La giustizia è un campo minato per il governo: così l’asse Renzi-Salvini mette nel mirino le riforme e i soldi del Recovery

La giustizia è divisiva. Divide maggioranze e fa cadere i governi. Sarà la giustizia, con tutta probabilità, la prima prova vera dell’esecutivo di Giuseppe Conte dopo la defezione di Italia viva. Il 27 gennaio al Parlamento arriverà la relazione del guardasigilli, Alfonso Bonafede: Camera e Senato dovranno quindi votarla. Per allora o la maggioranza sarà stata messa in sicurezza, o questa volta la coalizione di governo rischia di andare sotto. Dopo l’astensione sul voto di fiducia dei giorni scorsi, infatti, Matteo Renzi intende far votare i suoi parlamentari insieme a quelli di Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Già nell’inverno scorso più volte i renziani votarono col centrodestra in commissione con l’obiettivo di affossare la riforma della prescrizione di Bonafede. E se il 20 maggio del 2020 l’ex leader del Pd aveva alla fine votato la fiducia al guardasigilli – messo sotto accusa dall’opposizione per la gestione delle carceri durante la prima ondata di coronavirus e per lo scontro col pm Nino Di Matteo – questa volta Renzi potrebbe collaborare a costruire un vero e proprio terreno minato per l’esecutivo proprio sulla giustizia. Sempre che senatori e deputati d’Italia viva intendano seguire il loro leader contro la maggioranza di cui fa parte il Pd, partito da cui proviene la maggior parte di loro.

I soldi del Recovery e la giustizia: ce lo chiede l’Europa – I risultati di questa ennesima mano di poker potrebbero essere pericolosi. E non solo per la maggioranza di Conte. Nella sua relazione, infatti, Bonafede ripercorrerà quanto fatto nel 2020, quando al governo c’era pure Italia viva. Ma riassumerà anche le linee guida per il 2021. Vuol dire essenzialmente quanto è contenuto nel Recovery plan, che stanzia quasi 3 miliardi di euro proprio per la giustizia. Soldi che serviranno soprattutto – 2,3 miliardi – per assumere magistrati, cancellieri, dipendenti che fanno parte del personale tecnico. In totale si tratta di 16mila persone che avranno come obiettivo quello di eliminare l’arretrato che grava sui giudici, velocizzando i processi. Soldi che l’esecutivo non vuole spendere nei tribunali per libera scelta. Tutti i Recovery plan dei Paesi Ue, infatti, devono rispettare i rigidi paletti fissati dalla Commissione europea. Regole necessarie per assicurare che i 750 miliardi del Next generation Eu raggiungano gli obiettivi stabiliti da Bruxelles. Ma non si tratta solo di “paletti” generali: ogni Paese è anche tenuto a proporre misure con cui “affrontare efficacemente” i punti deboli rilevati dal Consiglio nelle sue raccomandazioni specifiche pubblicate ogni anno. Per l’Italia la lista è lunga: al primo posto c’è la lentezza della giustizia, soprattutto quella civile. Secondo l’ultima stima del Cepej, la commissione europea per l’efficacia della giustizia del consiglio d’Europa, in alcuni casi i processi più lenti dell’intera Unione sono quelli che si celebrano nei tribunali italiani.

La relazione Bonafede e le riforme – Un voto contrario alla relazione di Bonafede, dunque, paralizzerebbe una parte importante del Recovery. “Sulla riforma della giustizia di Bonafede non pensiamo nulla di buono”, dice Davide Faraone, capogruppo al Senato di Italia viva, confermando la linea dettata dal suo leader. Se i renziani dovessero votare insieme al centrodestra, il rischio di andare sotto per il governo a Palazzo Madama è concreto. Anche perché ha già annunciato di votare No anche Mario Michele Giarrusso, ex senatore grillino ora nel gruppo Misto. “Preannunciano un voto contrario a una relazione che non hanno ancora letto”, si sfogava mercoledì Bonafede, che giovedì invece ha scelto la via del silenzio. Consapevole che al fianco del voto del Parlamento sulla sua relazione, c’è anche un altro potenziale problema: il lavoro delle commissioni di Camera e Seanto sulle riforme del processo penale e civile, del Csm e della tanto discussa prescrizione. Sono le riforme “abilitanti” di sistema, cioè quelle che il governo deve fare per forza se vuole ottenere i fondi del Recovery. Le raccomandazioni della Commissione Ue per il 2019-2020, infatti, per l’ennesima volta chiedevano al nostro Paese un intervento su alcuni aspetti del nostro sistema giudiziario. A cominciare dalla “riduzione della durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio” per proseguire con la “riduzione del carico della sezione tributaria della Cassazione” la “necessità di semplificazione delle procedure“, fino alla “repressione della corruzione“. Vuol dire che per velocizzare iter burocratici e processi non basta assumere personale: bisogna modificare i procedimenti. Insomma: è l’Europa che chiede a Roma la riforma della giustizia come condizione fondamentale per avere i fondi del Recovery.

