Elisabetta Franchi: “In pieno lockdown sul mio e-commerce compravano abiti da sera, non t-shirt. Mi sono chiesta più volte: ma dove li mettono?”

Determinata. Coraggiosa. Carismatica. Elisabetta Franchi riesce a trasmettere tutta la sua forza e la sua energia positiva anche dalla cornetta di un telefono. La voce squillante, l’accento romagnolo, la spontaneità disarmante unita al piglio dell’imprenditrice. Questa donna che si è fatta da sola è riuscita in pochi anni a diventare capo di un impero della moda da 123 milioni di fatturato nel 2019, capace registrare un aumento del 2,7% nelle vendite anche nel primo trimestre di quest’anno, quello in cui la pandemia di coronavirus faceva scoprire a tutto il mondo la sua portata devastante e costringeva i negozi a tenere le saracinesche abbassate. “Non ho avuto una vita semplice. Molti guardano il luccichio, ma dietro al successo c’è molta fatica”, dice a Ilfattoquotidiano.it. Nata in una famiglia di cinque figli, cresciuta senza padre, ha vissuto la fame e così ha iniziato fin da bambina a rimboccarsi le maniche e lottare per quel sogno che ora è diventato realtà. Non ha mai mollato ed è convinta che anche dalle grandi crisi come questa possano nascere nuove opportunità.

Lo scorso 25 settembre ha presentato la sua collezione P/E 2021 in diretta tv: come è maturata questa idea e che effetto le ha fatto?
La tv per me non è una novità, anzi, mi è sembrato così di proseguire un percorso di coerenza che avevo già iniziato per raggiungere davvero le donne, perché non è scontato che tutti riescano ad andare sui social e seguire lo streaming. Poi, davanti ai cambiamenti importanti noi inventori e creatori cerchiamo sempre di capire quali siano i nuovi strumenti per interagire con le persone. Certo, ci sono dei pro e dei contro. Il lato negativo è che manca quell’emozione, quel brivido che ti dà essere lì in quel momento con un il pubblico che ti guarda, ti fa sentire la sua energia e ti fa battere forte il cuore. Perché la sfilata è una gioia, un’emozione vera, nel backstage si respira un’aria straordinaria con tutte le persone che vengono a salutarti e complimentarsi. Di positivo invece c’è che non c’è tutto il caos mediatico e per me, che del mio lavoro amo la parte dietro le quinte e non amo andare ai party o agli eventi mondani, è meglio stato meglio così, perché ero super concentrata sulla sfilata. Quindi, meno ansie, meno stress, meno distrazioni e più organizzazione “militare” come piace a me.

Il fashion month che si è appena concluso ha segnato un cambio di passo nel mondo della moda stravolgendo, soprattutto, l’idea di sfilata a cui eravamo abituati. È l’inizio di una nuova era?
Si, è assolutamente una nuova era, come ha detto anche Carlo Capasa. Solo noi abbiamo un parterre di 1500 persone, il nostro evento, come tutta la Fashion Week di Milano, fa girare in quei giorni una considerevole fetta dell’economia della Lombardia, tra hotel, ristoranti, negozi, taxi…. Quindi tutto questo è certamente fondamentale recuperarlo ma non dimentichiamo che lo streaming c’era già anche prima. Già migliaia di persone nel mondo seguivano la sfilata a distanza, ma passava tutto in secondo piano. Ora invece abbiamo avuto la dimostrazione che è emozionante anche così, anche vederla solo sullo schermo di un televisore o di uno smartphone, cosa che finora faceva solo il grande pubblico e non gli addetti ai lavori. Quindi, in realtà, per la maggior parte delle persone che non assisteva alla sfilata di persona non è cambiato nulla, anzi, ci sono stati dei miglioramenti perché con il fatto che è registrata si sta più attenti ai particolari. Io questa volta ho allestito un set cinematografico, con un regista televisivo, che ha messo in risalto dei particolari che altrimenti si sarebbero persi. Ora tornare indietro mi sembra difficile, se penso alla Fashion Week di febbraio 2021 mi vedo ancora in streaming mentre già per settembre 2021 direi nì. Faccio veramente fatica a fare previsioni: un po’ mi dispiacerebbe tornare completamente come prima perché così, senza caos, si lavora alla sfilata certamente in modo più positivo, però, d’altra parte, mi manca l’emozione del pubblico.

