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Inauguration Day, la svolta di Biden non basta a cancellare i danni di Trump

Joe Biden non aveva ancora prestato giuramento come 46esimo presidente degli Stati Uniti che s’era già attrezzato per liquidare l’eredità legislativa di Donald Trump: in realtà, poca cosa. A conti fatti, saranno bastati una decina di decreti, varati all’alba di una nuova era della politica statunitense, che assomiglia, nei volti – un po’ invecchiati -, nei toni, nei principi e negli obiettivi, all’America 2009 di Barack Obama. Il vice di allora promosso leader non ha il carisma del primo presidente nero, ma il richiamo all’unità del discorso d’insediamento ne riecheggia le parole.

Più difficile, per Biden, sarà liquidare l’eredità politica del magnate presidente, quel mix di odio, divisione, scorrettezza pubblica e personale, prosopopea e tracotanza di fronte alla legge che Trump ha esibito per tutto il suo mandato, fino all’apoteosi del 6 gennaio, quando incitò i suoi fan a dare l’assalto al Campidoglio, indicando senza prove i brogli come causa della sua sconfitta elettorale.

Nello strascico di risentimenti e frustrazioni lasciato da Trump, Biden, che a 78 anni è il presidente più anziano della storia Usa, ha dovuto rinunciare, per motivi di sicurezza, ad arrivare a Washington in treno da Wilmington, nel Delaware, per rievocare i suoi 36 anni vissuti da ‘senatore pendolare’: è stato il Secret Service a fargli cancellare il ‘viaggio amarcord’, mentre Guardia Nazionale e polizia trasformavano la capitale federale in una città militarizzata. Trump, invece, se ne va letteralmente ‘in fanfara’: tappeto rosso e 21 colpi di cannone alla Andrews Air Base, prima di imbarcarsi per l’ultima volta sull’AirForceOne, destinazione Mar-a-lago, Florida – nella ‘sua’ New York, non ci vuole tornare e non ce lo vogliono.

Prima di lasciare la Casa Bianca senza avere mai incontrato il suo successore, dopo l’Election Day del 3 novembre e senza averne mai riconosciuto la vittoria, ha tracciato, in un messaggio registrato lunedì e diffuso martedì, un bilancio del suo operato: “Abbiamo fatto quello che volevamo fare e molto di più … Abbiamo costruito la più grande economia nella storia del mondo … Sono particolarmente orgoglioso di essere stato il primo presidente da molti decenni a non avere iniziato nuove guerre … Abbiamo realizzato la Operazione ‘Warp speed’ per lo sviluppo e la distribuzione del vaccino , un miracolo medico”.

Mentre Trump va e Biden arriva, l’epidemia da coronavirus è fuori controllo negli Stati Uniti: oggi, all’alba, il numero dei contagi nell’Unione superava i 24.250.000 e quello dei decessi era già oltre 400mila. Il doppio delle 200mila bandierine piantate sul Mall di Washington per ricordare, nell’Inauguration Day, gli americani che non possono assistervi.

Il più ricco e potente Paese al Mondo, con meno del 5% della popolazione mondiale, ha un quarto dei casi mondiali e un quinto delle morti: ieri sera, al loro arrivo a Washington, Biden e la sua vice Kamala Harris hanno reso omaggio alle vittime della pandemia con una fiaccolata intorno allo specchio d’acqua del Lincoln Memorial.

I progetti di Trump per il futuro sono fumosi – e subordinati all’esito del processo d’impeachment intentatogli dopo l’attacco al Congresso da lui innescato e che ha fatto cinque vittime: restare immanente nella politica Usa, ricandidarsi nel 2024, fondare un nuovo partito, il ‘Patriot Party’… Piani che richiedono impegno, costanza, importanti investimenti di tempo e denaro. Il magnate potrebbe disporre, per realizzarli, della squadra vincente di Usa 2016: ha infatti graziato tutti i suoi consiglieri e collaboratori finiti sotto gli strali della giustizia, anche quelli non ancora condannati, come il guru Steve Bannon, raggiunto in extremis – e contro la sua volontà – da un provvedimento di clemenza preventivo.

