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Immunità e varianti, due domande cruciali sul Covid-19

Quando e come finirà la pandemia di Covid-19 attualmente in corso? Le epidemie finiscono quando la popolazione raggiunge un certo livello di immunità a causa del vaccino o del contagio. Non è facile stimare esattamente il livello di immunità di popolazione necessario, perché alcuni fattori che concorrono a determinarlo non sono noti con certezza: ad esempio quanto sia ampia la variabilità genetica nella suscettibilità al contagio. Ciononostante la stima più o meno accettata nella comunità scientifica è che per fermare l’epidemia sia necessaria l’immunizzazione di almeno il 60% della popolazione.

Nel corso dell’epidemia sono stati sollevati dei dubbi sull’effettiva validità di questo tipo di stime per due ragioni: che l’immunità ottenuta attraverso la malattia o il vaccino sia di durata e intensità insufficiente a prevenire le reinfezioni (rare reinfezioni sono state documentate); e che le possibili mutazioni del virus possano rendere inutile l’immunità acquisita.

Entrambe questi possibili problemi sono stati però sopravvalutati, nel clima di panico generalizzato che si è diffuso intorno al Covid-19, quasi che questa fosse la prima o la peggiore pandemia che l’uomo ha affrontato nella sua storia. E’ stato praticamente dimenticato che l’influenza spagnola del 1918 ha registrato una letalità compresa tra il 5 e il 10%, dieci volte superiore a quella del Covid-19, o che la letalità del vaiolo ha oscillato in diverse epidemie tra il 2% e il 40%, o che il morbillo in popolazioni non immuni ha registrato letalità e mortalità fino al 25%, come accadde ad esempio nell’epidemia delle isole Fiji del 1875.

Due studi molto recenti danno indicazioni importanti. Il primo, pubblicato sulla rivista Science pochi giorni fa, misura la durata dell’immunità in malati guariti fino ad 8 mesi fa (ed essendo il Covid-19 una malattia di insorgenza recentissima è difficile andare più indietro nel tempo) e conferma che una valida immunità persiste per tutto il tempo considerato senza affievolirsi.

Gli autori non si sono limitati a studiare il calo nel tempo degli anticorpi specifici, già osservato e documentato, ma hanno misurato la persistenza nel tempo delle cellule della memoria immunitaria, i linfociti B e T specifici per il Covid-19, ed hanno dimostrato che le componenti della difesa immunitaria hanno variazioni temporali diverse e che i linfociti B specifici per il Covid-19 addirittura aumentano anziché diminuire nell’intervallo di tempo considerato.

Questo comportamento del nostro sistema immunitario non è inatteso: è invece più o meno comune nelle sue linee generali per qualsiasi malattia infettiva. Ad esempio nella pandemia di influenza del 2009 la letalità fu bassa perché gli anziani erano scarsamente colpiti dalla malattia e fu possibile dimostrare che questa selettività era dovuta all’immunizzazione da loro conseguita nel corso di epidemie influenzali precedenti, avvenute fino al 1960: la memoria immunitaria aveva resistito per oltre cinquant’anni!

Questa osservazione ci porta alla seconda domanda: in quale misura le mutazioni del virus possano vanificare o aggirare la memoria immunitaria. E’ ben noto che le epidemie annuali di influenza si verificano a causa delle mutazioni virali: ogni anno il ceppo virale prevalente è diverso da quello dell’anno precedente, contro il quale gran parte della popolazione si è immunizzata. Ciononostante, il virus influenzale dell’anno in corso e quello degli anni precedenti non sono così completamente diversi da vanificare completamente l’immunità di popolazione come accadde nel 2009, e si stima che in media in ogni epidemia annuale di influenza sia parzialmente immune più della metà della popolazione.

Uno studio attualmente in fase di pre-pubblicazione analizza le varianti genetiche del Covid-19 finora emerse e suggerisce che anche per questo virus si verifichi lo stesso fenomeno: ovvero la maggioranza delle varianti virali continua ad essere riconosciuta dagli stessi anticorpi e soltanto per una delle varianti finora emerse si osserva una riduzione molto significativa dell’immunizzazione.

In ultima analisi queste pubblicazioni confermano che la pandemia in corso si comporta come tutte le pandemie del passato, ed ha anzi una letalità inferiore a molte di quelle (attualmente stimata intorno allo 0,7% dei casi, con grande variabilità in relazione all’età media della popolazione colpita). La gravità della pandemia è data dalla novità del virus, a causa della quale l’intera popolazione è potenzialmente suscettibile, fatta salva la variabilità genetica nella risposta all’infezione. Gli anziani, che nel caso delle epidemie causate da virus già noti sono spesso parzialmente protetti, risultano completamente suscettibili al Covid-19 e quindi particolarmente a rischio a causa della ridotta riserva funzionale dei loro organi, fisiologica per l’età.

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L’ultima offensiva di Trump parla chiaro: servono politici con idee chiare e moralità, non venditori

di Roberto Severoni

Per poter giudicare i recentissimi fatti americani, secondo me occorre capire che tipo di persona sia Donald Trump e quali siano le sue capacità e i suoi difetti, che si possono desumere dalle scelte personali ed imprenditoriali passate.

Nonostante il velo che Donald ha alzato sul suo passato, sappiamo che ha gestito tre grosse attività: una legata all’edilizia, principio delle fortune del padre ereditate in seguito da lui, un’altra relativa alle scommesse in Borsa e l’ultima riguardante le fortune e la popolarità che ha accumulato durante lo show televisivo condotto per 14 anni.

