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Attentato Nizza, arrestato un 47enne: forse ha avuto contatti con il killer. Ministro Interno: “Aspettiamoci altri attacchi come questo”

Brahim Aoussaoui ha agito da solo, ma nonostante abbia dichiarato agli inquirenti di essere l’unico responsabile del feroce attacco alla cattedrale di Notre-Dame di Nizza, giovedì mattina, la polizia sta cercando di ricostruire la catena di contatti dell’uomo per capire se, invece, dietro di lui si nasconda una regia che lo ha guidato fino alla chiesa, coltello in mano, per sgozzare tre persone. Le autorità hanno infatti arrestato un uomo di 47 anni, secondo quanto riporta Bfmtv che cita fonti della polizia, sospettato di aver avuto contatti con l’attentatore il giorno prima dell’attacco.

Il governo, dopo le parole di ieri sera del presidente Emmanuel Macron che ha annunciato un rafforzamento della presenza militare sul territorio, con l’operazione ‘Sentinelle’ che passerà da 3mila a 7mila uomini, promette di entrare “in guerra” per estirpare le sacche di radicalismo diffuse nel Paese. “Non siamo in guerra contro una religione, ma contro un’ideologia, l’ideologia islamista”, ha dichiarato in un’intervista a Rtl il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin. “Siamo in guerra contro un nemico che è sia interno che esterno – ha aggiunto – Quando si è in guerra, si deve comprendere che ci sono stati e ci saranno altri fatti come questo attentato ignobile“.

Darmanin ha poi aggiunto che le autorità francesi hanno espulso 14 stranieri “radicalizzati” nell’ultimo mese e altre 18 “espulsioni” saranno eseguite nei prossimi giorni. Se “si deve lottare contro gli stranieri che si sono radicalizzati, questo non è il caso” dell’assalitore della basilica di Nizza, poiché non era noto né ai servizi francesi né europei, ha precisato.

Intanto, emergono particolari sull’identità delle tre vittime dell’estremista, due donne e un uomo. Quest’ultimo era il sacrestano della cattedrale, 45enne, padre di due ragazze. Mentre tra le donne, quella che ha tentato di rifugiarsi in un bar ed è poi morta per le ferite riportate è una 40enne di origini brasiliane, come confermato dal governo di Brasilia, che prima di morire ha detto ai suoi soccorritori: “Dite ai miei figli che li amo”. Della terza vittima, al momento, si sa solo che si tratta di una donna sui 60 anni.

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Corruzione, arrestati sindaco e un assessore di Artena: 22 indagati

Concussione, tentata concussione, falsità ideologica in relazione all’approvazione del bilancio di previsione del Comune, abusi d’ufficio. Sono questi i reati emersi dalle indagini dei carabinieri della compagnia di Colleferro, in provincia di Roma, che questa mattina all’alba hanno portato ai domiciliari il sindaco di Artena Felicetto Angelini e all’arresto dell’assessore ai Lavori pubblici. Ventidue le persone indagate. Il sindaco di Artena, paese dove vivevano gli arrestati per l’omicidio di Willy Monteiro, era stato in prima linea dopo la morte del ragazzo, dimostrando solidarietà alla famiglia e partecipando a varie iniziative in ricordo del giovane.

In manette anche l’ex responsabile dell’Ufficio Tecnico e il presidente di una cooperativa urbanistica a cui lo stesso Comune aveva affidato l’istruttoria dei condoni edilizi comunali. Disposta la sospensione temporanea dai pubblici uffici nei confronti della segretaria comunale, del vice comandante dei vigili e della responsabile dell’ufficio personale. Sarebbero emersi anche casi di corruzione da parte del sindaco con un ex consigliere di minoranza e dell’assessore e l’annullamento di diverse contravvenzioni per violazioni al Codice della Strada.

(immagine d’archivio)

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Mercedes, la carica degli sport utility. E il futuro prossimo si chiama elettrificazione

Era il 1972 quando nel firmamento Mercedes si accese una nuova ed importante stella, quella della “G”, l’auto capace di districarsi in ogni situazione. Dal ’72 al ’97 rimase l’unico suv nella gamma di Stoccarda fino allo sbarco dell’ML, che con il passare del tempo ha visto cambiare la lettera M della sigla con la G.

