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Coronavirus, Bce cambia rotta: “Pronti ad acquisti mirati di titoli di Stato”. Borse Ue in recupero e lo spread ripiega verso 250 punti

Prove di rimbalzo dopo il giorno più nero, segnato da perdite a due cifre per tutti i listini europei e dal crollo peggiore nella storia del Ftse Mib con lo spread oltre 265 punti base. Tutte le Borse hanno aperto in rialzo e al recupero hanno contribuito le parole del capo economista Bce Philip Lane, che in un intervento sul sito non solo ha spiegato la ratio degli interventi di ieri e non ha escluso tagli dei tassi in futuro, ma ha anche sottolineato che la Bce si impegna “a utilizzare la piena flessibilità integrata” nel programma di acquisto di titoli di Stato: l’Eurotower dunque è pronta a interventi mirati di acquisto dei bond dei Paesi più colpiti per rispondere a “choc di liquidità e fuga dal rischio”. Una precisazione dovuta, visto che ieri le parole poco accorte di Christine Lagarde (“non siamo qui per chiudere gli spread”) hanno innescato forti vendite sul mercato obbligazionario.

Aperture positive in tutta Europa – Piazza Affari ha aperto a +1,7 per poi accelerare fino a +6,2%. In seguito ha limato il rialzo, poco sopra il +5%. Intanto il differenziale Btp-Bund si è ristretto attestandosi dopo alcuni scossoni intorno ai 250 punti con il rendimento del decennale italiano a 1,8%. Consob prima dell’apertura ha deciso di vietare temporaneamente le vendite allo scoperto su 85 titoli azionari italiani a causa della eccessiva variazione di prezzo registrata ieri. Rimbalzano anche le altre Borse europee: Parigi +4,7%, Francoforte +3,49%, Londra +3,2% e Madrid +6,5%.

Le precisazioni di Lane (Bce) – Ieri hanno pesato le preoccupazioni sugli effetti della pandemia e il panic selling scatenato dalle affermazioni della presidente della Bce. In serata Lagarde, a mercati ormai chiusi, ha precisato che l’Eurotower è “pienamente impegnata a evitare qualsiasi frammentazione in un momento difficile dell’area euro”. Troppo poco, e tardi. Oggi ci ha pensato il capo economista Lane a chiarire la situazione: “Siamo pronti a fare di più e ad adottare tutti i nostri strumenti, se necessario, per assicurare che gli alti spread elevati che vediamo oggi, a causa dell’accelerazione del coronavirus, non mettano in pericolo la trasmissione della nostra politica monetaria in tutti i Paesi dell’Eurozona”. Per questo sarà assicurata una “presenza robusta” sul mercato obbligazionario e in risposta a situazioni di fuga dal rischio o shock di liquidità “potranno esserci fluttuazioni temporanee nei flussi di acquisti, sia in termini di classi di asset che di Paesi”.

S&P: “Rischio recessione per tutta l’Eurozona senza misure di contenimento” – “Ritardare le misure di contenimento contro il coronavirus potrebbe spingere l’Eurozona in una recessione tecnica nella prima metà dell’anno”. Lo scrive S&P in un rapporto, sottolineando però “che un apprezzamento disordinato e persistente dell’euro potrebbe rivelarsi la principale minaccia alla crescita nel 2021”.

Tonfo di Wall Street – Wall Street nella notte italiana ha terminato la sessione riportando un tonfo storico, con il peggior ribasso del Dow Jones dal Black Monday del 1987, mentre lo S&P ha vissuto la sessione peggiore dal crash del 1987. Le vendite si sono trasferite sui listini asiatici, con Tokyo che ha chiuso questa mattina in calo del 6%.

Le altre banche centrali – Dopo gli annunci di ieri della Bce e le parole poco accorte di Christine Lagarde, le altre banche centrali continuano a muoversi con decisione. La Fed ieri sera ha annunciato che inietterà 1.500 miliardi di dollari sul mercato nel tentativo di evitare una contrazione e di facilitare il funzionamento del mercato dei Treasury. E stamattina la banca centrale della Norvegia ha ridotto di 0,50 punti percentuali all’1% i tassi di interesse. “A breve termine l’attività economica norvegese diminuirà considerevolmente a causa dell’epidemia di coronavirus”, spiega la Norges Bank.

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Cambiamenti climatici, davanti all’emergenza la politica è stata una delusione su tutti i fronti

di Carlo Fusco

L’emergenza coronavirus impone a tutti noi un periodo di semi-isolamento. Come nel caso della crisi climatica siamo convinti dell’importanza di ascoltare le indicazioni che arrivano dal mondo scientifico, ma siamo anche coscienti di quanto difficile sia restare giorni e giorni chiusi in casa.

Per questo da oggi e per il mese a venire noi di Fridays For Future Italia aggiorneremo con cadenza settimanale – la massima concessa dalla piattaforma – il nostro blog sul FattoQuotidiano.it, e a breve sarà disponibile sul nostro sito una sezione dedicata a libri, film, serie a tema clima da scoprire durante la quarantena. E’ un piccolo gesto, lo sappiamo, ma speriamo possa aiutare a farci superare tutti assieme questa situazione!

Pioggia. Cade fitta sulle nostre città, trappole d’acqua. Non è la terra ad accoglierla, ma una giungla di cemento su cui scivola e scorre, senza mai trovare riposo. Le arterie popolate di metallo pulsano sotto il peso liquido, in un complesso di motori fumanti. Il cuore cittadino e la sua storia piangono, le gocce solcano pietre edificate da centinaia di anni. Prende forma una penisola di città galleggianti, si avvertono i primi disagi di uno scheletro urbano impreparato alle emergenze. Le strade diventano torrenti, l’acqua arriva alle ginocchia, al busto e poi al collo: inizia il conto delle vittime.