Commissioni a rischio senza i renziani – È quello che ha fatto il governo durante il 2020, quando della maggioranza facevano parte anche i ministri d’Italia viva, come fanno notare da via Arenula. Complice anche la pandemia, tutti quelle riforme – processo civile e penale, Csm, prescrizione – sono ancora bloccate nelle commissioni di Senato e Camera. Dove senza i renziani la maggioranza rischia di avere qualche problema. A Montecitorio finirebbe 23 a 23, con il regolamento che prevede – in caso di pareggio – la bocciatura di ogni proposta. A Palazzo Madama il risultato sarebbe anche peggiore: 13 a 12 per l’opposizione, col voto del renziano Giuseppe Cucca che sarebbe decisivo. “Attendiamo di leggere la relazione prima di dare un giudizio compiuto”, dice l’esponente di Italia viva. Mario Perantoni, presidente M5s della commissione Giustizia della Camera, avverte: “Le riforme – dice – sono parte integrante del Piano nazionale di resilienza e ripresa, sarebbe un gravissimo errore ostacolarle”.

Un campo minato – Il percorso, infatti, è pieno di mine. Proprio nella commissione presieduta da Perantoni giace il ddl di riforma del processo penale. Al suo interno ha anche la riforma della prescrizione, tema che ha infiammato la maggioranza per mesi. Nel gennaio del 2020, infatti, è entrato in vigore lo stop dopo il primo grado di giudizio varato con la riforma Spazzacorrotti. Una norma osteggiata da Renzi, che avrebbe già voluto far cadere l’esecutivo nell’inverno scorso. Alla fine, dopo una serie di lunghissimi vertici notturni, la maggioranza aveva trovato la quadra con il cosiddetto “lodo Conte“: una mediazione che inseriva due meccanismi diversi della prescrizione a seconda che gli imputati siano stati condannati o assolti alla fine del processo di primo grado. Quella norma è arrivata insieme a tutta la riforma del processo penale sul tavolo della commissione nell’agosto scorso. A dicembre sarebbe scaduto il termine per produrre emendamenti ma i renziani, spalleggiati dall’opposizione, hanno chiesto più tempo. Adesso il nuovo termine è fissato per il primo giorno di febbraio: fino ad allora la riforma è dunque esposta a tentativi di agguato dell’opposizione.

Riforme insabbiate – Ancora più complesso è l’iter della riforma del processo civile, che giace addirittura da un anno sul tavolo della commissione giustizia del Senato, presieduta da Andrea Ostellari della Lega. È per questo motivo che, durante le sue comunicazioni a Palazzo Madama, Conte ha risposto infastidito al capogruppo del Carroccio: “Il senatore Romeo, della Lega, chiedeva dei disegni di legge sulla giustizia: sono alla commissione Giustizia del Senato che è sotto un presidente del suo partito. Cerchiamo tutti di dare un’accelerazione”. Sul tavolo della commissione Affari costituzionali della Camera, invece, c’è la proposta di legge d’iniziativa popolare per la separazione delle carriere in magistratura. Il relatore è Francesco Paolo Sisto di Forza Italia, contraria è ovviamente la maggioranza. Che rischia di diventare minoranza se Italia viva dovesse votare col centrodestra, collaborando a minare tutto il terreno delle riforme giuridiche.

D’altra parte è proprio sulla giustizia che era caduto il governo gialloverde. Nell’estate del 2019 la Lega decise di rompere l’alleanza con i 5 stelle per scongiurare – tra le altre cose – l’entrata in vigore dell’odiata riforma sulla prescrizione. La stessa osteggiata aspramente da Italia viva. Diciassette mesi e una epidemia dopo l’inedito asse Salvini- Renzi può saldarsi per la prima volta. Su che cosa? Sulla giustizia, ovviamente.

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