Da un solo “astro” si passava a una piccola costellazione di vetture, tutte con la medesima genesi: la “G”, per una gamma che è cresciuta con il tempo. Oggi infatti si parte dalla “piccola” GLA e si sale con la GLB, GLC, GLE, GLS e EQC; dal citysuv all’ammiraglia, per tutti gli usi e per tutte le tasche. Nove modelli, dalle carrozzerie classic suv e coupè, due o quattro ruote motrici, motori termici da 4 a 8 cilindri benzina, diesel, idrogeno, ibrido, plug in hybrid e full electric e un listino che parte dai 37 mila fino a superare i 180 mila euro con il prezioso allestimento della G63 AMG.

Col crescere dei modelli, man mano è cresciuto anche il peso delle loro vendite su totale: si è passato in pochi anni da un 5 ad un 35 per cento, e si è scoperta anche l’elettrificazione. La sfida al mercato che oggi vede sette modelli con propulsori a benzina e diesel “con la spina”, nel 2021 virerà verso motorizzazioni ancora più rispettose dell’ambiente con la famiglia EQ, con l’arrivo in gamma dell’ EQA ed EQB in affiancamento all’attuale EQC e in attesa del monovolume EQV e di quella che sarà l’ammiraglia del domani: la EQS. Il programma “suv attack” è stato tracciato e per il 2030 la Casa di Stoccarda proporrà una gamma ancora più completa con ben 20 modelli elettrici e 25 ibridi plug-in con una quota di auto elettrificate vendute pari al 50% dell’intera produzione.

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Attentato Nizza, dalle minacce di al-Qaeda agli attacchi di Erdogan a Macron e Charlie Hebdo: la Francia è di nuovo nel mirino dei jihadisti

Il fondamentalismo islamico mondiale ha scelto l’obiettivo da colpire: la Francia. E se si deve cercare una data d’inizio della nuova campagna jihadista in territorio francese, il primo settembre rappresenta inevitabilmente uno spartiacque. È quello il giorno in cui ha avuto inizio il processo nei confronti dei 14 imputati per la strage nella redazione del settimanale parigino Charlie Hebdo e anche la data scelta dalla rivista per ripubblicare le vignette sul Profeta Maometto che causarono l’ira dei gruppi jihadisti internazionali e dei loro adepti. A nemmeno due mesi da quel giorno, con il Paese di nuovo scosso dall’attentato alla cattedrale di Notre-Dame di Nizza, dove un uomo armato di coltello ha sgozzato tre persone al grido di “Allah Akbar”, la Francia non ha conosciuto tregua: le promesse di vendetta da parte di al-Qaeda, un attentato sotto la vecchia sede del settimanale, la feroce decapitazione del professore Samuel Paty per mano di un estremista ceceno, la nuova campagna di attentati all’estero lanciata dallo Stato Islamico. E poi lo scontro a distanza tra il presidente Emmanuel Macron, che ha parlato in difesa della libertà di espressione nel Paese, e i presidenti di Turchia ed Egitto, Recep Tayyip Erdoğan e Abdel Fattah al-Sisi, che invece parlano di “offesa” al mondo musulmano, con il Sultano che ha querelato Charlie Hebdo per l’ultima vignetta che lo vede protagonista e paragonato la condizione dei musulmani in Europa a quella degli ebrei durante il nazismo.

Erdogan contro Charlie Hebdo: fomenta l’islamismo per nascondere le difficoltà interne
Il presidente turco ha un problema enorme in patria che non sa come risolvere: una terribile crisi della valuta che ha portato la Lira ai minimi storici. Una situazione economica che, aggravata dalla pandemia di coronavirus, ha fatto perdere sostegno interno al leader dell’AkParti. E lui, come già successo in passato, ha tentato di esternalizzare il problema. Lo ha fatto prima con le provocazioni riguardo alle esplorazioni nel Mediterraneo orientale, ha poi replicato la strategia fomentando di nuovo il conflitto in Nagorno-Karabakh al fiano dell’Azerbaigian che, in Turchia, presenta anche risvolti nazionalisti in funzione anti-armena. Adesso stimola il nazionalismo islamico turco ergendosi a difensore dei diritti della Umma, la comunità islamica mondiale, dopo la pubblicazione delle vignette e i primi attentati jihadisti in Francia.

