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di Priscilla De Angelis

C’è una categoria di persone (svariate decine di migliaia in Italia) che sarebbe ben felice di accogliere l’invito a restare a casa. Purtroppo non può: un dializzato deve recarsi al centro dialisi in media tre volte alla settimana. Verrebbe da pensare, quindi, che le misure di prevenzione in questi posti siano particolarmente attente e scrupolose. Ecco invece qualche esempio di quello che succede in un centro dialisi privato di Roma:

– prima di essere attaccati alle macchine, i pazienti vengono radunati in un corridoio largo circa un metro e mezzo con file di sedie su entrambi i lati. Il reparto conta 38 letti. Calcolando medici e infermieri che vi si aggirano, più di 40 persone in meno di 15 mq. Un bell’incubatore, alla faccia del “no assembramenti” soprattutto in luoghi chiusi. A nessuno è venuto in mente di farli arrivare alla spicciolata e farli entrare uno per volta direttamente nelle sale dialisi;

– le infermiere, almeno fino a sabato scorso, avevano facoltà di decidere se indossare la mascherina o meno: io mi sono sentita rispondere “tanto non serve a niente”;

– la temperatura viene presa con uno strumento che segna a tutti poco più di 34°C; a questo mi è stato risposto dal medico che “noi ce ne accorgiamo se uno ha la febbre”;

– ai pazienti non viene data una mascherina, in nessuna fase, neppure durante l’assembramento in corridoio;

– sabato scorso si è tenuta una festicciola all’interno della sala dialisi, in cui si è passato in giro un carrello con prosecco (alle 8 del mattino, vabbè) e pasticcini. Bicchiere e pasticcino offerti direttamente da una mano senza guanto; all’occasione ha partecipato anche un signore, non un paziente né un infermiere, senza mascherina, camice usa-e-getta o altro, nonostante un cartello fuori dalla porta dica “vietato l’ingresso ai non addetti”;

– a parte l’attacco e lo stacco della macchina, in cui ci può essere contatto con il sangue del paziente, il personale non indossa guanti per manipolare i pazienti. Si noti che per prendere la pressione devono mettere le mani sulla manica, di solito la destra, dove magari il soggetto può aver tossito o starnutito come da raccomandazioni. Poi passano al letto successivo senza neanche lavare o igienizzare le mani. Le coperte vengono riutilizzate senza lavarle tra un uso e l’altro.

E fermiamoci qui. Naturalmente questi pazienti tornano a casa dai loro familiari, che li immaginano protetti in un centro dialisi e quindi non adottano misure di prevenzione. È da quando questa vicenda è deflagrata a Codogno che cerco di capire se si intendessero adottare precauzioni. Le risposte che ho ricevuto dal personale sanitario sono degne dei ragazzini inconsapevoli e spacconi che facciamo tanta fatica a convincere: semplicemente non credono all’emergenza. Un’infermiera sabato scorso ha detto che lei alla festa per il suo 44esimo compleanno non ci rinuncia: ha già prenotato locale e catering.

La cosa più scandalosa è che questo atteggiamento incosciente e strafottente debba essere imposto a persone che per propria scelta seguirebbero le indicazioni delle autorità, e magari rinunciano a vedere figli e nipoti per un po’ di cautela in più, dal momento che siamo tutti malati cronici e immunodepressi.

Mi dispiace dirlo, ma non è vero che tutti i medici e gli infermieri siano eroi: alcuni purtroppo non hanno capito nulla, mettono un bel cartello fuori in osservanza ai decreti ma dentro prevale la sciatteria, sulla pelle di persone la cui eventuale morte poi si può sempre attribuire a “comorbidità”. Che magari non si sarebbero nemmeno ammalate con appena un po’ più di attenzione.

Ps. Ho tentato disperatamente di trasferirmi in un altro centro, ma al momento nessuno prende pazienti da fuori. Inoltre un nefrologo mi ha detto che negli ospedali pubblici le cose vanno anche peggio. Ma nessuno ne parla, il messaggio è solo “restate in casa”. Beato chi può.

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