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Il diritto alle informazioni sullo stato ambientale è una legge europea. Ma molti se ne dimenticano

Le informazioni sullo stato dell’ambiente in cui viviamo non possono essere tenute segrete ma, di regola, devono subito essere fornite a chiunque ne faccia richiesta senza trincerarsi dietro giustificazioni burocratiche e “segreti interni”.

Questo semplice principio di civiltà è valido in tutta l’Unione europea sin dal 2003 (direttiva n. 4) il cui articolo 3 dispone che “gli Stati membri provvedono affinché le autorità pubbliche siano tenute, ai sensi delle disposizioni della presente direttiva, a rendere disponibile l’informazione ambientale detenuta da essi o per loro conto a chiunque ne faccia richiesta, senza che il richiedente debba dichiarare il proprio interesse”.

Eppure ancora oggi, nonostante la legge sia chiarissima, molte pubbliche amministrazioni se ne dimenticano rifiutandosi, spesso, anche di rispondere ai cittadini che chiedono informazioni. E non solo in Italia. Tanto è vero che più volte la questione è stata portata dinanzi alla Corte europea di giustizia la quale, ovviamente, ha sempre ribadito che la legge va applicata senza inventarsi scuse.

L’ultimo caso riguarda la Germania per il diniego di accesso a taluni documenti del Ministero di Stato del Land Baden-Württemberg relativi all’abbattimento di alberi nel parco del castello di Stoccarda, per la realizzazione del progetto di costruzione di infrastrutture e sviluppo urbano “Stuttgart 21”.

In questa occasione, la Corte europea, con una sentenza appena pubblicata (Corte di Giustizia, prima Sezione, 20 gennaio 2021 causa C‑619/19) ha ribadito alcuni principi importanti che vale la pena di sottolineare:

1) Il diritto alle informazioni significa che la divulgazione delle informazioni dovrebbe essere la regola generale e che le autorità pubbliche dovrebbero essere autorizzate ad opporre un rifiuto ad una richiesta di informazioni ambientali solo in taluni casi specifici chiaramente definiti. “Le eccezioni al diritto di accesso dovrebbero essere dunque interpretate restrittivamente in modo da ponderare l’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione con l’interesse tutelato dal rifiuto di divulgare”.

2) La direttiva 2003/4 mira a garantire che ogni richiedente, abbia un diritto di accesso alle informazioni ambientali detenute dalle autorità pubbliche o per conto di queste ultime senza che sia obbligato a far valere un interesse. E quindi l’autorità investita di una domanda di accesso non può esigere che tale richiedente le esponga un interesse particolare che giustifichi la divulgazione dell’informazione ambientale richiesta.

3) Tra i motivi che possono deporre a favore della divulgazione e di cui un’autorità deve comunque tener conto nella ponderazione degli interessi in gioco, figurano una maggior sensibilizzazione alle questioni ambientali, il libero scambio di opinioni, una più efficace partecipazione del pubblico al processo decisionale in materia ambientale e il miglioramento dell’ambiente.

4) Il rispetto di tutti gli obblighi che incombono alle autorità pubbliche in sede di esame di una domanda di accesso alle informazioni ambientali, tra cui, in particolare, la ponderazione degli interessi in gioco, deve essere verificabile per l’interessato e poter essere oggetto di un controllo nell’ambito dei procedimenti di ricorso amministrativo e giurisdizionale previsti a livello nazionale. Pertanto l’autorità pubblica che adotta una decisione di diniego di accesso a informazioni ambientali deve esporre le ragioni per cui ritiene che la divulgazione di siffatte informazioni potrebbe recare concretamente ed effettivamente pregiudizio all’interesse tutelato dalle eccezioni invocate, tenendo ben presente che “il rischio di un siffatto pregiudizio dev’essere ragionevolmente prevedibile e non puramente ipotetico”.

5) L’obbligo di fornire le informazioni riguarda anche le comunicazioni interne nell’ambito di una amministrazione, per le quali il segreto è ammissibile solo nel periodo in cui la tutela è giustificata con riguardo al contenuto di una siffatta comunicazione al fine di consentire uno spazio protetto per proseguire un lavoro di riflessione e condurre dibattiti interni. E, in ogni caso, trattasi di eccezione da valutare in senso restrittivo, per cui può esservi anche una immediata divulgazione parziale.

In questo quadro chiarissimo, vale solo la pena di aggiungere che sin dal 2016 il nostro Consiglio di Stato ha precisato che la generale disciplina in tema di accesso alle informazioni ambientali riguarda tutti gli atti di una procedura amministrativa e non solo le determinazioni conclusive; e, infine, che, ovviamente, resta tuttavia valida la eccezione che riguarda le informazioni e risultanze acquisite nell’ambito di un procedimento penale che sono coperte dal segreto istruttorio. E, tuttavia, va anche ricordato che, non appena viene meno questo segreto, viene meno anche questa eccezione.

