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Maturità 2019, dalla lotta alla mafia alla Shoah: il ministro Bussetti riporta all’esame la storia (contemporanea)

Il titolare leghista dell’Istruzione ha voluto tenere lontana la prima prova da qualsiasi polemica politica (niente “sovranismo” né “Europa”) e ha scelto le tracce di Bartali e Dalla Chiesa sulla base di esperienze personali (il viaggio ad Auschwitz e la Nave della legalità)…. – Leggi

Peugeot 2008, è nuova da cima a fondo. Ed è anche 100% elettrica – FOTO






C’è molto della 208, presentata a marzo al Salone di Ginevra, nelle linee della nuova Peugeot 2008: il B-suv della marca francese si rinnova da cima a fondo per andare a battagliare in quello che è diventato il segmento più competitivo del mercato, quello delle sport utility compatte, dove figurano best-seller come Renault Captur (anche lei pronta a un profondo maquillage) e Fiat 500X (che avrà presto un’opzione ibrida plug-in). Il legame estetico con la 208 passa soprattutto per i gruppi ottici anteriori e per le “sciabole luminose” verticali che fanno da luci diurne a led. Tuttavia, specie in coda, c’è anche tanto della 3008, lo sport utility di taglia media che sta facendo la fortuna delle vendite Peugeot.

Interessante, poi, la soluzione dei montanti neri senza soluzione di continuità con lunotto e fanaleria posteriore: un trucco visivo che snellisce la silhouette laterale e dona un’immagine hi-tech al veicolo. Lunga 4,3 metri – circa 14 cm in più della versione attualmente a listino – la 2008 è costruita sulla nuova piattaforma modulare Cmp: offre un passo di 2,6 metri, garanzia di buona spaziosità interna, e un bagagliaio con volumetria a partire da 434 litri.

All’interno il travaso tecnologico dalla 208 è ancora più evidente: dalla compatta transalpina, infatti, derivano la strumentazione completamente digitale posizionata in alto (si possono personalizzare sia le info visualizzate che le grafiche) e affiancata a centro plancia dal display infotainment fino a 10 pollici con servizi connessi; completa il tutto un volante multifunzionale a due razze di diametro ridotto: un insieme che la casa del Leone ha ribattezzato “i-cockpit 3D” e che promette di migliorare l’ergonomia di bordo. Per chi ama la musica è disponibile in opzione l’impianto audio by Focal con dodici diffusori e potenza di 515 watt.

Ricca la gamma delle motorizzazioni benzina e diesel: si parte dal tre cilindri 1.2 turbo Puretech con potenze di 100, 130 e 155 Cv, per arrivare al diesel quattro cilindri BlueHDi di 1.5 litri e potenze di 100 e 130 Cv. Il cambio automatico a otto marce è proposto a pagamento sulla Puretech 130, mentre è di serie sulle versioni benzina e diesel più potenti (sulla 155 Cv è esclusiva dell’allestimento GT).

Tuttavia, la vera novità che esordisce nel listino della 2008 è la versione 100% elettrica: si chiama “e-2008” e il suo motore a zero emissioni offre 136 Cv. Questa edizione green è alimentata da una batteria da 50 kWh che consente un’autonomia omologata Wltp pari a 310 km. I tempi di ricarica oscillano fra un massimo di 16 ore, se ci si rifornisce a una presa di corrente domestica, e 30 minuti, necessari per ripristinare l’80% dell’accumulatore tramite una colonnina pubblica a 100 kW.

Cospicua la dotazione di ausili alla guida di ultima generazione: include sistemi come il mantenimento automatico della propria corsia di marcia, il cruise control adattivo, la frenata automatica di emergenza con rilevamento di pedoni e ciclisti (diurno e notturno) nonché il sistema di riconoscimento della segnaletica stradale. La produzione dell’auto avverrà a Vigo (Spagna) per le versioni destinate all’Europa e a Wuhan per la Cina: i prezzi per il mercato italiano, dove arriverà entro fine anno, sono ancora da definire; ad ogni modo la generazione uscente parte da 18.300 euro.

