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Gennaio con le Sorelle Bandiera e un agosto pieno di baci: ecco come sogno il 2021

Qualche sera fa ho rivisto Match Point, film del 2005 diretto da Woody Allen. La scena del bacio se la ricordano tutti, là tra le spighe e sotto la pioggia. E’ che oggi pare surreale vedere limonare duro, siete d’accordo? Ho ipotizzato un 2021 back to the future, un po’ per sperare di tornare come ai vecchi tempi e un po’ per farci sognare. Pronti?

Gennaio

Torneranno le Sorelle Bandiera in versione Re Magi e doneranno apertura mentale, rossetti-fellatio-proof e fatti più in qua.

Febbraio

Mese dedicato agli scambisti che, dopo un anno di “giochiamo al ferroviere” con le rotaie casalinghe della Polistil, riprenderanno a trascorrere serate viziose nelle discoteche boudoir della bassa.

Marzo

Primavera al cinema. Dopo che l’ultimo cinema porno bolognese ha chiuso i battenti, qualche facoltoso visionario investirà nuovamente nelle sale a luci rosse. Lì anche negli anni ’70 il distanziamento fisico era garantito per evitare di sporcare la poltrona alla sinistra della mano amica.

Programmazioni domenicali e diurne e lezioni di educazione sessuale prima dello spegnimento delle luci in sala. Come sex coach – ovviamente – Merope Generosa nostra.

Aprile

Finalmente le prime trasferte al mare su torpedoni con venditrici di sex toys che allieteranno quelle tre ore di viaggio. Pit stop all’area di servizio dove nella toilette si potrà testare il vibratore che garantisce orgasmo multiplo in 6 secondi netti.

Maggio

Mostre d’arte e fotografia giusto per una capatina e far finta di capire qualcosa tipo Albertone nostro in “Dove vai in vacanza?”

Giugno

Apericena, aperilove, aperimerenda, aperimare, aperipesce, aperichecisiamostufati. W le bocciofile, i Cral e quei bei manzi in canottiera che giocano a briscola.

Luglio

Shorts e pattini a rotelle. Serve altro?

Agosto

Abbracci appiccicaticci, senza timore di nulla. E poi quella bottiglia di birra da una bocca all’altra, per poi sentire il sapore del luppolo dopo un bacio di quelli da iguana.

Settembre

Ballare all night long. Come ai tempi dell’Odissey 2001 di Saturday night fever o del Kiwi di Piumazzo. Sudati, allegri, vicini, struscianti.

Ottobre

Voli low cost per arte e cultura: da Agrigento a Edimburgo. L’importante è muoversi, vedere, inebriarsi, innamorarsi. Dal vivo. L’on-line ha già scartavetrato gli zebedei.

Novembre

Camini e amici. Castagne e vino novello. Musica jazz e libri. Panno a quadrettoni e sedia a dondolo… ah no, quella sono io.

Dicembre

Rewind e valgono i consigli dello scorso anno, magari facendo tornare accanto a noi chi abbiamo perduto nel 2020. Sì, è impossibile, ma sono comunque dietro l’angolo.

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Cambiano le regole sui conti bancari. Ecco il regalino di fine anno, altro che rinascita

In questi ultimi giorni dell’anno trionferà una forma scontata di retorica speculare. Quella del 2020 come il peggiore della storia recente, da lasciarsi alle spalle con tutto il suo carico di disgrazie e restrizioni provocato dall’emergenza seguita al Covid-19, a cui si affiancherà quella di un 2021 destinato a segnare la rinascita generale grazie al vaccino e a un’economia che potrà ripartire col vento in poppa.

Come in tutte le forme di retorica, c’è ovviamente una parte di verità, ma proprio la retorica serve invece a nascondere alcuni dati essenziali grazie a cui scoprire che il 2020 non è stato per nulla un incidente di percorso, una disgrazia piovuta su un mondo felice, e soprattutto il 2021 non si presenta affatto come l’anno della rinascita. Anzi. Certo, il vaccino. Certo, la fine di un incubo per milioni di persone in tutto il mondo. E certo, la possibilità di sconfiggere il terribile virus e poter tornare a una vita “normale”.