È molto probabile che le prime due attività abbiano avuto alterne vicende finanziarie, soprattutto siano state gestite in maniera spregiudicata, al limite della truffa. Questo direbbe molto delle scelte personali di Donald. Il successo vero e certificato da tutti è quello conseguito con la televisione dove, oltre ad avere una presenza scenica notevole, ha dimostrato una indubbia capacità di venditore di se stesso e delle sue attività. Questa è la sua dote migliore che, insieme alla popolarità acquisita, ha reso possibile la scalata alla Casa Bianca con numeri mai visti nel primo e nel tentativo di ottenere il secondo mandato.

Sono tre le sfide che Trump ha dovuto affrontare durante il suo mandato, mettendo alla prova la sua capacità di scelta e di decisione: l’attuazione delle sue idee politiche che ne hanno decretato il successo elettorale, la risposta alle varie accuse di brogli e la gestione della pandemia. In una escalation di scelte, che lo hanno portato ad essere sempre più solo dal punto di vista politico e sempre più impopolare presso l’elettorato, si è evidenziato sempre più il suo carattere narcisista maligno, testimoniato da tweet, conferenze stampa e interviste che ne hanno sottolineato il carattere privo di empatia, manifestato tramite bugie, sottovalutazione e negazione dei rischi, disinteresse verso gli altri: insomma, un manipolatore infido e inaffidabile.

In un crescendo emotivo, culminato con la sconfitta elettorale, ha arringato l’ultimo manipolo di discepoli devoti e fedeli nell’invasione della Casa Bianca, azione politica gravissima condotta dai negazionisti. In questo ultimo colpo di coda si può condensare la sua incapacità di prendere decisioni politiche “giuste” in quanto prima ha compattato l’opinione pubblica, i democratici, i repubblicani e persino il vicepresidente a schierarsi contro di lui e poi si è giocato la possibilità di ripresentarsi in futuro e chissà cos’altro. Poteva ripresentarsi in futuro con notevoli chances, ma il suo carattere ha avuto la meglio sulla sua razionalità.

Puntualizzando che il sistema democratico, guidato da un signore che ha notevoli problemi emotivi, è riuscito a tenere salda la sua struttura, la riflessione è che in politica occorra un capitano dalle idee chiare, dai nervi saldi e da una sana moralità e non un venditore, orientato solamente al merchandising del voto ma privo della preparazione e della capacità di gestire la Cosa Pubblica.

Quando si tratterà di scegliere un rappresentante, occorrerà dargli fiducia non solo per quello che dice, ma soprattutto per i suoi comportamenti che svelano quello che è in realtà. Gli statunitensi sapevano già che tipo fosse Donald, ma hanno dato fiducia alle sue parole sottovalutando la sua personalità contraddittoria. A chi sarà attribuita la responsabilità della morte delle cinque persone coinvolte nella sommossa di Capitol Hill?

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Disabilità, ancora fondi distribuiti senza alcun criterio. Perché meravigliarsi?

Il modo migliore per non affrontare un problema è fingere di occuparsene. Da una attenta lettura dei provvedimenti riguardanti la disabilità contenuti nella legge n.178 di bilancio del 30 dicembre 2021 questa suggestiva impressione sembra concretizzarsi in una triste realtà.

La volenterosa presa in carico dei diversi temi, dalla scuola alle tutele per i lavoratori fino ai fondi ad hoc previsti, non può assolutamente fugare il sospetto che “tanto rumore per nulla” (o per pochissimo) rappresenta forse il giudizio più efficace.

In realtà per fugare ogni riserva in chi legge, bisogna fare innanzitutto un riferimento alla cosiddetta “situazione di contesto” che la pandemia da Covid-19 ha determinato, con la possibilità di trasformare finalmente la politica delle “mance” alla disabilità in un sistema integrato di sostegno reale.

La deroga al Patto di stabilità con la possibilità di dare inizio a manovre e scelte di sostegno reale all’universo degli oltre 4 milioni disabili italiani rappresentava forse un’occasione unica per il nostro Paese. Indispensabile innanzitutto per riequilibrare l’indecente squilibrio dei sistemi di servizio sociale che dal Nord al Sud vedono finanziamenti superiori fino a 7 volte pro capite.

Ancora una volta, purtroppo, si è scelto di continuare con il sistema dei fondi distribuiti in modo da riempire caselle e di non rispondere ai bisogni dei disabili non autosufficienti e delle loro famiglie. Alzheimer, autismo, associazioni (!), qualche milione di euro distribuito senza alcun criterio che non sia quello di accontentare qualcuno o, il che è molto peggio, far finta di accontentare tutti.

L’arcano è presto svelato quando si entra nel merito delle questioni che riguardano i disabili, mi riferisco alla tutela che i genitori, cosiddetti caregivers, di un disabile adulto non autosufficiente dovrebbero avere.

Il tema, lo sottolineo, è rinviato di legislatura in legislatura al governo che verrà. Ogni tanto si decide di allocare qualche milione di euro per un argomento che dovrebbe riservarne qualche miliardo e si va avanti così. Niente tutele per i genitori che assistono 24 ore al giorno un figlio non autosufficiente al 100% ma solo promesse di impegni che verranno. Di legislatura in legislatura. Da oltre 20 anni.

In realtà il governo più di sinistra della storia della Repubblica italiana introduce nella suddetta legge di bilancio ( art. 1, commi 365-366 ) una norma che introduce per i prossimi tre anni e fino al tetto massimo di 5 milioni di euro un contributo massimo di 500 euro per le madri disoccupate e monoreddito con figli con disabilità superiore al 60%. Avete letto bene: al massimo 500 euro al mese, senza limite di reddito, riservati a chi per prima suonerà il pulsante, escludendo padri o sorelle disoccupate.

