“Nella rete di Epstein”, l’estratto esclusivo del libro sul caso che scuote Trump, governi e imperi finanziari
E’ uscito in libreria il 13 aprile, “Nella rete di Epstein. Il caso che sta facendo tremare governi, imperi finanziari e reputazioni” di Pino Casamassima. In uscita per i tipi di Compagnia editoriale Aliberti, il libro traccia fatti e analisi del caso Epstein che sta facendo tremare i potenti di tutto il mondo e le cui conseguenze politiche sono ad oggi difficilmente prevedibili.
Riportiamo, per gentile concessione dell’editore, alcuni stralci del libro:
Con i suoi Files, il cosiddetto «Caso Epstein» ha provocato un terremoto politico, oltre a inficiare seriamente l’immagine di molte personalità appartenenti anche ad altri mondi, a cominciare da quello finanziario. Conseguenze, quelle politiche, che oggi – nel marzo del 2026 – sono difficilmente immaginabili nella loro reale portata, soprattutto per quegli Stati Uniti – caput mundi di questo tempo segnato dai nazionalismi – che a novembre saranno chiamati alle Midterm Elections: elezioni di metà mandato che si prospettano in modo assai pericoloso per l’attuale inquilino della Casa Bianca, che vorrebbe trascorrere in serenità i restanti anni del suo (ultimo e definitivo) mandato.
Una tranquillità tuttavia messa in pericolo perché il nome di Donald Trump è presente in 3.200 dei 3,5 milioni di file resi pubblici fra gennaio e febbraio 2026 dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. A permettere – anzi, obbligare – la loro pubblicazione, è stato l’Epstein Files Transparency Act: un documento sulla trasparenza firmato ed esposto a braccia levate dallo stesso presidente il 20 novembre 2025. Quando si dice, la zappa sui piedi, perché – come detto – il nome del presidente è quello che svetta su tutti gli altri. Intuendo – anzi, sapendo quasi per certo – che i file relativi al finanziere pedofilo morto (forse) suicida in carcere il 10 agosto 2019 avrebbero potuto creargli più di un problema, nel luglio del 2024, in piena campagna elettorale per le presidenziali poi vinte a novembre, il tycoon aveva bollato gli Epstein Files come «invenzioni del Partito Democratico». A «scandalo» ancora di là dallo scoppiare, il tycoon aveva poi vinto le elezioni con il voto nelle urne, senza dover ricorrere a un nuovo assalto a Capitol Hill, come quello del 6 gennaio 2021. Tornate clamorosamente e pericolosamente in auge fra gennaio e febbraio 2026, quelle «invenzioni» rischiano ora di provocare uno sgambetto dolorosissimo per Trump, man mano che ci si avvicina alle Midterm Elections di novembre. C’è infatti da scommettere che, da qui ad allora, lo scandalo Epstein si arricchirà di nuovi capitoli, e che in quei capitoli il nome dell’attuale presidente americano ci sarà (anche se la sostanza la trovate già in questo libro).
In funzione di quelle elezioni di medio termine, sono tornati utili gli iraniani per l’atomica in procinto di realizzare. Come utili idioti, in realtà. Il Paese degli ayatollah e dei pasdaran – già diffidato a suon di bombe nel giugno del 2025 dal procedere nella produzione di uranio impoverito – è stato infatti oggetto di una nuova pioggia di bombe a partire dalla fine del febbraio 2026. Una pioggia di fuoco più torrenziale e duratura, non come il lampo del giugno 2025. Come prologo del nuovo intervento, gli strilli d’aquila di Netanyahu: «Gli iraniani vogliono distruggerci con l’atomica». Una guerra provvidenziale anche per il premier israeliano, insomma. Anzi, a insistere con Trump per riprendere le ostilità contro il Paese degli ayatollyah sarebbe stato proprio il premier israeliano. Quella guerra è infatti utile per distrarre un’opinione pubblica inferocita con lui per la mala gestione del problema degli ostaggi nelle mani di Hamas dopo il raid del 7 ottobre 2023. Alla base di tutto, c’è quel che pende sulla testa del primo ministro più longevo e l’unico mai finito sotto processo nella storia israeliana: accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia in tre procedimenti penali distinti. Come se non bastasse, Netanyahu è anche accusato di aver accettato insieme alla moglie Sara beni di lusso in cambio di favori politici, e di aver insistentemente chiesto una copertura mediatica favorevole da parte di organi di stampa, a cominciare da una società di telecomunicazioni e dall’editore del quotidiano «Yedioth Ahronoth».