L’Italia, nel decennio scorso, è stata il sesto paese al mondo per morti da eventi meteorologici estremi, un’ecatombe di quasi 20.000 persone scomparse nel caos climatico: 32,92 miliardi di dollari la cifra quantificata in termini di perdite economiche, 18esimo il posto in classifica per numero di perdite pro capite, a ricordarci che tutto ciò causerà la prossima devastante crisi finanziaria.

La causa è una sola: il cambiamento climatico (i cui effetti sono anche amplificati dal dissesto idrogeologico e dagli abusi edilizi che in Italia giocano un ruolo tristemente importante).

Il 2019 è stato il quarto anno più caldo nel nostro paese dal 1800 a oggi, con un’anomalia di +0,96°C sopra la media. Il 2020 si apre con cifre da record: il 3 febbraio a Torino, in pieno inverno, le temperature hanno sfiorato i 27°C. Tutto ciò ha forti ripercussioni sulla nostra economia, con la crisi del settore agricolo, rimasto orfano di un quarto di terra coltivata, e di conseguenza alimentare, del turismo e della produzione energetica. Ma di fronte all’evidente situazione di emergenza, come ha agito e come intende agire la politica?

Le azioni sono sempre state insufficienti e lo sono tuttora, nonostante il tema sia stato portato all’attenzione pubblica, diventando tra le prime preoccupazioni degli italiani. L’approvazione definitiva del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), avvenuta alla fine di gennaio, ne è la prova.

Si tratta di un documento che dovrebbe offrire la nostra visione di uno sviluppo economico e sociale sostenibile, considerando l’emergenza climatica in atto, quando di fatto non è altro che un piano anacronistico e di certo poco coraggioso, che non prospetta orizzonti differenti da quelli attuali.

L’Italia infatti rimarrebbe ancorata alle fonti fossili, con una dipendenza dal gas quasi del 70%, e un timido approccio alle rinnovabili, che dovrebbero coprire il 30% per il 2030. Ora, il gas, il metano è un combustibile fossile climalterante, 34 volte più potente dell’anidride carbonica e responsabile per il 20% dei cambiamenti climatici.

Non è di certo una fonte di transizione o di parziale mitigazione rispetto ad altri combustibili fossili e chiunque affermi il contrario nega decisamente ciò che dice la scienza. Per quanto riguarda l’incremento delle fonti rinnovabili ci troviamo ancora una volta di fronte a tiepidi provvedimenti, che non ci portano fuori dal sistema inerziale in cui siamo costretti rispetto a quello della crisi climatica.

Come se non bastasse, nelle scuole italiane arriva il cane a sei zampe. Si tratta di Eni, (ex) Ente Nazionale Idrocarburi (la cui quota statale è pari al 30,1%, per un valore di oltre 16 miliardi di euro) e della viscida operazione organizzata sulle spalle degli studenti di tutto il paese. A settembre la nostra redazione ha prodotto una lettera per l’allora ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti, in cui veniva richiesto l’insegnamento delle tematiche ambientali nelle scuole.

La proposta è stata accolta, l’Italia dunque sarebbe diventata il primo paese al mondo a rendere obbligatorio lo studio dei cambiamenti climatici. Oggi, dopo le dimissioni di Fioramonti, apprendiamo inorriditi che l’Associazione Nazionale Presidi ha avviato con Eni un programma di incontri nelle scuole per formare gli insegnanti che dovranno parlare alla nostra generazione dell’emergenza climatica. Questa di fatto è causata in parte dalla stessa multinazionale, che investe 7 miliardi di euro all’anno nelle fonti fossili. Come chiedere all’oste se il vino è buono.

Tutto ciò non sembra essere semplicemente un’assoluta assenza di volontà politica ed economica, qui si tratta di andare nella direzione opposta. La politica ci ha deluso su tutti i fronti. Il governo del cambiamento climatico sembra un miraggio lontano e ormai sbiadito.

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Coronavirus, il lavoro a distanza porterà a un’evoluzione digitale. Nessuno vorrà più tornare indietro

di Francesco Giubileo e Francesco Pastore

L’epidemia di Coronavirus – ma è di ieri la notizia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha elevata al rango di pandemia – in Italia sta producendo effetti devastanti sul mercato del lavoro. Il rischio più evidente e grande è che colpirà duramente nel periodo estivo, danneggiando così la punta di diamante del nostro sistema economico, soprattutto l’occupazione, poiché il turismo è una delle poche attività rimaste ad alta intensità occupazionale, e l’unica a garantire occupazione in specie in alcune aree.

Attraverso il turismo passa una buona parte del mercato del lavoro italiano, a spanne il 15-20% dell’occupazione totale. Non si tratta solo degli addetti alla ristorazione o al settore alloggi, poiché saranno colpiti (direttamente o indirettamente) anche coloro che lavorano nelle attrazioni culturali, nel settore delle pulizie o, più in generale, nell’ampio settore del cosiddetto Made in Italy. Insomma, parliamo di almeno 6-8 milioni di addetti.

La pandemia non terminerà tra qualche settimana, come qualcuno pensava solo qualche giorno fa. Si può pensare che ci vorranno mesi per uscire del tutto da questa specie di incubo in cui siamo tutti immersi. Nel 2003, a causa della Sars (la cosiddetta influenza aviaria), Hong Kong fu bloccata per diversi mesi. Ancor di più, in questo caso, è lecito aspettarsi un periodo di “stasi” di almeno qualche mese. Del resto, i flussi turistici non riprenderanno subito dopo la fine della pandemia, ma solo qualche tempo dopo, quando i turisti stranieri riacquisteranno la certezza di non essere contagiati venendo di nuovo nel Belpaese.