Perché meravigliarsi, in fondo è molto più facile regalare una mancia al cameriere che lavora al nero che creare un sistema di tutele che gli garantiscano un lavoro ed una vita dignitosa. Per i disabili e le loro famiglie in Italia continuerà ad essere così. Evidentemente è questa la classe politica che meritiamo.

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Se il M5s vuole ancora cambiare le cose, deve schierarsi con chi ha la forza per farlo

di Giuliano Checchi

Al di là di tutte le opinioni sul suo operato, il Presidente Giuseppe Conte ha rivelato doti e capacità che nessuno aveva previsto. E che gli stanno giustamente fruttando un largo consenso, nonostante il tenace impegno della stampa e dei media, a dipingerlo prima come una marionetta, e poi (di volta in volta in base alle convenienze) o come un dittatore autocrate, o come un eterno immobilista indeciso.

Oltre alla competenza, ha dimostrato grande abilità di mediazione, buone doti comunicative, capacità di leadership e forza nelle trattative. Cose tutt’altro che scontate, che hanno restituito di lui la giusta immagine di leader forte, serio ed equilibrato. Perché allora, a tutta la politica politicante, non parrebbe vero di spodestarlo? Non tanto per le capacità appena descritte, ma per quella che è la sua vera forza. La sua indipendenza da partiti e cordate di potere, che gli permette di agire in autonomia, con nessun altro vincolo al di fuori di quelli istituzionali e legislativi.

Non ha bisogno né della politica, né dei suoi finanziatori, perché ha un lavoro e una carriera a cui tornare; per cui, può agire con coerenza e trasparenza, senza dover sottostare a giochi di palazzo e logiche strategiche. Detta in quattro parole: è una persona capace, non manovrabile da nessuno, e che non accetta maneggi e giochini. Una persona, che sarebbe davvero capace di “cambiare le cose”.

E questo non solo è un problema per i suoi oppositori, ma può essere dura da digerire perfino per la sua stessa maggioranza. Perché la politica, e coloro che della politica si servono e la finanziano, dei maneggi e dei giochini hanno bisogno. Pertanto, la quasi totalità dei partiti, ha sempre cercato e continuerà a cercare di affossare Conte.
Finora, “virtù e fortuna” l’hanno salvato, ma per quanto ancora?

Il M5s, nonostante i guai in cui si dibatte, resta l’unica forza politica estranea alle logiche di potere e di spartizione; ed è ovvio che, in caso di un governo cosiddetto di “larghe intese”, ne sarebbe l’unico escluso. Nessuno può dire come finirà l’attuale crisi di governo; certo è, che se Conte vuol continuare a mettere le sue capacità al servizio del paese, non ce la può fare da solo, perché ha troppi nemici.

E se il M5S vuole continuare a portare avanti il suo programma e la sua visione di cambiamento, e soprattutto restare una forza con cui fare i conti, ha bisogno di recuperare consenso. Se da una parte però Conte cadrebbe comunque in piedi, perché male che gli vada tornerebbe alla carriera accademica, il M5S rischierebbe invece di indebolirsi fino a sparire. Cosa deve fare quindi, almeno nell’immediato?

Sostenere Conte, senza se e senza ma. Restare saldi sul “O questo governo va avanti, o si va al voto. Tertium non datur”. Non si perdano in intrighi di corridoio, e soprattutto non si pieghino di un millimetro alle bizze di Matteo Renzi. Il M5S vuole ancora cambiare le cose? Si metta dalla parte di chi ha le capacità e la forza per farlo.

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Milan-Juve, i rossoneri hanno perso la battaglia ma non la guerra

Da ragazzino tenevo in una scatola delle scarpe una lavagnetta, un gesso bianco e una spugnetta. Mi servivano per i pronostici di ogni vigilia calcistica del Milan, la squadra per cui tifavo. Scrivevo i risultati ed esponevo la lavagnetta sulla scrivania. Se li sbagliavo, li cancellavo. Poi riflettevo con mio fratello (interista) sulla bellezza del calcio. Entrambi discutevamo sul perché fosse così appassionante e alla fine capimmo che lo era proprio per la fragilità dei suoi pronostici. C’era sempre la possibilità della sorpresa. Il successo di Davide su Golia. L’impresa dell’ultima che per una volta si è sentita prima. Insomma, era l’incertezza dei risultati a far crescere l’interesse, domenica dopo domenica, via via che la classifica della serie A si definiva e le squadre più forti si contendevano il primato.

Poi, arrivava sempre il momento della verità. Le partite che non offrivano solo un risultato ma anche una sentenza: che ti facevano capire se c’erano più certezze che speranze, oppure se bisognava rassegnarsi. Le partite-chiave del campionato. Quelle che scremavano la classifica. O che la ricompattavano. Quelle che trasformavano i pronostici in una sorta di auspicio. Realismo contro illusione. Le previsioni del cuore, più che della ragione. In fondo, mi dicevo, il gioco del calcio non è soltanto un gioco, è una cosa seria…

A prescindere dal posto occupato in classifica dalle squadre, per me (e mio fratello e i compagni di scuola) vigeva una gerarchia imprescindibile:

1) il derby stracittadino Milan-Inter;

2) Milan-Juventus;

3) Inter-Juventus che Gianni Brera battezzò faziosamente “derby d’Italia”, fingendo di non sapere che quel titolo lo meritava invece la sfida Milan-Juventus, perché metteva una contro l’altra le due squadre più titolate, con la maggiore tradizione calcistica italiana. La vera “classica” opponeva il Diavolo e la Madama. La prima volta che in campionato Milan e Juve si incontrarono fu quasi 120 anni fa, il 28 aprile 1901. Si giocò a Milano. Finì 3 a 2 per il Milan.