L’ultima raffica di grazie (73) e condoni (70) ha complessivamente toccato 143 persone, che vanno ad aggiungersi alle decine già sottratte alla giustizia, fra cui – del team 2016 – Paul Manafort, George Papadopoulos, l’amico Roger Stone, il generale Michael Flynn. Nell’ultima ondata, uomini d’affari come il finanziatore dei repubblicani Elliot Broidy, celebrità e socialites, politici e condannati per reati di droga non violenti, anche un cittadino italiano, l’imprenditore fiorentino Tommaso Buti. Non vi figurano, invece, come s’era ipotizzato, familiari del magnate, che ha pure rinunciato ad ‘auto-graziarsi’ – provvedimento probabilmente illegittimo.

Firmando i decreti che annullano alcune delle decisioni più controverse di Trump, Biden intende imprimere una svolta alla lotta alla pandemia e alla crisi economica da essa generata, ma anche rottamare il più presto possibile l’eredità legislativa di quattro anni di trumpismo: via il divieto d’ingresso negli Usa da alcuni Paesi musulmani, via la misura che permette di separare le famiglie degli immigrati dal Messico; ritorno negli accordi di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici e nell’Organizzazione mondiale della Sanità.

Tra le disposizioni sul fronte della lotta alla pandemia, ci sarà l’obbligo di indossare la mascherina nelle proprietà federali e nei movimenti tra Stato e Stato dell’Unione. Finché l’emergenza sanitaria non superata, ci sarà lo stop agli sfratti e lo slittamento dei pagamenti dei prestiti contratti dagli studenti universitari. E, ancora, stop alle esecuzioni federali (che Trump aveva ripristinato, dopo una lunga moratoria) e stop all’oleodotto Keystone, che Obama aveva già bloccato e Trump ri-autorizzato, e revoca del bando dei transgender nell’esercito.

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Trump, Clinton e Kenneth Starr: note tragicomiche dall’inferno dell’impeachment

“Like war, impeachment is hell”: come la guerra, l’impeachment è un inferno. Questo giorni fa disse, con molto compunti accenti, Kenneth Starr, uno dei più prominenti tra gli assai prominenti avvocati del collegio di difesa di Donald J. Trump. E sebbene nessuna sonora risata abbia, a seguito delle sue parole, rotto l’affettata solennità del protocollo, assai probabile è che proprio quello sia stato il momento più comico e surreale d’uno spettacolo – il processo in realtà mai neppure cominciato contro il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America – che nel ridicolo e nell’assurdo è costantemente navigato tra il 16 di gennaio e il 5 di febbraio scorsi.

Ovvia domanda: che cosa c’era di tanto ridicolo e di tanto surreale nelle parole dell’avvocato Kenneth Starr? In sé, assolutamente nulla. E anzi sicuramente solida – anche se più o meno condivisibile – era l’architrave giuridico-politica che sosteneva la sua arringa difensiva. L’impeachment del presidente in carica, aveva argomentato Starr, sottopone la Nazione a un tremendo trauma che può essere adeguatamente affrontato solo sulla base d’un giudizio largamente bipartisan, d’un pressoché unanime appoggio della pubblica opinione ed esclusivamente in presenza di reati d’eccezionale gravità. Tre condizioni che a giudizio di Starr, nel caso del processo contro Trump, non sussistevano.

A trasformare in una sorta di sfrontato siparietto comico quell’arringa erano in realtà non i concetti e le parole, ma l’uomo, le molto specifiche labbra dalle quali quei concetti e quelle parole andavano fuoruscendo, sfarfallando allegre tra i banchi del Senato. Perché? Perché quelle labbra – parte d’un volto che, date le circostanze, si può solo definire “di bronzo” – appartenevano, per l’appunto, a Kenneth Starr. A quel medesimo Kenneth Starr che 22 anni or sono aveva condotto le indagini che portarono, lungo molto tenebrosi sentieri, all’impeachment di Bill Clinton.