Ma proprio su questo “normale” bisognerebbe concentrare la nostra attenzione, per accorgerci di un “regalino” di fine anno che dà la misura chiara e netta di quanto la retorica di cui sopra finisce col nascondere il dato essenziale. Quello per cui il vero virus dell’Occidente è un altro ed è questo a costruire un ambiente fervido per la comparsa di tanti altri virus devastanti, di cui il Covid-19 rappresenta il caso più impressionante ma non certo quello più grave.

Sto parlando del nuovo regolamento sui conti bancari imposto dall’Eba (l’autorità bancaria europea). In base a tale regolamento, è notizia di questi giorni, basteranno soltanto 100 sporchi euro di rosso sul conto per vedersi bloccato dalla propria banca qualsiasi tipo di pagamento (utenze, stipendi, rate di finanziamenti, contributi previdenziali etc.).

Ciò varrà per le imprese come anche per qualunque cittadino privato: se in tre mesi non si riuscirà a coprire quei cento euro di rosso, la banca segnalerà il cliente alla centrale rischi classificando la sua “enorme” esposizione come “credito malato”.

Guarda caso proprio tra Natale e Capodanno, nel mezzo delle festività più sentite (e forse più ipocrite…) dell’Occidente, viene suggellato questo ennesimo scempio sociale. Una misura che dovrebbe destare scandalo e sconcerto in qualsiasi momento, ma che grida vendetta in un contesto in cui famiglie, lavoratori, piccole e medie imprese sono falcidiate da una crisi economica che era già devastante e che si è fatta mortale per molti (troppi) a causa degli effetti della pandemia.

Qui torniamo alla retorica di cui parlavamo all’inizio, quella che vorrebbe convincerci del 2020 come annus horribilis, nel momento stesso in cui ci promette un 2021 di salvezza grazie al vaccino e al superamento della pandemia.

Ragioniamoci un attimo: il 2020 anno orribile per chi, se i dati economici ci dicono che le classi economicamente più ricche hanno visto aumentare a dismisura i loro profitti proprio nel periodo dei vari lockdown e della crisi che ha gettato nel disagio e nella miseria milioni di famiglie?! E ciò, in larga parte, proprio grazie alle speculazioni finanziarie sulla pelle di artigiani e piccole imprese costrette al fallimento?!

Ma soprattutto, quale 2021 di rinascita se queste sono le premesse?! A cosa mai servirà immunizzare milioni di persone dal Covid-19, se quelle stesse persone sentiranno stringere sul collo il laccio mortale di un potere finanziario che non guarda in faccia nessuno, dettando l’agenda politica a governi ridotti a notai di misure destinate a distruggere la vita delle rispettive popolazioni?!

E ancora, ma dove sono, di grazia, le varie Sardine, i girotondi, la Sinistra, sempre pronti a mobilitarsi legittimamente quando al governo c’è Matteo Salvini e si tratta di difendere la vita e la dignità degli immigrati o in genere degli emarginati?! Sono forse questi dei giorni di vacanze sacre e inviolabili, per cui è lecito aspettarsi qualche iniziativa dopo che anche la Befana avrà svolto il suo compito?! Torneranno a ricordarsi della Costituzione dopo il 7 gennaio?

Voglio sperare che tutti i governi politici d’Europa, a cominciare da quello italiano, si stiano dando seriamente da fare per impedire questo ulteriore scempio sociale, recuperando dignità e capacità di azione rispetto al potere finanziario cui risultano tristemente genuflessi da troppo tempo. Ne va della pace e della stabilità sociale, perché la corda della sopportazione popolare rischia di spezzarsi da un momento all’altro.

In caso contrario, altro che 2020 anno orribile da lasciarsi alle spalle e 2021 anno della rinascita. Se non ci diamo da fare, qui e ora, per sconfiggere il virus finanziario dell’Occidente, il 31 brinderemo tristemente soltanto all’essere sopravvissuti. Fino a qui.