Appena la pandemia sarà terminata, servirà un piano straordinario di politiche attive del lavoro, volto alla rapida ricollocazione di un elevato numero di disoccupati, i quali si troveranno di fronte ad una vera e propria evoluzione digitale dei servizi al lavoro, prodotta dall’obbligo di lavoro a distanza che si sta diffondendo in questi giorni in ogni settore dell’economia a causa del rischio contagio. Non solo scuole e università, ma anche aziende, banche e ogni altra attività economica, soprattutto nel privato e che non può chiudere, si sta svolgendo attraverso il supporto digitale.

Anche il mercato del lavoro sta subendo un processo spinto e improvviso di digitalizzazione. In pochi giorni, la fase di recruiting, in particolare, è stata rivoluzionata e, in poco tempo, sarà talmente avanzata e conveniente rispetto a quella precedente che nessuna azienda o agenzia di selezione tornerà indietro.

Oggi al candidato ad un posto vacante viene inviato un link (oppure un accesso ad un account) per auto-somministrarsi strumenti come “Talent insight” o “Profile xt”, la restituzione degli esiti avviene entro al massimo un’ora e, se va bene, si viene successivamente contattati tramite Skype per il colloquio di lavoro. Addirittura, in alcune professioni che si svolgono nell’ambito della gig economy, datore e lavoratore potranno non incontrarsi mai. Tutto avviene tramite il canale digitale (situazione che nel futuro sarà sempre più frequente).

Ora, se questo è ormai il passaggio consolidato, quanti dipendenti dei Centri per l’impiego (Cpi) conoscono “Talent insight” o “Profile xt”? Quanti sono in grado di orientare bene per colloqui via Skype? Certo alcuni settori, come il turismo a conduzione familiare, recluteranno ancora con i canali “informali” (almeno fino a quando la generazione dei nativi-digitali non diventerà titolare), ma l’elenco delle mansioni (ormai si va dall’addetto alle pulizie al disegnatore industriale) e delle aziende che utilizzano i canali digitali sarà sempre più ampio, fino a raggiungere la totalità del mercato del lavoro.

Non mettiamo in dubbio che all’interno delle strutture di collocamento pubblico vi siano funzionari aggiornati con queste competenze, ma il modello deve diventare universale e sistemico su tutto il territorio nazionale. Pertanto, è fondamentale che nella fase di rafforzamento di questi nuovi Cpi le nuove risorse umane padroneggino tali strumenti.

Nel frattempo, si potrebbe acquistare la competenza delle Agenzie private del lavoro per fornire ai disoccupati queste nozioni. Vediamola come una “Dote/Voucher di sapere digitale” che potrebbe essere assegnata ai disoccupati, soprattutto in alcuni settori più fortemente digitalizzati, per acquisire le nozioni di base necessarie all’utilizzo dei nuovi strumenti di recruiting.

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Coronavirus, c’è chi sarebbe felice di dire #iorestoacasa (ma purtroppo non può)

Come è gestita nelle vostre città l’emergenza Coronavirus? Come si comportano le autorità e i cittadini? E nelle vostre vite, c’è qualche aspetto positivo o inatteso nell’isolamento forzato? Abbiamo chiesto ai nostri Sostenitori di raccontarcelo, inviando testimonianze, osservazioni e spunti per la redazione al Blog Sostenitore. Mai come stavolta il contributo della nostra comunità è fondamentale: con il Paese in zona rossa, ogni segnalazione è importante. Abbiamo bisogno di voi. Sosteneteci: se non siete ancora iscritti, ecco come potete farlo.

di Priscilla De Angelis

C’è una categoria di persone (svariate decine di migliaia in Italia) che sarebbe ben felice di accogliere l’invito a restare a casa. Purtroppo non può: un dializzato deve recarsi al centro dialisi in media tre volte alla settimana. Verrebbe da pensare, quindi, che le misure di prevenzione in questi posti siano particolarmente attente e scrupolose. Ecco invece qualche esempio di quello che succede in un centro dialisi privato di Roma:

– prima di essere attaccati alle macchine, i pazienti vengono radunati in un corridoio largo circa un metro e mezzo con file di sedie su entrambi i lati. Il reparto conta 38 letti. Calcolando medici e infermieri che vi si aggirano, più di 40 persone in meno di 15 mq. Un bell’incubatore, alla faccia del “no assembramenti” soprattutto in luoghi chiusi. A nessuno è venuto in mente di farli arrivare alla spicciolata e farli entrare uno per volta direttamente nelle sale dialisi;

– le infermiere, almeno fino a sabato scorso, avevano facoltà di decidere se indossare la mascherina o meno: io mi sono sentita rispondere “tanto non serve a niente”;

– la temperatura viene presa con uno strumento che segna a tutti poco più di 34°C; a questo mi è stato risposto dal medico che “noi ce ne accorgiamo se uno ha la febbre”;

– ai pazienti non viene data una mascherina, in nessuna fase, neppure durante l’assembramento in corridoio;

– sabato scorso si è tenuta una festicciola all’interno della sala dialisi, in cui si è passato in giro un carrello con prosecco (alle 8 del mattino, vabbè) e pasticcini. Bicchiere e pasticcino offerti direttamente da una mano senza guanto; all’occasione ha partecipato anche un signore, non un paziente né un infermiere, senza mascherina, camice usa-e-getta o altro, nonostante un cartello fuori dalla porta dica “vietato l’ingresso ai non addetti”;

– a parte l’attacco e lo stacco della macchina, in cui ci può essere contatto con il sangue del paziente, il personale non indossa guanti per manipolare i pazienti. Si noti che per prendere la pressione devono mettere le mani sulla manica, di solito la destra, dove magari il soggetto può aver tossito o starnutito come da raccomandazioni. Poi passano al letto successivo senza neanche lavare o igienizzare le mani. Le coperte vengono riutilizzate senza lavarle tra un uso e l’altro.

