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L’antidoto al Covid? E’ la liquirizia. Parola del presidente del Turkmenistan

Mentre gli scienziati di tutto il mondo partecipano a una vera corsa contro il tempo per trovare una terapia per curare gli effetti del coronavirus (dopo quella per il vaccino), c’è chi ha già la soluzione. Il presidente del Turkmenistan Gurbangouly Berdymoukhamedov assicura che il toccasana sia la liquirizia, garantendo tra l’altro che il suo Paese è stato risparmiato dalla pandemia (l’altro Paese che lo sostiene è la Corea del Nord). “Scienziati di tutto il mondo stanno ricercando rimedi efficaci per il coronavirus, e uno di questi potrebbe essere la radice di liquirizia” dice Berdymoukhamedov. Senza fornire alcuna prova scientifica per le sue dichiarazioni, il presidente turkmeno sostiene che “la liquirizia impedisce lo sviluppo del coronavirus” e che “anche una bassa concentrazione di un estratto acquoso di liquirizia ha un effetto neutralizzante”. Notando che il Paese dell’Asia centrale ha “riserve sufficienti” di liquirizia, il presidente ha quindi incaricato l’Accademia Nazionale delle Scienze di condurre studi sui presunti effetti benefici di questa pianta aromatica presente anche in Europa.

A parziale giustificazione dell’uscita del presidente turkmeno c’è uno studio condotto in Italia che aveva fatto notizia a luglio che indicava nella liquirizia un’arma promettente, capace di “bloccare” l’ingresso di Sars-Cov-2 nell’organismo. La glicirrizina, il principale costituente della liquirizia, “è da sempre considerata una molecola dal grande potenziale farmacologico per le caratteristiche peculiari che la contraddistinguono – disse allora all’AdnKronos Desiderio Passali, past president Italian Society of Rhinology – in quanto, nonostante il basso profilo tossicologico, possiede spiccate proprietà antinfiammatorie e antivirali, queste ultime in particolare rispetto alla famiglia dei coronavirus Sars”. Da qui a presentarlo come la soluzione per impedire lo sviluppo del Covid ce ne passa un po’.

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Il mio Natale a Waterloo

A Natale siamo tutti più buoni, io sono una persona buona e a Natale divento buonissimo. A Natale divento così buono che potrei invitare a cena un negazionista e un complottista, potrei chiedere a mamma di cucinare la migliore pasta al forno della sua vita in loro onore, e poi tra un calice di Amarone e l’altro potrei accogliere la loro tesi: Conte fa parte di un complotto mondiale teso a buttare sul lastrico tutti i piccoli commercianti, si tratta in realtà di un esperimento di controllo sociale, esperimento riuscitissimo, con la complicità dei giornalisti di tutto il mondo, chi è al Potere sta dimostrando che il cittadino è creatura passiva, manipolabile a tutti i livelli, puoi addirittura svuotare gli stadi e sequestrare una festa come il Natale, blindarla, condannare tutti a un Natale intimista, e non avrai alcuna rivoluzione, nemmeno una ribellione, solo un vago mugugnare sui social, niente di più, scie chimiche di rabbia che presto si disperdono nell’ebetudine celeste della rassegnazione.

A fine cena il famoso tiramisù alle fragole di mamma e un Tokaji aszù con 6 puttonyos, mica si scherza in casa Farina, noi i nemici li trattiamo bene, e non riusciamo a concepire spargimenti di sangue, ma solo allegria, dolcezza e bontà. Siamo persone semplici noi Farina, il Natale
intimista non ci dispiace, fraternizzare è la parola d’ordine, anche se detestiamo gli ordini di qualsiasi tipo. Un Natale senza parenti non è poi una tragedia, a noi piace frequentare i parenti senza l’ingombro del Natale, senza quella farsa spumeggiante dei regali sotto l’albero e dei brindisi dove ci si guarda negli occhi, noi Farina ci guardiamo negli occhi sempre, senza bisogno delle feste.