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Un Conte ter con Renzi per me non ha senso: per quanto andrebbe avanti?

di Lorenzo Giannotti

Dopo l’inizio della crisi di governo più incomprensibile dell’orbe terracqueo, con centinaia di morti al giorno e un piano vaccinale straordinario da portare avanti, gli italiani, stremati e preoccupati, ne hanno fin sopra i capelli. Vedendo la propria classe dirigente dimenarsi come un’anguilla nelle calde stanze dei palazzi romani, senza sapere per quale motivo l’Italia è l’unico paese al mondo in cui si fa cascare il governo nel bel mezzo di una pandemia.

Ma c’è di più: non solo in Italia cade il governo nell’emergenza più grave dal dopoguerra a oggi, ma potrebbe darsi che dopo due settimana preziose buttate al vento, si ricostituisca un governo con la stessa maggioranza e il medesimo Presidente del Consiglio. Effetto del veto – “Mai più con l’irresponsabile Renzi” – decaduto dopo le consultazioni al Colle di Pd e Movimento 5 Stelle.

Riaprire le porte a colui che ha picconato il governo di cui faceva parte in nome del ponte sullo stretto, al soggetto che per una cascata di soldi liscia il pelo al principe saudita Mohammed bin Salman, le cui autorità secondo Amnesty reprimono “i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione. Hanno vessato, detenuto arbitrariamente e perseguito penalmente decine di persone critiche nei confronti del governo”. Una crisi insensata, che sarebbe risolta in maniera ancor più stupida, financo indegna.

Un errore anche e soprattutto politico: disperdendo quel rimasuglio di credibilità che ancora insiste, stoico, nelle due forze che starebbero per riabbracciare il “Disturbatore d’Italia”, in nome di una responsabilità che non è mai stata cifra distintiva della nostra classe politica. Un Conte ter con dentro Renzi non solo sarebbe incomprensibile alla stragrande maggioranza dei cittadini, ma nascerebbe con i soliti vizi e le medesime problematiche (soprattutto una) che abbiamo visto quotidianamente nel Conte bis: per quanto potrebbe andare avanti?

Allora no, finché siete in tempo fermatevi. Non abbiate paura del voto. Presentatevi davanti agli italiani con un’alleanza chiara, compatta, progressista (insieme anche alla sinistra di Leu e compagni vari) imperniata sul nome di Giuseppe Conte (leader in testa ai sondaggi). L’unico modo per battere questa nostrana destra pericolosa è formare un nuovo bipolarismo, e accompagnare al fine corsa il peggio che la nostra politica abbia mai visto: colui il quale invidia il costo del lavoro dell’Arabia Saudita.

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Banche, anche se la Bce dà l’acqua il cavallo non la beve

Le stanno tentando tutte pur di permettere al sistema bancario di riprendere a finanziare l’economia reale. Ma sembra sempre molto difficile.

Dopo il discutibile quantitative easing, la garanzia statale totale sui finanziamenti previsti da decreto liquidità, le agevolazioni in termini di garanzie offerte da Medio Credito Centrale per operazioni finanziarie direttamente finalizzate all’attività d’impresa, le banche continuano a tenere il freno a mano tirato sulla concessione di finanziamenti. Ma pochi ricordano che la Bce di Mario Draghi nel 2019 è intervenuta a sostegno delle banche con ulteriori due misure, individuate con due acronimi inglesi: il tiering e il dual rate.

Prima di capire cos’è il tiering occorre fare una precisazione sui depositi in eccesso delle banche europee. In generale, ogni istituto di credito del vecchio continente è obbligato a detenere in Bce un certo ammontare di fondi che prendono il nome di riserve obbligatorie minime. Su queste riserve in eccesso le banche oggi pagano un tasso di deposito negativo (oggi a -0,50%). Vi sembrerà strano e vi starete chiedendo: “Ma come è possibile che se do una somma di denaro alla banca centrale, debba anche ripagarla per il fatto che me la detenga?”.

Si tratta, infatti, di un deterrente per le banche affinché, in un periodo in cui la liquidità è aumentata, non trattengano in Bce più riserve del dovuto sottraendole alla più rischiosa attività di impiego, cioè di concedere prestiti.

Ma nonostante il tasso negativo, il rubinetto continuava ad essere chiuso perché la misura erodeva progressivamente gli utili delle banche. E allora è stato introdotto il tiering che non è altro che una soglia di esenzione per le banche dal pagamento del tasso negativo sulla liquidità che hanno depositata presso la banca centrale. Solo quando la loro liquidità supera tale soglia, oggi pari a 6 volte il coefficiente minimo di riserva, sarà applicato sulla parte eccedente il tasso negativo del -0,5% attualmente in vigore.

Il secondo dispositivo, il dual rate, ha invece l’obiettivo di consentire alle banche commerciali di offrire alla clientela condizioni di finanziamento più favorevoli. Anche in questo caso occorre premettere che per le banche commerciali normalmente il margine di interesse, cioè la differenza tra il tasso dei prestiti e quello dei depositi, deve essere maggiore di zero. Ma i tassi negativi della Bce anche sui depositi delle eccedenze di liquidità avevano stravolto questa equazione fondamentale per il conto economico delle banche.