E fermiamoci qui. Naturalmente questi pazienti tornano a casa dai loro familiari, che li immaginano protetti in un centro dialisi e quindi non adottano misure di prevenzione. È da quando questa vicenda è deflagrata a Codogno che cerco di capire se si intendessero adottare precauzioni. Le risposte che ho ricevuto dal personale sanitario sono degne dei ragazzini inconsapevoli e spacconi che facciamo tanta fatica a convincere: semplicemente non credono all’emergenza. Un’infermiera sabato scorso ha detto che lei alla festa per il suo 44esimo compleanno non ci rinuncia: ha già prenotato locale e catering.

La cosa più scandalosa è che questo atteggiamento incosciente e strafottente debba essere imposto a persone che per propria scelta seguirebbero le indicazioni delle autorità, e magari rinunciano a vedere figli e nipoti per un po’ di cautela in più, dal momento che siamo tutti malati cronici e immunodepressi.

Mi dispiace dirlo, ma non è vero che tutti i medici e gli infermieri siano eroi: alcuni purtroppo non hanno capito nulla, mettono un bel cartello fuori in osservanza ai decreti ma dentro prevale la sciatteria, sulla pelle di persone la cui eventuale morte poi si può sempre attribuire a “comorbidità”. Che magari non si sarebbero nemmeno ammalate con appena un po’ più di attenzione.

Ps. Ho tentato disperatamente di trasferirmi in un altro centro, ma al momento nessuno prende pazienti da fuori. Inoltre un nefrologo mi ha detto che negli ospedali pubblici le cose vanno anche peggio. Ma nessuno ne parla, il messaggio è solo “restate in casa”. Beato chi può.

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Coronavirus, gli aggiornamenti del presidente del Consiglio Conte: la diretta da Palazzo Chigi

In diretta da Palazzo Chigi gli ultimi aggiornamenti del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i ministri Roberto Gualtieri e Nunzia Catalfo.

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Coronavirus, il sindaco Decaro in lacrime per le strade deserte di Bari: “Ne usciremo, recupereremo tutto quanto abbiamo fatto”

“In questi anni abbiamo fatto tanti sacrifici per far vivere la città, per portare i turisti. Sono sicuro che ce la faremo, ne usciremo. Dobbiamo avere fiducia”. È il messaggio che il sindaco di Bari, Antonio Decaro, ha voluto mandare ai propri cittadini, in diretta Facebook, mentre camminava per le strade del capoluogo pugliese. Il primo cittadino non è riuscito a trattenere le lacrime mentre passava accanto ai locali chiusi: “Recupereremo tutto quanto abbiamo fatto in questi anni”, ha concluso. Il video ha aperto la puntata di ieri di Sono le Venti, il programma condotto da Peter Gomez sul Nove.

‘SONO LE VENTI’, il nuovo programma di Peter Gomez, è prodotto da Loft Produzioni per Discovery Italia e sarà disponibile anche su Dplay (sul sito www.it.dplay.com – o scarica l’app su App Store o Google Play) e su sito www.iloft.it e app di Loft. Nove è visibile al canale 9 del Digitale Terrestre, su Sky Canale 149 e Tivùsat Canale 9.

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Carceri, Bonafede: “Atti criminali di pochi”. Italia viva: “Via il capo del Dap”. Grasso: “Gestione carente, operatori soli e senza mascherine”

“Fuori dalla legalità, e addirittura, nella violenza non si può parlare di protesta: si deve parlare semplicemente di atti criminali”. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, intervenendo in Senato pochi giorni dopo la rivolta nelle carceri legata all’emergenza coronavirus, ha voluto sottolineare come “le immagini dei disordini e gli episodi più gravi” siano “ascrivibili ad una ristretta parte dei detenuti”: “La maggior parte di essi, infatti”, ha detto ancora, “ha manifestato la propria sofferenza e le proprie paure con responsabilità e senza ricorrere alla violenza”.

Nell’Aula di Palazzo Madama, in replica al Guardasigilli, non sono intervenute solo le opposizioni, ma anche esponenti della stessa maggioranza. Il primo è stato il capogruppo di Italia viva Davide Faraone che ha chiesto sia rimosso il responsabile del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: “Ha gravissime responsabilità”, ha detto. “Quello che è accaduto nelle carceri era prevedibile. Se i detenuti fossero stati responsabilizzati sulle misure probabilmente tutto ciò non sarebbe accaduto. Lei ministro avrebbe dovuto anticipare quello che è capitato. Non si può far finta di niente: bisogna agire su chi è stato responsabile”. Una posizione condivisa anche dall’ex presidente del Senato ed esponente di Leu Pietro Grasso, anche lui in maggioranza: “Molto carente è stata la gestione del capo del Dap. Gli operatori sono stati lasciati soli rispetto alla situazione. Da parte del vertice del Dap ci sono stati gravi ritardi e indecisioni”, ha dichiarato. “Dov’era durante le rivolte? Mi ha stupito leggere che solo ieri sono state mandate le mascherine in carcere”.

Bonafede in Aula ha anche riferito sui numeri delle persone coinvolte: gli “atti criminali” sono stati portati avanti “da almeno 6000 detenuti su tutto il territorio nazionale”, ha detto. “Oltre 40 i feriti della polizia penitenziaria cui va tutta la mia vicinanza e l’augurio di pronta guarigione) e purtroppo 12 i morti tra i detenuti per cause che, dai primi rilievi, sembrano perlopiù riconducibili ad abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini”. Per quanto riguarda il carcere di Foggia, penitenziario che ha riportato “gravi danni strutturali”, Bonafede ha confermato che sono “16 i detenuti ancora latitanti che erano soggetti al regime di media sicurezza”. Quanto al carcere di Modena, teatro della rivolta più cruenta, “gran parte dell’istituto è diventato inagibile”.