Non è stato Conte a condannarci a fare un Natale in tre, ma un fenomeno più radicale di Conte: la morte. La morte ci ha privati del papà e di tanti parenti simpatici (zio Gino, zio Vezio, zia Mirella, zio Joe, zia Leda, zio Roberto…), si sa, la vita è un processo in costante sottrazione, e per fortuna io non sono molto bravo in matematica, quindi ogni tanto sbaglio qualche sottrazione, e parlo con mio padre come se fosse ancora vivo. Sognare è la cosa che amo di più, soprattutto per due fattori: nei sogni le persone cieche tornano a vedere e i morti ci abbracciano.

Ma dove eravamo rimasti? Avevo invitato a cena quelli del “Coronavirus è tutta una messa in scena del Potere”, eravamo al tiramisù e al Tockaji, e dopo avere sorseggiato e scolato tutto quello che si poteva scolare, mi sa che prenderei la parola per questo discorso di congedo: carissimi complottisti e negazionisti, per la famiglia Farina e per me in particolare è stato un onore accogliervi al nostro desco natalizio, ci avete illuminato con la potenza scettica del vostro cogitare, ci avete insinuato il rovello divino del dubbio, avete fatto a pezzi le nostre certezze dogmatiche, pensavamo che ci fosse in atto una terribile pandemia, invece, grazie alla vostra scaltra
percezione delle cose, abbiamo capito che si tratta di altro: giochi di potere, scenari mentali, suggestioni cognitive, prove tecniche di repressione globalizzata.

Di tutto questo vi ringraziamo, di averci aperto gli occhi; ora ascoltate, fuori dal portone troverete quattro persone vestite con un camice bianco, cercheranno di farvi indossare una cosa chiamata “camicia di forza”, voi restate calmi, non dovete preoccuparvi, si tratta semplicemente di una candid camera, vi porteranno in un ospedale psichiatrico, ma voi fate finta di nulla, state al gioco, se vi capita di scorgere qualche persona intubata, non impressionatevi, sono tutti figuranti di un immenso Truman Show, cari amici negazionisti, la morte non esiste, il Coronavirus non esiste, io non sono Ricky Farina, non lo sono mai stato, sono Dio, sono Conte, sono una lucertola e un’aspirina, sono tutto, sono l’amore che tiene insieme l’universo, e ovviamente sono Napoleone. A Waterloo. Il mondo non esiste, esiste solo il Belgio, il Belgio e Waterloo. Non lo sapevate? Beh, adesso lo sapete. Buon Natale.

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Veneto, “se critichi la gestione della pandemia rischi la querela”. Giornalisti in piazza a Venezia: “No al bavaglio sul Coronavirus”

Come accade in tempo di guerra, anche con il Covid l’informazione non può essere disfattista, altrimenti rischia di essere accusata dalle strutture di potere di fare l’interesse del nemico. In Veneto sembra essere vietato attaccare il sistema sanitario, raccogliere testimonianze di medici o infermieri, dichiarare che nelle Rsa si muore, che il personale ha attrezzature scadenti, oppure che nelle terapie intensive non c’è posto e qualche paziente è morto in corridoio. Si rischia la querela per diffamazione o addirittura che un servizio televisivo venga inviato alla Procura della Repubblica per procurato allarme.

Nella regione che fino a qualche mese fa era additata come un modello sanitario, adesso la recrudescenza del morbo sta colpendo più duramente che altrove. Ogni giorno il governatore Luca Zaia tiene conferenze stampa-fiume per fare il punto della situazione, ottenendo titoli e prime pagine, ovviamente giustificate dalla drammaticità della situazione. Ma se accade che qualche giornalista si avventuri fuori dal sentiero tracciato, ecco i guai. È per questo che il Sindacato giornalisti del Veneto, con il segretario Monica Andolfatto, e la Fnsi, con il presidente Giuseppe Giulietti, hanno manifestato a Venezia, davanti a Palazzo Labia, sede della Rai del Veneto.

