Libia. Si voleva colpire la vicina caserma, ma a Tajoura è stata mattanza di civili. Ong: “Serve soluzione per i superstiti”

L’attacco della notte di martedì al centro di detenzione di Tajoura, alla periferia di Tripoli, ha colpito solo civili che con lo scontro in atto tra le fazioni libiche in campo non hanno niente a che fare. ‘Danni collaterali’, come vengono tristemente definiti in gergo militare. A quanto pare, il vero obiettivo dell’attacco non era la prigione per migranti poco fuori la capitale, ma la base militare di una delle milizie a sostegno del Governo di Accordo Nazionale guidato, dal 2016, da Fayez al-Sarraj: la milizia di Bugra. A confermarlo è anche lo scomodo precedente di due mesi fa, il 7 maggio, quando alcuni missili piombarono nei pressi del centro di detenzione a sud-est della capitale provocando due feriti. Strage sfiorata allora, mattanza stanotte. 

Sui responsabili del ‘danno collaterale’, la responsabilità diretta del bombardamento è delle truppe legate a Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica e principale avversario di al-Sarraj, che però non agisce mai senza il placet dei suoi alleati regionali, Arabia Saudita ed Egitto in primis. Gli schieramenti in Libia non sono mai stati così a luce del sole. Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, non ha mai nascosto il suo ruolo nella regione, così come, d’altro canto, il leader turco, Recep Tayyip Erdogan, emblema della Fratellanza Musulmana e nemico pubblico numero uno del Cairo, sta intervenendo a favore del Gna. L’Italia, per ora, mantiene il suo appoggio ad al-Sarraj, con la Francia che negli ultimi anni ha giocato su due fronti non opponendosi nettamente al Libyan National Army di Haftar.

Nell’attacco a Tajoura a perdere la vita sono stati, in larga parte, migranti o rifugiati stipati all’interno dell’ex compound gestito da Muammar Gheddafi al tempo della sua leadership. Il numero delle vittime è in crescita rispetto alle prime stime. Al momento dell’attacco, a notte fonda, la struttura ospitava per la precisione 616 persone, oltre ai membri del Dipartimento contro l’immigrazione clandestina (Dcim) e il personale di supporto. I bombardamenti, che hanno colpito il padiglione che ospita gli uomini adulti, hanno messo fuori gioco gran parte della struttura e costretto lo spostamento all’esterno di circa 300 migranti, in attesa che si possano individuare altri centri dove inserirli: “I miei collaboratori sul posto parlano di un bilancio delle vittime purtroppo in progressione – afferma Valeria Fabbroni, Direttore dei programmi di Helpcode, l’ong di Genova da anni attiva nei centri di detenzione libici per dare sostegno ai migranti – Inoltre c’è da capire che fine faranno adesso i superstiti. Oggi sono stati ‘appoggiati’ nella buffer-zone davanti al centro, ma presto sarà necessario trovare una soluzione definitiva per loro. Forse verranno suddivisi e messi in altri centri della città, ma proprio ieri quello di Trik al-Sikka era saturo. Personalmente sono sbigottita e addolorata per quanto accaduto, di quelle persone abbiamo raccolto storie, drammi e speranze e vederle morire così lascia davvero l’amaro in bocca”.

Centri che continuano ad essere chiusi e abbandonati a causa della campagna militare che vede le milizie fedeli ad al-Sarraj difendere l’area tripolina dagli attacchi ostinati del generale Khalifa Haftar. C’era quello di Trik al-Matar, a sud rispetto il centro città, lungo la grande arteria che conduce verso il vecchio aeroporto distrutto nella faida tra milizie nell’ormai lontano 2014. Fino all’anno scorso Trik al-Matar era uno degli otto centri ufficiali gestiti dal Dcim con la supervisione di Ambasciata italiana, Unhcr, Oim e altre organizzazioni che vi operavano. Matar oggi è chiuso, così come era stato chiuso in precedenza quello di Sabratha a causa di problemi di sicurezza.

A rappresentare il momento peggiore, oltre alla recrudescenza dei combattimenti tra i due ‘padroni’ attuali della Libia, sono state le violenze strada per strada tra la fine di agosto e ottobre del 2018, dove alcune strutture sono state abbandonate dai soldati e dagli agenti, con i migranti lasciati a loro stessi tra stenti e paura. Pochi giorni fa, in un centro di detenzione di Zintan, a sud-ovest di Tripoli, sede di una delle milizie più importanti coinvolte nel conflitto interno libico, sono stati rinvenuti i cadaveri di una ventina di migranti ridotti alla fame e alla sete. Onu e Unhcr hanno affermato di non aver avuto accesso ad alcune aree del centro. A Tajoura, intanto, è operativo anche il Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati, altra importante organizzazione non governativa italiana: “È gravissimo che siano stati presi di mira civili, tra l’altro in una condizione di vulnerabilità e detenzione. In queste ore stiamo cercando di fare il possibile per intervenire e dare una mano alle attività di soccorso”, dichiarano gli operatori della ong.

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