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Alluvioni, più di cent’anni fa il nubifragio di Cetara. E oggi, come ieri, la storia si ripete

Tutta la Campania era stata battuta da un violento nubifragio, che aveva prodotto enormi colate detritiche. Poiché in principio era sembrato che il disastro avesse colpito solo l’isola di Ischia, il telegrafo di una caserma della Guardia di Finanza aveva avvertito con molto ritardo il presidente del Consiglio: una catastrofe ben peggiore di quanto valutato sul momento!

All’inviato del Corriere della Sera il segretario comunale di Cetara aveva detto: “Il disastro è immane, spaventoso e terribile. Il fiume che attraversa il nostro sventurato paese, ingrossatosi nella notte sotto la furia dell’uragano, ha travolto tutte le case dalla parte alta del paese. Non possiamo precisare il numero delle vittime”.

Questa non è la cronaca del disastro che ha colpito la costiera amalfitana il 20 dicembre 2019, ma il racconto della catastrofe che sconvolse la costiera nell’ottobre del 1910. Venticinque morti a Maiori, mentre se ne contavano più di cento a Cetara, “una tomba che non renderà più i suoi morti” come scrisse l’inviato Guelfo Civinini sul Corriere della Sera. Con la Croce Rossa e i militari arrivarono anche i fotografi della rivista più importante e moderna dell’epoca, L’Illustrazione Italiana.

Fu la prima alluvione documentata da fotografie diffuse dai media. Le foto mostrarono le strade del paese ricoperte dal fango e le case distrutte dalle colate detritiche innescate dal nubifragio, provocando una forte emozione in tutta la nazione. Non era stata ancora inventata la pellicola e le riprese richiedevano una lunga esposizione, giacché gli scatti erano impressi su lastre ortocromatiche che non riproducono bene le diverse tonalità di grigio.

A proposito dell’alluvione nella costiera amalfitana del 1954, Indro Montanelli scrisse sul Corriere della Sera che “forse qui (nella bellezza naturale di questa costa) l’origine della tragedia. Gente che vive 360 su 365 giorni dell’anno in un simile scenario non è invogliata a prevedere i disastri; e, quando il disastro arriva, ne è colta fatalmente alla sprovvista”. Sembra di leggere il copione di un cine-panettone. Ignaro che non c’è luogo al mondo dove le bombe d’acqua hanno fatto tante vittime e tanti danni come in quella magica costiera, Montanelli non ha neppure fatto a tempo a ingoiare un nuovo sintagma: bombe d’acqua.

Manlio Casaburi, giornalista salernitano che scriveva su Il giornale della Provincia, riuscì a intrufolarsi nel codazzo del sovrano in visita pastorale. Scrisse: “Il Re, con passo svelto, tra Sua Eccellenza Sacchi e il Prefetto, comincia a salire verso la parte alta del paese, soffermandosi spessissimo a guardare i crepacci e le spaccature dei palazzi […] Guarda con evidente impressione il terribile disastro e, poiché vede che l’altezza del materiale che ha seppellito Cetara raggiunge il secondo piano dei palazzi, rivolgendosi al Prefetto, gli domanda: ‘Ma è ghiaia questa?’ E il prefetto: ‘Sì, tutta ghiaia, Maestà’. Al suo ritorno a Roma, sconvolto da quello spettacolo di distruzione, Vittorio Emanuele mise subito a disposizione del Presidente del Consiglio dei Ministri cinquantamila lire per gli aiuti e la ricostruzione”.

Il Corriere della Sera del 24 ottobre 2010 diede ampio risalto alla notizia, aggiungendo nell’occhiello: “Il Papa invia cinquemila lire a favore delle vittime”. Tra Chiesa e Stato non c’era ancora stato il disgelo finale dei Patti Lateranensi. Ma, questa volta, il Pontefice si era astenuto dall’invocare il castigo di Dio, come aveva fatto in occasione dell’alluvione romana del dicembre 1870.

Pochi giorni fa ho pubblicato una raccolta di scritti e dialoghi in tema di Disastri, una edizione aggiornata a tutto il 2019. Anno in cui le notizie sui disastri alluvionali si sono avvicendate a cadenza quasi giornaliera nei cinque continenti. Nel dialogo iniziale che si svolge tra un folletto e uno gnomo, di palese ispirazione leopardiana, il folletto risponde allo gnomo in merito alla questione della responsabilità.

Gnomo: Finalmente qualche idea sensata, ma solo un’idea, un bimbo mai nato, nevvero?
Folletto: Tutti costoro si sono comportati come i personaggi di una poesia di Charles Osgood sulla responsabilità. Più o meno, racconta la storia di quattro persone: Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno. C’era un lavoro importante da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece. Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ciascuno avrebbe potuto fare.