E per far fronte a questa situazione eccezionale, ha continuato Bonafede, il governo sta valutando nuove misure: “La task force all’interno del Ministero” sulle carceri “sta preparando possibili interventi per garantire, da un lato, i poliziotti penitenziari e, dall’altro lato, i detenuti. Ma bisogna mantenere la calma ed essere uniti con una consapevolezza. Questo è un momento difficile per il Paese, ma è nostro dovere chiarire, tutti insieme, che lo Stato italiano non indietreggia di un centimetro di fronte all’illegalità”.

Per quanto riguarda le rivendicazioni di alcuni, sulle condizioni di vita dentro le carceri, Bonafede ha dichiarato: “E’ giusto ascoltare le rivendicazioni che arrivano anche dai detenuti che rispettano le regole e che dimostrano di seguire un percorso di rieducazione vero. Ma dobbiamo avere anche il coraggio e l’onestà di dire che tutto questo non ha nulla a che fare con gli incendi, i danneggiamenti, le devastazioni e addirittura le violenze contro gli agenti della polizia penitenziaria”.

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Coronavirus, carceri in rivolta, altri 3 detenuti morti a Rieti. Nuove proteste a Siracusa e Caserta, a Milano salgono sui tetti. A Foggia evasione di massa: 23 ancora ricercati

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Continuano le proteste nelle carceri: a Rieti tre detenuti sono morti dopo aver assunto farmaci rubati dall’infermeria. Ieri la sommossa è andata avanti per ore: cinquanta detenuti circa hanno saccheggiato l’infermeria e sono saliti sul tetto. Altri 8 sono stati trasportati in ospedale, di questi 3 sono attualmente ricoverati in terapia intensiva, mentre un altro detenuto, più grave, è stato trasferito in elicottero a Roma.Altre 7 persone erano già morte, dopo i disordini nel carcere di Modena: secondo le prime indagini, avevano assunto psicofarmaci rubati dal cassetto delle medicine dopo l’assalto all’infermeria del carcere. I quattro reclusi sono morti nelle carceri di Verona, Parma, Ascoli Piceno e Alessandria, dove erano stati trasferiti in seguito alla sommossa.

Dopo i disordini di domenica e lunedì in 22 istituti in tutt’Italia, da Modena a Palermo, nella notte nuove rivolte si sono verificate a Siracusa, nel carcere di Cavadonna, dove settanta detenuti hanno dato alle fiamme le lenzuola e hanno danneggiato versi arredi. Ad Aversa, nel Casertano, durante il cambio di turno di mezzanotte, i detenuti hanno protestato rumorosamente sbattendo oggetti contro le inferriate e bruciando pezzi di carta nelle loro celle. I motivi, in tutti gli istituti, sono gli stessi: molti chiedono l’amnistia, lamentando la paura del contagio del coronavirus. Altri hanno protestato perché le misure varate dal governo per combattere l’emergenza comprendono anche una serie di restrizioni ai colloqui con i parenti.

A Foggia continuano le ricerche di 23 evasi: tra cui persone legate alla mafia garganica e un condannato per omicidio, Cristoforo Aghilar, il 36enne che il 28 ottobre scorso ha ucciso ad Orta Nova Filomena Bruno, 53 anni, mamma della sua ex fidanzata. Ieri, approfittando dei disordini, 77 detenuti sono riusciti a fuggire: 54 sono stati già catturati, tra cui due persone che hanno scelto di costituirsi. Al momento per tutti l’accusa è di evasione, e successivamente sarà analizzata la posizione di ogni singolo detenuto.

Situazione rientrata alla normalità a Melfi (Potenza) dove, dopo circa dieci ore di proteste, sono stati liberati i nove ostaggi – quattro agenti della polizia penitenziaria e cinque operatori sanitari – e i detenuti sono rientrati nelle sezioni. Situazione sotto controllo anche ad Alessandria.

La situazione ha provocato reazioni da parte della politica: l’opposizione hanno auspicato l’intervento dell’esercito, mentre i renziani hanno chiesto al ministro della giustizia Alfonso Bonafede di riferire il Parlamento. L’informativa del guardasigilli è stata fissata per mercoledì 11 marzo alle ore 17. In serata, a leggere il bilancio del Dipartimento della amministrazione penitenziaria, in molti istituti la situazione non è ancora rientrata e i disordini sono ancora in corso.

Il riassunto di una giornata di rivolta – Le proteste sono iniziate domenica, a Frosinone e a Modena, dove la sommossa si è conclusa con 7 detenuti morti. Detenuti in rivolta a Piacenza, Ferrara, Reggio Emilia e Bologna. Disordini a San Vittore a Milano e a Rebibbia a Roma, con le infermerie assaltate: fuori dal carcere romano si sono radunati i familiari dei detenuti, che per qualche ora hanno bloccato la via Tiburtina. Situazione tornata alla normalità a Regina Coeli, dopo i roghi appiccati per protesta. A Pavia due poliziotti tratti in ostaggio poi sono stati liberati. Analoghe scene di protesta a Napoli e Salerno, a Torino e Alessandria. Le agitazioni e le rivolte delle scorse ore hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine anche a Frosinone, Alessandria, Lecce, Bari e Vercelli. Caos anche a Prato. Danneggiato l’istituto penitenziario di Salerno, dove la rivolta è terminata ieri, mentre proseguono le proteste a Poggioreale, con danneggiamenti, ad Ariano Irpino e a Santa Maria Capua Vetere dove c’è stata una vera e propria rivolta. Numerosi i danni a Frosinone e a Cassino, dove si sono registrati numerosi danneggiamenti, ma prosegue quella all’Ucciardone a Palermo.