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Conte, alle ore 11 la conferenza stampa di fine anno: dal piano vaccini alle tensioni con Renzi

Un anno fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte annunciava un piano triennale per snellire la burocrazia, migliorare le infrastrutture e combattere l’evasione fiscale. 365 giorni dopo la pandemia di coronavirus ha stravolto tutto, non le tensioni interne al governo: oggi come allora si parla di rilancio dell’azione di governo, di un gruppo di responsabili che appoggi l’esecutivo in Parlamento. La conferenza di fine anno del premier Conte, programmata per le ore 11 in diretta tv, con in platea la stampa parlamentare italiana, è l’occasione per parlare agli italiani di cose concrete, dal piano vaccini alle eventuali riaperture post-Epifania. Ma è anche la sponda ideale per una replica a Matteo Renzi e ai malumori che animano la maggioranza sul Recovery Plan.

A Palazzo Chigi ormai è chiaro che il governo, con queste tensioni, non può andare avanti. E non può farlo innanzitutto sul Recovery Plan sul quale, è il mantra ripetuto finora da Conte, il Paese si gioca la sua credibilità in Europa e nel Mondo. Per questo la conferenza stampa da Villa Madama potrebbe essere un anticipo di quello che si vedrà a gennaio. Conte deve provare uscire dalla tenaglia fatta da pressing su cronoprogramma e agenda, voci sempre insistenti di rimpasto e necessità di rilanciare, da qui almeno al semestre bianco, l’azione dell’esecutivo. Una necessità che viene evidenziata da tutti: dal Pd al M5S fino Leu, oltre ovviamente alle minacce e ai ricatti di Italia Viva.

Nella conferenza stampa non è previsto un discorso introduttivo del presidente del Consiglio. Dopo un breve saluto Conte passerà direttamente alle domande dalla platea. Gli argomenti, come ogni anno, saranno i più disparati ma il cuore politico di queste ore resta il rapporto con Renzi. Sul Recovery Plan Conte confermerà il rientro alla collegialità piena, nel rispetto anche dei rapporti di forza tra i partiti di maggioranza. Sulla delega ai Servizi difficilmente annuncerà passi indietro. Il punto di arrivo di questa navigazione a vista potrebbe essere il voto dell’Aula sul Recovery Plan, che potrebbe tenersi entro gennaio. Voto che, nella strategia di Conte, potrebbe essere di fatto una nuova fiducia a un governo – magari solo con qualche profilo ministeriale cambiato.

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Il teatro è un gioco vivo che crea vita, non qualcosa di cui si possa fare a meno

L’Italia vanta una quantità di teatri storici impareggiabile al mondo. La sola bellezza dei nostri teatri basterebbe a farne luoghi da ammirare per la loro straordinaria varietà e bellezza architettonica. Ma i teatri sono vita, mestieri, artigianato, luoghi dove si producono emozioni che solo il palcoscenico può regalare. Questa stagione teatrale è saltata, come quella delle sale cinematografiche, ma il cinema può sopravvivere, certo non vivere, attraverso le piattaforme digitali; il teatro e i suoi lavoratori no.

Un attore di teatro non di nome, cioè con una carriera da “comprimario”, magari lunga e di alto livello, lavorava, prima della pandemia, non più di quattro o cinque mesi in una stagione, e la sua paga media lorda si aggirava intorno ai 200 euro al giorno, dai quali sottrarre vitto e alloggio in trasferta, che le produzioni non pagavano.

Se togliamo metà della paga con le tasse, restano cento euro al giorno con cui pagarsi un albergo o stanza in affitto e il cibo, insomma non restava nulla in tasca, o pochissimo. Per i tecnici, macchinisti, elettricisti, sarte, attrezzisti, fonici, trasportatori, tutti mestieri che necessitano tecnica e capacità specifiche, le paghe erano anche più basse. Mai, dal dopoguerra, le attività dello spettacolo dal vivo si erano fermate, mai si era interrotto il dialogo culturale e artistico tra “teatranti” e spettatori. Un dolore grande per tutti, ma un danno profondo – e in alcuni casi irreparabile – per il tessuto teatrale del nostro paese.