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Salerno, perché noi di Italia Nostra non ci arrendiamo sull’ecomostro Crescent

Dopo dieci anni di battaglie giudiziarie che hanno visto Italia Nostra e il Comitato No Crescent presentare circa 30 esposti, dieci ricorsi al Tar, tre ricorsi al Consiglio di Stato (compreso l’attuale) e un processo penale di primo grado finito con l’assoluzione degli imputati e la bocciatura dell’impianto accusatorio che aveva esaminato l’iter della realizzazione sul lungomare di Salerno del complesso immobiliare del Crescent, il 23 dicembre si è saputo che la Procura della Repubblica di Salerno ha richiesto il rinvio a giudizio di 12 imputati a vario titolo tra dirigenti, funzionari del Comune di Salerno rappresentanti di imprese esecutrici e direttori dei lavori dell’opera pubblica/privata.

L’udienza preliminare è stata fissata per il 22 gennaio 2020 dinanzi al Gup del Tribunale di Salerno, dott.ssa G. Pacifico, e l’inchiesta questa volta sembra concentrarsi sull’aspetto idrogeologico e le preoccupazioni espresse dal consulente nominato dalla Procura sulla deviazione del torrente Fusandola.

Italia Nostra ha inoltre depositato al Consiglio di Stato un articolato ricorso in appello che ha, fra l’altro, formulato specifica richiesta di risarcimento dei danni paesaggistico-ambientali per circa 400 milioni di euro a carico delle Istituzioni competenti e dei privati costruttori. Con questo atto, l’associazione fa appello contro la sentenza del Tar che ha respinto la richiesta di annullamento degli atti autorizzativi del Crescent e di tutte le opere di urbanizzazione realizzate grazie ad un Piano Urbanistico Attuativo che ha completamente stravolto e cementificato l’area del Lungomare e della spiaggia di Santa Teresa. Al vaglio del giudice amministrativo questa volta non tanto gli aspetti paesaggistici ma, soprattutto, quelli riguardanti il disastro ambientale avvenuto.

Il Crescent, per chi non avesse seguito la vicenda, è un edificio lungo 300 metri circa, alto quasi 30 metri, realizzato con utilizzo di oltre 150.000 metri cubi di calcestruzzo, comprendente anche una piazza sul lungomare di circa 30mila metri quadrati.

Doveva essere il fiore all’occhiello della sindacatura De Luca e infatti venne incaricato l’archistar Ricardo Bofill di disegnare un edificio a mezzaluna affacciato su una nuova piazza sul lungomare, replicando un modello che era già stato utilizzato sul fronte del porto di Savona.

Da quanto emerge dal nuovo rinvio a giudizio della Procura della Repubblica, questa volta viene contestata la mancata autorizzazione da parte della Regione Campania – Ufficio del Genio Civile di Salerno (ente competente sul demanio delle acque) a deviare con un gomito di 60° e a tombare la parte terminale del torrente Fusandola, che nell’alluvione catastrofica del 1954 causò la morte di più di 100 persone. In altri termini sono stati contestati i gravi reati di cui agli articoli 450, 632 e 633 del codice penale, ovvero pericolo di inondazione, disastro colposo e deviazione di acque e modificazione dello stato dei luoghi.

Infatti, secondo l’esperto della Procura, la tombatura in uno scatolone di cemento della sezione di 5,50m x 1,55m “presenta anche una traversa con soglia tracimabile dell’altezza di circa 90 cm che, riducendo la sezione dell’alveo, funge da ostacolo al deflusso delle acque e, soprattutto, del materiale trasportato dalla corrente”. Inoltre, nella progettazione e realizzazione dell’opera non viene affrontato il problema dell’insabbiamento della foce dovuto al trasporto della sabbia litoranea.

L’associazione e il comitato ricordano che secondo quanto stabilito dalla legge in vigore (il Regio Decreto 523/1904) sono assolutamente vietate opere che possano “alterare lo stato, la forma, le dimensioni e la resistenza degli argini” e che la tombatura “in caso di notevoli precipitazioni atmosferiche […] può provocare l’arresto del flusso a causa di tronchi d’albero, detriti e altri oggetti trasportati dalla corrente che non riescono a superare un tratto della galleria”.

Il moltiplicarsi di piogge torrenziali (e il passato fine settimana ne è un esempio) preoccupano, soprattutto quando ad ogni esondazione corrispondono solo le giaculatorie di amministratori locali che si stracciano le vesti invocando lo stato di emergenza, senza però mettere in atto una seria politica della prevenzione dal rischio idrogeologico. Quello che sembra elementare buonsenso non dovrebbe essere oggetto di lunghe battaglie legali, ma sentire comune e pianificazione urbana responsabile e sostenibile.

Accanto alla gravissima questione del rischio idrogeologico, c’è anche la constatazione dell’arretratezza culturale della nostra classe dirigente, che vede nell’asservimento alla filiera delle tre C – cave, cementifici e costruzioni – la chiave del nostro sviluppo economico e sociale. Evidentemente, De Luca considera il mattone speculativo – settore da sempre facilmente infiltrabile dalle mafie – la cifra qualificante la propria azione di governo, tanto da voler essere sepolto al Crescent, accanto a un ecomostro.

