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Così anche Covid 19 ha “discriminato” le ricercatrici: la produzione scientifica è calata fino all’8% e quella degli uomini è aumentata

Chi pensa che la magia non abbia proprio nulla a che fare con la scienza non ha la più pallida idea a quali giochi di prestigio sono state costrette a ricorrere moltissime scienziate in quest’ultimo anno. Da quando è iniziata la pandemia Covid, per le ricercatrici è stato complicatissimo riuscire a gestire contemporaneamente più fronti: lavoro, figli, casa, genitori malati e così via. Immaginate una donna, ricercatrice che tenta di concentrarsi a fare intricati calcoli al pc, mentre suo figlio di tre anni le gira intorno alla scrivania urlando e giocando a fare l’indiano. Oppure a tutte quelle scienziate che, in vista di una scadenza per la presentazione di un paper, dovevano anche aiutare i propri figli adolescenti con la didattica a distanza. Insomma, un incubo. Perché la bacchetta magica non esiste e il conto che alla fine hanno dovuto pagare molte scienziate è stato piuttosto alto. Basta dare un’occhiata agli studi pubblicati in questi ultimi mesi per rendersi conto che la presenza femminile sulle riviste è stata davvero molto scarsa. Nessuna o poche pubblicazioni possono pesare molto sulla carriera di uno scienziato.

Tra i primi a rendersi conto che l’attività di ricerca di moltissime donne ha subito un ingiusto calo sono state proprio tre donne: Laura Inno, ricercatrice postdoc presso l’Università Parthenope di Napoli e associata Inaf, Alessandra Rotundi, professore ordinario alla stessa università e associata Inaf, e Arianna Piccialli, ricercatrice presso il Royal Belgian Institute for Space Aeronomy di Bruxelles. Le studiose hanno analizzato la produzione scientifica della comunità astronomica italiana durante i primi sei mesi del 2020 alla ricerca di eventuali tracce della divisione diseguale del lavoro domestico tra i due generi, esacerbata nel periodo tra marzo e giugno dalla chiusura delle scuole e dall’assenza di servizi assistenziali compensativi. Il risultato, pubblicato in una lettera alla comunità internazionale sulla rivista Nature Astronomy, è drammaticamente cristallino: a fronte di un leggero calo complessivo dei paper pubblicati come preprint sulla piattaforma Arxiv (il principale repository pubblico di articoli scientifici) rispetto alla media degli ultimi tre anni, risultano significativamente meno le pubblicazioni con una prima autrice donna, mentre quelle guidate da uomini sono addirittura in leggero aumento sulla media degli anni precedenti. “Sicuramente stavamo vivendo una situazione particolare: il nostro lavoro – che si basa su collaborazioni, incontri e congressi – è completamente cambiato in questo periodo, quindi nel nostro piccolo abbiamo sofferto”, racconta Inno.

Le ricercatrici hanno rilevato un calo della produzione scientifica generale dell’8 per cento. “La cosa che ci ha sorpreso è che, mentre gli uomini sembrano non aver risentito del lockdown, con una produzione addirittura aumentata di circa il 10 per cento – spiega Inno – rispetto alla media, le donne hanno pubblicato meno, quindi il decremento totale che noi vediamo è esclusivamente dovuto al decremento nella produzione femminile. La nostra idea è che questo si può spiegare perché, essendo chiuse le scuole ed essendo impossibile ogni tipo di mobilità – non c’era la possibilità di avere baby-sitter o aiuto dai nonni – tutta la cura della casa e dei figli ricadeva sulle ricercatrici donne. Quindi la differenza di produttività è una specie di specchio dello sbilanciamento della distribuzione dei carichi di lavoro familiare tra i generi nel paese, e potrebbe costituire un serio ostacolo nel processo verso la parità di genere”.

Questo gap è evidente anche in altri Paesi. Un report pubblicato lo scorso maggio ha rilevato che le scienziate, in Australia, hanno quasi il doppio di probabilità in più di svolgere lavori precari e hanno quindi maggiori probabilità di perdere il lavoro e le opportunità di carriera. Lo scorso aprile Elizabeth Hannon, vicedirettrice del British Journal for the Philosophy of Science, ha notato che il numero di articoli che riceveva dalle donne era diminuito drasticamente. Non è stato così per gli uomini. “Mai visto niente di simile”, ha commentato su Twitter. “Ho sentito molte storie di donne che hanno abbandonato progetti, che non sono state in grado di portare avanti collaborazioni, e così via. È estremamente preoccupante, soprattutto per la filosofia, che ha già tanto lavoro da fare in termini di parità di genere”, racconta. Il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato una serie di storie emblematiche: scienziate che troppo prese dagli impegni in casa non sono riuscite a portare avanti le loro ricerche.