Il teatro non è qualcosa di cui una società possa fare a meno, il teatro unisce le persone, le fa incontrare, discutere, ridere e piangere insieme, insegna, informa, critica, prende in giro, accusa, denuncia, fa sognare, viaggiare, il teatro è la società del passato, quindi quella del futuro, il Teatro ci rende insomma umani. Il teatro è un meccanismo semplice: basta un attore, che finge di essere quello che non è, e uno spettatore che finge di credere che l’attore sia veramente colui che finge di essere, un gioco che si fa in due, non un gioco passivo, un gioco vivo che crea vita e rapporti profondi.

Finché i teatri non riapriranno, potremo, noi teatranti e voi spettatori, continuare ad immaginare questo gioco, tenerlo presente in noi, per tornare – finita questa tragedia, sperando che un numero grande di compagnie abbia la forza di ripartire – ad ascoltarci e parlarci, stupendoci e fidandoci gli uni degli altri, ad abbracciarci, ma per davvero!

Buon Natale.

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Vaccino Covid, l’imposizione non è improbabile: la ragione riguarda gli indennizzi

Ormai abbiamo capito da anni che il sistema finanziario mondiale si regge sul principio della privatizzazione degli utili e della socializzazione delle perdite. Finché i mercati tirano, i grandi investitori fanno affari d’oro con interessi in doppia cifra; quando le borse crollano, e le banche “too big to fail” scricchiolano, non di rado interviene “Pantalone” con vari meccanismi di salvataggio pubblico o di nazionalizzazione.

Ora, la domanda da porsi è: rischiamo di replicare un simile schema anche rispetto ai danni collaterali che il prossimo vaccino potrebbe portare con sé? In Canada, il ministro della Sanità Patty Hajdu ha appena annunciato che chi accuserà reazioni gravi per effetto della somministrazione del vaccino anti-Covid potrà chiedere e ottenere un pubblico risarcimento. Nel Regno Unito già si parla di un piano “nazionale” di indennizzi.

In generale, le aziende di Big Pharma sono state molto attente nell’inserire clausole di salvaguardia da qualsiasi azioni risarcitoria dovesse essere promossa per danni vaccinali. L’agenzia Reuters, il 31 luglio scorso, ha diffuso la notizia che AstraZeneca non sarà tenuta a risarcire danni vaccinali perché “la pharma britannica ha raggiunto questo accordo con la maggior parte dei Paesi con i quali ha stipulato un contratto di fornitura”.

Questa è la vera ragione per cui l’imposizione di un obbligo vaccinale in Italia è tutt’altro che improbabile. Infatti, nel nostro paese l’unica legge sugli indennizzi per danni da vaccino (la 210/92) prevede – affinché lo Stato se ne faccia carico – che quel vaccino sia obbligatorio, sia pure con i distinguo di cui ci apprestiamo a dire.

A questo punto, però – e preliminarmente – la domanda ineludibile diventa: è lecito ordinare a tutti, per legge, un vaccino? O è, piuttosto, preferibile ricorrere a un modo più “gentile”, come direbbe il premier Giuseppe Conte, per proporlo, anziché imporlo? I vaccini fanno davvero (sempre) bene? E se, invece, fanno (talvolta) male, è giusto che il cittadino danneggiato sia risarcito? Ed è giusto che di questo risarcimento debba farsi carico lo Stato e non invece le aziende che godono di tutti i miliardari ritorni economici del relativo business? Tutte queste domande erano già scottanti prima dello tsunami Covid-19. Oggi, alla luce di quanto accaduto, sono quesiti addirittura incendiari.

Perciò, è di grande interesse una recente sentenza della Corte Costituzionale, la numero 118 del 23 giugno scorso, con la quale la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittimo l’articolo 1, comma 1 della succitata legge 25 febbraio del 1992, numero 210. Ma perché la norma in oggetto è finita all’attenzione della Corte Costituzionale?