Ora già pensa alla prossima collezione: qual è lo spirito e quali le difficoltà nel lavorare in un momento così particolare, con lo spettro di un nuovo lockdown sempre più incombente?
È dura, molto. La collezione Spring/Summer che ho presentato lo scorso settembre ho iniziato a disegnarla in piena tragedia, tra gennaio e maggio, nel clou della pandemia e, oltretutto, con l’azienda chiusa. E staccare la testa da quanto stava succedendo è stata davvero una fatica, non era semplice trovare l’energia creativa. Quindi per me la vera difficoltà è stata disegnare quella collezione più che non la prossima. Ho dovuto isolarmi da tutto, solo così sono riuscita a essere super lucida e raggiungere un risultato di massima coerenza stilistica. Quello è stato davvero difficile, adesso invece, che sto disegnando la Fall/Winter ’21, io già mi immagino la gente che ha voglia di tornare ad uscire e divertirsi, la gioia massima dopo questi mesi di sacrifici, perché spero che per allora ne saremo fuori.

L’epidemia di coronavirus ha stravolto le nostre vite e, di conseguenza, le nostre abitudini: smartworking, meno vita mondana, meno cerimonie. Tutto questo influisce sulla nuova collezione a cui sta lavorando?
In pieno lockdown, con i negozi chiusi per due mesi, il mio e-commerce continuava a fatturare e non vendeva la t-shirt ma gli abiti eleganti. Io stessa mi sono chiesta più volte: ma dove li mettono? Perché si stanno comprando l’abito lungo da red carpet che non ci sono più grandi eventi? Io non ce l’ho la risposta, forse se li mettevano in casa. E quindi, alla luce di questo, non ho modificato affatto i miei capi, non ho ridotto i vestiti da sera a favore di tute e capi sportivi perché le mie clienti stanno più a casa. Anzi, ho continuato con grande coerenza a portare avanti i punti focali del mio brand.

I suoi abiti da principessa e i suoi tailleur raffinati ed eleganti sono diventati iconici. Negli ultimi mesi però l’abbigliamento sportivo ha avuto un’impennata nelle vendite e sempre più persone (soprattutto chi lavora da casa) prediligono look “comfy”, come si dice in gergo. Che ne pensa di questo cambiamento? Sarà duraturo?
Nel mio caso non ho cambiato nulla perché ho visto che quando ho provato a fare capi più basici non li ho venduti. Chi vuole una tuta non la compra da Elisabetta Franchi. Le mie clienti hanno dai 15 ai 55 anni, hanno voglia di uscire e di vestirsi eleganti, per questo mi chiedono l’abito sofisticato piuttosto che la giacca o la gonna a tubo: questo compravano prima del lockdown e questo continuano a comprare ancora adesso, per cui non ho motivo di modificare il mio modo di creare.

A differenza di molti suoi colleghi, lei ha instaurato un rapporto diretto e molto personale con i suoi follower (2,2 milioni), condividendo le sue giornate tra lavoro e famiglia, senza temere di mostrarsi senza filtri.
In un momento in cui la comunicazione era ancora tutta in mano alle testate giornalistiche e di Instagram si parlava ancora poco, io ho preso subito al volo questo nuovo strumento perché ho sempre pensato che, attraverso la stampa e i giornali di moda, se non eri troppo simpatica o non facevi parte di quel gruppo, qualcuno ti poteva dirottare. Invece io avevo molto da raccontare, in primis che il mondo della moda non è tutto luccichii e frivolezze ma è fatto da persone normali che lavorano e si fanno un mazzo tanto. È fatto anche, tra tanti uomini, di una una donna normale, madre di due figli, che come tutti ha un brufolo o imperfezioni. Una donna che si fa vedere così come è veramente: ora se ne parla tanto, ma io sono stata la prima, quando ancora era un tabù. Perché io devo truccarmi prima di aprire la fotocamera di un telefono? La gente deve vedere che sì, sono fortunata, ma se sono sulla barca è perché mi faccio un mazzo tanto. Ho sempre cercato di mostrarmi sia in tuta o in pigiama; che con l’abito da sera sullo yacht proprio per far vedere le due facce della medaglia. Se tutto quello che hai te lo sei guadagnato con il duro lavoro non te ne devi vergognare. Cerco di trasmettere che non è facile per nessuno ma che tutto parte dal sacrificio, dal talento, dalla devozione e dalla passione. Mi dicono: ‘Eh ma con i soldi è tutto facile’. Certo, però te li devi guadagnare quei soldi. Per chi come me ha avuto fame nella vita e ha provato davvero ad avere il frigo vuoto, il denaro è una componente della felicità ma non mi toglie quella fame che ho dentro e che mi fa restare sempre con i piedi per terra. Io non ho fatto questo lavoro per soldi, io ho inseguito una passione che poi mi ha anche riscattato a livello sociale.