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Sardine, il rischio è proporre un programma reazionario

Sono passati ormai molti giorni dalla manifestazione delle Sardine a piazza San Giovanni e si può provare a ragionare, con gli strumenti concettuali della filosofia, su un movimento che, piaccia o no, rappresenta una grande novità nel panorama politico italiano.

San Giovanni era piena. E piena era l’agorà di tante altre città: ma cosa sta accadendo davvero (dopo anni di passività) nelle piazze d’Italia che improvvisamente si riempiono di cittadini attivi protagonisti della vita politica? Provo a capirlo con l’aiuto di un classico della filosofia: Critica della ragione dialettica.

Il testo di Jean Paul Sartre è illuminante. I cittadini che manifestano nelle piazze d’Italia con questo strano simbolo ittico, prima di essere movimento/gruppo erano, per usare le parole della Critica, “una pluralità di solitudini irrelate”.

Non spaventi il linguaggio. La riflessione di Sartre si fa gradualmente lucida e chiara: il movimento è l’uscita dalla serialità-inerte, in nome della responsabilità, di un pericolo comune (in Italia: la destra, Matteo Salvini), di un bisogno: “il gruppo si costituisce per l’oggetto comune che determina la sua praxis” (Cr, II, p.16).

È un punto importante. Nella fase aurorale – scrive Sartre – il movimento è inarrestabile, i cittadini ritrovano la capacità d’agire “secondo un fine”, di farsi protagonisti della storia: “la parola d’ordine non è obbedisci! Chi mai obbedirebbe?” (Cr, II, p. 42). Nessuno ordina e nessuno esegue, “tutti sono nello stesso tempo sovrani e gregari” (è accaduto a Roma: “Va ripensato il decreto sicurezza”, dice Mattia Santori. Dalla piazza lo correggono: “Non ripensare, abrogare”; e lui subito si adegua: “Sì, abrogare”).

Santori, “leader e gregario” insieme: “la reciprocità è mediata dal movimento”. Sartre parla di “gruppo in fusione”. La compattezza del movimento è data dal suo essere in atto: persone che s’identificano in piazza, tra loro, gruppo che si dà parole d’ordine aggreganti quali “non violenza, solidarietà, partecipazione, antifascismo, Costituzione.”

Poi, certo, occorre specificare e sorgono i problemi: “La violenza verbale sia equiparata a quella fisica”, legge Santori dal podio: è una tesi che “non resisterebbe – dice Barbara Spinelli – al giudizio di nessuna Corte internazionale, europea o nazionale”. È così. Ma al di là dei contenuti, molte sono le difficoltà che le Sardine hanno di fronte: “la tensione rivoluzionaria non dura in eterno”. Ecco una verità, presente nella Critica, con la quale il movimento dovrà fare i conti.

Insomma, le Sardine sono nate in Emilia in vista delle elezioni. E dopo? “Cade l’evidenza del telos comune – scrive Sartre – e il gruppo-movimento si dissolve”, o, se riesce, prova a salvare se stesso. Come? Il gruppo nato per un fine si proporrà come fine: il movimento si trasformerà in istituzione. L’alternativa e la dispersione. E l’irrilevanza.

Dall’assemblea romana le Sardine dicono: “niente liste elettorali”. Per quanto tempo ancora potranno affermarlo senza perdersi? I Girotondi (di Flores d’Arcais e Moretti) non si trasformarono in istituzione e finirono nel nulla. I 5 Stelle fecero un altro percorso, ma adesso inevitabilmente divengono (è cronaca di questi giorni) partito-istituzione con “18 dirigenti-facilitatori”. Il conflitto, direbbe Sartre, è tra libertà e necessità.

Tema delicato conciliare la libertà individuale (per esempio il diritto dell’onorevole Gianluigi Paragone di contestare il movimento) con la necessità, il rispetto delle regole, che l’organizzazione impone. Dice Sartre: l’organizzazione vede nei soggetti liberi da una parte il proprio strumento di esistenza, dall’altra un problema per la sua unità. Problema complesso. Ma non eludibile.

Istituzionalizzare il movimento attraverso una segreteria politica è per i 5 Stelle necessario ma rischioso (vale anche per le Sardine): l’esito dipende dai protagonisti. Se “istituzionalizzare la sovranità” (Cr, pp. 250-257) significherà soltanto aumentare la disciplina, il controllo, l’autorità, è la fine: in ciascuno prevarrà la paura “che il gruppo si dissolva, e che il gruppo lo dissolva”.
Sembra il destino dei “gruppi in fusione”: divenire strutture alienanti. È una costante della Storia.

Sartre la indica. Muoversi all’interno di essa, senza perdersi, dipende dalla capacità di leadership di chi coordina i movimenti e, naturalmente, dai contenuti proposti: quelli indicati dalle Sardine a San Giovanni lasciano perplessi per i motivi indicati nel lucido testo di Spinelli.