A quale prezzo le banche avrebbero dovuto vendere denaro alle imprese e ai cittadini se pagavano interessi alla Bce sia quando depositavano i loro depositi che quando prendevano a prestito? Sicuramente, e aggiungerei giustamente, ad un tasso più alto rispetto agli standard di mercato.

Allora è arrivato il dual rate con il quale si è deciso di adottare per le banche un tasso d’interesse sui prestiti dalla Bce addirittura inferiore rispetto a quello fissato per i depositi presso lo stesso istituto centrale. A condizione, però, che quei soldi siano dati alla economia reale. Infatti, se le banche che richiedono i prestiti a lungo termine della Bce rispettano determinati requisiti di impiego (prestano soldi), esse si vedranno applicare il tasso di un 1% inferiore rispetto a quello al quale depositano liquidità presso la banca centrale.

Nonostante tutto ciò, tranne qualche eccezione, nell’ambito del sistema bancario non si intravedono significativi segnali di ripresa. Si mette l’acqua ma il cavallo non beve. Un tema da affrontare con urgenza (quanto silenzio in questi mesi) evitando, almeno per una volta, la narrazione delle banche “brutte, sporche e cattive”. Perché la sopravvivenza delle banche è fondamentale per la ripresa del nostro paese. La “bankemia” potrebbe fare più vittime del Covid-19 fino a quando il dottore è più grave dell’ammalato.

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Massoneria, la legge Anselmi non è un vecchio arnese. L’inchiesta di Paola lo conferma

Il protagonismo delle logge massoniche in alcune zone del nostro territorio nazionale è molto forte. Così mi disse tempo fanno un massone pentito Cosimo Virgilio che ha consentito di scoperchiare diverse cupole del malaffare. In una intervista comparsa su Il Fatto Quotidiano, Virgilio raccontò che le logge locali svolgono un fondamentale ruolo di ricomposizione di interessi economici e sociali.

In effetti, sono diverse le inchieste che puntano il dito su presunte logge massoniche: proprio ieri, mercoledì, la Procura di Paola, in provincia di Cosenza, ha messo sotto inchiesta diciotto persone tra Calabria e Basilicata accusandole di aver condizionato gli appalti nella zona dell’alto Tirreno calabrese. I reati contestati sono truffa, turbata libertà degli incanti, corruzione e… violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete e massoniche.

L’indagine, coordinata dal procuratore di Paola, Pierpaolo Bruni, ha visto l’attuazione di numerose perquisizioni durante le quali sembra siano state trovate diversi elementi utili agli inquirenti. Vedremo come proseguirà la faccenda. Intanto, è importante che ci sia uno strumento di legge che, per quanto poco severo e arrugginito, possa essere usato nei tribunali di fronte a gruppi che fanno della segretezza e del vincolo massonico prima ancora che una caratteristica associativa una barriera di opacità verso il resto del mondo e della legalità.

Paradossalmente quella legge non servì a niente contro gli appartenenti alla P2 nonostante venne approvato proprio dopo la scoperta della loggia di Licio Gelli nella quale erano confluiti i vertici dello Stato e gli alti ranghi della Pubblica Amministrazione, i quali se la cavarono in un modo o nell’altro perché uno Stato compromesso non li inchiodò alla loro infedeltà.

Nella scorsa legislatura Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, chiese una riforma della Legge Anselmi per renderla più stringente. Aveva ragione. E’ necessaria che la segretezza sia bandita dalla vita pubblica e che alle cariche istituzionali di ogni livello sia proibito di iscriversi ad associazioni segrete, con o senza grembiulino e compasso.

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Il vinile torna a furoreggiare grazie alla Rete: è il mercato, baby

Da qualche anno il vinile è tornato a furoreggiare. Quantomeno questa è la sensazione degli appassionati di musica. Un’impressione, va detto, viziata dalla vicinanza affettiva con il tema in questione. Cosa intendo? Così come un ipocondriaco fa caso a qualsiasi respiro notandone minime differenze con il precedente, così un appassionato che vive l’ambiente musicale avrà delle sensazioni più solerti su variazioni minime del mercato.

La verità, in Italia, sta nel mezzo: nel primo semestre del 2019 (come comprovato dal report di Fimi) il vinile ha rappresentato il 31% del mercato delle vendite fisiche, che a loro volta hanno rappresentato il 27% del mercato discografico italico. Che è sempre più trainato dallo streaming, che rappresenta il 73% del mercato, ma non ha lo stesso peso nelle tasche degli artisti.

Tornando al vinile, parte del riscontro che sta avendo – anche sulle giovani generazioni, nonché sulla riaccensione della passione tra gli aficionados d’antan – è dovuto alla veicolazione online. Decisamente in linea con i tempi è la disamina di Johnny con il suo canale YouTube Vinilicamente. Forte di una community attiva ed affezionata, l’appassionato toscano – che vive vicino Firenze – promuove la cultura vinilica parlando, come dice in ogni video, di “musica a 360 gradi”. E che sia proprio così è facile riscontrarlo tanto nei filmati del format Dischi in uscita quanto in quelli dedicato ad un altro formato, intitolato I miei vinili.