Non teme mai il giudizio degli altri sui social o gli attacchi degli haters? Ha avuto qualche disavventura?
Sono molto fortunata, di critiche ne ricevo davvero poche. Però è difficile che ci sia solidarietà da donna a donna. D’altra parte però, Instagram non tutela dagli attacchi. Io sono stata presa di mira, anche recentemente, ma fa parte del gioco: la visibilità ha i suoi pro e i suoi contro e vanno saputi gestire. Io ci tengo a interagire personalmente con i miei followers, a rispondergli e parlarci, perché tra il mio pubblico ci sono anche le mie clienti, ma certo non è piacevole essere insultati gratuitamente. Per me è davvero importante accorciare le distanze e far capire che il mio è un lavoro come un altro e che dietro all’aereo privato e alla poltrona di direttore creativo c’è una persona normale. Molti pensano che perché hanno raggiunto un certo target economico allora possono “tirarsela”: per me non esiste.

Tutti i suoi post sono accompagnati dall’hashtag “#eiochepensavoche”: ecco, cosa pensava?
Che non ce l’avrei mai fatta. Io, nata in una famiglia con cinque figli, con una mamma che ci ha cresciuto da sola, e dove davvero mancava il cibo nel frigorifero, se penso oggi a quella bambina, mi dico: “E io che pensavo che non ce l’avrei mai fatta”. Io sono grata di quello che sono, di potermi permettere di arrivare a fine mese, perché davvero ho provato la fame.

Quanto ha influito la sua infanzia difficile nel renderla la donna che è ora?
Io dicevo sempre a mio marito: “Vedi Saba, il fatto che io sia nata in una famiglia sfigata, con tanti e gravi problemi, oggi mi ha fatto diventare la ragazza che sono”. Lui aveva vent’anni più di me ma io ero molto più matura di lui, perché a 6 anni io lavavo i piatti, a 9 sapevo cosa fare per riempire il bombolone del gas per il riscaldamento in casa. È per questo che io ancora oggi sto tutte le sere fino alle 22 in azienda e il sabato e la domenica penso ancora a lavorare. Io ho la responsabilità di circa 300 persone che lavorano per me, è questo viene prima di ogni cosa. I miei figli, che sono nati con il domestico in casa e con una mamma che ha sempre portato il cibo in tavola, questa responsabilità la sentono un pochino meno. Io glielo faccio vedere l’impegno, l’esempio ce l’hanno. Però non c’è la fame. Se ti ricordi quanto la fame è brutta, il dolore allo stomaco che provavi ad aprire il frigo e non trovare niente, non dai per scontati i soldi. Ma spero davvero che, anche se non devono rifarsi il letto tutte le mattine, vedendo me e il papà che ci facciamo un mazzo così tutti i giorni, un domani gli rimanga qualcosa.

Nel suo documentario “Essere Elisabetta” ha confidato che il suo primo marito, Sabatino Cennamo, “è stato il primo a credere in me e a darmi quei pochi soldi che aveva per avviare l’azienda”. Come pensa che sarebbero andate le cose se lui non avesse creduto in lei?
Mio marito, quando ci siamo conosciuti, era l’amministratore delegato di un’importante azienda del fast fashion, era molto più grande di me, era un po’ quel papà che mi è mancato. Mi ha dato 50 milioni di vecchie lire e io da lì mi sono aperta il primo piccolo showroom, eravamo in 3 ed era il 1995, mentre lui ha continuato a fare il suo lavoro e guidare la sua azienda. Da lì io ho iniziato a macinare e pian piano la mia azienda è cresciuta, ma ecco lui mi ha dato una grande forza psicologica più che non economica. Io prima lavoravo nell’azienda dove lui era Amministratore ma ci sono entrata senza una laurea, pulivo le scrivanie e scaricavo i camion, poi sono diventata il braccio destro della titolare, che era una tosta. E lo stesso già quando avevo 15 anni e, finite le scuole, iniziavo il mio primo lavoro da barista a Bologna: ho iniziato facendo i tramezzini e poi, tempo un anno e mezzo, sono diventata quella che apriva e chiudeva il locale assieme al proprietario. Il Dna è quello. Quindi certamente mio marito mi ha dato una grande forza psicologica e lo slancio per avventurarmi ma anche se non ci fosse stato lui io avrei fatto sicuramente qualcosa.