L’ultima si è consumata poche ore fa, in una serata dell’Epifania 2021 molestata da freddo e tanta umidità, triste y solitaria per colpa della pandemia, dentro San Siro. Spalti deserti. All’ombra dei tamponi che hanno escluso due giocatori milanisti e due juventini. Ma quelli del Milan assai più cruciali, perché già sostituti dei titolari infortunati. Oggettivamente, uno scontro impari: i rossoneri in piena emergenza, i bianconeri con una panchina gremita di campioni, una rosa ampia e rassicurante. Valutando freddamente la situazione, il pronostico non poteva che prevedere un successo juventino, salvo aggrapparsi all’irrazionalità e sperare nella continuità dei risultati utili consecutivi racimolati in serie A (una striscia che alla vigilia di Milan-Juve durava da 27 partite, di cui 20 vittorie e 7 pareggi). Così avevo previsto un pareggio: 2 a 2 (l’ultimo incontro era finito 4 a 2 per il Milan…). Ho sbagliato.

O meglio: hanno sbagliato, pardòn, hanno deluso alcuni giocatori del Milan, quando sarebbe stato necessario disputare la Partita Perfetta. Che non si è vista, se non a tratti. Sintomi di crisi? Stefano Pioli, l’allenatore, da buon pragmatico ha detto che prima o poi una sconfitta doveva arrivare. Meglio sia avvenuto con la Juve che non con il Crotone. O lo Spezia che ieri ha sconfitto il Napoli a Napoli. Il risultato è stato eccessivamente severo, comunque. Colpa di una difesa pasticciona: 3 gol bianconeri, uno solo rossonero, del terzino Calabria piazzato a centrocampo e spesso spaesato in quel ruolo per lui inedito. La sua è stata la rete dell’illusione, il provvisorio pareggio.

In attacco, il talento Leao alternava momenti di gloria a disordinate pause. Al posto del covidico Rebic, attaccante solido e furbo, il 21enne norvegese Hauge correva a vuoto. Solo il turco Chalanoglu si dannava per scardinare la difesa imperfetta bianconera. L’equilibrio era precario. Quando Andrea Pirlo ha effettuato i cambi, abbiamo capito che i sogni rossoneri si impiccavano alle balaustre vuote degli anelli di San Siro. Non c’era più confronto. Ma affronto. Statisticamente parlando, i numeri confermano il predominio della squadra torinese: in 203 partite di campionato, le vittorie targate Juventus sono 80, quelle Milan 60 e i pareggi 63. Dicono che la storia del calcio italiano passi da questi incroci. Come il suo futuro.

E tuttavia, non è stato un funerale: il Milan ha perso una battaglia, non la guerra. Perché il temuto sorpasso dei cugini nerazzurri non c’è stato. L’Inter ha perso a Genova battuta dalla Sampdoria del sornione Claudio Ranieri. Il Milan resta in vetta alla classifica da solo. L’Inter era a un punto e a un punto rimane. Al prossimo compito in classe. Il Milan ha preso un brutto voto. Il campionato è lungo. Alla pagella finale mancano ancora venti partite. Tutto e il contrario di tutto può accadere. La Juve è a sette punti (con una partita in meno, quella col Napoli). La Roma, terza, è a meno quattro. L’obiettivo della Juve era quello di vincere. Se avesse perso, avrebbe detto addio allo scudetto.

Ora, l’autostima bianconera è cresciuta. Il successo di San Siro ripristina i valori di mercato e ridimensiona la romantica narrazione rossonera della Squadra Famiglia e del Calcio Semplice (il senso del gioco dove tutti fanno tutto contro la ricchezza della multinazionale e dei fuoriclasse egocentrici). Pirlo, l’allenatore bianconero, può immaginare una favolosa rimonta, un déjà-vu in casa Juve. Mentre il Milan può cercare immediata (e probabile) rivincita. Il calendario è infatti favorevole ai rossoneri: sabato 9 gennaio ospitano il Torino, terzultimo. L’Inter trova la Roma in trasferta, domenica 10: seconda contro terza, mica uno scherzo. La Juve (quarta) se la vede col rampante Sassuolo, quinto in classifica, che la segue ad appena un punto.

La verità è che questa sconfitta può aver ferito l’amor proprio di Pioli, ed è comprensibile. Ma non cancella il fatto che i resti di un Milan decimato e “leggero” (per età, per esperienza, per caratura) hanno tenuto a bada un’ora e passa l’armata bianconera.

Dunque, tanto rumore per nulla. A dimezzare il Visconte di Calvino era stata una palla di cannone. A dimezzare il Milan un cocktail di scarogna, infortuni, Covid ed inesperienza: troppi ragazzini in campo, senza Ibrahimovic a spronarli, a far da regista, a segnare gol. Dovrebbe rientrare col Cagliari, il 17 gennaio. Se appunto un Milan di acerbi ma generosi giocatori, con un pessimo Theo Hernandez (idolatrato terzino mezzofondista) in scandalosa serata no e un Alessio Romagnoli agile come un paracarro in difesa, ha resistito alle star juventine, significa che il Milan mantiene intatte le sue chances (obiettivo primario, essere tra le prime quattro per partecipare alla Champions): il suo ragionevole modello di calcio è altrettanto valido e assai più sostenibile del lussuoso e vorace modello bianconero, dove Ronaldo è l’uomo del gol in più (ma quanto costano le sue reti?).

Comunque, contro il Milan, Ronaldo è stato l’uomo del gol in meno. Per fortuna della Juve, con una formidabile e travolgente doppietta, Chiesa ha fatto il… Cristiano.