Dura è la strada dei movimenti. Devono:

1. istituzionalizzarsi per non disperdersi;
2. conservare il pathos e i valori delle origini;
3. riflettere di più sui contenuti (“La violenza verbale sia equiparata a quella fisica”. Candida ingenuità: chi decide sulla “violenza verbale” – dice Spinelli; è in pericolo la libertà d’informazione).

Ecco, bisogna ragionare di più quando si dà vita a un grande (e giusto) movimento come le Sardine. Studiare. Per evitare errori grossolani: “Il velo islamico può essere simbolo di libertà?” (Flores d’Arcais). Il rischio è proporre – nonostante le buone intenzioni – un programma reazionario.

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In politica la competenza non ha cittadinanza

Parliamo di uno dei miti assoluti della contemporaneità: la competenza. La competenza è un pre-requisito necessario, anzi sacrosanto, di qualsiasi professione. Nell’era della iper-complessità non puoi riuscire in quasi nulla se non ne sai quasi tutto almeno di qualcosa.

Il mondo è sempre più complicato e si compone di una miriade di sotto-mondi, ciascuno a sua volta infinitamente poliedrico. “Competenza” significa possedere il dominio delle conoscenze, delle tecnicalità e dei saperi pratici indispensabili per orientarsi in un piccolissimo segmento della realtà. Il che comporta pagare un fio: quello di essere tutti abbastanza ignoranti – se non molto, addirittura – in tutto il resto. A questo punto, però, abbiamo un problema.

Se la competenza ha sicuramente senso in ambito scientifico, tecnico, professionale, essa non è altrettanto “significativa” in ambito politico. Soprattutto quando la si richiede, anzi la si pretende persino, non tanto da chi è chiamato a decidere (la classe dirigente eletta), ma da chi è chiamato a scegliere chi decide (la massa dei cittadini elettori).

Nel primo caso ci può stare; diciamo pure che ci “deve” stare. Da un premier o da un ministro è lecito attendersi, ed esigere, quantomeno una infarinatura accettabile sulle materie definite, non a caso, di “sua competenza”. Ma da tutti gli altri? Dai cittadini maggiorenni cui la nostra Costituzione, e quella di qualsiasi altro paese sedicente democratico, conferisce il diritto-dovere di scegliere i propri rappresentanti?

Negli ultimi tempi, da più parti – e, duole dirlo, soprattutto dalla cosiddetta sinistra progressista – si è levato il venticello velenoso di una tentazione: limitare, comprimere, selezionare l’accesso al diritto di elettorato attivo. La famosa “patente per votare”, insomma.

Un tesserino di riconoscimento delle “competenze” politiche individuali destinato a tenere fuori dalle cabine soggetti minus-dotati: chi dice i vecchi, chi dice gli stupidi, chi dice gli ignoranti. E chiunque lo dice non si rende conto di quanto una simile idea puzzi di vero razzismo, in un’epoca in cui vanno via come il pane i razzismi inventati.

Intanto, se davvero dovessimo calibrare il diritto di voto sulle “competenze” di un cittadino, forse nessuno di noi avrebbe più diritto di votare. Non foss’altro perché quasi nessuno (grandi intellettuali e professoroni inclusi) ha un grado di “competenza” sufficiente per comprendere davvero l’immane complessità del termitaio giuridico-istituzionale di cui siamo ospiti. E quand’anche possieda una competenza suprema, questa è sempre iper-specifica e selettiva: ergo, inidonea a funzionare in una logica di insieme.

Altrimenti detto, se il criterio di accesso al voto dovesse essere la “competenza”, allora la democrazia sarebbe spacciata. Ma c’è un altro aspetto interessante da considerare. I nuovi movimenti “dal basso” – dal Fridays for future alle Sardine – si caratterizzano per una straordinaria semplificazione del linguaggio, dei concetti, dei messaggi e per una “incompetenza” talvolta addirittura rivendicata come tratto distintivo.

E sono tutti movimenti accreditati di un altissimo tasso di “democraticità” dalla maggioranza dei media. L’icona del Green new deal è Greta Thunberg, una ragazzina, la quale – se non altro per mere ragioni anagrafiche – non può materialmente avere (quantomeno prima di completare un normale curriculum di studi) la competenza invocata da chi vorrebbe introdurre un esame di stato per accedere ai seggi elettorali.

Eppure nessuno, giustamente, mette in dubbio il diritto di Greta e dei suoi supporter di immaginare un futuro diverso e di impegnarsi affinché la Storia prenda una direzione differente, giusta o sbagliata che sia. La cosa buffa è che quelli pronti a censurare l’esito del referendum sulla Brexit perché determinato da grezzi contadini incompetenti sono gli stessi che poi inneggiano all’abbassamento dell’età del voto a buon pro dei tardo-adolescenti.

E siamo arrivati, dunque, al punto chiave di tutta la faccenda che si chiama “politica”. La politica è l’unico settore della vita in cui il principio di competenza non può trovare cittadinanza. Quantomeno, fintanto che ci muoviamo in una logica democratica. La democrazia o è governo di tutti (e quindi diritto incondizionato di tutti a votare) oppure non è democrazia, ma qualcos’altro. Per vari motivi, la sostanza di questo bene prezioso l’abbiamo già persa da un pezzo. Vediamo di non perderne anche la forma.