Il premier israeliano nega ogni addebito e, in maniera molto simile a quanto fatto da Donald Trump, ha definito le inchieste «una caccia alle streghe». Netanyahu ha anche impedito a più riprese l’apertura di un’inchiesta sui fallimenti della sicurezza israeliana di quel 7 ottobre 2023 dell’incursione criminale di Hamas. È qui che le vicende giudiziarie del premier e la politica israeliana creano un vero e proprio cortocircuito: diversi organi di stampa, tra cui il «New York Times», lo accusano da tempo di aver prolungato volontariamente l’invasione di Gaza e recentemente l’attacco all’Iran col sodale Trump, per allontanare lo spettro di un procedimento giudiziario dalle conseguenze imprevedibili, anzi, che potrebbero anche prevedere la galera. Procedimenti che si trascinano da anni, tra ritardi legati alla pandemia e numerose mozioni – anche pretestuose – presentate dagli avvocati di Netanyahu per annullare le udienze. Ecco quindi come i fronti a Gaza, in Libano, in Siria e ora in Iran tornano assai utili.
Detto dei problemucci di Netanyahu, va ribadito che al sodale presidente americano non era parso vero di sostenerlo nella pulizia, alias, la distruzione degli impianti iraniani per l’impoverimento dell’uranio: operazione indispensabile per arricchire i propri arsenali di «armi di distruzione di massa». Come quelle dell’Iraq. Ve le ricordate? Le avevano cercate furiosamente, per scoprire poi che no, si trattava di una bufala, una fake news, come si dice sui social; una cazzata, come si sproloquia al bar. Insomma, una autentica falsità. Intanto, avevano fatto fuori Saddam Hussein. Vi ricordate anche di lui? Ma sì… Quello impiccato vent’anni fa a favore di telecamere di tutto il mondo (ah, ci fossero state anche in una nota piazza milanese in un aprile di qualche tempo fa…).
Dopo averlo «giustiziato», gli americani hanno dovuto spiegare che… ehm… ma sì, insomma!, hanno dovuto ammettere d’essersi sbagliati. Di «armi di distruzione di massa non ce n’era manco mezza» avevano strillato i giornali fino in Papuasia. Ci si può sbagliare, o no? E poi, quello lì era un tiranno. Un dittatore che manco quel Mussolini appeso in quella piazza milanese. Vent’anni dopo, la stessa sorte è toccata ad Ali Khamenei. Gli hanno tirato un missile sulla testa con tanto di stella di David. Ma pure lui – la guida suprema dell’ex Persia – tiranneggiava il suo Paese, come aveva fatto prima di lui Khomeyni, e come farà il di lui figlio, Mojtaba, prima di riuscire a spedire anche lui da Allah, col risultato di promuovere alla guida di quel «Paese canaglia» con novanta milioni di abitanti e grande cinque volte l’Italia, nuove leadership più radicali perché provenienti dai pasdaran, le Guardie della Rivoluzione islamica. Si tratta di una classe dirigente che ha come obiettivo una guerra totale su più fronti nella regione mediorientale in nome di una resistenza che può contare su milizie proxy, quali Hezbollah e Houthi.
Se è vero che il nuovo fronte di guerra americano distoglie gli elettori a stelle e strisce dai diversi problemucci (anche da galera) di Trump, parimenti, bombardare l’Iran, distrae gli israeliani dalle marachelle di Netanyahu (anch’esse – come abbiamo visto – da sole a scacchi). Chi rischia di più è tuttavia il tycoon, perché c’è da giurare che, come abbiamo detto, da qui a novembre usciranno altri Epstein Files. Pubblicazioni fastidiose per chi aspira a mantenere ben saldo il joystick del comando (ovviamente, internazionale), considerando che perfino il mondo MAGA gli ha voltato le spalle. A far girare lo sguardo ai sostenitori principali del leader del suprematismo bianco è stata la guerra in Iran.