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Sterilizzare la ladra bosniaca? Basterebbe rispondere a Salvini ‘già fatto’

Ci sono poche cose più odiose e vili che approfittare della debolezza altrui, come ha fatto questa donna bosniaca con una signora di 86 anni costretta in carrozzina, e in aggiunta a ciò dentro un ascensore senza possibilità – se non di fuga – almeno di soccorso. Una di queste è aizzare l’odio e la ferocia come ha fatto non un suo truculento e sfegatato seguace, ma il ministro dell’Interno, responsabile della sicurezza di ogni cittadino, che, perfettamente consapevole dell’effetto che avrebbe ottenuto, ha dichiarato: “Questa maledetta ladra in carcere per trent’anni, messa in condizione di non avere più figli, e i suoi poveri bimbi dati in adozione a famiglie perbene. Punto”.

Quello che fa paura per il futuro di questa società è l’infezione di intolleranza, di odio, di pregiudizio e di ignoranza che generano dichiarazioni come queste. Non è così importante stabilire se la donna bosniaca ruba perché non sa come sfamare i suoi figli come l’Adelina di Ieri oggi e domani di Vittorio De Sica. Quella era l’Italia prima di Salvini, ora siamo  in un’altra Italia, nella quale un ministro di Stato può fomentare l’odio in una società in crisi. Una crisi che non è solo economica, ma è anche una crisi di identità, una crisi morale.

Io vivo a Milano dal 1999 e dal 2005 mi occupo delle comunità rom e sinte, dirette con scarsi risultati, certo. Forse anche perché in questi anni ho visto crescere l’odio e il pregiudizio, non perché odio e pregiudizio siano piante spontanee ma perché sono piante che vanno coltivate con costanza e attenzione. Quella costanza e attenzione che ho visto da quando Matteo Salvini era solo un consigliere comunale che si caratterizzava per i cori razzisti contro i napoletani e le manifestazioni razziste contro i rom. Erano gli anni in cui la Lega era solo padana, gli stessi anni in cui un candidato leghista al consiglio comunale di nome Bastoni appiccicava in giro per Milano adesivi con su scritto: “Bastoni contro gli immigrati”. Ora quest’odio è tracimato e condiziona la vita della nostra società. Ma ora Salvini non è più un consigliere in cerca di visibilità, non può solo brandire la ruspa, ora che è ministro di uno Stato che comprende 60 milioni non di suoi figli – per fortuna – ma di cittadini di tante culture, di tante religioni, di tante etnie, ogni sua parola ha un peso enorme. La sua responsabilità non riguarda solo i suoi fan più feroci che minacciano me e i miei fratelli e sorelle di stupro, di riaprire i forni crematori, che picchiano e sparano agli immigrati invocando il suo nome.

Forse ci vuole una pausa di riflessione, una pausa per considerare il male che l’odio fa a una società. Una pausa di riflessione per comprendere dove portano certe affermazioni e certe proposte. Sterilizzare la donna bosniaca e toglierle i figli. Basterebbe dire “già fatto”. Potremmo offrire a Salvini come lettura, dopo la Nutella mattutina, la tesi di laurea di Eva Justin, l’assistente del direttore dell’Ufficio per l’igiene razziale del Terzo Reich, nella quale si dà una base “scientifica” alla pratica della sterilizzazione di donne rom e sinti e di sottrazione dei figli che nella maggior parte dei casi non andavano – come auspica Salvini – a “famiglie perbene”, ma nei forni crematori. In realtà anche per questo si può dire “già fatto”: nella civile Svizzera dal 1926 al 1976 (!!!) le donne della comunità Jenisch (una comunità nomade dell’area tedesco-svizzera) sono state sterilizzate dopo la prima gravidanza e i figli affidati a famiglie perbene, di norma contadini che li sfruttavano nei lavori agricoli.

Se Salvini leggesse un po’ di questa storia recente, saprebbe dove portano le sue dichiarazioni. Ma certo che lo sa. Sa cosa vuol dire proporre di riaprire le case chiuse in un Paese nel quale fino al 1975 il marito che uccideva la donna adultera non era colpevole perché suo padre quando compiva 18 anni lo portava al casino per insegnarli cos’è “l’amore”: tutte le donne sono puttane meno la mamma. E la traccia di questa cultura non si è persa, ma è forte come dimostra chi difende la donna monouso, madre casalinga e come tragicamente dimostra lo sterminio di donne – una media spaventosa di tre alla settimana, più di 150 all’anno, senza contare gli stupri, gli sfregi, le percosse costanti, ecc. – opera di mariti, amanti, fidanzati per i quali la donna se non ti appartiene più è una puttana da uccidere, bruciare, stuprare, sfregiare. Una condizione che tocca anche chi ha culture altrettanto maschiliste, come testimonia la vicenda di Sana, la ragazza pachistana uccisa dai parenti perché voleva sposare un italiano.