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Pesca con esplosivi, per la Cassazione è disastro ambientale. E le trivellazioni con airgun?

Chi pesca di frodo con ordigni esplosivi commette il delitto di disastro ambientale, rischiando così la reclusione da 5 a 15 anni, perché distrugge in modo indiscriminato la fauna e l’habitat, alterando l’ecosistema e l’equilibrio tra le specie marine. Lo ha stabilito, di recente, la Cassazione (sez. 1, n. 17646 del 9 giugno 2020) per un caso gravissimo accertato nel mare di Taranto dove la difesa richiedeva si applicasse solo la contravvenzione per pesca vietata.

La suprema Corte, invece, ha ritenuto esattamente il contrario sulla base di una consulenza effettuata dall’Istituto per l’ambiente marino e costiero proprio sul tratto di mare tarantino, da cui emergeva con certezza che le esplosioni avevano provocato danni, diretti e indiretti, all’habitat marino e all’ittiofauna, evidenziando, tra l’altro, che le esplosioni subacquee producono un’onda di pressione che genera danno ai pesci con vescica natatoria, oltre che a uova e larve.

Insomma un vero e proprio disastro ambientale irreversibile. Così come del resto aveva ritenuto a carico di chi, sempre nel mare di Taranto, aveva distrutto, con la pesca intensiva, la specie delle oloturie (i “cavoli di mare”) e di chi aveva asportato abusivamente coralli da un’area protetta (me ne sono già occupato su questo blog). Tanto più che, anche a causa di questi metodi illegali di pesca, oltre che, ovviamente, del crescente inquinamento, il nostro patrimonio ittico è sempre più scarso.

Meno male, quindi, che dal 2015 abbiamo una legge ecoreati che, pur se con diversi difetti, punisce finalmente i delitti contro l’ambiente come il disastro ambientale. Ma in proposito è interessante notare che, nella battaglia per l’approvazione di questa legge (avvenuta, poi, praticamente all’unanimità) si ritenne opportuno togliere dal testo una disposizione sacrosanta che vietava l’uso dell’airgun nelle trivellazioni petrolifere.

Ne ho già scritto ma, per chi non se lo ricorda, l’airgun è considerato dall’Ispra (il nostro massimo organo di controllo scientifico governativo in campo ambientale) la “dinamite del nuovo millennio”, in quanto si tratta di “cannoni” che vengono riempiti con aria compressa e poi svuotati di colpo producendo così delle grosse bolle d’aria subacquee che, quando implodono, producono suoni di fortissima intensità e bassissima frequenza; con grave pericolo per tutta l’ittiofauna, soprattutto per le specie a rischio. E sempre l’Ispra nel dicembre 2019 ha ribadito che “nel complesso studi e osservazioni mostrano la potenzialità che taluni effetti minaccino detti equilibri ecosistemici, s’impone pertanto un approccio cautelativo e precauzionale…”.

Eppure, nonostante alcune cautele introdotte nel 2019, l’airgun è sempre lì ed è sempre il metodo preferito per le indagini sulle trivellazioni. Certo, non è la stessa cosa, ma si tratta, come nel caso della pesca con esplosivi, sempre di fortissime esplosioni atte a provocare gravi alterazioni dell’habitat e degli ecosistemi marini.

E allora, se pure non si riesce a vietare le trivellazioni, non sarebbe il caso, sulla scia di questa sentenza della Cassazione, di riprendere questa battaglia e di prevenire ulteriori disastri ambientali, vietando finalmente, una volta per tutte, di distruggere il mare con i cannoni dell’airgun?

Se qualcuno non ricorda, ecco quale era ed è l’articolo da inserire nel codice penale: “Chiunque, per le attività di ricerca e di ispezione dei fondali marini finalizzate alla coltivazione di idrocarburi, utilizza la tecnica dell’airgun o altre tecniche esplosive, è punito con la reclusione da uno a tre anni”.

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Hayao Miyazaki compie ottant’anni: un profeta dell’armonia tra uomo e natura

Hayao Miyazaki, cineasta, fumettista, narratore visionario, compie nel 2021 ottant’anni, di cui più di 50 di carriera nel campo dell’animazione. Oggi come più di trent’anni fa, ovvero quando ha contribuito a fondare lo Studio Ghibli e iniziato a produrre lungometraggi indipendenti, scrivere delle sue opere continua a non rendere giustizia all’atto di esperirle.

Questo discorso vale per ogni artista in grado di riplasmare l’immaginario del pubblico e dello scenario culturale che gli succede, proprio nel senso etimologico del sŭb- e cedĕre, ovvero del sottentrare, del “venire dopo” qualcosa o qualcuno. Sebbene Miyazaki non sia stato il primo autore, in termini cronologici, a oltrepassare il velo che separa l’immaginario animato orientale da quello occidentale (un grande ruolo in questo processo lo hanno avuto sia il suo sodale Isao Takahata che Osamu Tezuka), è innegabile che sia stato l’autore ad aver raggiunto il maggior coefficiente di “successo” nel farlo.

Miyazaki si è affermato in quanto creatore di mondi, in quanto autore incapace di farsi mero narratore, bensì testimone prolifico e costante di una poetica sempre coerente rispetto a se stessa, ma mai ripetitiva. I suoi film sovvertono l’idea occidentale di rapporto utilitaristico tra uomo e natura, restituiscono agli occhi dello spettatore lo stupore fanciullesco di fronte alle meraviglie che questo rapporto può schiudere, quando alla sua base c’è l’equilibrio.