“Le mafie dietro le rivolte” – “È nostro dovere tutelare la salute di chi lavora e vive nelle carceri e i provvedimenti presi hanno proprio la funzione di garantire proprio la tutela della salute dei detenuti e tutti coloro che lavorano nella realtà penitenziaria, ma deve essere chiaro che ogni protesta attraverso la violenza è solo da condannare e non porterà ad alcun buon risultato”, ha detto il ministro della Giustizia. Da segnalare il commento di Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di Polizia Coisp, che sottolinea come le proteste siano cominciate contemporaneamente in tutto il Paese: “La contemporaneità delle rivolte all’interno delle carceri italiane lascia pensare che ciò a cui stiamo assistendo sia tutt’altro che un fenomeno spontaneo – ha detto Pianese – C’è il rischio che dietro le rivolte possa esserci la criminalità organizzata. È in atto, infatti una evidente strategia che tenta di approfittare delle difficoltà causate dell’emergenza Coronavirus“.

A Foggia evasioni di massa – La situazione peggiore si è registrata a Foggia, con oltre 70 detenuti detenuti evasi: 23 sono ancora in fuga, 2 si sono costituiti e gli altri sono stati catturati nella giornata di ieri. In un caso i fuggitivi hanno rapinato un meccanico di auto e attrezzi nella zona del Villaggio Artigiani, l’area nella quale si trova il carcere. Alcuni esercizi commerciali hanno affisso all’ingresso dei cartelli di avviso ai clienti nei quali si spiegava che, per motivi di sicurezza, rimangono momentaneamente chiusi. Quattro detenuti evasi sono stati fermati sulla tangenziale di Bari: avevano appena rubato un’auto, intercettata grazie al numero di targa. Nel frattempo il penitenziario foggiano, secondo alcune fonti della polizia, era finito completamente in mano ai rivoltosi, che hanno rotto le finestre e divelto un cancello della block house, la zona che li separa dalla strada. All’ingresso della casa circondariale è stato appiccato un incendio. I carcerati hanno gridato: “Vogliamo l’indulto e l’amnistia, non possiamo stare così con il rischio del Corinavirus. Noi viviamo peggio di voi, viviamo nell’inferno”. Nella casa circondariale attualmente ci sono 608 detenuti, numero al di sopra della capienza ottimale che sarebbe di 365. “La situazione è critica, gli assistenti che non vogliono lavorare, ci tengono chiusi 24 ore su 24. Ci trattano come animali”, ha detto un giovane detenuto che durante la protesta è rimasto ferito al capo. All’esterno dell’istituto anche i parenti di alcuni detenuti che, prima di essere allontanati, hanno cercato di far ragionare i carcerati per riportarli alla calma: “Se fate così è peggio, dovete stare tranquilli”. Un agente di polizia penitenziaria ha raccontato di “scene apocalittiche“. “Non abbiamo il potere di niente, ci sono cordoni di forze dell’ordine ma non c’è più controllo – dice – Siamo tutti qua fuori, i detenuti hanno il controllo del carcere”.

A Milano detenuti sul tetto – Caos anche nel carcere di San Vittore, nel centro di Milano, dove la protesta è esplosa di prima mattina: i detenuti hanno preso il terzo o il quinto raggio, distruggendo gli ambulatori, dopo essersi impossessati di alcune chiavi di servizio. Dalla strada adiacente al carcere si vedevano carta e stracci, a cui è stato dato fuoco, attaccati alle grate di una finestra e getti d’acqua per contenere le fiamme. Almeno una quindicina di detenuti è salita sul tetto. Molti avevano il cappuccio della felpa alzato, o il volto nascosto da una sciarpa. “Libertà, vogliamo la libertà“, urlavano, alzando le braccia al cielo, invocando la scarcerazione immediata. “La situazione qui a San Vittore è grave e sta peggiorando. C’è fuoco nelle celle, nei corridoi, esce dalle grate, si vede il fumo nero. Con il personale all’interno non è possibile comunicare, la rivolta è ancora in atto e non si sa nemmeno se ci sono feriti, non ci sono dichiarazioni attendibili”, ha detto Alfonso Greco, segretario regionale del Sappe Lombardia. “Sappiamo solo che la situazione è grave – ha spiegato – ho 27 anni di servizio ed è la prima volta nella mia carriera che assisto ad una cosa del genere. I colleghi dentro hanno il cellulare spento, non sappiamo nemmeno come stanno. La rivolta si sta propagando e l’Amministrazione ora deve fare prevenzione in virtù di quello che sta succedendo”. Sul posto la pm Laura Nobili, il collega di turno Gaetano Ruta e il questore di Milano Sergio Bracco oltre al direttore del carcere che hanno fatto cessare le proteste. Per favorire le trattativa è stata usata anche una gru con cestello dei vigili del fuoco.

Palermo, strade bloccate – Momenti di tensione pure al carcere Ucciardone di Palermo, dove c’è stato anche un tentativo di evasione subito contenuto. Diversi detenuti hanno scavalcato i passeggi ma sono ancora all’interno della cinta muraria del carcere. Il carcere, che è nel centro città del capoluogo siciliano, è stato circondato da poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa. Tutte le vie di accesso sono state chiuse al traffico. Presenti anche dei familiari di detenuti che gridavano all’indirizzo dei loro congiunti. La situazione si è normalizzata dopo alcune ore.