Se vogliamo uscire da questa prigione c’è certo un lungo lavoro da fare per tutti, ma per prima cosa c’è da cambiare il nostro linguaggio e soprattutto deve cambiare il linguaggio di chi guida il Paese per portarlo fuori da una società in cui ciascuno odia l’altro perché è rom, perché è immigrato, perché è nero, perché è omosessuale e tutti gli altri perché, che ci rendono reciprocamente feroci.

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Lotti ai pm: “Verdini mi segnalò il giudice per nomina al consiglio di Stato. Amara? Me lo presentò Mantovani dell’Eni”

Luca Lotti conobbe l’avvocato Piero Amara. A presentarglielo fu Massimo Mantovani, all’epoca capo dell’ufficio legale dell’Eni, poi finito indagato nell’inchiesta sul depistaggio dell’inchiesta sulle tangenti pagate in Nigeria. Un depistaggio che per gli investigatori fu ordito dallo stesso Amara. C’è anche questa informazione nel verbale con le dichiarazioni rese dall’ex sottosegretario di Matteo Renzi e procuratore di Messina, Maurizio De Lucia, e al sostituto Antonella Fradà. Il verbale dell’interrogatorio di Lotti è stato pubblicato da Repubblica.

Come ha raccontato Il Fatto Quotidiano l’ex ministro dovrà essere ascoltato giovedì pomeriggio in tribunale come testimone, per spiegare la mail ricevuta da Denis Verdini in cui si suggeriva la nomina al Consiglio di Stato (mai concretizzata) dell’ex giudice amministrativo Giuseppe Mineo. È uno dei filoni del processo sul cosiddetto Sistema Siracusa, in cui Mineo è imputato per corruzione in atti giudiziari e Verdini per finanziamento illecito ai partiti. Secondo l’accusa l’inventore del Patto del Nazareno ha ricevuto circa 300mila euro di finanziamento dallo stesso Amara  come finanziamento al gruppo politico Ala.

“In merito alla nomina di Mineo proveniva dalla compagine politica di Ala e in particolare dal capogruppo Verdini che ne parlò con me. Lo incontravo nelle aule del Senato. Si cominciò a discutere delle nomine tra gennaio e febbraio 2016, la segnalazione mi arrivò anche via mail. Mi riservo di produrre copia di tale mail che dovrebbe avere data 26 aprile. Tale mail, che io ricordi, era inviata da qualcuno a Verdini che la inoltrò a me”, ha detto ai pm Lotti nell’agosto scorso. “Verdini – ha aggiunto – non mi spiegò quali erano le ragioni per cui veniva indicato il nominativo di Mineo. Egli aveva astrattamente i requisiti sulla base del curriculum fornito. Verdini me la propose come necessità di equilibrio in riferimento al gruppo Ala e ai partiti ad esso collegati”.

Ma perché Verdini segnalò a Lotti il nome di Mineo? Per una “valutazione politica”, ha spiegato l’esponente del Pd. “È prassi quando si affrontano nomine governative di valore politico ascoltare le indicazioni fornite dai gruppi. La presidenza del Consiglio ne vaglia aspetti tecnici e politici, preciso che il mio ufficio effettuava valutazioni politiche. In seguito tali indicazioni vengono inoltrate al Consiglio dei ministri che effettua le sue valutazioni”. Poi però Mineo non fu nominato. “In seguito – aggiunge sempre Lotti  – vennero fuori problemi legati ai ritardi nel deposito di sentenze, pertanto ne parlammo con il presidente del Consiglio di Stato e la nomina non si concretizzò”. Quindi l’ex ministro dello Sport spiega come conobbe Amara: “L’ ho conosciuto ad un cocktail o ad una cena di Natale a Roma verso la fine del 2015: mi fu presentato dall’ avvocato Mantovani, capo legale dell’ Eni, insieme ad altre persone.  Mi fu presentato come legale o collaboratore dell’Eni“. Una ricostruzione che adesso Lotti è chiamato a ripetere in aula.

 

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