Matteo Mohorovicich, giornalista Rai, il 14 dicembre ha intervistato a Verona un operatore sanitario, lo ha ripreso di spalle, alterandone la voce, perché il dipendente di Borgo Trento aveva paura di ritorsioni sul posto di lavoro. È stato lui a denunciare la morte di pazienti in corridoio perché in terapia intensiva non c’era più posto. In conferenza stampa, il commissario dell’azienda ospedaliera Francesco Cobello – smentendo la ricostruzione del dipendente – ha adombrato l’invio dell’intervista in Procura per procurato allarme.

Ingrid Feltrin, direttrice del giornale online OggiTreviso, ha raccolto in esclusiva una lunga intervista a medici e infermieri del San Valentino di Montebelluna. Dicevano che i nuovi malati di Covid venivano mandati a casa perché non c’era più posto, che il numero di infetti tra il personale era in crescita e che la situazione era fuori controllo. Anche in questo caso è arrivata la smentita della direzione sanitaria, seguita da una conferenza stampa on-line con primari e medici fatti sfilare per dire che tutto andava bene. E, come appendice, la minaccia di difendersi “nelle sedi opportune”. Peccato che due giorni dopo siano arrivati a Montebeluna sette ispettori mandati d’urgenza dal ministero della Salute.

A Verona, invece, la giornalista Alessandra Vaccari de L’Arena ha raccolto una testimonianza (protetta dall’anonimato) dall’interno di una casa di riposo che svelava l’esistenza di una situazione gravissima. Ha ricevuto una lettera della direzione della Rsa, con la richiesta di smentire tutto. La replica di poter entrare nella struttura per verificare la situazione non ha ancora avuto una risposta.

“No bavaglio” è il logo della protesta dei giornalisti che hanno raccolto la solidarietà delle forze politiche di minoranza in Consiglio regionale del Veneto. Il Pd: “Il diritto all’informazione non può andare in lockdown, diciamo no alle querele bavaglio. I cittadini non possono essere informati esclusivamente tramite comunicati o dirette sui social”. “No al pensiero unico sulla sanità veneta. Abbiamo presentato un’interrogazione per chiedere alla giunta Zaia, anche in nome della libertà di stampa, di verificare quanto denunciato dai giornalisti rispetto alle carenze segnalate”, hanno dichiarato i consiglieri Cristina Guarda (Europa Verde), Elena Ostanel (Il Veneto che Vogliamo) e Arturo Lorenzoni, portavoce dell’opposizione. Anna Maria Zanetti, Anna Lisa Nalin e Corrado Cortese di +Europa Veneto hanno invitato “tutta la stampa veneta a continuare ad essere presidio di informazione e verità in un momento in cui la politica sembra voler nascondere tutta la sua debolezza e impreparazione”. Erika Baldin, dei Cinquestelle: “I cittadini hanno il diritto ad essere informati, qualsiasi attacco nei confronti degli operatori dell’informazione si qualifica da sé e va respinto al mittente”.

Foto d’archivio

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Decreto Natale, dallo shopping ai bar fino agli spostamenti: cosa si può fare oggi 22 dicembre

L’Italia entra nelle ultime 48 ore prima della zona rossa su tutto il territorio nazionale, che durerà fino a domenica 27 dicembre e limiterà la libertà di movimento anche all’interno del proprio comune. Nelle regioni in zona gialla, oggi, 22 dicembre, saranno aperti tutti i negozi fino alle 21 e bar e ristoranti fino alle 18, da quel momento sarà possibile ordinare solo da asporto o delivery.

Oggi è anche il penultimo giorno in cui è possibile muoversi liberamente su tutto il territorio regionale, sempre tra le 5 e le 22, senza necessità di autocertificazione. Durante il “coprifuoco” sarà invece sempre possibile spostarsi, ma solo per comprovate esigenze lavorative, necessità o salute e girando muniti di autocertificazione.