Chi ama questo supporto non potrà che godere seguendo le numerose disamine su stampe e ristampe (da vedere quella dedicata a Epica Etica Etnica Pathos dei CCCP, con tanto di intervista ad Alessandro Cutolo di Elettroformati, che si è occupato della rimasterizzazione), ma pure gli speciali su cuffie e impianti (molto interessante quello su cosa acquistare a meno di 2000 euro). Johnny non è l’unico a parlare di vinili, intendiamoci, ma lo fa con un’etica del lavoro, con una cultura musicale e con una capacità tecnica notevoli. Lo trovate intervistato anche nel libro di prossima uscita Rocker & Youtuber, acquistabile su Produzioni dal Basso.

Sempre legato al web è il discorso relativo ad un documentario, originario del 2018 ma disponibile da poco su Amazon Prime, e quindi più in vista che in passato. Si intitola Vinilici e contiene decine di testimonianze di addetti ai lavori e musicisti. Tra le più interessanti segnalo quelle di Carlo Verdone, collezionista vero, che narra anche di una pruriginosa storia capitata alla sua copia di Led Zeppelin III. Non mancano l’immarcescibile Red Ronnie (che peraltro proprio sul web, su YouTube, dà seguito alla sua carriera televisiva), Elio e le Storie Tese e Lino Vairetti degli Osanna. Ne esce un racconto del vinile romantico, vivace, intelligente. Si tratta anche di un bel modo per cominciare a capire meglio questo mondo, oltre che per curiosare nella collezione di alcuni collezionisti.

Tornando al discorso sul mercato discografico attuale, ed incrociandolo con quello, molto sentito, del guadagno per l’artista, va da sé che un vinile, venduto ad un prezzo medio di 20 euro, sia foriero di maggiori guadagni sulla singola vendita del prodotto. Partiamo dal presupposto che, togliendo i costi di stampa su qualche centinaio di copie, l’artista intaschi circa 10 euro. Per pareggiare tale cifra con gli streaming su Spotify servono l’equivalente di circa 3100 ascolti. Per pochi, sicuramente non per tutti.

E quando scrivo questo non penso certo a Paul McCartney, Taylor Swift o i Pink Floyd; bensì alle migliaia di band che potrebbero raggiungere qualsiasi cifra – come vogliono far credere tanti guru da anni – ma non lo fanno. Il mercato è questo, prendere o lasciare, baby.

Ps. Lo stesso concetto, con cifre diverse, vale per il cd.

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Conte voltagabbana? No, leader post-ideologico. Ma c’è chi non afferra

Come una nemesi, forte di uno straordinario consenso popolare, la replica alle Camere di Giuseppe Conte si è abbattuta anche sul secondo dei Mattei; entrambi ebbri di se stessi e impiccati al cappio della loro estraniante io-mania.

Ora gli spregiatori del premier, reo di non fornire dritte sottobanco al plutocrate di turno per speculazioni borsistiche su qualche banca veneta (e ogni riferimento alla liaison Renzi-De Benedetti non è puramente casuale), scatenano i loro corifei a mezzo stampa e social per l’ultima mossa di delegittimazione: l’accusa di essere un voltagabbana, avendo presieduto due governi di colorazione differente; giallo-verde e giallo-rosa. Addebito da restare basiti, ascoltandolo da spudorati Fregoli del cambio di casacca. Troppo pretendere che questi assatanati dal miraggio dei miliardi attesi da Bruxelles intuiscano, seppur vagamente, che Conte è un leader post-ideologico? Dunque, estraneo al pensiero unico partitocratico basato su tassonomie politiche ottocentesche, a giustificazione della vera idea dominante nel ceto politico bipartisan: tutelare i propri privilegi di Casta.

Sicché si rivela puramente strumentale imputargli come opportunismo l’aver presieduto prima un governo con la Lega, poi con il Pd.

Il post-ideologico Conte entra in politica come professionista incaricato di mediare tra i due committenti – Salvini e Di Maio – poi inizia a giocare in proprio con la nuova compagine. Ma sempre manifestando estraneità nei confronti del contesto in cui si muove. Forse l’unico tratto riconoscibile di vecchia politica è una certa patina morotea derivata da affinità ambientale, la comune origine pugliese.

In fondo, dopo tanto auspicare il superamento del professionismo in politica (Flores d’Arcais si augura da anni l’apparire del bricoleur, inteso come esempio di saggio dilettantismo nel governo della cosa pubblica), il prepolitico Conte dovrebbe fare al caso nostro. Così come dovrebbe essere apprezzato il tentativo di tenere a bada le voracità dell’establishment e le inerzie di una burocrazia che antepone le procedure al problem solving, attraverso soluzioni a task.