Tutto nasce da una eccezione di incostituzionalità sollevata dalla Cassazione. Secondo la Suprema Corte, infatti, quell’articolo sarebbe contrario alla nostra Carta fondamentale, perlomeno laddove prevede il diritto all’indennizzo solo a beneficio di coloro i quali riportano pregiudizi a causa di un vaccino obbligatorio; e non anche a favore di chi a quel vaccino si è sottoposto spontaneamente. Magari sulla base di una mera “raccomandazione” della pubblica autorità.

Ebbene, la Corte Costituzionale ha dato ragione ai giudici del Palazzaccio. In buona sostanza, i magistrati della Consulta hanno rilevato come, nel caso di specie, la cosiddetta “raccomandazione” si fosse in realtà tradotta in una “ampia e insistita campagna di informazione” da parte delle autorità sanitarie. Per effetto della quale una giovane pugliese era stata convocata presso gli ambulatori dell’Asl mediante una missiva che presentava la vaccinazione contro l’epatite A “non tanto come prestazione raccomandata, ma quasi come se fosse stata obbligatoria”. La pronuncia fa seguito a due analoghe sentenze del Giudice delle Leggi: la numero 107 del 2012 (in materia di morbillo) e la numero 268 del 2017 (in materia di vaccino antinfluenzale).

In effetti, e a ben vedere, la differenza tra “obbligo” e “raccomandazione”, nella pratica medico-sanitaria, è assai meno marcata di quella che separa i due concetti nei rapporti giuridici. Tradotto: le chiamano raccomandazioni, ma in realtà qualsiasi cittadino le percepisce, recepisce e interpreta come coercizioni. Soprattutto perché l’uomo della strada è portato, di regola, a riporre “affidamento nei confronti di quanto consigliato dalle autorità sanitarie” (parole della citata sentenza). Tutto ciò ha condotto la Corte Costituzionale alla declaratoria di illegittimità.

Ora, è evidente come questa pronuncia apra scenari da monitorare, atteso che il governo sta per intraprendere la strada, da molti auspicata, di una vaccinazione di massa contro il nuovo Coronavirus. Un’attenzione doverosa non solo nel caso in cui si dovesse optare per un imperativo esplicito, ma anche in quello in cui si dovesse propendere per una sorta di “moral suasion” concepita per indurre “spontaneamente” il maggior numero di persone a vaccinarsi. Alla fine, in entrambi i casi, pagherebbe lo Stato.

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Vaccino Covid, Von der Leyen: “Le prime dosi sono state consegnate nei Paesi Ue, si volta pagina” – La diretta

“Stiamo iniziando a voltare pagina in un anno difficile. Il vaccino è stato consegnato“. La presidente della commissione Ue, Ursula Von der Leyen, annuncia via Twitter che le prime dosi del farmaco prodotto da Pfizer-Biontech hanno raggiunto tutte le capitali europee, appena in tempo per il V-day. “La vaccinazione inizierà domani nell’Ue”, aggiunge. “Le Giornate europee della vaccinazione sono un toccante momento di unità. La vaccinazione è la chiave per uscire dalla pandemia“.

Tra il giorno di Natale e Santo Stefano, infatti, decine di camion sono partiti dallo stabilimento Pfizer di Puurs, in Belgio, per raggiungere i 27 Stati membri dell’Unione. Le 19.500 dosi destinate alla Francia sono arrivate poco prima delle 7 del mattino a Parigi. Le prime iniezioni, riferisce l’Assistance publique-Hôpitaux della Capitale, avverranno in due residenze per anziani, a Sevran e Digione. 9.750 le dosi destinate alla Croazia e all’Ungheria, che basteranno “per vaccinare 4.875 operatori sanitari in prima linea nella lotta”, al Covid, ha annunciato via Twitter il portavoce del premier Viktor Orban, Zoltan Kovacs.

