota di uscita dal listino è passata dal 50% al 90 per cento. Un trend confermato anche nel 2020. A dire addio a Piazza Affari, secondo lo studio, non sarebbero solo società di piccole dimensioni, controllate in maniera quasi totalitaria dallo storico azionista di maggioranza, ma anche aziende di grandi dimensioni revocate dalla quotazione dal nuovo soggetto controllante subito dopo l’acquisizione del pacchetto di controllo.

Detta in altri termini, attraverso l’esperienza sul campo, l’indagine dell’autorità di vigilanza dimostra che l’applicazione della disciplina si discosta dalle intenzioni di partenza del legislatore. E che l’obiettivo del delisting prevale su quello della contendibilità delle imprese. Di certo il dato riflette la tipologia degli assetti proprietari, particolarmente concentrati nelle società quotate. Ma apre non pochi interrogativi sul ruolo giocato dall’attuale normativa. Tanto più che, secondo Consob, il meccanismo dell’Opa non sembra favorire in maniera efficiente il trasferimento di proprietà delle aziende. La prova sta nel fatto che se il premio a beneficio delle minoranze è in media del 13% la redditività, cioè il rendimento del titolo in termini di valore di mercato, è in media negativa sia nei dodici mesi successivi all’offerta sia su tre anni.

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Gli Usa rientrano nell’Accordo di Parigi, ma non solo: tutte le sfide e le promesse di Biden per cancellare la politica di Trump sul clima

Gli Stati Uniti rientrano negli Accordi di Parigi, è ufficiale. E non è l’unico provvedimento che riguarda il clima preso dal neo presidente Joe Biden che, per la prima volta nello studio ovale, ha firmato una quindicina di ordini esecutivi, 13 ordini e due azioni. Oltre ad aver inviato una lettera alle Nazioni Unite, avviando formalmente l’iter per far rientrare gli Usa nell’Accordo entro 30 giorni, Biden ha anche revocato il permesso di costruzione per l’oleodotto Keystone XL, i cui lavori sarebbero dovuti partire la scorsa estate. Quasi 2mila chilometri per trasportare 830mila barili di bitume al giorno dal Canada occidentale fino in Nebraska, dove si sarebbe dovuto collegare al tratto già operativo che arriva fino alle raffinerie del Texas. Ad aprile 2020, però, un giudice ha annullato il permesso per i lavori in Montana, tratto fondamentale per la realizzazione di tutto il progetto, che non aveva tenuto conto dei rischi per le specie protette. Ma Biden ha anche dato disposizioni alle agenzie federali, perché inizi un processo di ripristino delle normative ambientali.

LE NUOVE SFIDE – Insomma, il percorso inverso rispetto a quello fatto da Donald Trump: appena pochi minuti dopo il suo giuramento dal sito internet della Casa Bianca erano sparite le pagine dedicate al cambiamento climatico e alle politiche di Barack Obama e, al loro posto, era comparsa la sezione An American First Energy Plan nella quale veniva ribadita la posizione della nuova amministrazione. Una posizione che si è concretizzata in decine e decine di provvedimenti, alcuni presi anche a ridosso e poco dopo il voto. Si potrà tornare indietro? E, soprattutto, con la sua nuova squadra Biden vorrà (e potrà) davvero smantellare tutto ciò che ha fatto Trump sul fronte ambientale? Il rientro negli Accordi di Parigi è una prima risposta, ma negli ultimi quattro anni sono cambiate molte cose. E ora sono cambiati l’Europa stessa, le relazioni internazionali, la credibilità degli Stati Uniti sul fronte delle politiche climatiche (tutta da ricostruire) e, causa pandemia, le priorità globali.