Forse è il caso di recuperare il monito del sofista Protagora il quale insegnava che le “tecniche”, da sole, non bastano a garantire una sana e giusta convivenza sociale. Esse abbisognano di quella tecnica di tutte le tecniche che è la politica. Per usare le parole di Abbagnano, la politica è qualcosa di “non ristretto e specialistico, sulla falsariga delle altre tecniche, ma un’arte che riguarda ogni uomo, poiché se non tutti si è agricoltori, medici, calzolai o armatori, tutti si è però uomini della polis e quindi, in qualche modo, politici”.

www.francescocarraro.com

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Disabili, altro che manovra record! Gli ‘interventi per 1,3 miliardi’ annunciati sul Blog delle Stelle si scontrano con la realtà dei numeri

Chissà se il padre fondatore del Movimento cinque stelle, Beppe Grillo, ha letto il comunicato sfavillante gioia comparso sul Blog delle Stelle riguardante il piano record di finanziamento sulle disabilità presente in manovra finanziaria.

Se ha dato un’occhiata fugace al titolo avrà senz’altro pensato, finalmente soddisfatto del governo giallorosso, che le cose stanno mettendosi bene perfino per i disabili nel nostro Paese. Un impegno di spesa dedicato nella manovra di bilancio di oltre 1,3 miliardi destinati ai disabili sarebbe una svolta.

Sarebbe, appunto. Se si prova a leggere il comunicato trionfante dei pentastellati e l’articolo 40 della legge finanziaria in questione il sorriso si trasforma ben presto in una amara delusione. Facendo due conti, come saprebbero fare in molti senza essere esperti di bilancio dello Stato, il governo Conte 2 impiegherà per il 2020 circa 90 milioni in più rispetto ai precedenti governi.

Altro che manovra record! Qui si tratta di capire se il costo di un cappuccino e un cornetto al giorno stanziato per 3 milioni di persone disabili si possa definire un piano record o una pessima figura. A questo punto sono fiducioso che Beppe Grillo, sorpreso, alzerà il telefono e, con la sua voce possente, richiamerà a una maggiore attenzione gli estensori del comunicato scritto sul blog del partito che ha ispirato e fondato.

Come è possibile, si sarà chiesto o si sta chiedendo, che i miei ragazzi abbiano imparato l’arte della bugia così presto e bene? Come è potuto accadere che, come i cittadini italiani si aspettavano da un movimento destinato a raccontare i fatti e non a nascondere le incapacità dei politici, si possano confondere numeri, dati e impegni di spesa in un modo così grossolano e fuorviante?

Purtroppo il miliardo e 300 milioni – di cui si parla come di una conquista di civiltà e di attenzione a chi fa fatica a vivere tutti i giorni 24 ore al giorno – non esiste e non esisterà mai. Rimane il solito inadeguato fondo della non autosufficienza finanziato con circa 621 milioni per il 2020 con una variazione esigua rispetto agli ultimi anni: poco più di 16 euro al mese per ogni disabile grave non autosufficiente.

In questi anni di apparenti grandi stravolgimenti della geografia politica italiana, la costante sembra essere rappresentata dalla perdurante ipocrita demagogia di chi governa. È molto triste, ma è un fatto incontrovertibile.

La differenza con il passato è che prima chi non faceva almeno non diceva il contrario. Per i disabili, perché è di milioni di persone deboli che stiamo parlando, purtroppo non cambierà nulla. Per quelli che si fermeranno alla lettura dei titoli di testa si. Che pena.

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Non è che le Sardine faranno la fine della sinistra inglese?

Come si dice sardine in inglese? Trovarlo non è molto difficile grazie ai vocabolari, anche online. Ecco speriamo che nelle prossime ore ci sia un boom di ricerche. Perché non vorrei ritrovarmi, come si ritrova la sinistra inglese ad osservare il curioso comportamento degli elettori. Se li chiami basket of miserables come per la Clinton o gli dai del cervello da lucertole, come Laurie Penny sul New Statesman dopo il referendum, è abbastanza difficile che ti votino.

Se dopo tre anni di campagna continua a negare il risultato di un voto popolare, con tante imponenti manifestazioni di remainers per le strade di Londra, con il continuo strombazzare in favore di un secondo referendum perché la gente non aveva capito bene cosa stava votando nel primo, se ti ritrovi con l’acidità di stomaco di Paul Mason – “è la vittoria dei vecchi sui giovani, dei razzisti sulla gente di colore, dell’isolazionismo sul pianeta” – invece di chiederti come sei riuscito a forgiare una così vasta coalizione a te contraria, ecco che tocca ricorrere all’aforisma wildiano sul meglio sembrare stupidi tacendo che dimostrare di esserlo parlando.