Gli spostamenti tra Regioni sono invece possibili solo per motivi di necessità, lavoro e ricongiungimenti familiari (è il caso, ad esempio, di un genitore separato con un figlio minorenne). Non sono quindi consentiti spostamenti extraregionali per turismo né per raggiungere le seconde case. Potrà muoversi tra due aree del Paese chi vuole trascorrere con qualche giorno durante le festività con un genitore non autosufficiente, eventualmente anche accompagnato da un figlio minorenne.

Resta invece sempre consentito il rientro presso la propria residenza, domicilio o abitazione. Chi però torna dall’estero deve sottoporsi alla quarantena. Mentre chi è rientrato in Italia negli ultimi 14 giorni da Gran Bretagna e Irlanda del Nord è obbligato – anche se asintomatico – a contattare la Asl e sottoporsi a tampone.

In caso di violazione delle regole sugli spostamenti all’interno del territorio nazionale la sanzione applicabile è quella amministrativa, da 400 a 1.000 euro, eventualmente aumentata fino a un terzo se la violazione avviene mediante l’utilizzo di un veicolo. La sanzione è ridotta a 280 euro se si paga entro 5 giorni. In caso di accertamento di una violazione alle disposizioni che non si ritiene motivata si può fare ricorso al Prefetto.

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Così anche Covid 19 ha “discriminato” le ricercatrici: la produzione scientifica è calata fino all’8% e quella degli uomini è aumentata

Chi pensa che la magia non abbia proprio nulla a che fare con la scienza non ha la più pallida idea a quali giochi di prestigio sono state costrette a ricorrere moltissime scienziate in quest’ultimo anno. Da quando è iniziata la pandemia Covid, per le ricercatrici è stato complicatissimo riuscire a gestire contemporaneamente più fronti: lavoro, figli, casa, genitori malati e così via. Immaginate una donna, ricercatrice che tenta di concentrarsi a fare intricati calcoli al pc, mentre suo figlio di tre anni le gira intorno alla scrivania urlando e giocando a fare l’indiano. Oppure a tutte quelle scienziate che, in vista di una scadenza per la presentazione di un paper, dovevano anche aiutare i propri figli adolescenti con la didattica a distanza. Insomma, un incubo. Perché la bacchetta magica non esiste e il conto che alla fine hanno dovuto pagare molte scienziate è stato piuttosto alto. Basta dare un’occhiata agli studi pubblicati in questi ultimi mesi per rendersi conto che la presenza femminile sulle riviste è stata davvero molto scarsa. Nessuna o poche pubblicazioni possono pesare molto sulla carriera di uno scienziato.

Tra i primi a rendersi conto che l’attività di ricerca di moltissime donne ha subito un ingiusto calo sono state proprio tre donne: Laura Inno, ricercatrice postdoc presso l’Università Parthenope di Napoli e associata Inaf, Alessandra Rotundi, professore ordinario alla stessa università e associata Inaf, e Arianna Piccialli, ricercatrice presso il Royal Belgian Institute for Space Aeronomy di Bruxelles. Le studiose hanno analizzato la produzione scientifica della comunità astronomica italiana durante i primi sei mesi del 2020 alla ricerca di eventuali tracce della divisione diseguale del lavoro domestico tra i due generi, esacerbata nel periodo tra marzo e giugno dalla chiusura delle scuole e dall’assenza di servizi assistenziali compensativi. Il risultato, pubblicato in una lettera alla comunità internazionale sulla rivista Nature Astronomy, è drammaticamente cristallino: a fronte di un leggero calo complessivo dei paper pubblicati come preprint sulla piattaforma Arxiv (il principale repository pubblico di articoli scientifici) rispetto alla media degli ultimi tre anni, risultano significativamente meno le pubblicazioni con una prima autrice donna, mentre quelle guidate da uomini sono addirittura in leggero aumento sulla media degli anni precedenti. “Sicuramente stavamo vivendo una situazione particolare: il nostro lavoro – che si basa su collaborazioni, incontri e congressi – è completamente cambiato in questo periodo, quindi nel nostro piccolo abbiamo sofferto”, racconta Inno.