Dopo Nizza, il governo di Ankara ha raddrizzato il tiro dicendosi “solidale con il popolo francese contro il terrorismo e la violenza”, ma le dichiarazioni dei giorni scorsi hanno contribuito a far crescere la tensione. Le parole che hanno dato origine allo scontro risalgono al 24 ottobre, quando l’uomo forte di Ankara, dopo che il presidente francese aveva promesso una stretta sull’Islam radicale e una riforma per rendere compatibile la religione ai “valori della Repubblica”: “Qual è il problema di Macron con l’Islam ed i musulmani? – aveva dichiarato – Deve fare delle cure per la sua salute mentale. Cosa si può dire a un capo di Stato che tratta in questo modo milioni di membri di una minoranza religiosa nel suo Paese? Prima di tutto, che ha bisogno di un controllo mentale”.

Da lì è nato un botta e risposta tra il leader turco, sostenuto anche dal suo omologo egiziano (“la libertà di espressione si ferma quando offende i sentimenti di oltre 1,5 miliardi di persone”), dal premier pakistano Imran Khan e da alcuni Paesi del Golfo come l’Arabia Saudita, e le cancellerie europee che hanno condannato le frasi di Erdoğan, tutto a pochi giorni dall’uccisione di Samuel Paty. E l’offensiva del presidente non si è fermata: il 26 ottobre ha fatto un “appello alla Nazione, non comprate più prodotti francesi“. E ancora, dopo aver chiesto all’Ue di fermare Macron e “l’islamofobia”, ha dichiarato che “in Europa contro i musulmani si sta compiendo una campagna di linciaggio simile a quella contro gli ebrei prima della Seconda Guerra Mondiale”. Fino al 28 ottobre, quando è uscita la nuova copertina del settimanale satirico parigino che raffigura il leader sul Bosforo intento ad alzare la gonna di una donna in abito islamico. La risposta di Erdoğan non si è fatta attendere: “Sono convinto che annegheranno nell’odio dell’Islam e della Turchia che hanno alimentato. È la dimostrazione che l’Europa sta ritornando alla barbarie. Sono delle canaglie“, ha dichiarato prima di querelare la testata e dichiarare che “Macron vuole di nuovo le Crociate”.

La chiamata alla armi dello Stato islamico e le promesse di vendetta di al-Qaeda
I messaggi dei due principali gruppi fondamentalisti islamici a livello mondiale non avranno certo la stessa cassa di risonanza delle dichiarazioni di fuoco del presidente turco, ma sanno come arrivare al cuore dei soggetti più radicalizzati sparsi per l’Europa. I primi a promettere vendetta sono stati gli uomini del gruppo fondato da Osama bin Laden. Dopo la ripubblicazione delle vignette su Maometto, la formazione guidata da Ayman al-Zawahiri ha atteso la data simbolica dell’11 settembre per tornare a minacciare la Francia: nel numero 3 del magazine qaedista One Ummah, oltre alle celebrazioni per i 19 anni dagli attentati che colpirono gli Stati Uniti, era contenuta “una nuova introduzione su Charlie Hebdo” che “pagherà il prezzo” per la pubblicazione delle vignette, di nuovo.

A questa promessa di vendetta si è poi unita, nei giorni scorsi, la nuova chiamata alle armi da parte dello Stato Islamico che, come già successo in passato, ha lanciato una campagna ribattezzata Answer the call che invita tutti i combattenti all’estero a sferrare attacchi, in special modo contro le prigioni al fine di liberare i detenuti islamisti, come successo già nella Repubblica Democratica del Congo. L’ennesimo invito al martirio, al sacrificio in nome dell’Islam, che ha portato la Francia al centro del mirino dei fondamentalisti islamici.

Twitter: @GianniRosini

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“A noi ci interessa la Regione Puglia per avere i soldi dell’agricoltura”: così il clan della mafia foggiana mirava al palazzo per avere i fondi Ue

“Che me ne frega…destra, sinistra… Anto’, qua devi fare i fatti tuoi!”. Aldo Delli Carri, uno degli uomini ritenuti al vertice di una frangia della Società foggiana smantellata dall’operazione “Grande Carro” eseguita dal Ros di Bari, ha le idee chiare sulla politica. Nella batteria Sinesi-Francavilla oltre a riciclare il denaro proveniente dalle attività illegali, ha il compito di mantenere i rapporti col mondo della politica e con i funzionari della Regione Puglia che chiudevano gli occhi nei controlli per consentire al clan di ottenere milioni di euro provenienti dall’Unione Europea.