Come, in nome di dio, si può pretendere di rappresentare il popolo se lo si disprezza, e se se ne disprezzano le decisioni? Non era bastato l’esempio greco, l’eclissi di Tsipras? Era così difficile dire “bene, il popolo vuole la Brexit: diamogliela e governiamola da sinistra”?

Tra l’altro questa era la posizione originaria di Corbyn; ma tanta è stata la resistenza dei laburisti filoeuropei – basta leggere la collezione del Guardian – che alla fine per il Labour non esisteva che una posizione lose-lose. O perdevi i voti dei tuoi remainers o dei tuoi leavers, senza aver la minima possibilità di intercettare un voto “moderato” dei remainers conservatori che ben sanno che i loro interessi di classe sono assicurati da un Johnson che sia dentro, fuori o a mezz’aria.

Ma non è questo il punto. Il popolo può non avere ragione, può avere perfino torto. Puoi opporti. Puoi spiegare le tue ragioni. Puoi tranquillamente perdere. Non lo puoi disprezzare. Se non riesci a capire che noi e voi si sommano in un noi più grande allora il risultato sarà noi e loro. E loro sono normalmente la maggioranza. Per questo mi trattengo dall’entusiasmo per l’ennesimo movimento che parta dal preconcetto che noi siamo quelli ben educati. La vita non è ben educata, specie quella di chi ha meno. È quasi sempre una commedia scritta da un idiota piena di strepito e rabbia. Ma checché ne dica Macbeth, significa molto. Ah, si dice sardines, oppure pilchards.

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Elezioni Regno Unito, hanno vinto le balle: essere bene informati ormai non conta più

Hanno vinto le balle: inutile segnalarle, confrontarle con i fatti, indicarne le contraddizioni, esporre la realtà. Fatica inutile. Neppure l’articolo 656 del Codice penale italiano, che punisce il reato di “pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico”, di cui ha scritto sul Fatto Quotidiano Giovanni Valentini, potrebbe rivelarsi utile.

Il punto è che il diritto di essere informati correttamente pare non interessare agli elettori italiani, né agli americani né ai britannici, come dimostrato ieri con chiarezza indiscutibile dai risultati delle elezioni nel Regno Unito.

Un elettore deluso, preoccupato, impoverito, disperato cerca un colpevole, un capro espiatorio e la strada più veloce per recuperare le posizioni perdute. Non trovandola nella realtà, che è complicata e non è rosea, comincia a sognare e a cercarla altrove, anche nelle fantasie, se trova qualcuno abbastanza cinico da inventarsene di semplici e risolutive, spacciate per uovo di Colombo e ripetute ovunque in campagne elettorali permanenti.

Ha scritto William Davies sul Guardian che nel Regno Unito si sta assistendo ad una specie di “berlusconificazione” della vita pubblica, dove le distinzioni fra politica, media e affari hanno perso ogni credibilità a favore della nascita di un unico centro di potere in cui i protagonisti si spostano disinvoltamente da un campo all’altro, interpretando ruoli diversi, un giorno politici, un altro giornalisti, il tutto a scapito dell’indipendenza e della competenza. È sempre utile, ma non più indispensabile, possedere e controllare giornali, riviste, reti tv: il nuovo ecosistema dell’informazione, grazie a Facebook e Twitter, ha dato origine ad un nuovo tipo di figura pubblica che non appartiene a nessuna delle vecchie categorie ma che, per conquistarsi il consenso, può essere contemporaneamente un attore, un intrattenitore, un politico e un giornalista.

Vince chi mente nel modo più convincente, chi non si vergogna di ingannare il prossimo e, se contestato, rilancia con la “faccia di tolla” più seducente, dichiarando di volere quello che il popolo vuole, un popolo ormai acritico e riplasmato da chi sostiene di essere dalla sua parte.

A questo punto si può ancora considerare un paradosso la domanda di Brecht nella poesia scritta dopo la rivolta del 17 giugno 1953 in Germania Est? Il segretario dell’Unione degli scrittori aveva fatto distribuire dei volantini spiegando che il popolo aveva perso la fiducia del governo e avrebbe potuto riconquistarsela solo lavorando ancora più duramente. “In quel caso non sarebbe stato più semplice per il governo sciogliere il popolo ed eleggerne un altro?” chiedeva Brecht. Ecco: ormai ci siamo arrivati.

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Open banking, è in corso una rivoluzione di cui pochi parlano. E tutto sarà nelle mani dei clienti

Da qualche mese è in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo del banking e pochi ne parlano. Un vero e proprio stravolgimento nel nostro modo di intendere e “vivere” la banca.

Dal 14 settembre 2019 è, infatti, diventata operativa la nuova direttiva europea sui servizi di pagamento, anche detta Psd2 (Payment Services Directive 2) con cui si concretizza il concetto di open banking che avrà un impatto sconvolgente sulla nostra vita quotidiana e sul modo in cui gestiamo i nostri soldi.

Un passaggio fondamentale per creare condizioni di parità e un ambiente bancario più democratico, per aumentare la concorrenza e l’innovazione nel mercato tra gli Stati membri, per rafforzare la protezione dei consumatori e migliorare la sicurezza dei pagamenti su internet e l’accesso al conto. E non è solo teoria.