Le ricercatrici hanno rilevato un calo della produzione scientifica generale dell’8 per cento. “La cosa che ci ha sorpreso è che, mentre gli uomini sembrano non aver risentito del lockdown, con una produzione addirittura aumentata di circa il 10 per cento – spiega Inno – rispetto alla media, le donne hanno pubblicato meno, quindi il decremento totale che noi vediamo è esclusivamente dovuto al decremento nella produzione femminile. La nostra idea è che questo si può spiegare perché, essendo chiuse le scuole ed essendo impossibile ogni tipo di mobilità – non c’era la possibilità di avere baby-sitter o aiuto dai nonni – tutta la cura della casa e dei figli ricadeva sulle ricercatrici donne. Quindi la differenza di produttività è una specie di specchio dello sbilanciamento della distribuzione dei carichi di lavoro familiare tra i generi nel paese, e potrebbe costituire un serio ostacolo nel processo verso la parità di genere”.

Questo gap è evidente anche in altri Paesi. Un report pubblicato lo scorso maggio ha rilevato che le scienziate, in Australia, hanno quasi il doppio di probabilità in più di svolgere lavori precari e hanno quindi maggiori probabilità di perdere il lavoro e le opportunità di carriera. Lo scorso aprile Elizabeth Hannon, vicedirettrice del British Journal for the Philosophy of Science, ha notato che il numero di articoli che riceveva dalle donne era diminuito drasticamente. Non è stato così per gli uomini. “Mai visto niente di simile”, ha commentato su Twitter. “Ho sentito molte storie di donne che hanno abbandonato progetti, che non sono state in grado di portare avanti collaborazioni, e così via. È estremamente preoccupante, soprattutto per la filosofia, che ha già tanto lavoro da fare in termini di parità di genere”, racconta. Il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato una serie di storie emblematiche: scienziate che troppo prese dagli impegni in casa non sono riuscite a portare avanti le loro ricerche.

“La parità di genere non è ancora pienamente compiuta, la discriminazione femminile esiste sotto una forma meno evidente, più sottile e subdola di radice culturale”, commenta Livia Turco, presidente della Fondazione Nilde Iotti. “Negli anni Settanta abbiamo combattuto per le leggi diritti delle donne, con la legge sul divorzio, la legge sulla tutela delle lavoratrici madri, sulla parità del lavoro tra uomo e donna e tante altre conquiste fondamentali ottenute grazie all’impegno di donne in politica come Nilde Iotti che ha speso la sua vita per questo. Ora lo svantaggio femminile – continua – consiste in un soffitto di cristallo in cui il raggiungimento della parità di diritti viene impedito per discriminazioni e barriere di origine socioculturale e ostacoli di natura sociale apparentemente invisibili anche se insormontabili. Parliamo della mancanza di sostegno alla famiglia, di disparità di stipendio oltre che un clima culturale che non sostiene l’avanzamento delle donne e questo accade purtroppo anche tra gli scienziati, nonostante la scienza si basi sui valori di condivisione dei dati e collaborazione, doti in cui le donne eccellono”. Infine, la presidente della Fondazione Nilde Iotti conclude: “Un ringraziamento va alle scienziate che sono state una voce autorevole che ci ha aiutate in questo anno difficile. Hanno dimostrato di avere talento scientifico ed umano. Questi talenti devono essere riconosciuti anche per coinvolgere sempre tante più donne nella ricerca scientifica”.