IL RIENTRO E IL RECUPERO DEI RITARDI – Tra i primi commenti quello del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. “Accolgo con grande favore i passi del presidente Biden per rientrare nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici – ha detto – e unirsi alla crescente coalizione di governi, città, stati, imprese e persone che intraprendono azioni ambiziose per affrontare la crisi climatica”. Ora gli Stati Uniti hanno 30 giorni di tempo per presentare Contributi Nazionali Determinati (Nationally Determined Contributions, NDC), ossia gli obiettivi climatici che si sono dati in maniera autonoma gli Stati aderenti al patto, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio e mantenere la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi Celsius. Entro quel termine, le promesse e i propositi illustrati da Biden in campagna elettorale verranno messi nero su bianco. Se durante il mandato di Obama, sottoscrivendo l’Accordo del 2015, gli Usa si erano impegnati a ridurre entro il 2025 una quota di emissioni pari al 28% rispetto ai livelli del 2005, oggi sono molto lontani da quell’obiettivo: restano responsabili del 14% delle emissioni globali (circa il doppio dell’Europa), secondi dopo la Cina. In campagna elettorale Biden ha annunciato un piano di 2mila miliardi di dollari per incentivare l’energia pulita, costruire 500mila stazioni di ricarica per i veicoli elettrici e nuove case ad alta efficienza energetica. L’obiettivo è quello di raggiungere la carbon neutrality entro il 2050.

IL CAMBIO DI ROTTA E I POSSIBILI OSTACOLI – Biden aveva già annunciato una serie di misure nei primi cento giorni di mandato. E il lavoro non manca, dato che ci sono circa cento regolamenti ambientali da modificare: si va dalle emissioni delle auto all’efficienza energetica degli edifici. Molti di essi vanno semplicemente riportati a come erano prima che Trump vi mettesse mano ma, comunque, dovranno superare l’approvazione di un Congresso molto diverso (e più diviso) rispetto a quello dell’era Obama. Per non parlare dell’ostacolo rappresentato dalle lobby delle industrie e delle fonti fossili che con Trump hanno sempre mantenuto un rapporto di reciproco sostegno. E poi ci sono le relazioni internazionali che negli ultimi quattro anni si sono modificate anche (ma non solo) a causa della politica aggressiva di Trump. E c’è quell’asse Europa-Cina, che oggi gli Usa non possono spezzare. Lo sa bene Biden, che pure ha manifestato la sua contrarietà alla ratifica dell’accordo economico tra Pechino e una Unione Europea impegnata a mantenere un equilibrio. L’altro nodo è quello legato al gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2. Già Trump aveva rimproverato a diversi Paesi Ue la loro dipendenza dal gas russo e varato misure restrittive per colpire le aziende che collaboravano con l’azienda energetica russa Gazprom, parzialmente controllata dallo Stato. A dicembre 2019 una prima tornata di sanzioni aveva fatto desistere la società svizzera impegnata nella posa dei tubi, provocando la sospensione dei lavori per oltre un anno. Proprio in queste ore Anthony Blinken, nominato da Biden segretario di Stato, ha confermato il suo impegno per bloccare il completamento dell’opera ed è prevista a febbraio un’altra stretta che potrebbe colpire diverse società europee. Commentando il rientro degli Usa negli Accordi di Parigi, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato di una “nuova alba negli Stati Uniti”, un momento “che abbiamo atteso a lungo, L’Europa è pronta per un nuovo inizio”. Bisognerà capire se il figliol prodigo sta davvero tornando.

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La giustizia è un campo minato per il governo: così l’asse Renzi-Salvini mette nel mirino le riforme e i soldi del Recovery