E invece gli asserragliati nel Palazzo si agitano per impastoiare l’homo novus, che mette a repentaglio incistati modelli di pensiero, prima ancora che i loro interessi di bottega, reclamando a gran voce l’arrivo semplificatore dell’uomo della provvidenza; il salvatore della patria, cui affidare il bastone del comando, con l’espressione blasé del banchiere Goldman Sachs Mario Draghi, dietro al quale strisciano un po’ di personaggetti del generone romano. One man show al posto del presunto accentratore Conte!

E queste punture di spillo cominciano a produrre i primi effetti; perché, nei suoi discorsi alle Camere, Conte appariva palesemente stanco. Tanto che tali interventi sono suonati privi di quell’afflato epico, di quella capacità mobilitante che il momento richiederebbe. Tanto che sono apparsi i limiti della novità rappresentata da lui stesso: instancabile mediatore, che riesce a tenere assieme il carro di Tespi del governo, formidabile ambasciatore dell’Italia in quel di Bruxelles. Non un costruttore, un suscitatore di energie collettive in una ritrovata epopea di rinascita. Come l’insipida esperienza degli Stati Generali di luglio e la loro insignificante conclusione hanno sufficientemente dimostrato. Purtroppo.

D’altro canto il nostro è un uomo di legge, non un economista dello sviluppo o un architetto di coalizioni che implementino scenari di specializzazioni competitive. Tutte competenze che non sono nelle corde del Nostro. Magari tenesse di più all’orecchio esperti del nuovo paradigma tecno-economico (Mariana Mazzucato? Fabrizio Barca? Francesca Bria?), magari personaggi poco noti al grande pubblico dei reality quanto coscienti del “che fare” in queste situazioni; piuttosto che furbetti formati alla corte del Grande Fratello. Solo immagine e tatticismi.

Comunque è certamente un gran bene che l’imboscata al premier, sotto forma di crisi parlamentare, sia stata schivata. Seppure non in pompa magna. Così continueremo ad avere alla guida del governo una persona perbene e animata da nobili propositi. Vista la fauna che c’è in giro, qualità da non disprezzare.

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Inauguration Day, la svolta di Biden non basta a cancellare i danni di Trump

Joe Biden non aveva ancora prestato giuramento come 46esimo presidente degli Stati Uniti che s’era già attrezzato per liquidare l’eredità legislativa di Donald Trump: in realtà, poca cosa. A conti fatti, saranno bastati una decina di decreti, varati all’alba di una nuova era della politica statunitense, che assomiglia, nei volti – un po’ invecchiati -, nei toni, nei principi e negli obiettivi, all’America 2009 di Barack Obama. Il vice di allora promosso leader non ha il carisma del primo presidente nero, ma il richiamo all’unità del discorso d’insediamento ne riecheggia le parole.

Più difficile, per Biden, sarà liquidare l’eredità politica del magnate presidente, quel mix di odio, divisione, scorrettezza pubblica e personale, prosopopea e tracotanza di fronte alla legge che Trump ha esibito per tutto il suo mandato, fino all’apoteosi del 6 gennaio, quando incitò i suoi fan a dare l’assalto al Campidoglio, indicando senza prove i brogli come causa della sua sconfitta elettorale.

Nello strascico di risentimenti e frustrazioni lasciato da Trump, Biden, che a 78 anni è il presidente più anziano della storia Usa, ha dovuto rinunciare, per motivi di sicurezza, ad arrivare a Washington in treno da Wilmington, nel Delaware, per rievocare i suoi 36 anni vissuti da ‘senatore pendolare’: è stato il Secret Service a fargli cancellare il ‘viaggio amarcord’, mentre Guardia Nazionale e polizia trasformavano la capitale federale in una città militarizzata. Trump, invece, se ne va letteralmente ‘in fanfara’: tappeto rosso e 21 colpi di cannone alla Andrews Air Base, prima di imbarcarsi per l’ultima volta sull’AirForceOne, destinazione Mar-a-lago, Florida – nella ‘sua’ New York, non ci vuole tornare e non ce lo vogliono.

Prima di lasciare la Casa Bianca senza avere mai incontrato il suo successore, dopo l’Election Day del 3 novembre e senza averne mai riconosciuto la vittoria, ha tracciato, in un messaggio registrato lunedì e diffuso martedì, un bilancio del suo operato: “Abbiamo fatto quello che volevamo fare e molto di più … Abbiamo costruito la più grande economia nella storia del mondo … Sono particolarmente orgoglioso di essere stato il primo presidente da molti decenni a non avere iniziato nuove guerre … Abbiamo realizzato la Operazione ‘Warp speed’ per lo sviluppo e la distribuzione del vaccino , un miracolo medico”.

Mentre Trump va e Biden arriva, l’epidemia da coronavirus è fuori controllo negli Stati Uniti: oggi, all’alba, il numero dei contagi nell’Unione superava i 24.250.000 e quello dei decessi era già oltre 400mila. Il doppio delle 200mila bandierine piantate sul Mall di Washington per ricordare, nell’Inauguration Day, gli americani che non possono assistervi.