Roma, parenti detenuti bloccano Tiburtina – Alle 14, invece, diverse squadre dei Vigili del Fuoco sono intervenute all’interno del carcere di Rebibbia a Roma, visto che alcuni focolai sono divampati nei diversi bracci del penitenziario. Presenti sul posto insieme ai carabinieri le squadre di Nomentano, Rustica, Funzionario di Guardia, capo Turno provinciale con l’ausilio di un’autoscala, un’autobotte, il carro teli, il carro autoprotettori e i Carabinieri. La protesta è cominciata quando i detenuti hanno iniziato a battere i ferri sulle sbarre del reparto G11 nuovo complesso. Intanto i parenti dei carcerati, donne soprattutto con bambini al seguito, hanno bloccato la via Tiburtina solidali alla protesta. Fumo viene segnalato all’interno di Regina Coeli. Sul posto agenti delle forze dell’ordine. Proteste anche a Torino: i detenuti di quattro sezioni si sono barricati nel Padiglione B delle Vallette. Tensioni anche al don Soria di Alessandria, dove i detenuti hanno incendiato lenzuola.

“Bologna in mano ai detenuti”- Caos anche a Rieti, a Santa Maria Capua a Vetere, Trani e a Bologna. “I detenuti si sono ormai impossessati del carcere e il personale è fuori, con il supporto delle altre Forze dell’ordine”, ha fatto sapere il sindacato Sappe sulla situazione del carcere bolognese della Dozza. Nel carcere di Villa Andreino alla Spezia la direttrice Maria Cristina Biggi e alcuni operatori sono “asserragliati all’interno per cercare di riportare la situazione alla calma” ha raccontato un operatore, mentre alcuni detenuti sono saliti sul cornicione. Intorno alla struttura si sono dispiegate decine di auto delle forze dell’ordine per questioni di sicurezza ed evitare eventuali tentativi di evasione. Nel carcere spezzino ci sono 225 detenuti, per una capienza di 160.

A Modena sette morti – Ieri una serie di proteste erano scoppiate in numerosi penitenziari di tutta Italia. Quella più violenta nel carcere di Modena, dove sei detenuti sono morti. Il motivi del decessi, però, sono legati a overdose da psicofarmaci. Durante la rivolta infatti si è verificato un assalto all’infermeria, da cui erano stati prelevati diversi farmaci. Nel dettaglio un detenuto è morto per abuso di sostanze oppioidi, l’altro di benzodiazepine, mentre un terzo è stato rinvenuto cianotico, ma non si conosce il motivo di questo stato. Oltre ai tre morti, altri detenuti sono stati portati in ospedale. Sei sono considerati più gravi, portati nei pronto soccorsi cittadini e di questi quattro sono in prognosi riservata, terapia intensiva. In tutto sono 18 i pazienti trattati, in gran parte per intossicazione. Ferite lievi anche per tre guardie e sette sanitari. Altri tre detenuti sono morti in altri penitenziari – Verona e Alessandria – ma provenivano sempre dal carcere di Modena. Anche un detenuto morto nel carcere di Parma proveniva da Modena. Il settimo morto è deceduto nel carcere di San Benedetto del Tronto.

A Pavia due agenti sequestrati – Rivolta nella serata di ieri anche in carcere a Reggio Emilia: l’agitazione dei detenuti è iniziata nel pomeriggio e si è conclusa intorno alle 23. È stata coinvolta anche l’infermeria, ma non si ha notizia di feriti. Manifestazioni si sono registrate anche nei penitenziari di Frosinone, Poggioreale, e Pavia, dove i carcerati hanno preso in ostaggio due agenti della polizia penitenziaria. Nel carcere lombardo sono arrivati alcuni agenti di rinforzo, partiti dalle carceri milanesi di San Vittore e Opera. Solo a tarda notte i detenuti sono rientrati nelle celle, dopo essere scesi dai tetti e dai camminamenti dove si erano asserragliati, dopo una trattativa con il procuratore aggiunto pavese Mario Venditti.

A Melfi sequestrati 4 agenti di polizia penitenziaria e 5 operatori sanitari – Nove persone sono state tenute in ostaggio dai detenuti che si sono rivoltati nel carcere di Melfi (Potenza) per protestare contro le restrizioni decise per il coronavirus. Secondo quanto si è appreso, si trattava di quattro agenti della polizia penitenziaria e cinque operatori sanitari che sono stati liberati nella notte. I rivoltosi controllavano la zona del carcere in cui si trova l’infermeria. Altri reclusi invece hanno cercato di sfondare per salire sul tetto: è lo scenario descritto da Giuseppe Cappiello, vicesegretario del sindacato di polizia penitenziaria Osapp in Basilicata. “È l’unico carcere di massima sicurezza in Italia oggi in rivolta. Da quello che ho saputo – ha raccontato il sindacalista – la situazione è complicata. All’esterno si trovano molti uomini di polizia e carabinieri. All’interno ci sono cento detenuti circa. Al primo piano si trovano la prima e la seconda sezione del carcere i cui detenuti non sono tornati nelle celle e tengono tre colleghi in ostaggio. Un’altra sezione – ha spiegato – pare stia provando a sfondare un cancello per arrivare sul tetto. Infine, c’è una quarta sezione che sembra non stia partecipando alla rivolta”.

Incendi ad Alessandria, proteste a Ferrara – Rivolta anche nel carcere di San Michele, ad Alessandria. I detenuti hanno dato fuoco a due sezioni. Sul posto i vigili del fuoco e i sanitari del 118. Al momento non risultano feriti. Tensioni si sono registrate nelle scorse ore anche nella casa circondariale Don Soria, sempre ad Alessandria. Durante le proteste dei detenuti un assistente capo della polizia penitenziaria si è ferito ad una mano.

Nuova protesta anche nel carcere di Ferrara, dove già ieri un agente della polizia penitenziaria era stato strattonato dai detenuti che poi sono rientrati nelle loro celle solo in tarda serata. A quanto si apprende l’agitazione, sulla scia delle altre proteste in molte carceri italiane, è cominciata questa mattina ed è andata avanti fino a verso le 17 e si è conclusa solo grazie all’intervento del questore di Ferrara, Cesare Capocasa, che è entrato nel carcere e ha convinto i detenuti a cessare la protesta. I reclusi, un centinaio, hanno occupato per alcune ore una sezione del carcere, distruggendo sedie, letti e altri suppellettili. Oltre alla penitenziaria, sul posto sono arrivati in ausilio anche polizia e carabinieri. Al termine della lunga mediazione con il questore i detenuti sono rientrati nelle loro celle. Al momento non risultano feriti.