“La parità di genere non è ancora pienamente compiuta, la discriminazione femminile esiste sotto una forma meno evidente, più sottile e subdola di radice culturale”, commenta Livia Turco, presidente della Fondazione Nilde Iotti. “Negli anni Settanta abbiamo combattuto per le leggi diritti delle donne, con la legge sul divorzio, la legge sulla tutela delle lavoratrici madri, sulla parità del lavoro tra uomo e donna e tante altre conquiste fondamentali ottenute grazie all’impegno di donne in politica come Nilde Iotti che ha speso la sua vita per questo. Ora lo svantaggio femminile – continua – consiste in un soffitto di cristallo in cui il raggiungimento della parità di diritti viene impedito per discriminazioni e barriere di origine socioculturale e ostacoli di natura sociale apparentemente invisibili anche se insormontabili. Parliamo della mancanza di sostegno alla famiglia, di disparità di stipendio oltre che un clima culturale che non sostiene l’avanzamento delle donne e questo accade purtroppo anche tra gli scienziati, nonostante la scienza si basi sui valori di condivisione dei dati e collaborazione, doti in cui le donne eccellono”. Infine, la presidente della Fondazione Nilde Iotti conclude: “Un ringraziamento va alle scienziate che sono state una voce autorevole che ci ha aiutate in questo anno difficile. Hanno dimostrato di avere talento scientifico ed umano. Questi talenti devono essere riconosciuti anche per coinvolgere sempre tante più donne nella ricerca scientifica”.

Foto di archivio

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Loujain al-Hathloul, la ribelle che ha osato sfidare la retorica delle riforme saudite

Se qualcuno aveva sperato che, sotto gli sguardi del mondo in occasione del vertice del G20 dello scorso fine-settimana, le autorità saudite avrebbero potuto decidere di porre fine all’incubo che da oltre due anni sta subendo la coraggiosa attivista per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul, la risposta sprezzante e di sfida non si è fatta attendere.

Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, un giudice di un tribunale ordinario ha deciso di trasmettere gli atti processuali al Tribunale penale speciale, l’organo giudiziario che si occupa di reati di terrorismo e il cui unico scopo è ridurre al silenzio i dissidenti mediante condanne a lunghe pene detentive emesse al termine di processi irregolari.

Fiaccata da un lungo sciopero della fame per protestare contro il divieto di avere contatti regolari con la famiglia, Loujain è comparsa in tribunale stanca e provata e si è limitata a leggere con la voce bassa e tremante quattro pagine di auto-difesa.

Loujain è stata arrestata nel maggio 2018 con altri 12 attivisti e attiviste per i diritti delle donne. La sua “colpa”? Aver rivendicato le riforme adottate in quel periodo: l’abolizione del divieto di guida per le donne e la parziale riforma del sistema del “guardiano”, il maschio di casa sovrintendente a ogni aspetto della vita delle familiari.

Con Loujain sono sotto processo Samar Badawi, Nassima al-Sada, Nouf Abdulaziz e Maya’a al-Zahrani.

Nassima al-Sada e Samar Badawi sono state arrestate nell’agosto 2018. Badawi, oltre ad aver preso parte alla campagna per porre fine al divieto di guida per le donne, si è spesa per chiedere la scarcerazione di suo marito, l’avvocato per i diritti umani Waleed Abu al-Khair, e di suo fratello, il blogger Raif Badawi. Al-Sada ha svolto per molti anni campagne per i diritti civili e politici, i diritti delle donne e quelli della minoranza sciita della Provincia orientale dell’Arabia Saudita.

Nouf Abduaziz, blogger e giornalista, è stata arrestata nel giugno 2018. Lo stesso è accaduto all’attivista Maya’a al-Zahrani, che aveva pubblicato un post per chiedere la scarcerazione di Abdulaziz.

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‘Essere donna nel 2020’: questo è il vero fenomeno Chiara Ferragni

di Silvia Grasso

Sarei molto curiosa, oggi, di sapere cosa pensano gli intellettuali che fino a ieri si scagliavano contro il fenomeno “Chiara Ferragni” dopo aver visto il video di poco più di 10 minuti che ha condiviso su Instagram, il suo social di riferimento, e che ha all’attivo più di 4 milioni di visualizzazioni.

Nel video, sapientemente intitolato “Essere donna nel 2020” si parla di slut shaming, victim blaming, revenge porn. Chiara Ferragni ne parla con davanti fogli di appunti scritti a penna, come si fa quando si studia per un esame, quando si deve comprendere a fondo una questione o, semplicemente, si deve capire e ricordare qualcosa che ancora non si conosce. Lo fa con una semplicità disarmante, ammettendo di avere ignorato la conoscenza di quei vocaboli fino a poco tempo prima pur avendo vissuto sulla propria pelle parte dei fenomeni di cui parla.