Cercherò di spiegarlo con parole semplici e per tale motivo ne ho parlato con Marie Johansson, Country manager Italia di Tink, la piattaforma svedese di open banking che è arrivata da poco nel nostro paese con una dotazione di oltre 33 milioni di clienti finali in tutta Italia. Praticamente i dati finanziari di metà della popolazione tricolore sono ora gestiti da Tink. L’open banking è una condivisione dei dati tra i diversi attori dell’ecosistema bancario, naturalmente autorizzata dai clienti.

Per esempio, oggi se hai due conti in due banche diverse devi esaminarli e gestirli separatamente perché i due sistemi sono incompatibili. Non si leggono. Grazie all’open Banking un operatore come Tink sarà in grado di aggregare e gestire i dati (ad esempio le carte di credito) su un’unica dashboard. Non solo, ma vengono anche messi a disposizione strumenti che analizzano il comportamento di spesa, trovano offerte competitive per i servizi e permettono di spostare denaro da un conto all’altro con un clic.

Come cliente potrai avere una idea esatta della tua economia senza passare per password, chiavette e lunghe telefonate con snervanti operatori di call center. Pensiamo per un attimo all’odissea che vive un cittadino che vuole richiedere un finanziamento: documenti, attestati, dichiarazioni, quintali di carte per dimostrare la sua affidabilità.

L’open banking permette di superare tutto ciò perché consente di fornire queste informazioni in maniera digitale offrendo, per esempio, ai finanziatori un accesso una tantum a 12 mesi di movimentazioni bancarie. Un metodo più sicuro e più preciso che potrà fornire anche informazioni più “sottili” sulle entrate e sulle spese. Ci dirà se non hai lavorato per alcuni mesi o se sei stato all’estero per un lungo periodo. Oppure se la tua dichiarazione dei redditi è veritiera.

Per gli operatori finanziari invece il vantaggio sta nel fatto che possono finalmente avere un’idea chiara di ciò che serve al proprio cliente e quindi produrre offerte mirate o comunque più vantaggiose. La direttiva, in sintesi, porta trasparenza nel campo della concorrenza.

Ma chi ne approfitta? Chi coglie il vantaggio competitivo derivante dalla nuova normativa? Perché la vera essenza del cambiamento non sta nelle piattaforme di open banking, nello strumento, quanto piuttosto negli attori che governeranno questi processi.

Perché oltre agli attori classici, le banche tradizionali per intenderci, la direttiva europea ha stabilito che queste informazioni complete possono essere trasmesse anche a soggetti terzi (fin-tech, operatori e-commerce e start up) che possono così entrare nel mercato finanziario superando le “pesantezze” della burocrazia e dell’infrastruttura tipica delle banche tradizionali, e creare nuovi prodotti e servizi moderni orientati alle esigenze dei clienti.

E, udite udite, i nuovi players (Google, Yahoo, Amazon, ecc…) non hanno bisogno delle autorizzazioni delle banche tradizionali per accedere ai loro dati. Per ottenere questo accesso è necessario essere un soggetto accreditato ed ottenere solo l’ok del singolo consumatore-cliente per interrogare i suoi dati.

I dati forniti devono essere veritieri e trasparenti, non possono essere filtrati dai singoli istituti di credito. Sono obbligati a fornire dati “puliti” che, attraverso poi l’intelligenza artificiale e il machine learning, possono offrire ulteriori spunti di analisi ed essere restituiti al consumatore finale sotto forma di informazioni semplificate.

Secondo quanto riferitomi da Marie Johansson, in Italia le banche vedono in generale l’open banking come un’opportunità. Basti pensare che da una loro ultima indagine risulta che 4 banche su 5 ritengono che il settore stia subendo una trasformazione significativa (ma davvero?) e il 57% delle stesse avverte una vera e propria urgenza (ma va là?) nel vedere introdotti nuovi servizi basati sull’open banking.

Ma mentre loro avvertono solo l’urgenza ma sono lenti a reagire e a ragionare “diverso”, c’è chi, lo abbiamo visto, è molto più smart nelle decisioni e vince! Tra poco tutto sarà nelle mani del consumatore. Prima si entrava in una banca ed eri obbligato ad acquistare in quel santuario ogni servizio, ma da ieri la situazione è differente perché attraverso soluzioni innovative volte ad una customer experience vera è possibile paragonare i servizi offerti da tutti gli attori in campo e confrontare soprattutto le diverse offerte.

Come diceva Bill Gates nel 1990,“Il banking è necessario, le banche no”. Trenta anni fa sembrava una follia, oggi è realtà.

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Elezioni Regno Unito: non amo le idee di Boris Johnson, ma la sua vittoria è un bene per tutti

Personalmente, da allievo indipendente di Marx e di Gramsci, non amo Boris Johnson il liberista thatcheriano. Se fossimo nel quadro dello Stato sovrano nazionale pre-1989, lo riterrei anzi un nemico da combattere, contrapponendo al suo sovranismo liberista un sovranismo socialdemocratico.