La giustizia è divisiva. Divide maggioranze e fa cadere i governi. Sarà la giustizia, con tutta probabilità, la prima prova vera dell’esecutivo di Giuseppe Conte dopo la defezione di Italia viva. Il 27 gennaio al Parlamento arriverà la relazione del guardasigilli, Alfonso Bonafede: Camera e Senato dovranno quindi votarla. Per allora o la maggioranza sarà stata messa in sicurezza, o questa volta la coalizione di governo rischia di andare sotto. Dopo l’astensione sul voto di fiducia dei giorni scorsi, infatti, Matteo Renzi intende far votare i suoi parlamentari insieme a quelli di Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Già nell’inverno scorso più volte i renziani votarono col centrodestra in commissione con l’obiettivo di affossare la riforma della prescrizione di Bonafede. E se il 20 maggio del 2020 l’ex leader del Pd aveva alla fine votato la fiducia al guardasigilli – messo sotto accusa dall’opposizione per la gestione delle carceri durante la prima ondata di coronavirus e per lo scontro col pm Nino Di Matteo – questa volta Renzi potrebbe collaborare a costruire un vero e proprio terreno minato per l’esecutivo proprio sulla giustizia. Sempre che senatori e deputati d’Italia viva intendano seguire il loro leader contro la maggioranza di cui fa parte il Pd, partito da cui proviene la maggior parte di loro.

I soldi del Recovery e la giustizia: ce lo chiede l’Europa – I risultati di questa ennesima mano di poker potrebbero essere pericolosi. E non solo per la maggioranza di Conte. Nella sua relazione, infatti, Bonafede ripercorrerà quanto fatto nel 2020, quando al governo c’era pure Italia viva. Ma riassumerà anche le linee guida per il 2021. Vuol dire essenzialmente quanto è contenuto nel Recovery plan, che stanzia quasi 3 miliardi di euro proprio per la giustizia. Soldi che serviranno soprattutto – 2,3 miliardi – per assumere magistrati, cancellieri, dipendenti che fanno parte del personale tecnico. In totale si tratta di 16mila persone che avranno come obiettivo quello di eliminare l’arretrato che grava sui giudici, velocizzando i processi. Soldi che l’esecutivo non vuole spendere nei tribunali per libera scelta. Tutti i Recovery plan dei Paesi Ue, infatti, devono rispettare i rigidi paletti fissati dalla Commissione europea. Regole necessarie per assicurare che i 750 miliardi del Next generation Eu raggiungano gli obiettivi stabiliti da Bruxelles. Ma non si tratta solo di “paletti” generali: ogni Paese è anche tenuto a proporre misure con cui “affrontare efficacemente” i punti deboli rilevati dal Consiglio nelle sue raccomandazioni specifiche pubblicate ogni anno. Per l’Italia la lista è lunga: al primo posto c’è la lentezza della giustizia, soprattutto quella civile. Secondo l’ultima stima del Cepej, la commissione europea per l’efficacia della giustizia del consiglio d’Europa, in alcuni casi i processi più lenti dell’intera Unione sono quelli che si celebrano nei tribunali italiani.

La relazione Bonafede e le riforme – Un voto contrario alla relazione di Bonafede, dunque, paralizzerebbe una parte importante del Recovery. “Sulla riforma della giustizia di Bonafede non pensiamo nulla di buono”, dice Davide Faraone, capogruppo al Senato di Italia viva, confermando la linea dettata dal suo leader. Se i renziani dovessero votare insieme al centrodestra, il rischio di andare sotto per il governo a Palazzo Madama è concreto. Anche perché ha già annunciato di votare No anche Mario Michele Giarrusso, ex senatore grillino ora nel gruppo Misto. “Preannunciano un voto contrario a una relazione che non hanno ancora letto”, si sfogava mercoledì Bonafede, che giovedì invece ha scelto la via del silenzio. Consapevole che al fianco del voto del Parlamento sulla sua relazione, c’è anche un altro potenziale problema: il lavoro delle commissioni di Camera e Seanto sulle riforme del processo penale e civile, del Csm e della tanto discussa prescrizione. Sono le riforme “abilitanti” di sistema, cioè quelle che il governo deve fare per forza se vuole ottenere i fondi del Recovery. Le raccomandazioni della Commissione Ue per il 2019-2020, infatti, per l’ennesima volta chiedevano al nostro Paese un intervento su alcuni aspetti del nostro sistema giudiziario. A cominciare dalla “riduzione della durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio” per proseguire con la “riduzione del carico della sezione tributaria della Cassazione” la “necessità di semplificazione delle procedure“, fino alla “repressione della corruzione“. Vuol dire che per velocizzare iter burocratici e processi non basta assumere personale: bisogna modificare i procedimenti. Insomma: è l’Europa che chiede a Roma la riforma della giustizia come condizione fondamentale per avere i fondi del Recovery.