Il più ricco e potente Paese al Mondo, con meno del 5% della popolazione mondiale, ha un quarto dei casi mondiali e un quinto delle morti: ieri sera, al loro arrivo a Washington, Biden e la sua vice Kamala Harris hanno reso omaggio alle vittime della pandemia con una fiaccolata intorno allo specchio d’acqua del Lincoln Memorial.

I progetti di Trump per il futuro sono fumosi – e subordinati all’esito del processo d’impeachment intentatogli dopo l’attacco al Congresso da lui innescato e che ha fatto cinque vittime: restare immanente nella politica Usa, ricandidarsi nel 2024, fondare un nuovo partito, il ‘Patriot Party’… Piani che richiedono impegno, costanza, importanti investimenti di tempo e denaro. Il magnate potrebbe disporre, per realizzarli, della squadra vincente di Usa 2016: ha infatti graziato tutti i suoi consiglieri e collaboratori finiti sotto gli strali della giustizia, anche quelli non ancora condannati, come il guru Steve Bannon, raggiunto in extremis – e contro la sua volontà – da un provvedimento di clemenza preventivo.

L’ultima raffica di grazie (73) e condoni (70) ha complessivamente toccato 143 persone, che vanno ad aggiungersi alle decine già sottratte alla giustizia, fra cui – del team 2016 – Paul Manafort, George Papadopoulos, l’amico Roger Stone, il generale Michael Flynn. Nell’ultima ondata, uomini d’affari come il finanziatore dei repubblicani Elliot Broidy, celebrità e socialites, politici e condannati per reati di droga non violenti, anche un cittadino italiano, l’imprenditore fiorentino Tommaso Buti. Non vi figurano, invece, come s’era ipotizzato, familiari del magnate, che ha pure rinunciato ad ‘auto-graziarsi’ – provvedimento probabilmente illegittimo.

Firmando i decreti che annullano alcune delle decisioni più controverse di Trump, Biden intende imprimere una svolta alla lotta alla pandemia e alla crisi economica da essa generata, ma anche rottamare il più presto possibile l’eredità legislativa di quattro anni di trumpismo: via il divieto d’ingresso negli Usa da alcuni Paesi musulmani, via la misura che permette di separare le famiglie degli immigrati dal Messico; ritorno negli accordi di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici e nell’Organizzazione mondiale della Sanità.

Tra le disposizioni sul fronte della lotta alla pandemia, ci sarà l’obbligo di indossare la mascherina nelle proprietà federali e nei movimenti tra Stato e Stato dell’Unione. Finché l’emergenza sanitaria non superata, ci sarà lo stop agli sfratti e lo slittamento dei pagamenti dei prestiti contratti dagli studenti universitari. E, ancora, stop alle esecuzioni federali (che Trump aveva ripristinato, dopo una lunga moratoria) e stop all’oleodotto Keystone, che Obama aveva già bloccato e Trump ri-autorizzato, e revoca del bando dei transgender nell’esercito.

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I complotti sono sintomo di irrazionalità: la democrazia può sopravvivere così?

di Stefano Manganini

Nel suo La Società aperta e i suoi Nemici, Karl Popper sosteneva che le teorie della cospirazione sono il risultato della secolarizzazione religiosa. Il progresso e uno sviluppo basato sul paradigma capitalista hanno ampiamente modificato gli stili di vita tradizionali, lasciando l’essere umano a dover interpretare la realtà senza l’ausilio dei grandi schemi di comprensione del mondo, come appunto la religione.

Ed è proprio in questa mancanza di comprensione del mondo che le teorie cospiratorie trovano terreno fertile per riprodursi, offrendo una comprensione del mondo estremamente semplificata, così illogica da sembrare più logica della complessissima realtà che ci troviamo a vivere.

L’evoluzione della nostra specie è stata costellata di schemi di comprensione quasi fantascientifici per spiegare l’inspiegabile, come il Sole che sorge e tramonta perché trainato da un carro o i fulmini attribuiti alla rabbia di Giove. Abbiamo un bisogno innato di comprendere e quando non ci riusciamo allora necessitiamo di spiegazioni che, seppur fantascientifiche, sembrano spiegare l’inspiegabile a cui stiamo assistendo.

Ed è così che funzionano le teorie cospiratorie. Spiegano in maniera infantile quello che altrimenti andrebbe spiegato con studi, teorie e dimostrazioni. Poco importa che le teorie siano palesemente ridicole, c’è chi ci crederà perché sono immediate e non richiedono alcuno sforzo di ricerca. Sono per natura uno strumento pigro e codardo. Non si tratta solo di idiozie da bar, ma vere e proprie lenti d’analisi della realtà, che sopperiscono alla mancanza di strumenti per interpretare un mondo sempre più complesso.