Foto di archivio

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Covid, in Usa la sperimentazione con le cellule staminali: “I pazienti in terapia intensiva che lo hanno ricevuto sono sopravvissuti”

Potrebbero arrivare anche le cellule staminali, insieme a vaccini e anticorpi monoclonali, a rinforzare il fronte contro il Covid. La sperimentazione condotta ha ottenuto “risultati sorprendenti, nessuno studio finora ha ottenuto risultati di efficacia vicini al 100% come il nostro” sostiene Camillo Ricordi – direttore del Diabetes Research Institute di Miami, il più importante centro medico per la cura del diabete degli States – che illustra il suo lavoro. “Per la valutazione integrale del lavoro mancavano alcuni dati (meccanicisti), che abbiamo inviato, e da alcuni giorni sono stati confermati e approvati per la pubblicazione (peer review) in una delle riviste più autorevoli al mondo: Stem Cell Translational Medicine. Questi ultimi dati avallano “le nostre teorie su come queste cellule staminali possano fermare la progressione della reazione infiammatoria immune aberrante”. Con li suo team, il professor Ricordi, ha trattato una coorte di 24 pazienti Covid 19 in stato severo, in terapia intensiva.

La vostra sperimentazione su cellule staminali (mesenchimali del cordone ombelicale) che risultati ha dato?
I risultati sono stati sorprendenti perché in questo trial randomizzato in doppio cieco, (dove né i medici né i pazienti sanno se ricevono una soluzione di trattamento con staminali o un placebo), la sperimentazione ha dimostrato che i pazienti che hanno ricevuto le cellule staminali sono sopravvissuti tutti: abbiamo registrato un successo sul 100% dei pazienti sotto gli 85 anni. Il trattamento è molto semplice, consiste in due infusioni in vena a distanza di 72 ore una dall’altra. Sono infusioni in vena che portano queste cellule direttamente ai polmoni dove possono esercitare la loro azione antinfiammatoria e immuno-regolatrice contro la tempesta infiammatoria delle citochine.

Quali sono stati i tempi di recupero dei pazienti?
Il miglioramento si vede dopo 6 giorni dalla prima infusione. La differenza con il gruppo di controllo è notevole, più del 50% dei pazienti sono deceduti. Nel gruppo trattato con staminali la guarigione è avvenuta entro due settimane, mentre nel gruppo di “controllo” (placebo) la maggioranza dei pazienti sopravvissuti non erano ancora guariti a un mese dall’inizio del trial.

Esiste un modo per avere accesso alle staminali in tempi celeri, per uso d’emergenza (compassionevole o per sperimentazioni)?
Aifa potrebbe chiedere, anche a noi, delle dosi da utilizzare per i pazienti gravi. Noi abbiamo chiuso la fase in cui dimostriamo la “sicurezza”, non ci sono stati effetti avversi, inoltre sull’efficacia i numeri parlano da soli abbiamo avuto praticamente il 100% di efficacia, parliamo di effetti concreti non effetti marginali come per altri farmaci come il desametasone, dove si è dovuta ampliare la corte a centinaia di pazienti per vedere un risultato marginale.

Il vostro trial è stato efficace su una coorte di pazienti in fase avanzata, ma quale sarebbe il momento ideale per la somministrazione?
I nostri erano pazienti con Covid 19 severi, in fase avanzata. Il momento ideale per la somministrazione è quello che precede l’acuirsi della malattia, prima che i pazienti si aggravino in terapia intensiva. La nostra era una terapia sperimentale quindi c’è stato chiesto di testarla su pazienti critici, dove era stato provato di tutto ed erano fallite le altre terapie.

Questo trattamento è fattibile in tutte le strutture ospedaliere?
Questo è un trattamento fattibile in tutte le strutture ospedaliere. Noi, abbiamo distribuito dosi di cellule staminali, per uso compassionevole, in altri ospedali. Spedivamo dosi pronte per essere infuse.

Ci sono strutture in Italia che potrebbero produrre cellule staminali in autonomia? Che tempi ci vogliono per produrre dosi da un singolo cordone?
Strutture come il Bambino Gesù potrebbero avere i mezzi anche per produrre staminali in proprio. Per i tempi, in 3 settimane si possono produrre in bio-reattori anche 1.000 dosi, se poi hai 3 bio-reattori, i numeri aumentano.