Lo stesso numero di dosi è arrivato in Italia il giorno di Natale: il camion di Pfizer ha oltrepassato il Brennero e si avviato per Roma, scortato lungo il tragitto dalle volanti dei carabinieri. Il carico è stato conservato nella notte nella caserma Tor di Quinto, ora è atteso all’ospedale Spallanzani per la divisione delle fiale da destinare alle Regioni. In questa prima fase, per la distribuzione su tutto il territorio nazionale sono state coinvolte le Forze armate: per l’operazione Eos, prevista tra oggi e domani, scenderanno in campo 5 aerei militari e 60 autoveicoli, gli stessi che sono stati impiegati a Bergamo nella fase più dura della pandemia. “La Difesa sta facendo un grande lavoro in questi giorni di festa e così, domani, l’Italia insieme agli altri Paesi europei inizierà a somministrare i primi vaccini”, ha dichiarato il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo. “È un forte segnale di speranza per tutti”.

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Natale, 94enne solo in casa chiama i carabinieri: “Mandate un militare per un brindisi, 10 minuti…”. Il gesto dell’Arma è commovente – Audio

Fiorenzo, un 94enne di Alto Reno, nel Bolognese, ha scaldato i cuori dei Carabinieri della centrale operativa di Vergato, nel giorno di Natale. L’anziano ha chiamato l’Arma perché solo il giorno di Natale, “con i figli lontani”, chiedendo che un militare gli facesse visita “10 minuti…per un brindisi” natalizio. “Non mi manca niente, solo una persona fisica con cui scambiare il brindisi”, ha detto Fiorenzo al telefono. Sentita la telefonata, gli uomini dell’Arma non hanno perso tempo e si sono subito recati a casa del signor Fiorenzo.

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L’antidoto al Covid? E’ la liquirizia. Parola del presidente del Turkmenistan

Mentre gli scienziati di tutto il mondo partecipano a una vera corsa contro il tempo per trovare una terapia per curare gli effetti del coronavirus (dopo quella per il vaccino), c’è chi ha già la soluzione. Il presidente del Turkmenistan Gurbangouly Berdymoukhamedov assicura che il toccasana sia la liquirizia, garantendo tra l’altro che il suo Paese è stato risparmiato dalla pandemia (l’altro Paese che lo sostiene è la Corea del Nord). “Scienziati di tutto il mondo stanno ricercando rimedi efficaci per il coronavirus, e uno di questi potrebbe essere la radice di liquirizia” dice Berdymoukhamedov. Senza fornire alcuna prova scientifica per le sue dichiarazioni, il presidente turkmeno sostiene che “la liquirizia impedisce lo sviluppo del coronavirus” e che “anche una bassa concentrazione di un estratto acquoso di liquirizia ha un effetto neutralizzante”. Notando che il Paese dell’Asia centrale ha “riserve sufficienti” di liquirizia, il presidente ha quindi incaricato l’Accademia Nazionale delle Scienze di condurre studi sui presunti effetti benefici di questa pianta aromatica presente anche in Europa.

A parziale giustificazione dell’uscita del presidente turkmeno c’è uno studio condotto in Italia che aveva fatto notizia a luglio che indicava nella liquirizia un’arma promettente, capace di “bloccare” l’ingresso di Sars-Cov-2 nell’organismo. La glicirrizina, il principale costituente della liquirizia, “è da sempre considerata una molecola dal grande potenziale farmacologico per le caratteristiche peculiari che la contraddistinguono – disse allora all’AdnKronos Desiderio Passali, past president Italian Society of Rhinology – in quanto, nonostante il basso profilo tossicologico, possiede spiccate proprietà antinfiammatorie e antivirali, queste ultime in particolare rispetto alla famiglia dei coronavirus Sars”. Da qui a presentarlo come la soluzione per impedire lo sviluppo del Covid ce ne passa un po’.

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Il mio Natale a Waterloo

A Natale siamo tutti più buoni, io sono una persona buona e a Natale divento buonissimo. A Natale divento così buono che potrei invitare a cena un negazionista e un complottista, potrei chiedere a mamma di cucinare la migliore pasta al forno della sua vita in loro onore, e poi tra un calice di Amarone e l’altro potrei accogliere la loro tesi: Conte fa parte di un complotto mondiale teso a buttare sul lastrico tutti i piccoli commercianti, si tratta in realtà di un esperimento di controllo sociale, esperimento riuscitissimo, con la complicità dei giornalisti di tutto il mondo, chi è al Potere sta dimostrando che il cittadino è creatura passiva, manipolabile a tutti i livelli, puoi addirittura svuotare gli stadi e sequestrare una festa come il Natale, blindarla, condannare tutti a un Natale intimista, e non avrai alcuna rivoluzione, nemmeno una ribellione, solo un vago mugugnare sui social, niente di più, scie chimiche di rabbia che presto si disperdono nell’ebetudine celeste della rassegnazione.