Commissioni a rischio senza i renziani – È quello che ha fatto il governo durante il 2020, quando della maggioranza facevano parte anche i ministri d’Italia viva, come fanno notare da via Arenula. Complice anche la pandemia, tutti quelle riforme – processo civile e penale, Csm, prescrizione – sono ancora bloccate nelle commissioni di Senato e Camera. Dove senza i renziani la maggioranza rischia di avere qualche problema. A Montecitorio finirebbe 23 a 23, con il regolamento che prevede – in caso di pareggio – la bocciatura di ogni proposta. A Palazzo Madama il risultato sarebbe anche peggiore: 13 a 12 per l’opposizione, col voto del renziano Giuseppe Cucca che sarebbe decisivo. “Attendiamo di leggere la relazione prima di dare un giudizio compiuto”, dice l’esponente di Italia viva. Mario Perantoni, presidente M5s della commissione Giustizia della Camera, avverte: “Le riforme – dice – sono parte integrante del Piano nazionale di resilienza e ripresa, sarebbe un gravissimo errore ostacolarle”.

Un campo minato – Il percorso, infatti, è pieno di mine. Proprio nella commissione presieduta da Perantoni giace il ddl di riforma del processo penale. Al suo interno ha anche la riforma della prescrizione, tema che ha infiammato la maggioranza per mesi. Nel gennaio del 2020, infatti, è entrato in vigore lo stop dopo il primo grado di giudizio varato con la riforma Spazzacorrotti. Una norma osteggiata da Renzi, che avrebbe già voluto far cadere l’esecutivo nell’inverno scorso. Alla fine, dopo una serie di lunghissimi vertici notturni, la maggioranza aveva trovato la quadra con il cosiddetto “lodo Conte“: una mediazione che inseriva due meccanismi diversi della prescrizione a seconda che gli imputati siano stati condannati o assolti alla fine del processo di primo grado. Quella norma è arrivata insieme a tutta la riforma del processo penale sul tavolo della commissione nell’agosto scorso. A dicembre sarebbe scaduto il termine per produrre emendamenti ma i renziani, spalleggiati dall’opposizione, hanno chiesto più tempo. Adesso il nuovo termine è fissato per il primo giorno di febbraio: fino ad allora la riforma è dunque esposta a tentativi di agguato dell’opposizione.

Riforme insabbiate – Ancora più complesso è l’iter della riforma del processo civile, che giace addirittura da un anno sul tavolo della commissione giustizia del Senato, presieduta da Andrea Ostellari della Lega. È per questo motivo che, durante le sue comunicazioni a Palazzo Madama, Conte ha risposto infastidito al capogruppo del Carroccio: “Il senatore Romeo, della Lega, chiedeva dei disegni di legge sulla giustizia: sono alla commissione Giustizia del Senato che è sotto un presidente del suo partito. Cerchiamo tutti di dare un’accelerazione”. Sul tavolo della commissione Affari costituzionali della Camera, invece, c’è la proposta di legge d’iniziativa popolare per la separazione delle carriere in magistratura. Il relatore è Francesco Paolo Sisto di Forza Italia, contraria è ovviamente la maggioranza. Che rischia di diventare minoranza se Italia viva dovesse votare col centrodestra, collaborando a minare tutto il terreno delle riforme giuridiche.

D’altra parte è proprio sulla giustizia che era caduto il governo gialloverde. Nell’estate del 2019 la Lega decise di rompere l’alleanza con i 5 stelle per scongiurare – tra le altre cose – l’entrata in vigore dell’odiata riforma sulla prescrizione. La stessa osteggiata aspramente da Italia viva. Diciassette mesi e una epidemia dopo l’inedito asse Salvini- Renzi può saldarsi per la prima volta. Su che cosa? Sulla giustizia, ovviamente.

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