Quando le leadership iraniane avvertono gli Stati Uniti che quella guerra potrebbe essere il loro nuovo Vietnam – al netto di una propaganda risibile – non vanno troppo lontani dalla realtà relativamente alla percezione interna. Soprattutto il mondo MAGA, quello dell’«America first», che – coerentemente con il suo imperativo categorico – è ripiegato talmente su sé stesso da non voler nemmeno vedere oltre il naso delle sponde atlantiche. Nick Fuentes, guru del suprematismo bianco, ha accusato Trump di aver tradito i valori grazie ai quali è stato eletto, e – storicamente – per l’elettorato americano (repubblicano o democratico che sia) non c’è colpa peggiore del tradimento del mandato ricevuto. In Italia, per la nostra cifra più bizantina, più segnata dal compromesso continuo, da Depetris in avanti, consentiamo trasformismi vergognosi dai tanti, troppi esempi, senza bisogno di scomodare il Vate, anche se l’episodio è troppo gustoso per non essere ricordato. E insomma, accadde che durante un dibattito parlamentare sulla legge Pelloux presentata dallo stesso presidente del Consiglio del governo di destra in carica – che mirava a limitare la libertà di stampa, di associazione e di sciopero – il poeta-soldato passasse clamorosamente dai banchi della destra a quelli della sinistra, spiegando il suo gesto con il «disprezzo per la fogna della moralità nazionale» ormai rappresentata dal governo Pelloux. Con i suoi modi così sobri, Fuentes ha invocato la punizione di Dio sulla testa del tycoon, invitando – nell’attesa di un fulmine inceneritore – i camerati della destra attivista a votare per i democratici a novembre.
Nel frattempo, ad aleggiare come droni iraniani sulla testa di Trump ci sono i famigerati Epstein Files non ancora usciti, anche se recentemente (laddove, per “recentemente” s’intende sempre il marzo 2026) si sono arricchiti di immagini fotografiche che lo ritraggono con ragazzine in abiti succinti. In una di esse, l’unto dal Signore, salvato (altro che incenerito!) a suo dire da Dio in persona dall’attentato del 2024, esattamente il 14 luglio (pensa, anniversario della Rivoluzione francese, e chissà se voglia dire qualcosa), è ritratto con una ragazzina sulle ginocchia. Con assoluta certezza, non in procinto di raccontarle una favola dei Grimm: più probabilmente, un attimo prima di diventare, lui, l’orco. Un orco come tutti quelli che troverete in questo libro. C’è perfino un «piccolo principe» che di tanto in tanto amava trasformarsi in orco. «Piccolo» per statura morale, e «principe» per diritto dinastico. Quel diritto che suo fratello, re Carlo III, gli ha tolto, chiedendo alla giustizia di «fare il suo corso».
Tutta questa storia, la storia qui raccontata, si è scritta da sola, con i racconti usciti dalle testimonianze presenti negli Epstein Files. Testimonianze che ci precipitano in quella vergogna sbattuta in faccia a Trump con i cartelli esibiti davanti alla Casa Bianca: «Shame». Una vergogna che coniuga l’istinto predatorio su carni giovani con quello sul potere tout-court. Un potere assoluto, che artiglia economia e politica, ma pure i corpi di ragazzine che nel momento della predazione perdono la loro identità per diventare oggetti di divertimento. Un potere esercitato per garantire sé stesso a ogni costo. Anche a costo di scatenare una guerra. Una di quelle guerre moderne, modernissime. Quelle che per il 90 per cento dei casi si sviluppano contro i civili. Guerre lontane milioni di narrazioni da quella guerra di Troia. Quella che vedeva i Troiani assistere dalle «alte mura di Ilio» agli scontri fra i loro guerrieri e quelli degli Achei, con i principi che al calar del sole si scambiavano doni tornando nelle rispettive tende. Adesso, i leader di un popolo li si uccidono con un missile o li si rapiscono. Quale sarà il destino di Cuba? Sì, perché nel risiko di Trump è finalmente entrata Cuba: quell’isola caraibica che qualche tempo fa diede un gran dispiacere agli americani nella Baia dei Porci. Se non la ricordate, quella figuraccia stellare (intesa come a stelle e strisce) la trovate pure su Wikipedia.
L’articolo “Nella rete di Epstein”, l’estratto esclusivo del libro sul caso che scuote Trump, governi e imperi finanziari proviene da Il Fatto Quotidiano.