Nella varietà dei toni dei suoi film, nella varietà dei suoi registri e delle sue atmosfere, non manca di sottolineare quanto ambivalente sia questo incanto. Le salde radici shintoiste dell’animismo che permea i suoi lavori non si limitano infatti a tracciare una linea di rami in cui tutta la natura è semplicisticamente buona e in cui tutto il progresso tecnologico è cattivo. I kami, gli spiriti della natura che popolano la sua filmografia, possono essere bonari e pittoreschi come Totoro, ma anche morbosi e terrificanti come il Senza-Volto de La città incantata.

Allo stesso modo gli antagonisti delle sue storie sono raramente monodimensionali, bensì rappresentazioni complesse dell’altrettanto complesso rapporto tra essere umano e mondo che lo circonda. Un esempio eloquente è Eboshi, la signora del Villaggio del Ferro de La principessa Mononoke: i suoi seguaci distruggono la foresta in cerca di ferro e scatenano la furia degli spiriti, ma il suo modello di società “razionale” è profondamente inclusivo e solidale nei confronti dei cosiddetti reietti. Quello che la separa dalla pace con gli spiriti è l’incapacità di conciliare la propria visione con quella altrui.

Allo stesso modo, Porco rosso contiene un’ode alla tecnologia che si fa materializzazione di sogni, più che di riprovevoli arnesi da guerra.

Il conflitto, in Miyazaki, si fa sì ineluttabile, ma anche occasione di riconciliazione, di metamorfosi dalle possibilità proattive. Il suo più grande contributo alla contemporaneità è la sua capacità di farsi profeta di un’armonia faticosa tra essere umano e natura, mai menzognera o autoindulgente nel suo ottimismo, ma sempre eloquente nella sua grammatica di meraviglia.

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Il rider Gianni e la sua lezione alla Napoli violenta e disfattista

Sei vigliacchi in spregio a qualsiasi regola del saper campare hanno aggredito, strattonato e picchiato Gianni, 52 anni, professione per cosi dire, rider. Lavoro sottopagato, precario, scamazzato. Il raid è avvenuto di sera, in via Calata Capodichino, arteria che collega i quartieri a Nord di Napoli con il centro della città, e in piena zona rossa pandemica. Aggressione per sottrargli un modesto scooter e incassare secondo il borsino della ricettazione di strada, poco più di cento euro da spartirsi in sei ovvero 16 euro e 6 centesimi a testa.

Come in The Truman Show nessuno dei protagonisti immaginava e sapeva che le sequenze dell’infame violenza fossero immortalate da una telecamera di uno smartphone. Pochi secondi e il pestaggio diventa virale su web e nei Tg. Immagini forti che hanno scosso una Napoli sopita, affannata, in ansia e che balla sull’orlo di un eterno precipizio.

Nonostante il buio, non solo della notte, la risposta del ‘popolo dell’amore’ è stata immediata, generosa, disinteressata. Pochi clic e sono stati raccolti in una manciata di ore fondi per oltre 11mila euro. Una raccolta partecipata per ricomprare il mezzo a due ruote a Gianni che nel frattempo indomito – pochi minuti dopo la rapina – ha preso la sua auto per concludere e portare a termine le consegne. Una forza di volontà incredibile, un combattere contro tutti e tutti, una grande e silenziosa dignità che meriterebbe l’attenzione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e il riconoscimento di una onorificenza.

Sì, Gianni, ieri notte, ha onorato la nostra Costituzione dimostrando di essere un cittadino italiano e un napoletano degno. Gianni rappresenta la Napoli onesta e laboriosa che, nonostante le brutture, ha il sole negli occhi e non cerca alibi e neppure nonsipuotismo ma pretende un presente e un futuro diverso. È una storia che trasmette calore, passione, sentimento. Napoli stamane si è svegliata da un torpore ipnotico è come se avesse ricevuto un cazzotto nello stomaco. È un calcio all’indifferenza ad una assuefatta ‘normalità’ criminale e predatoria.

Contro ogni retorica, ipocrisia e dell’abbondante cultura del ‘taralluccio e vino’ è lo stesso Gianni che nel ringraziare la città di tanta solidarietà e del buon cuore sussurra: “Io non vorrei approfittare della bontà dei cittadini napoletani”. A chi gli chiede se ha avuto paura dice di no, perché in fondo lui stava lavorando e lo scooter “fino a prova contraria è di mia proprietà” e poi a sorpresa rivolge il pensiero a chi l’ha aggredito: “Mi dispiace per quei ragazzi perché erano solo dei ragazzini”.

Gianni è padre di due figli. Fino al 2015 era un garantito: svolgeva la professione di macellaio in un grande supermercato. Poi ci sono stati degli esuberi ed è toccato a lui andare via. Sono 5 anni che vaga senza meta. Perdere il lavoro a Napoli non è la stessa cosa se resti disoccupato a Milano. Da allora ogni giorni s’inventa mille lavori per portare avanti la sua famiglia con onestà perché lui come ribadisce paga proprio tutto come è giusto che sia: le tasse, le multe, i tributi.

I presunti autori della rapina sono in stato di fermo tra loro anche dei minorenni: il Questore di Napoli, Alessandro Giuliano e Alfredo Fabbrocini, capo della squadra mobile sanno dove cercare, è stato recuperato anche lo scooter. La storia è finita? Per niente. C’è una Napoli allo sbando. Mancano opportunità, interventi sociali, formazione, prevenzione. Non c’è nulla. Non è una giustificazione per chi delinque o consapevolmente s’immette nella carriera criminale o segue le orme familiari. Come rileva Gianni ogni giorno in molti quartieri di Napoli e della città metropolitana si consuma la tragedia della disoccupazione. Abbiamo tassi di povertà e di deprivazione sociale pari e forse superiori al periodo del dopoguerra. I cosiddetti lavori non osservati, l’arte dell’arrangiarsi, la precarietà senza regole che dava una mano a sbarcare il lunario è stata spazzata via dal demone della pandemia. La solidarietà della porta accanto non regge lo tsunami Covid. È un tessuto sociale/solidale che ormai, non esiste più.