È un trattamento costoso?
Il trattamento non è assolutamente costoso, noi lo stiamo facendo come attività no profit, disturbiamo le dosi a titolo gratuito nei centri Usa, ma abbiamo distribuito il protocollo anche in altri centri di tutto il mondo. Il protocollo è disponibile Open Access per tutti quelli che lo vogliono riprodurre, e offriamo assistenza per insegnare e spiegare come effettuare queste infusioni. È molto semplice e poco costoso perché da un cordone ombelicale di un bambino nato sano si possono moltiplicare le cellule grazie a sistemi di coltura che permettono di generare dosi sufficienti a trattare più di diecimila pazienti, da un singolo cordone ombelicale. Poi, ci sono anche dei centri privati in cui sta sperimentando e questi potrebbero commercializzare a costi alti, anche 15mila euro a dose.

Contate di ampliare la corte di pazienti coinvolti, nel prossimo trial?
Sì, stiamo espandendo il trial a 120 persone.

Anche in Italia, alcuni centri hanno chiesto la possibilità di usare questo protocollo, probabilmente da gennaio partirà la sperimentazione?
Negli Usa ci sono voluti otto giorni per l’autorizzazione del trial. In Italia, Massimo Dominici docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia ha sottoposto il protocollo ad Aifa il 28 maggio, è stato approvato il 20 ottobre, ma manca ultima passaggio conclusivo al Comitato Etico dello Spallanzani dopo il quale potranno partire già i protocolli su 400 persone. In questi casi dovrebbero attivarsi con una procedura d’urgenza “emergency approval”.

Nel mondo ci sono sperimentazioni, in altri centri di ricerca, che hanno raccolto il vostro lavoro e strutturato trial? Che risultati hanno ottenuto?
Nel mondo ci sono diversi centri che hanno adottato strategie simili a noi, come in Cina, Israele e Australia. Il nostro è l’unico trial accademico non a scopo di profitto, mentre tutti gli altri di cui sono a conoscenza sono commerciali, sostenuti da case farmaceutiche o bio-technology company che stanno portando avanti strategie che probabilmente costeranno molto di più (15mila euro a dose appunto), ci sono grossi interessi di ritorno dall’uso di queste cellule.

Vuole aggiungere altro?
Aggiungerei la cosa su cui ci stiamo concentrando ora, che è ugualmente importante, è come se da una parte trattiamo i casi più gravi con queste cellule staminali dall’altra ci stiamo impegnando in un nuovo progetto, in collaborazione con centri italiani, da Tor Vergata, La Sapienza, San Raffaele di Roma e Iss per studiare combinazioni di fattori protettivi naturali. Ci sono stati screening di big-data su più di 687 milioni di sostanze che possono interferire con Covid 19 e stanno emergendo dei dati molto interessanti, non solo su vitamina D, Omega 3, ma anche su polifenoli attivatori delle sirtuine come la polidatina, sostanze che magari tradizionalmente erano state proposte per prevenire malattie croniche degenerative legate all’età o malattie autoimmuni, ma che ora si stanno dimostrando potenzialmente efficaci anche contro il Covid19, potendo attenuare l’evoluzione severa della malattia.

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Coronavirus, i dati: 12.030 nuovi casi a fronte di 103.584 tamponi. 491 morti: oltre 65mila in totale. Il rapporto positivi-test resta stabile

Sono 12.030 i nuovi casi di coronavirus accertati oggi in Italia, frutto di 103.584 tamponi processati. Nelle ultime 24 ore sono stati registrati anche altri 491 morti: sono più di 65mila dall’inizio della pandemia. Ieri, domenica 13 dicembre, i casi rintracciati erano 17.938 a fronte di 152mila test processati, con un tasso di positività all’11,74%. Oggi il rapporto tra positivi e tamponi resta stabile e si assesta all’11,6%. Rispetto a lunedì scorso ci sono 1690 contagi accertati in meno (erano 13.720 con 111.217 test effettuati): una settimana fa il tasso di positività era al 12,3%.

In terapia intensiva oggi sono ricoverati 3.095 pazienti (-63).