Uno studio redatto da Proijen e Jostmann dimostra che l’incomprensione del funzionamento di una struttura di potere facilita l’insorgenza di teorie della cospirazione. Più una di queste strutture agisce con riservatezza, più si ha spazio per fantasticare su teorie bizzarre che, troppo spesso, diventano armi nelle mani di politicanti senza scrupoli che ne approfittano per persuadere le fasce di popolazione meno avvezza al pensiero razionale.

Ed è cosi che, nelle mani di tali politicanti, la necessaria riservatezza istituzionale su argomenti sensibili diviene espressione di un “governo criminale” o che agisce con il favore delle tenebre. Poco importa quali siano le prove che sostengono tali accuse o quali siano i motivi di determinata riservatezza, l’importante è che le accuse, seppur vuote, siano urlate a gran voce, così da permettere all’emotività di prendere il sopravvento sulla razionalità.

Ma la questione è ben altra: può sopravvivere una democrazia in queste condizioni di rifiuto della razionalità? Nella tradizione dell’antica Grecia i cittadini dopo essersi documentati con quanta più razionalità possibile erano chiamati ad esprimere il proprio pensiero sulle vicende relative alla polis. Era insomma una democrazia che, per poter funzionare, doveva essere fondata sulla capacità razionale dell’individuo.

Ma se questa capacità razionale viene a mancare, allora può sussistere il concetto di democrazia? Se un cittadino rifiuta di prendersi la briga di documentarsi utilizzando un metodo scientifico, è giusto che costui abbia diritto di partecipare alla vita democratica? O è forse un atto di tradimento poiché contribuisce al fallimento della democrazia stessa? Se la democrazia è una valore sacro allora è giusto difenderla da coloro i quali cercano di deturparla per pigrizia, ignoranza o malafede.

Tuttavia, chi si dovrebbe occupare di definire chi merita di partecipare alla vita democratica? Si tratta di un esercizio pericolosissimo, ma una cosa è chiara: così non si può continuare e i fatti di Capitol Hill ne sono la conferma. Sembra ora che una discussione di questo tipo vada affrontata, perché il pericolo che gli individui razionali si trovino alla mercé degli individui irrazionali sembra divenire di giorno in giorno più pressante.

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Tunisia, dieci anni dopo la rivoluzione la giustizia si fa ancora attendere

Dieci anni dopo la rivoluzione tunisina, i sopravvissuti e le famiglie delle vittime della repressione che segnò l’ultimo mese al potere dell’ex presidente Zine El-Abidine Ben Ali attendono ancora giustizia.

Secondo i dati raccolti dalla Commissione nazionale d’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani, dal 17 dicembre 2010 al 14 gennaio 2011 le forze di sicurezza uccisero 132 manifestanti e ne ferirono almeno 4000.

Dopo la rivoluzione venne adottato un sistema di giustizia transizionale e fu istituita una Commissione per la verità e la dignità. Dall’avvio dei suoi lavori, nel 2016, la Commissione ha raccolto oltre 60.000 testimonianze. Nel 2018 ha trasmesso 12 richieste di rinvio a giudizio che hanno dato luogo a dieci processi di fronte alle sezioni speciali, appositamente create, dei tribunali tunisini.

Nel corso di 23 udienze complessive, spesso con gli imputati assenti dalle aule di giustizia, sono stati ascoltati decine di testimoni e sopravvissuti. Ma, trascorsi dieci anni, in nessun processo si è ancora arrivati alla richiesta di condanne.

Non si tratta di una vicenda del passato. Tra gli imputati vi sono funzionari del ministero dell’Interno ancora in carica che, sopravvissuti alla fine dell’era Ben Ali, continuano a beneficiare dell’impunità sebbene sospettati di torture e uccisioni.

Che non si tratti di una vicenda del passato lo testimonia anche la lotta della famiglia di Marwen Jamli, un ragazzo di 19 anni ucciso a Thala l’8 gennaio 2011. Il padre, Kamel Jamli, ha trascorso gli ultimi 10 anni chiedendo giustizia ai tribunali militari di Kef, Tunisi e Kasserine: “Dobbiamo far sì che nostro figlio non sia morto invano, abbiamo il dovere di combattere per la giustizia in modo che a nessun altro succeda quello che è capitato a lui. Adesso siamo al tribunale di Kasserine, non importa quanto siamo stanchi o quanto diventeremo vecchi. Conosciamo i responsabili della morte di nostro figlio, sappiamo che sono ancora in servizio. Pretendiamo almeno che confessino, dicano la verità ed esprimano rimorso”.

Chiudo con le parole di Mimoun Khadraoui, il cui fratello Abdel Basset venne ucciso dalla polizia a Tunisi il 13 gennaio 2011: “Le persone che più hanno creduto alla giustizia transizionale sono le famiglie dei martiri della rivoluzione. La prova è che dopo 10 anni siamo ancora qui. Siamo stanchi e frustrati ma non ci arrendiamo. Non si tratta solo del diritto della nostra famiglia alla giustizia o della storia di mio fratello, ma del diritto del popolo tunisino alla verità e alla giustizia”.