A fine cena il famoso tiramisù alle fragole di mamma e un Tokaji aszù con 6 puttonyos, mica si scherza in casa Farina, noi i nemici li trattiamo bene, e non riusciamo a concepire spargimenti di sangue, ma solo allegria, dolcezza e bontà. Siamo persone semplici noi Farina, il Natale
intimista non ci dispiace, fraternizzare è la parola d’ordine, anche se detestiamo gli ordini di qualsiasi tipo. Un Natale senza parenti non è poi una tragedia, a noi piace frequentare i parenti senza l’ingombro del Natale, senza quella farsa spumeggiante dei regali sotto l’albero e dei brindisi dove ci si guarda negli occhi, noi Farina ci guardiamo negli occhi sempre, senza bisogno delle feste.

Non è stato Conte a condannarci a fare un Natale in tre, ma un fenomeno più radicale di Conte: la morte. La morte ci ha privati del papà e di tanti parenti simpatici (zio Gino, zio Vezio, zia Mirella, zio Joe, zia Leda, zio Roberto…), si sa, la vita è un processo in costante sottrazione, e per fortuna io non sono molto bravo in matematica, quindi ogni tanto sbaglio qualche sottrazione, e parlo con mio padre come se fosse ancora vivo. Sognare è la cosa che amo di più, soprattutto per due fattori: nei sogni le persone cieche tornano a vedere e i morti ci abbracciano.

Ma dove eravamo rimasti? Avevo invitato a cena quelli del “Coronavirus è tutta una messa in scena del Potere”, eravamo al tiramisù e al Tockaji, e dopo avere sorseggiato e scolato tutto quello che si poteva scolare, mi sa che prenderei la parola per questo discorso di congedo: carissimi complottisti e negazionisti, per la famiglia Farina e per me in particolare è stato un onore accogliervi al nostro desco natalizio, ci avete illuminato con la potenza scettica del vostro cogitare, ci avete insinuato il rovello divino del dubbio, avete fatto a pezzi le nostre certezze dogmatiche, pensavamo che ci fosse in atto una terribile pandemia, invece, grazie alla vostra scaltra
percezione delle cose, abbiamo capito che si tratta di altro: giochi di potere, scenari mentali, suggestioni cognitive, prove tecniche di repressione globalizzata.

Di tutto questo vi ringraziamo, di averci aperto gli occhi; ora ascoltate, fuori dal portone troverete quattro persone vestite con un camice bianco, cercheranno di farvi indossare una cosa chiamata “camicia di forza”, voi restate calmi, non dovete preoccuparvi, si tratta semplicemente di una candid camera, vi porteranno in un ospedale psichiatrico, ma voi fate finta di nulla, state al gioco, se vi capita di scorgere qualche persona intubata, non impressionatevi, sono tutti figuranti di un immenso Truman Show, cari amici negazionisti, la morte non esiste, il Coronavirus non esiste, io non sono Ricky Farina, non lo sono mai stato, sono Dio, sono Conte, sono una lucertola e un’aspirina, sono tutto, sono l’amore che tiene insieme l’universo, e ovviamente sono Napoleone. A Waterloo. Il mondo non esiste, esiste solo il Belgio, il Belgio e Waterloo. Non lo sapevate? Beh, adesso lo sapete. Buon Natale.