Dalle indagini dei carabinieri è emerso infatti che l’organizzazione è scesa in campo almeno due volte: nel 2014 in occasione delle elezioni per l’amministrazione comunale di Foggia e nel giugno 2015 per l’elezione del Consiglio della Regione Puglia. L’esponente politico di riferimento, stando a quando si legge nelle 1178 pagine di ordinanza, è Pino Lonigro, ex consigliere di centrosinistra non riconfermato alle ultime regionali che non è indagato. Tra Lonigro e il clan, da quanto si legge nelle carte dell’inchiesta, esiste un “illecito rapporto”. Il sodalizio mafioso, scrive il gip Giuseppe De Benedictis, si attivava per “ottenere agevolazioni nell’erogazione dei finanziamenti comunitari, in materia agroalimentare, veicolati per il tramite della Regione Puglia”. E così a maggio 2014, Aldo Delli Carri raccomanda ai suoi interlocutori di votare per tale Rosario Rinaldi della lista elettorale “Lavoro e Libertà”, collegata al candidato sindaco Leonardo Di Gioia. “Don Antonio ti ricordi che domani si vota? Glielo hai detto pure a Donato e insomma in famiglia? Ti raccomando Anto’!”. Anche Rinaldi, che non figura tra gli indagati, ha un programma chiaro: “Meh, se fai tutte le presenze diciamo – spiega il candidato proprio a Delli Carri – nella normalità… il minimo sono… cinquecento euro… quattro… 500 euro al mese…si, così mi pare è una cosa del genere… ma non ce ne frega, ma noi non è il prestigio a noi sono le tangenti che ci interessano…”. Il programma però, fallisce: Rinaldi otterrà pochissime preferenze. Non è una bella figura per il gruppo, ma non è neppure una tragedia. Quello che conta, in realtà, è mantenere i rapporti con Lonigro: “A noi ci serve perché noi dipendiamo dalla Regione Puglia… noi dipendiamo da Bari – diceva Delli Carri intercettato in una Bmx X3 – Allora, questo qua sta a stretto contatto con Vendola… sta a stretto contatto… a noi ora ci serve… hai comunque la Regione Puglia che manda i soldi…poi per esempio…per esempio… no, lascia stare per il Comune… a noi del Comune c’interessa poco quanto niente! a me m’interessa la Regione Puglia… la Regione Puglia… noi c’abbiamo… arrivano i soldi… per l’agricoltura…dove stanziano un sacco di soldi…”.

E dalle attività dei militari guidati dal colonnello Alessandro Mucci, infatti, il tesoro raccolto dal clan in quegli anni supera i 13 milioni di euro. Un risultato raggiunto, secondo gli inquirenti, anche grazie alla complicità di alcuni funzionari pubblici come Cosimo Specchia, Luigi Cianci, Giovanni Bozza e Giovanni Granatiero. Avrebbero sostanzialmente aiutato il clan a incassare milioni di euro attestando falsamente una serie di regolarità procedurali. Bozza, in particolare, è accusato di aver intascato mazzette: gli investigatori hanno scoperto la consegna di contanti per almeno 30mila euro, ma anche anche bonifici, cisterne di gasolio e l’uso di una automobile Hyundai.

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Coronavirus, l’Umbria ha paura: assediati i pronto soccorso, “non li affollate”. L’ospedale da campo annunciato ad aprile non è pronto

Il “cuore verde d’Italia” ha un serio problema con i contagi Covid e la conseguente tenuta del servizio sanitario. Stando ai numeri, una situazione ancora più difficile rispetto agli altri territori della Penisola. L’Umbria da giorni è la Regione con la percentuale più alta di posti letto in terapia intensiva occupata da pazienti Covid, il 27,80% contro il 21,80% della Campania (ma i dati sono in continuo aggiornamento). E l’iter burocratico per l’ospedale da campo promesso in primavera dalla giunta regionale guidata da Donatella Tesei è ancora agli inizi.

