In politica la competenza non ha cittadinanza

Parliamo di uno dei miti assoluti della contemporaneità: la competenza. La competenza è un pre-requisito necessario, anzi sacrosanto, di qualsiasi professione. Nell’era della iper-complessità non puoi riuscire in quasi nulla se non ne sai quasi tutto almeno di qualcosa.

Il mondo è sempre più complicato e si compone di una miriade di sotto-mondi, ciascuno a sua volta infinitamente poliedrico. “Competenza” significa possedere il dominio delle conoscenze, delle tecnicalità e dei saperi pratici indispensabili per orientarsi in un piccolissimo segmento della realtà. Il che comporta pagare un fio: quello di essere tutti abbastanza ignoranti – se non molto, addirittura – in tutto il resto. A questo punto, però, abbiamo un problema.

Se la competenza ha sicuramente senso in ambito scientifico, tecnico, professionale, essa non è altrettanto “significativa” in ambito politico. Soprattutto quando la si richiede, anzi la si pretende persino, non tanto da chi è chiamato a decidere (la classe dirigente eletta), ma da chi è chiamato a scegliere chi decide (la massa dei cittadini elettori).

Nel primo caso ci può stare; diciamo pure che ci “deve” stare. Da un premier o da un ministro è lecito attendersi, ed esigere, quantomeno una infarinatura accettabile sulle materie definite, non a caso, di “sua competenza”. Ma da tutti gli altri? Dai cittadini maggiorenni cui la nostra Costituzione, e quella di qualsiasi altro paese sedicente democratico, conferisce il diritto-dovere di scegliere i propri rappresentanti?

Negli ultimi tempi, da più parti – e, duole dirlo, soprattutto dalla cosiddetta sinistra progressista – si è levato il venticello velenoso di una tentazione: limitare, comprimere, selezionare l’accesso al diritto di elettorato attivo. La famosa “patente per votare”, insomma.

Un tesserino di riconoscimento delle “competenze” politiche individuali destinato a tenere fuori dalle cabine soggetti minus-dotati: chi dice i vecchi, chi dice gli stupidi, chi dice gli ignoranti. E chiunque lo dice non si rende conto di quanto una simile idea puzzi di vero razzismo, in un’epoca in cui vanno via come il pane i razzismi inventati.

Intanto, se davvero dovessimo calibrare il diritto di voto sulle “competenze” di un cittadino, forse nessuno di noi avrebbe più diritto di votare. Non foss’altro perché quasi nessuno (grandi intellettuali e professoroni inclusi) ha un grado di “competenza” sufficiente per comprendere davvero l’immane complessità del termitaio giuridico-istituzionale di cui siamo ospiti. E quand’anche possieda una competenza suprema, questa è sempre iper-specifica e selettiva: ergo, inidonea a funzionare in una logica di insieme.

Altrimenti detto, se il criterio di accesso al voto dovesse essere la “competenza”, allora la democrazia sarebbe spacciata. Ma c’è un altro aspetto interessante da considerare. I nuovi movimenti “dal basso” – dal Fridays for future alle Sardine – si caratterizzano per una straordinaria semplificazione del linguaggio, dei concetti, dei messaggi e per una “incompetenza” talvolta addirittura rivendicata come tratto distintivo.

E sono tutti movimenti accreditati di un altissimo tasso di “democraticità” dalla maggioranza dei media. L’icona del Green new deal è Greta Thunberg, una ragazzina, la quale – se non altro per mere ragioni anagrafiche – non può materialmente avere (quantomeno prima di completare un normale curriculum di studi) la competenza invocata da chi vorrebbe introdurre un esame di stato per accedere ai seggi elettorali.

Eppure nessuno, giustamente, mette in dubbio il diritto di Greta e dei suoi supporter di immaginare un futuro diverso e di impegnarsi affinché la Storia prenda una direzione differente, giusta o sbagliata che sia. La cosa buffa è che quelli pronti a censurare l’esito del referendum sulla Brexit perché determinato da grezzi contadini incompetenti sono gli stessi che poi inneggiano all’abbassamento dell’età del voto a buon pro dei tardo-adolescenti.

E siamo arrivati, dunque, al punto chiave di tutta la faccenda che si chiama “politica”. La politica è l’unico settore della vita in cui il principio di competenza non può trovare cittadinanza. Quantomeno, fintanto che ci muoviamo in una logica democratica. La democrazia o è governo di tutti (e quindi diritto incondizionato di tutti a votare) oppure non è democrazia, ma qualcos’altro. Per vari motivi, la sostanza di questo bene prezioso l’abbiamo già persa da un pezzo. Vediamo di non perderne anche la forma.

Forse è il caso di recuperare il monito del sofista Protagora il quale insegnava che le “tecniche”, da sole, non bastano a garantire una sana e giusta convivenza sociale. Esse abbisognano di quella tecnica di tutte le tecniche che è la politica. Per usare le parole di Abbagnano, la politica è qualcosa di “non ristretto e specialistico, sulla falsariga delle altre tecniche, ma un’arte che riguarda ogni uomo, poiché se non tutti si è agricoltori, medici, calzolai o armatori, tutti si è però uomini della polis e quindi, in qualche modo, politici”.

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