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Veneto, “se critichi la gestione della pandemia rischi la querela”. Giornalisti in piazza a Venezia: “No al bavaglio sul Coronavirus”

Come accade in tempo di guerra, anche con il Covid l’informazione non può essere disfattista, altrimenti rischia di essere accusata dalle strutture di potere di fare l’interesse del nemico. In Veneto sembra essere vietato attaccare il sistema sanitario, raccogliere testimonianze di medici o infermieri, dichiarare che nelle Rsa si muore, che il personale ha attrezzature scadenti, oppure che nelle terapie intensive non c’è posto e qualche paziente è morto in corridoio. Si rischia la querela per diffamazione o addirittura che un servizio televisivo venga inviato alla Procura della Repubblica per procurato allarme.

Nella regione che fino a qualche mese fa era additata come un modello sanitario, adesso la recrudescenza del morbo sta colpendo più duramente che altrove. Ogni giorno il governatore Luca Zaia tiene conferenze stampa-fiume per fare il punto della situazione, ottenendo titoli e prime pagine, ovviamente giustificate dalla drammaticità della situazione. Ma se accade che qualche giornalista si avventuri fuori dal sentiero tracciato, ecco i guai. È per questo che il Sindacato giornalisti del Veneto, con il segretario Monica Andolfatto, e la Fnsi, con il presidente Giuseppe Giulietti, hanno manifestato a Venezia, davanti a Palazzo Labia, sede della Rai del Veneto.

Matteo Mohorovicich, giornalista Rai, il 14 dicembre ha intervistato a Verona un operatore sanitario, lo ha ripreso di spalle, alterandone la voce, perché il dipendente di Borgo Trento aveva paura di ritorsioni sul posto di lavoro. È stato lui a denunciare la morte di pazienti in corridoio perché in terapia intensiva non c’era più posto. In conferenza stampa, il commissario dell’azienda ospedaliera Francesco Cobello – smentendo la ricostruzione del dipendente – ha adombrato l’invio dell’intervista in Procura per procurato allarme.

Ingrid Feltrin, direttrice del giornale online OggiTreviso, ha raccolto in esclusiva una lunga intervista a medici e infermieri del San Valentino di Montebelluna. Dicevano che i nuovi malati di Covid venivano mandati a casa perché non c’era più posto, che il numero di infetti tra il personale era in crescita e che la situazione era fuori controllo. Anche in questo caso è arrivata la smentita della direzione sanitaria, seguita da una conferenza stampa on-line con primari e medici fatti sfilare per dire che tutto andava bene. E, come appendice, la minaccia di difendersi “nelle sedi opportune”. Peccato che due giorni dopo siano arrivati a Montebeluna sette ispettori mandati d’urgenza dal ministero della Salute.

A Verona, invece, la giornalista Alessandra Vaccari de L’Arena ha raccolto una testimonianza (protetta dall’anonimato) dall’interno di una casa di riposo che svelava l’esistenza di una situazione gravissima. Ha ricevuto una lettera della direzione della Rsa, con la richiesta di smentire tutto. La replica di poter entrare nella struttura per verificare la situazione non ha ancora avuto una risposta.

“No bavaglio” è il logo della protesta dei giornalisti che hanno raccolto la solidarietà delle forze politiche di minoranza in Consiglio regionale del Veneto. Il Pd: “Il diritto all’informazione non può andare in lockdown, diciamo no alle querele bavaglio. I cittadini non possono essere informati esclusivamente tramite comunicati o dirette sui social”. “No al pensiero unico sulla sanità veneta. Abbiamo presentato un’interrogazione per chiedere alla giunta Zaia, anche in nome della libertà di stampa, di verificare quanto denunciato dai giornalisti rispetto alle carenze segnalate”, hanno dichiarato i consiglieri Cristina Guarda (Europa Verde), Elena Ostanel (Il Veneto che Vogliamo) e Arturo Lorenzoni, portavoce dell’opposizione. Anna Maria Zanetti, Anna Lisa Nalin e Corrado Cortese di +Europa Veneto hanno invitato “tutta la stampa veneta a continuare ad essere presidio di informazione e verità in un momento in cui la politica sembra voler nascondere tutta la sua debolezza e impreparazione”. Erika Baldin, dei Cinquestelle: “I cittadini hanno il diritto ad essere informati, qualsiasi attacco nei confronti degli operatori dell’informazione si qualifica da sé e va respinto al mittente”.

Foto d’archivio

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