Oltre 450 contagi al giorno, superato il picco di ricoverati
Una regione che supera di poco gli 800mila abitanti – meno di un terzo della sola città di Roma – è arrivata a tocca la punta di oltre 450 contagi in una sola giornata, a fronte di meno di 3.500 tamponi al giorno di media. Come spiegato anche dalla governatrice nel corso di un consiglio regionale straordinario per l’emergenza, insieme ai pronto soccorso pieni si è arrivati a superare sabato il picco degli ospedalizzati registrati fra marzo e aprile, 270 attuali contro i 220 di questa primavera. Gli isolati domiciliari sono 5.596. Ma è su base settimanale che i numeri fanno preoccupare il ministero della Salute. Il 18 ottobre, l’Rt dell’Umbria segnava 1,69, contro lo 0,30 di fine luglio. Nell’area perugina l’incidenza cumulativa del virus oscilla tra i 7 casi ogni 1000 residenti del capoluogo e i 10 di Bastia Umbria, passando per i 14 di Passignano e i 9 di Corciano. Proprio a Corciano, fra l’altro, si è verificato il secondo decesso Covid dall’inizio dell’epidemia, l’ex vicesindaco Sabrina Caselli, morta a 63 anni.

File ai pronto soccorso. Il commissario Covid: “Non li affollate”
Questi si traducono in un caos generalizzato nei pronto soccorso, finiti sotto assedio. Durante la giornata di lunedì all’ospedale di Assisi c’erano 10 ambulanze in fila – ma disagi sono stati segnalati su tutta la rete ospedaliera – mentre le telefonate al 118 sono cresciute del 10% rispetto all’ottobre 2019. A poco, per ora, è valso l’appello del commissario regionale per l’emergenza Coronavirus, Antonio Onnis, a non affollare le strutture: “In questa fase di recrudescenza epidemica è fondamentale non aumentare impropriamente l’afflusso dei cittadini nei diversi pronto soccorso dell’Umbria, pesantemente impegnati nella gestione dell’emergenza”, la raccomandazione fin qui inascoltata. “L’Umbria ha più che quadruplicato i tamponi”, ha detto Tesei replicando alle polemiche: “Siamo tra le prime quattro regioni d’Italia per numero di tamponi in rapporto agli abitanti. Il 3% della popolazione umbra viene testato tutte le settimane, ma non possiamo pensare di essere avulsi da un contesto nazionale dove è stato il tracciamento”.

Ritardi sull’ospedale da campo: 4,5 milioni per 12 posti in terapia intensiva
Il caos Covid in Umbria gira intorno al contestatissimo ospedale da campo che Donatella Tesei ha annunciato il 7 aprile scorso, nel pieno della prima ondata della pandemia. Il nosocomio provvisorio dovrebbe costare 4,5 milioni di euro per 12 posti di terapia intensiva e 16 di sub-intensiva: in pratica due container da realizzare nei pressi di Bastia Umbra, uno dei posti più colpiti dal virus. Nella delibera che autorizzava la realizzazione dell’ospedale – sul “modello” dell’ospedale in fiera a Milano – si parlava anche della “seconda ondata” prevista per l’autunno, che si sta puntualmente verificando. Il problema è che l’iter ha subito degli importanti rallentamenti, tanto che il bando per la manifestazione d’interesse è stato pubblicato solo il 6 ottobre scorso e l’assegnazione è avvenuta lunedì. “È vero, ci sono stati dei ritardi, ma dalla metà di novembre avremo il nostro ospedale da campo”, ha spiegato Tesei. La scelta dell’ospedale è stata fortemente contestata dal Pd in Consiglio regionale. “Con quei soldi si potevano realizzare almeno il triplo dei posti letto. Ci sono stati ritardi inaccettabili”, afferma il capogruppo Tommaso Bori. L’opposizione chiedeva di rimettere in sesto due strutture di contenimento biologico già esistenti: l’ex ospedale Monteluce a Perugia e l’ex Milizia di Terni, un centro di ricerca sulle staminali.

Spoleto diventa Covid Hospital: “Isolati i Comuni terremotati”
Al momento in Umbria ci sono 12 ospedali con pronto soccorso, 5 in provincia di Perugia e 7 in provincia di Terni. Nei giorni scorsi, la governatrice Tesei ha emesso un decreto per far diventare il nosocomio di Spoleto Covid Hospital, scatenando le proteste dei comuni di tutta la Val Nerina, fra cui molti dei paesi colpiti dal terremoto del 2016. “Privare questo territorio dell’unico vero ospedale con pronto soccorso presente è una follia – spiega Thomas De Luca, consigliere regionale del M5s – Eliminato Spoleto, per una qualsiasi emergenza che non riguardi il Covid, il presidio sanitario più vicino si trova a un’ora di ambulanza. È inaccettabile non averne discusso con il territorio”.

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