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Customer experience, in un settore in rapido cambiamento è questo a fare la differenza

Centri silenziosi, vie della moda deserte, centri commerciali vuoti, negozi che abbassano le saracinesche. Uno scenario che fino a qualche anno fa sembrava impossibile immaginarsi ma che oggi, dopo il knock out delle chiusure forzate per effetto della pandemia, è realtà! La causa, però non è solo il Covid! Il virus ha solo avuto l’effetto di accelerare un processo di consapevolezza.

Il settore della vendita al dettaglio è totalmente cambiato e, come in ogni altro settore, chi non si adatta è destinato al fallimento. Perché in un mondo in cui uno shop viene scelto basandosi su un giudizio osservato sino all’ultima virgola vi è la necessità di rendersi conto che ciò che differenzia un rivenditore da un altro è la customer experience, cioè l’esperienza complessiva che i clienti vivono durante tutta la loro relazione con l’azienda.

I vecchi concetti di marketing, assorbiti solo teoricamente dagli imprenditori, ribadiscono che la strada da percorrere è quella di essere la fonte per risolvere il problema dei clienti o di regalare un’emozione piacevole o ancora di aver rettificato una ingiustizia. Ma dalla teoria alla pratica c’è di mezzo l’organizzazione della cassetta degli attrezzi dell’imprenditore che presenta una enorme lacuna: non si raccolgono ed elaborano i dati dei clienti (anche potenziali).

I dati dei clienti, infatti, sono l’elemento essenziale per migliorare la customer experience. Non solo dati anagrafici o relativi agli acquisti già effettuati ma è necessario conoscere anche le connessioni emotive (ad esempio quella relativa alla coda per entrare nel negozio), le risposte ai desideri più reconditi (ad esempio il processo di restituzione dell’oggetto acquistato), per la vendita al dettaglio del futuro.

Immaginiamo un concessionario automobilistico che vende auto personalizzabili in tutto. Le infinite opzioni del colore, della finitura, delle motorizzazioni, dei servizi integrati, ecc. portano il consumatore a pensare e ripensare sin quando sceglierà l’opzione più semplice: non comprare affatto.

Ancora una volta chi ha, invece, la possibilità di utilizzare i dati potrà restringere il campo delle opzioni per offrire un prodotto mirato al singolo e convincere i consumatori della necessità di dover vivere quel tipo di esperienza e prima ancora di educarli sui benefici di quella esperienza. E poi, dopo l’acquisto, capire se quel tipo di esperienza lo ha soddisfatto!

Ciò che il consumatore desidera è che tu anticipi le sue esigenze in un modo che non può articolare da solo. Pertanto, il rivenditore di domani potrebbe avere meno articoli e maggiore attenzione al cliente. E questo potrebbe essere un vantaggio, perché meno prodotti da supportare significa un budget inferiore.

In sintesi la customer experience inizia molto prima che il cliente metta piede all’interno del negozio e finisce molto dopo. Non dimentichiamo che, negli ultimi 10 anni, ci sono stati tre fondamentali cambiamenti di contesto che spesso gli imprenditori fanno fatica a considerare.

Innanzitutto bisogna fare i conti con il forte incremento della comunicazione. Siti di recensioni come TrustPilot e TripAdvisor rendono certo che ogni qualvolta qualcuno parla di una brutta esperienze, le persone si allontanano sempre più anche da ciò che gli viene consigliato da amici e parenti.

In secondo luogo occorre tener presente l’aumento del numero di canali. L’immediatezza del mobile può fare la fortuna o distruggere, ad esempio, un film nel momento in cui viene proiettato per la prima volta, semplicemente attraverso i commenti scritti persino mentre si è seduti in sala per la visione;

Infine è sicuramente aumentata la percezione delle aspettative. Siti come Amazon dimostrano come dovrebbe essere realizzato un servizio al consumatore ed i clienti sono meno disposti che mai a sopportare un servizio scadente. Un dato, quindi, è certo: i consumatori di domani non continueranno a fare shopping negli stessi rivenditori d’oggi. Ma gli imprenditori, soprattutto i piccoli, non vogliono accettarlo.

Nei processi di riorganizzazione di imprese del settore della grande distribuzione che mi sono trovato ad interfacciare in questi ultimi anni ho riscontrato, quasi sistematicamente, che i rivenditori di oggi non sanno chi sono i loro clienti o, quando li riconoscono, sanno solo una piccola parte di loro che è ancora peggio visto che, in tal modo, non si riesce a capire quali sono i loro desideri reali, di avere, insomma, il quadro completo.

In conclusione, ciò che il cliente si aspetta e desidera sta cambiando rapidamente. I migliori rivenditori di domani saranno, almeno un po’, come i migliori rivenditori del lontano passato. Venderanno un chiaro vantaggio, in un modo divertente, che risolve una situazione riconosciuta dal cliente. E lo faranno ovunque il cliente desideri fare acquisti, sia che si tratti di un centro commerciale che di uno store virtuale. Il domani è qui, è tempo di iniziare però.

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