Ovvero: ad una messa in stato d’accusa del presidente in carica che non aveva alcuna base bipartisan, che era apertamente avversata dalla pubblica opinione e che si basava su reati – o meglio su comportamenti – che, contrariamente al caso di Trump e dell’Ucrainagate, concernevano esclusivamente la vita privata dell’imputato.

Proviamo a ricapitolare. Bill Clinton era stato, a suo tempo, accusato d’avere mentito sotto giuramento in merito alla relazione amorosa che andava intrattenendo con una giovane stagista della Casa Bianca, Monica Lewinsky. Alla tutto sommato innocente tresca tra Bill e Monica – consumata in rapidi incontri ai margini dell’Oval Office – Kenneth Starr era giunto partendo da molto lontano. Più esattamente: da uno scandaletto immobiliare consumatasi in Arkansas, quando ancora Clinton era governatore dello Stato. E la sua era stata – sotto gli auspici d’una assai aggressiva maggioranza repubblicana nel Congresso – una vera e propria caccia all’impeachable crime. Quale? Qualunque.

Fu così che, dopo ben più di tre anni d’indefesso indagare, lasciatosi alle spalle gli Ozarks, l’Arkansas e una infinità d’altre tappe intermedie, Kenneth Starr giunse infine sul luogo del delitto. Vale a dire: alla Casa Bianca. E, guardando dal buco della serratura, scoprì la relazione tra il presidente e la stagista. Il gioco, a quel punto, era fatto. Bastava tendere una trappola – spingere Bill Clinton a negare sotto giuramento quella relazione – e, quindi, afferrare la preda.

Bill Clinton venne messo sotto accusa il 19 dicembre del 1998. Poco più di tre mesi prima, l’11 di settembre, Kenneth Starr aveva concluso l’opera diffondendo pubblicamente, on line, un chilometrico j’accuse che non si limitava affatto a esporre in termini legali le colpe dell’imputato. Erano piuttosto, quelle 400 e passa pagine di rapporto, un vero e proprio racconto erotico ricolmo di pruriginosi e compiaciuti dettagli, evidentemente tesi molto più a umiliare il reo che a definirne le colpe.

Qualcuno potrebbe a questo punto avanzare l’ipotesi che l’esibizione anti-impeachment di Starr sia in realtà stata non il tragicomico siparietto sopra ipotizzato, ma una sorta d’atto di pubblica contrizione, il coraggioso mea culpa d’un uomo che quell’inferno ben lo conosce perché ne è, a suo tempo, stato causa. E che oggi, cosparso il capo di cenere, si mortifica di fronte al mondo al fine d’evitarne la riproposizione.

Nulla potrebbe, però, esser più lontano dal vero. Il Kenneth Starr che due settimane fa – in un contesto che implicava ben più della incontinenza sessuale d’un presidente – ha inveito contro i pericoli dell’“impeachment facile” ha parlato con l’eterea leggerezza, o con l’affettata innocenza, di chi è appena disceso dal paradiso, concedendosi non più d’una molto fuggevole e neutrale referenza – “…come sanno quelli tra noi che hanno vissuto l’esperienza dell’impeachment di Bill Clinton…” – al Kenneth Starr del 1998.

Grottesco? Senza dubbio. Tanto grottesco, in effetti, che a questo punto è impossibile non chiedersi per quale bizzarra ragione Trump e l’ampia congrega dei suoi legali abbiano deciso d’affidare proprio a Kenneth Starr questa molto specifica parte della linea di difesa. A questa domanda, essenziale per comprendere la vera natura dell’assoluzione di Trump, proverò a rispondere in un prossimo post.

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