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Storie Italiane, Valerio Scanu scoppia in lacrime: “Mio papà è entrato in ospedale con le sue gambe, poi il Covid…”

“È andato in ospedale con le sue gambe, dopo il tampone positivo. Aveva il casco per respirare. Avevamo notizia tramite mia madre”. Questo è il drammatico racconto che Valerio Scanu ha fatto tra le lacrime a Eleonora Daniele, in diretta nell’ultima puntata di Storie Italiane su Rai 1. Il cantante ha raccontato quanto successo al padre, risultato positivo al Covid e ora ricoverato in terapia intensiva.

“Appena dopo i primi sintomi, una prima febbriciattola, mia madre lo ha isolato in una casetta sotto la nostra. Non respirava bene e aveva già l’ossigeno nel giorno del tampone. Lo hanno trasferito in ospedale”, ha spiegato. “Sono 11 giorni che è intubato. Molte notizie erano frammentarie: loro sono in Sardegna, io a Roma. Adesso abbiamo tutte le informazioni, ma le sue situazioni migliorano e peggiorano da un momento all’altro. Una dottoressa mi ha raccontato che prima di portarlo in terapia intensiva parlava, parlava. Lui è molto altruista. Ha 64 anni”, ha concluso tra le lacrime.

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Coronavirus, 12.756 nuovi casi con 118.475 tamponi. I morti sono 499, giù i ricoverati

Sono 12.756 i nuovi casi di coronavirus accertati in Italia nelle ultime 24 ore a fronte di 118.475 tamponi processati, il tasso di positività dunque si assesta al 10,76%. Sale ancora in maniera importante il numero dei decessi: 499 malati di Covid-19 sono deceduti. Si allenta, invece, la pressione sugli ospedali: i ricoverati con sintomi diminuiscono di 428 unità e sono 25 i posti che si sono liberati in terapia intensiva, a fronte di 150 ingressi (Campania e Provincia autonoma di Bolzano non hanno comunicato il dato). La giornata di oggi fa registrare il record di dimessi-guariti: 39.266 il numero comunicato dalle Regioni.

Come sempre negli ultimi giorni è il Veneto l’area del Paese con il maggior incremento: 2.427 nuovi contagi. La Campania ne segnala 1.361, il Lazio 1.297 e la Lombardia 1.233. Le altre regioni sono tutte sotto i mille casi (Puglia 917, Piemonte 906) e tre (Basilicata, Valle d’Aosta e Molise) non raggiungono i 50 nuovi positivi. Da inizio pandemia sono 1.770.149 i casi accertati in tutta Italia: 997.895 sono i dimessi-guariti, 61.739 persone che hanno contratto il virus sono decedute e 710.515 sono attualmente positivi. Di questi, in 677.542 si trovano in isolamento domiciliare, mentre 29.653 sono ricoverati con sintomi in reparti Covid e 3.320 sono assistiti in terapia intensiva.

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“500 pacchi in una sola ora”. L’iniziativa solidale delle Scatole di Natale fa il pieno: “Il Covid ha aiutato a sensibilizzare”

Sono migliaia le adesioni arrivate all’iniziativa solidale Scatole di Natale, lanciata da Marion Pizzato, che in pochi giorni attraverso i social è riuscita a organizzare una rete diffusa in tutta la città di Milano. Una risposta che va oltre le aspettative dei volontari. E in effetti, nella parrocchia di Santa Maria Nascente, le auto cariche di scatole colorate arrivano senza sosta. Ciascuna viene catalogata e smistata. “Nessuno si aspettava un successo del genere”, racconta Luana Garbuglia, una delle organizzatrice dell’iniziativa, “in una sola ora abbiamo raggiunto i 500 pacchi che, una volta raccolti, verranno offerti ai bisognosi. Ci sentiamo davvero di dire grazie alle tante persone che stanno contribuendo all’iniziativa“. Merito sicuramente del tam tam sui social che ha permesso una diffusione del massaggio solidale “ma forse”, conclude Luana, “il Covid questa volta ha aiutato a sensibilizzare le persone”. La raccolta proseguirà fino al week end del 12-13 dicembre

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