In pochi anni si è trovata a capo di un impero della moda: ha mai pensato di non farcela o mollare tutto?
Certo, anche io ho pensato tante volte nella vita di mollare, non è facile per nessuno. Più volte ho avuto proposte di vendita totale dell’azienda ma tutte le volte mi sono tirata indietro perché questa è la mia vita. Quando uno è abituato a lavorare mettendoci passione, cuore, sangue e sudore, questo è il suo destino. Ho pensato di non farcela, ma una che è nata con il frigo vuoto ed è cresciuta senza il riscaldamento in casa di che cosa ha paura? Se mi dovessero togliere i soldi mi rimboccherei le maniche e ricomincerei tutto da capo, senza battere ciglio, perché vengo da lì. I momenti bui nella mia vita sono stati tanti, per esempio quando è venuto a mancare mio marito. Io fatturavo il 70% in meno rispetto ad adesso ed era lui a curarmi tutta la parte amministrativa: quello è stato uno di quei momenti in cui ho detto “non ce la faccio”. E invece no. Non l’ho neanche pianto, il giorno dopo sono venuta qui in azienda e ho detto a tutti “è ok, andiamo avanti”.

Qual è il suo più grande rimpianto, se ne ha uno?
Il tempo. Ce l’ho tutti i giorni questo rimpianto. Perché questo senso di responsabilità così forte che ho mi porta via il tempo. Sono nata in campagna, amo la natura e gli animali, e tutte le mattine quando vengo qui in azienda e devo parlare di altro mi rendo conto che un po’ mi sto violentando, che sottraggo tempo a tutte le cose che amo. E se potessi equilibrare il mio impegno con la mia passione, al 50% vorrei stare in mezzo ai campi in una fattoria. Ma intanto qui passano gli anni. Per tutta la malattia di mio marito, che se l’è portato via in sei mesi, io ho tenuto un diario. Ce l’ho ancora qui, nel cassetto della mia scrivania. Tutti i giorni, anche quando lo accompagnavo a fare la chemio, io scrivevo e dicevo: “Quando tu non ci sarai più io avrò imparato la lezione più importante della mia vita”, ovvero dedicare un po’ più di tempo per me stessa. E invece ho iniziato a lavorare il doppio. È indole.

Cosa le manca oggi per essere felice?
Ho raggiunto tutto quello che volevo, ho realizzato quel sogno che avevo nel cassetto, di vestire quella bambola che ora sono diventate milioni di donne. Ho una famiglia bellissima, mi sveglio felice ogni giorno e prego Dio di darmi ancora tanta vita. È la verità.

Quale consiglio si sente di dare ai giovani che in un momento come questo si sentono scoraggiati nell’inseguire i propri sogni?
Allora, a chi vuole fare il mio lavoro dico “stai in tana” perché non è il momento. La moda è tra i settori più colpiti dalla crisi economica indotta dall’emergenza coronavirus, vedo tanti brand che sono in sofferenza, ma domani le cose cambieranno e ci saranno sicuramente grandi opportunità. A tutti gli altri invece dico che questo è il momento giusto per nuove opportunità, è una fase di cambiamento e chi ha un’intuizione può puntare al successo. In ogni caso ci vogliono sempre una grande determinazione e la voglia di crederci fino in fondo. Io sono dove sono oggi perché ci sono arrivata da sola. La strada è in salita, sempre, piena di curve e insidie. Ma bisogna andare avanti e non mollare mai.

L’articolo Elisabetta Franchi: “In pieno lockdown sul mio e-commerce compravano abiti da sera, non t-shirt. Mi sono chiesta più volte: ma dove li mettono?” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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