Qualcuno nei palazzi della politica si è reso conto che da Napoli in giù è in corso una progressiva desertificazione? Qui l’ascensore sociale, se un tempo era bloccato ora neppure più motore e cavi ci sono. Perfino il reddito di cittadinanza appare una misura per vip. Proprio così. Ci sono categorie sociali, famiglie che non posseggono i requisiti minimi per accedere alla misura diventata di contenimento della povertà.

Quelle immagini violente ci raccontano le cose che con il favore delle tenebre accade a Napoli e spesso non vengono neppure denunciate. Anzi si cerca un interlocutore criminale di quartiere o di vicolo che agganci organizzi un ‘cavallo di ritorno’, almeno si punta a ridurre il danno. Sono anni che imperversano bande di predatori che non sono per forza collegati alla camorra ma ‘lavorano’ in proprio per farsi notare. Molti, infatti, aspettano l’agognato ingresso in qualche clan o gruppo criminale. Un salto di qualità per conquistare un prestigio sociale al contrario: ora mi rispetteranno, appartengo. È impotenza ma soprattutto una vera e drammatica emergenza.

Un’altra storia bisogna per forza scriverla a Napoli, adesso. Non c’è più tempo. Ai tanti Gianni è riposta la speranza che prima o poi qualcosa pur dovrà cambiare a Napoli.

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Cambia la tua alimentazione per cambiare il mondo: questo mese prova Veganuary

Il 2020 è stato un anno difficile sotto molti punti di vista, incluso quello ambientale. L’anno si è aperto con gli incendi che hanno devastato l’Australia e ucciso almeno tre miliardi di animali. La pandemia di coronavirus ancora in corso ha avuto un impatto pesantissimo sulla nostra economia e sulla nostra salute mentale. In estate è stato il turno degli incendi negli Stati Uniti. Lo stesso è accaduto in Siberia e in Brasile, e quello del 2020 è stato il novembre più caldo di sempre.

A fine ottobre, il Parlamento Europeo è stato chiamato a votare per la riforma della Politica Agricola Comune, deludendo le aspettative di chi contava di vedere finalmente realizzata una riconversione ecologica dell’agricoltura europea. Lo stesso Parlamento che ha deciso di accogliere l’emendamento che chiedeva di vietare l’uso di denominazioni considerate proprie dei prodotti lattiero-caseari, come ad esempio la parola “cremoso”, nelle comunicazioni commerciali destinate agli alimenti di origine vegetale.

Allo stesso tempo però quest’anno ha segnato un importante momento storico per tutto il settore vegan: nonostante l’incertezza causata dalla pandemia, la domanda dei consumatori, l’interesse degli investitori e le attività per lo sviluppo di nuovi prodotti a base vegetale hanno registrato una crescita eccezionale. Mentre l’industria della carne si confrontava con una crisi profonda dovuta ai contagi in molte strutture e alle chiusure di macelli e allevamenti, il settore plant-based ha stretto accordi, ricevuto investimenti, lanciato nuovi prodotti e aperto nuovi impianti.

Veganuary torna con la sua seconda edizione

Secondo il rapporto Eurispes del 2020, in Italia i vegani e i vegetariani sono l’8,9% della popolazione, un numero in continua crescita nonostante i pregiudizi e i falsi miti attorno a questo tipo di alimentazione. Assieme a questi numeri, cresce anche quello di chi vuole provare un’alimentazione a base vegetale per un mese grazie a Veganuary, l’iniziativa veg più grande al mondo. Veganuary, nome nato dalla fusione di “Vegan” e “January”, è nata nel 2014 in Regno Unito e da allora ha coinvolto più di un milione di persone in 192 Paesi.

A gennaio 2021, così come nel 2020, Essere Animali sarà partner ufficiale dell’iniziativa in Italia. Chi si iscrive dal sito www.veganuary.it riceve quotidianamente un’e-mail di supporto con consigli pratici su come fare la spesa, sostituire prodotti animali oppure ricette e informazioni nutrizionali. I partecipanti potranno avvalersi dei suggerimenti della dottoressa Silvia Goggi, medico nutrizionista esperta in alimentazione vegetale, che sarà a disposizione durante gli eventi online organizzati da Essere Animali.

A livello globale, gli sponsor ufficiali di Veganuary includeranno VioLife, Beyond Meat e Cauldron. L’edizione italiana vedrà invece il coinvolgimento di brand e ristoranti come Lush, Capatoast, America Graffiti, Alpro, Verys, Mozzarisella, Food Evolution, Vitariz, Primavena, Aveda e Pangea Foods. I brand parteciperanno con creazioni social, coinvolgendo gli influencers oppure con l’attivazione di offerte: Capatoast e America Graffiti, ad esempio, proporranno in offerta i loro menu vegani per l’intero mese di gennaio.

Molti vip hanno poi deciso di diventare ambasciatori ufficiali dell’iniziativa: l’attore Joaquin Phoenix, l’ex dei Beatles Paul McCartney, l’attore e comico Ricky Gervais, la top model Lily Cole, le attrici Evanna Lynch e Alicia Silverstone, solo per citarne alcuni.

