Sea Watch, uno dei naufraghi: “Abbiamo detto ‘brava’ alla capitana, ci ha aiutato”. Su Salvini: “Ha ragione, l’Italia è sola”

È stato ridotto in schiavitù in Libia dalla fine del 2017, ha poi tentato la traversata del Mediterraneo e solo sabato, insieme agli ultimi 40 naufraghi a bordo della Sea Watch 3, è riuscito a mettere piede in EuropaKhadim Diop ha 24 anni, viene dal Senegal e ai microfoni di Euronews ha raccontato la sua storia, fino ai momenti concitati dell’entrata in porto a bordo della nave della ong tedesca. “La situazione era difficile – dice -, ma non ci siamo mai buttati giù di morale grazie al capitano. Lei non ha mai mollato, è stata eroica”. Ma dice di capire le difficoltà dell’Italia riguardo ai flussi migratori: gli altri Paesi europei “non dovrebbero lasciarla sola”.

Oggi il giovane senegalese sogna un futuro in Francia, Germania o Olanda, racconta, ma non dimentica ciò che ha passato durante questo suo lungo viaggio dal Paese natale fino alle coste lampedusane. Dice di aver lasciato il Senegal nell’ottobre 2017, ma dopo aver attraversato il Niger i trafficanti lo hanno venduto come schiavo a dei criminali libici nella città di Bani Walid. Per la propria libertà, Khadim avrebbe dovuto pagare 5mila dinari libici, circa 3.200 euro. Un’attesa, quella per racimolare i soldi sufficienti a fuggire, fatta di torture, violenze e scariche elettriche per mano dei suoi aguzzini: “Ti nascondevano in una casa – ricorda il ragazzo -, una casa isolata. Poi ti portavano in una stanza con un telefono e con cavi elettrici ovunque e ti dicevano ‘chiama i tuoi genitori e di’ loro che devono portare i soldi’”.

Solo nel 2018, Khadim è riuscito a raggiungere Tripoli, dove è stato rinchiuso nel centro di detenzione di Tajura, 14 chilometri a est della capitale: “Era brutto – continua il 24enne ricordando i 26 giorni all’interno del centro – Se non lo provi non puoi capire. È una sofferenza totale. Non mangi come dovresti, venivamo nutriti una volta ogni due giorni. L’acqua era sporca e c’erano 300 persone in una sola stanza“. Inoltre, Diop dice che la violenza all’interno del centro era all’ordine del giorno.

Il ragazzo ha provato la traversata verso l’Italia due volte, ma solo a giugno di quest’anno è riuscito a sbarcare definitivamente, grazie all’intervento della Sea Watch 3 che ha soccorso il suo gommone con 53 persone a bordo al largo delle coste nordafricane.

Dalla Libia, il racconto di Khadim si sposta ai giorni a bordo della nave della ong. I momenti più duri, dice, li ha vissuti gli ultimi giorni, quando ormai a gran parte dei migranti stavano venendo meno le forze. “Non c’era più cibo, solo un po’ di couscous ogni tanto – racconta – Molte persone si sono ammalate, non è stato facile”.

Ma a dare loro morale, continua, ha pensato Carola Rackete, il capitano alla guida della Sea Watch 3: “Grazie alla donna, al capitano, abbiamo tutti trovato il coraggio – dice – Perché lei non ha mai mollato, è sempre stata coraggiosa, ci ha sempre incoraggiato. Avevamo tutti paura di essere riportati in Libia, ma lei ci diceva sempre ‘no, non preoccupatevi, non vi riporteranno indietro… Inshallah’. Le abbiamo detto ‘brava’, è una brava persona”.

Diop, però, tenta anche di immedesimarsi nei panni del governo italiano che sta affrontando i flussi di migranti provenienti dalla Libia senza un reale sostegno da parte dell’Unione europea. E spende della parole anche per il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, colui che più di tutti si è opposto allo sbarco della Sea Watch 3 nel porto di Lampedusa: “In qualche modo, anche lui ha ragione – conclude il giovane senegalese – Perché dice… cerca sempre di spiegare che vuole redistribuire (i migranti, ndr). La Germania prende la sua parte, la Francia prende la sua parte, gli altri Paesi prendono la loro parte. Ma non dobbiamo lasciare tutto in mano a un solo Paese“.

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