Bonafede: “Tutelare salute anche nelle carceri” – Le proteste nei penitenziari hanno provocato i commenti da parte della politica. “Sono perfettamente consapevole che un’emergenza come quella del coronavirus possa creare tensioni all’interno di un carcere ma deve essere chiaro l’intento delle misure che abbiamo preso: è nostro dovere tutelare la salute di chi lavora e vive negli istituti penitenziari. Alcune norme previste nel decreto legge, come il limite ai colloqui fisici e la possibilità per i magistrati di sorveglianza di sospendere i permessi premio e la semilibertà – misure che valgono per i prossimi 15 giorni – hanno soltanto la funzione di garantire proprio la tutela della salute dei detenuti e tutti coloro che lavorano nella realtà penitenziaria”, ha detto il guardasigilli Bonafede. “Manterremo un dialogo costante – continua il ministro- nei dipartimenti di competenza sono attive task force e si assicura la costante informazione all’interno delle strutture per la popolazione detenute e i lavoratori. Ma deve essere chiaro che ogni protesta attraverso la violenza è solo da condannare e non porterà ad alcun buon risultato”.”Non possiamo voltarci dall’altra parte: dobbiamo intervenire rapidamente e con decisione per placare le rivolte, evitare che ci possano essere altre vittime, riportare alla calma la situazione e garantire ai detenuti quel trattamento di dignità che la stessa Costituzione richiama”, è il commento della ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova.

Pd: “Domiciliari per detenuti a fine pena”. Meloni: “Pugno di ferro” – “Il decreto che di fronte alla sospensione dei colloqui, resa necessaria dal Coronavirus, impone di consentire le comunicazioni a distanza coi parenti non basta. Serve subito affrontare il problema del sovraffollamento. Si mettano ai domiciliari tutti coloro che hanno pochi mesi ancora da scontare per arrivare a fine pena. Non si risolverebbe nulla se, come pensa qualcuno, si tornasse a chiudere le celle superando la vigilanza dinamica. Serve consentire ai direttori di poter lavorare ricostruendo un clima che il sovrappopolamento pregiudica”, scrive su Facebook il senatore del Pd Franco Mirabelli. “Gli agenti della Polizia Penitenziaria, in queste ore vivono momenti concitati, dovendo sedare le rivolte e trovandosi in perenne carenza di organico e dotazioni. Subito un tavolo di emergenza nazionale e interventi immediati, se è il caso anche con l’Esercito, per ripristinare le regole dello Stato e delle Istituzioni rappresentate anche dagli uomini e donne in divisa. Non c’è tempo da perdere”, dice la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

L’appello dei cappellani – Un appello ai detenuti, chiedendo loro un ”atto di responsabilità“, è stato lanciato da don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri. “Comprendo che la situazione è grave è che i detenuti si sentono ancora più isolati – spiega il cappellano- Ma se i contatti con l’esterno, i colloqui con i familiari sono stati temporaneamente sospesi è stato fatto per tutelare loro, la loro salute. Come succede anche fuori dalle carceri, il contagio avanza anche per l’irresponsabilità delle persone. Io chiedo ai detenuti di sentirsi responsabili perché nessuno li priva di un diritto ma sono decisioni necessarie e molto difficili anche per chi ha dovuto prenderle. Se all’interno di un carcere ci fossero contagi, sarebbe una situazione ingestibile, le violenze aumenterebbero”. “Togliete ai detenuti i colloqui familiari è togliere tutto io capisco umanamente, conosco gli umori di chi è detenuto ma la prima cosa è mantenere la calma”, sottolinea, e non nasconde il timore “che la situazione possa allargarsi, è un tam tam continuo”.

L’articolo Coronavirus, carceri in rivolta, altri 3 detenuti morti a Rieti. Nuove proteste a Siracusa e Caserta, a Milano salgono sui tetti. A Foggia evasione di massa: 23 ancora ricercati proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Grande Fratello Vip, puntata a rischio. “Alfonso Signorini bloccato a Milano, Mediaset pensa di farlo condurre dall’hotel”

Da programma, il Grande Fratello Vip dovrebbe andare in onda fino al prossimo 27 aprile ma il condizionale è d’obbligo visto che l’emergenza coronavirus sta facendo sentire i suoi effetti anche sul mondo della televisione. Mediaset ha infatti già dovuto apportare modifiche ai suoi palinsesti sospendendo Domenica Live, Verissimo e Cr4-La Repubblica delle donne, sostituendoli con strisce di approfondimento in diretta sull’attualità.

E secondo quanto riferisce Davide Maggio anche il reality di Canale 5 sarebbe a rischio perché il conduttore Alfonso Signorini sarebbe bloccato in un hotel di Milano e, non potendo raggiungere gli studi di Roma, la produzione starebbe pensando di fargli condurre la puntata di mercoledì 11 marzo in collegamento dall’albergo dove alloggia. Con tutte le difficoltà tecniche e logistiche che ne conseguono. Ma non è neanche escluso che la puntata possa slittare, anche se in un momento come questo, con poca concorrenza tra le varie reti televisive e le persone (soprattutto i giovani) costrette a stare a casa, il Gf Vip potrebbe riprendere slancio con gli ascolti. Sui social intanto, in molti chiedono un ritorno di Alessia Marcuzzi, storica conduttrice del reality, che è residente a Roma e potrebbe sostituire temporaneamente Signorini. Non resta che attendere e vedere cosa si deciderà.

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