Nel 2019 l’Italia si è posizionata al terzo posto in Europa come numero di partecipanti, dietro a Regno Unito e Germania, e Milano al sesto posto come città con più iscritti al mondo. I dati degli scorsi anni suggeriscono che la maggior parte dei partecipanti a Veganuary, finito il mese di gennaio, continua con questa alimentazione. Le alternative vegane infatti non mancano e sono sempre più diffuse.

Allora, perché non provare? Hai voglia di mangiare più vegetale, ma non sai da dove iniziare? Iscriviti anche tu a Veganuary e unisciti alle migliaia di persone in tutta Italia che hanno scelto di provare 31 giorni di ricette deliziose, consigli utili e menu settimanali facilissimi.

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Le nuove regole sono un’opportunità per i debitori. E che le banche si lecchino le ferite

Non vi fate ingannare. Le banche già lo sapevano da quasi tre anni e stanno utilizzando strumentalmente una opportunistica apologia della crisi per non far emergere i loro già gravosi problemi inerenti la gestione dei crediti difficili, i cosiddetti Npl (non performing loans), e indurre il governo a intervenire nei confronti di Bruxelles per sospendere o comunque arginare gli effetti della disposizione che, varata in sede europea nel luglio 2018 (!!), entrerà in vigore dal 1° gennaio del 2021. Cosa dice questa legge?

La Banca centrale europea chiede alle banche di svalutare completamente in tre anni i crediti deteriorati non assistiti da garanzia ipotecaria e in 7-9 anni se coperti da garanzie reali al fine di non consentire alle banche magheggi sui loro bilanci. Cosa significa “svalutare completamente”? Iscrivere in bilancio l’intera perdita.

La Bce non ha più potuto fare finta di non vedere! Cosa hanno combinato di preciso le banche in merito alla valutazione nei loro bilanci degli Npl? Semplice, non li hanno valutati come tali. Continuavano a tenere iscritti in bilancio crediti putrefatti come poste sane, nel gergo “in bonis”. In diritto si chiama falso in bilancio.

Un esempio? In Monte dei Paschi di Siena, secondo quanto riportato da Il Fatto, nel febbraio 2019 sono scattati controlli della Vigilanza di Francoforte mirati a verificare, tra l’altro, la veridicità della posta di bilancio degli accantonamenti per le perdite su sofferenze (Npl) derivanti da crediti incagliati (Utp) con anzianità superiore ai sette anni.

Ben venga quindi questa legge. Le banche si lecchino le loro ferite e se proprio vogliono evitare il fallimento di una consorella aumentino le loro quote di partecipazione al Fitd (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi). Ma, ecco il punto, cosa stanno facendo i rappresentanti del sistema bancario in questi giorni, a poche ore dalla entrata in vigore della legge, dimostrando la consolidata attitudine a gestire l’immediato senza alcuna visione strategica?

Si stanno preoccupando, bontà loro (!!!), delle sorti di milioni di imprenditori e cittadini che dal 2021, complice un’altra assurda legge, potranno finire molto più facilmente nella lista dei “cattivi pagatori” e precludersi, in tal modo, l’accesso al credito. E quindi paventano la minaccia della chiusura dei rubinetti del credito sperando che il governo faccia un intervento di doppia pressione sulle istituzioni europee per arginare gli effetti di entrambe le leggi. Quanta ipocrisia!

Il credito bancario è già fermo da oltre un decennio (meno 200 miliardi di euro dal 2008 al 2019), 16 milioni di italiani già sono segnalati come lebbrosi nelle banche dati creditizie da anni e per pochi spiccioli, per cui utilizzare strumentalmente questa “evangelica preoccupazione per il prossimo” per portare subdolamente a casa invece il risultato di una sospensione della legge sul calendar provisioning fornisce una idea precisa del livello del nostro top management bancario.

Stiano zitti e facciano invece parlare i veri danneggiati. Quelli che, finora (e da ora) non hanno potuto restituire i soldi ricevuti in prestito dalle banche. Le quali, però, hanno perpetrato abusi (usura, anatocismo, e tante altre irregolarità) nei loro confronti. Quelli che, questa volta, hanno, invece, un’arma a loro disposizione.

Possiamo per una volta, appunto, fregarcene delle banche e sostenere che tale misura, se tecnicamente seguita da professionisti esperti del settore, può risultare determinante per risolvere (forse inconsapevolmente) il problema degli imprenditori e dei cittadini – che, sebbene vessati dalla banche, vogliono comunque arrivare a una transazione per il rimborso, ripulirsi delle macchie bloccanti presenti nelle banche dati (Centrale Rischi, Crif, Experian, ecc) e ripartire con la possibilità di accedere al mercato del credito?

E inoltre, diciamolo con estrema trasparenza senza aver paura di vederci scomunicare dalla comunità dei buonisti formali, mai come in questo caso la tanto vituperata lentezza della nostra giustizia civile per arrivare a una sentenza definitiva (mediamente sette anni) è manna caduta dal cielo per chi avvia un’azione giudiziaria contro la banca per vedersi riconosciuto l’indebito percepito e fare una transazione.

Non è istigazione a delinquere. E’ solo un consiglio per difendersi in maniera più efficiente dagli abusi bancari. Questo combinato disposto (magistratura lenta e disposizioni della Bce) ci permette di fornire ai tanti debitori qualche consiglio utile e di carattere generale su come affrontare una situazione di criticità, soprattutto in relazione a quelle condizioni limite in cui, ignari delle vessazioni subite, ci si sente come stritolati dalle spire di un sistema che non lascia respiro e si teme di “perdere tutto”.

Alla banca si possono (e si devono) contestare tutte le probabili irregolarità formali. Che significa “contestare”? Leggete quanto già detto su queste colonne e avrete la soluzione.

Auguri e che il 2021 sia un anno migliore – non solo per le banche.

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