Eppure, nel quadro dei reali rapporti di forza esistenti, ritengo sia un bene che Johnson abbia vinto. Con lui, ha vinto il partito del Brexit. E che, a sua volta, abbia vinto il partito del Brexit è un bene, dacché è 1. condizione di recupero della sovranità nazionale come base per risocializzare l’economia e 2. splendido esempio per tutti i popoli d’Europa, nonché prova del fatto che la Ue non è irreversibile.

Se, anziché urlare e ridurre tutto a slogan, si pensasse pacatamente, allora apparirebbe chiaro un punto incontrovertibile: ossia che la riconquista della sovranità nazionale è la base necessaria per la ripresa del conflitto di classe biunivoco e per la risocializzazione dell’economia.

Per questo, il Brexit, sia pure attuato da un liberista come Johnson, è un bene. Lo Stato sovrano nazionale può essere democratico e socialista: l’economia globalizzata e senza sovranità nazionali non potrà mai esserlo. Per questo, la lotta di classe in Europa è oggi anzitutto lotta contro l’Unione europea.

Le sinistre fucsia non lo capiscono, o fingono di non capirlo, e si arroccano nell’antifascismo di maniera, per nascondere la propria perdita di identità, nonché la propria connivenza con il sistema dell’apartheid globale detto capitalismo.

La fine della Ue è condizione necessaria, sia pure non sufficiente, per tornare a una possibile politica democratica e socialista, dove cioè lo Stato governi il mercato in nome della comunità e dei suoi obiettivi interessi.

L’idea delle sinistre fucsia di una global democracy senza sovranità nazionali è un puro non sequitur degno della più utopica delle anime belle: come può esservi il socialismo democratico se manca la sua condizione di attuazione, ossia la possibilità per lo Stato di intervenire nell’economia? Il liberismo cosmopolitica mira esattamente a quello: a desovranizzare l’economia, per impedire interventi politici e per garantire la lex neocannibalica del più forte.

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Scrivere è il modo migliore per capire (e cambiare) il proprio mondo

La psicoterapia aiuta ad affrontare molteplici problemi, disturbi e difficoltà personali. Attraverso il colloquio e altri strumenti, gli psicoterapeuti cercano di innescare il cambiamento. Uno strumento molto utilizzato nella terapie psicologiche è la scrittura.

Nei compiti a casa, gli homework, il paziente deve svolgere una serie di esercizi che amplificano il lavoro fatto durante la seduta. In particolare, gli esercizi di autosservazione e la trascrizione dell’autosservazione stessa costituiscono l’asse portante di molte psicoterapie di stampo cognitivista e cognitivo comportamentale.

È riconosciuto da più parti che la scrittura ha un ruolo importante nel favorire uno stato di equilibrio nell’individuo. Per sua natura, la mente umana cerca costantemente di comprendere quello che le accade. Siamo ossessionati da un’esperienza negativa proprio per il costante tentativo di comprenderla. Il modo migliore per farlo è trasformarla in parole. Al contrario il non farlo porta più facilmente a pensarci in continuazione, con un dispendio di energie mentali non impiegabili in altri progetti (Pennebaker e Joshua).

Con l’invenzione della scrittura qualche migliaio di anni fa, i segni perdono il rapporto con le cose per legarsi ai suoni e il linguaggio comincia a essere visualizzato. Con la visualizzazione avviene la separazione tra conoscente e conosciuto, tra la persona che pensa e il prodotto del suo pensiero.

Lo spazio tra chi parla e quello che dice permette la crescita di un sé, di un senso di identità. Se prima dell’alfabeto e della scrittura il problema principale era quello di immagazzinare e gestire l’informazione, con la scrittura il problema principale diventa quello di comprenderne il significato perché quello che una persona scrive rimane scritto, indipendentemente dalla persona stessa. Con il problema del significato nasce una sorta di condivisione comune.

Il linguaggio introduce la capacità di strutturare l’esperienza in sequenze, cioè di costruire un racconto con il susseguirsi di fenomeni, di sequenziare. La concatenazione ordinata di fatti diventa cronologica e il tempo diventa un fattore causale dello svolgersi delle cose. Ogni passaggio determina il successivo e si crea una distinzione tra il mondo interno e il mondo esterno.

Lo spazio del Sé, che si crea con la scrittura, permette lo sviluppo di un linguaggio mentale in grado di articolare il mondo interno, mondo che però è sprovvisto di descrizione: diventa necessario dare un nome a emozioni, sensazioni, attitudini, interessi, metterli in relazione tra loro e costruire categorie concettuali astratte, adatte a ogni epoca (Guidano).

In conclusione, lo scrivere in generale favorisce la presa di distanza dai propri pensieri e sentimenti, la ricostruzione di sequenze in ordine cronologico e con queste la causalità del tempo nell’accadere delle cose. Tutti elementi centrali nel percorso del cambiamento personale.

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