Come spesso accade a tutte le donne (e anche agli uomini), si è vittime (o artefici) di quello che non si sa ancora nominare, di ciò che non si conosce come fenomeno definito e processato ma solo come bagaglio esperienziale inconsapevole che ci investe e plasma ma che è invisibile. Tutte noi ci siamo sentite incolpate, direttamente o indirettamente, per i nostri comportamenti sessuali, per il fatto di essere soggetti desideranti e volitivi, per il fatto di essere disubbidienti rispetto a regole patriarcali che ci costringevano a educare la nostra natura, mentendo sulle nostre possibilità. A tutte noi è capitato di essere intimamente tradite e incolpate di essere causa del tradimento altrui e divorate dal senso di colpa in alcuni casi mortale.

Il senso di colpa dell’essere donna è radicato ed intrecciato alla paura di manifestarci fin dall’adolescenza. Agli e alle adolescenti si rivolge Chiara Ferragni: ad un pubblico vastissimo di ragazzi e, soprattutto, ragazze che fino a ieri come lei non sapevano il significato dei fenomeni sociali e culturali che investono e condizionano la nostra società e il nostro essere donne e uomini.

A 15 anni, certe cose io non le conoscevo: ci sono arrivata con il tempo, gli anni e lo studio. A 15 anni, oggi, certe cose ti possono arrivare attraverso uno smartphone e attraverso una influencer che esercita (bene) il proprio privilegio e il proprio potere, lavorando ad un investimento collettivo enorme: quello futuro. Questa è la pratica dei femminismi, anche se inconsapevole e non dichiarata. Questo è il vero fenomeno Chiara Ferragni.

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Coronavirus, la crisi aggrava la condizione delle bambine in Italia: un milione e 140mila rischiano di essere escluse da studio e lavoro

Gli effetti della crisi seguita all’emergenza Covid-19 rischiano di rendere il nostro Paese sempre meno ‘a misura di bambino’ e, soprattutto, ‘a misura di bambina’. Tanto che, nel Paese in cui la parità è solo un’illusione che ci si può permettere fino a quando non ci si affaccia al mondo del lavoro, entro la fine dell’anno un milione e 140mila ragazze rischiano di ritrovarsi tagliate fuori dallo studio, da percorsi formativi e dal lavoro. Sull’infanzia l’Italia si è fatta trovare impreparata agli effetti del virus: già prima della crisi un minore su 9 viveva in povertà assoluta, solo il 13,2% dei bambini aveva un posto al nido e la dispersione scolastica era già al 13,5%. È quanto emerge dal XI Atlante dell’infanzia a rischio “Con gli occhi delle bambine” diffuso a pochi giorni dalla Giornata mondiale dell’Infanzia e dell’Adolescenza da Save the Children. Quest’anno l’Atlante propone un approfondimento sulla condizione di bambine e ragazze in Italia, evidenziando per loro un futuro post pandemia a rischio. “Già prima dell’emergenza Covid, l’ascensore sociale del Paese era fermo: in Italia si è rotto il meccanismo che permetteva di migliorare la propria condizione, di costruirsi un futuro migliore” denuncia Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children Italia, secondo cui l’Italia aveva già dimostrato di aver messo l’infanzia agli ultimi posti tra le proprie priorità e, ora “di fronte a una sfida sanitaria e socioeconomica come quella che stiamo affrontando, stenta a cambiare strada”.

LO SMOTTAMENTO DEMOGRAFICO – Così sta perdendo il suo capitale umano più importante: i bambini. I dati mostrano un calo dei nuovi nati, confermando come sia in atto un continuo smottamento demografico: negli ultimi dieci anni abbiamo perso oltre 385mila minori, che oggi rappresentano il 16% del totale della popolazione mentre l’incidenza della popolazione tra 0 e 14 anni è la più bassa in Ue (13,2% contro il 20,5% della capofila Irlanda). Solo nel 2019 il nostro Paese, con poco più di 420mila nascite, ha fatto registrare una diminuzione di oltre 19mila nati rispetto all’anno precedente (-4,5%) e a fine 2020, nell’anno della pandemia, secondo le ultime previsioni dell’Istat potrebbe conoscere una ulteriore riduzione di 12mila unità, portando le nuove nascite a quota 408mila a fine anno e a 393mila nel 2021. A ridurre il brusco calo, solo l’incidenza dei minori con cittadinanza straniera, che oggi sono l’11% del totale, con Prato (28,4%), Piacenza (22,2%), Parma (19,5), Milano (19,2%) e Lodi (18,9%) le province che detengono le percentuali maggiori. Un esercito di bambine e bambini spesso nati e cresciuti in Italia, che reclamano i loro diritti di cittadinanza.

L’AUMENTO DELLA POVERTÀ EDUCATIVA – Nel frattempo, aumenta la povertà educativa come conseguenza della crisi legata al Covid-19 e questo rischia di aggravare fenomeni già presenti prima dell’arrivo del virus. Basti pensare alla possibilità di frequentare un asilo nido o un servizio per la prima infanzia, che in Italia resta un privilegio per pochi, con percentuali che si fermano al 3% per la Calabria, al 4,3% per la Campania e al 6,4% per la Sicilia. Sul lato opposto della graduatoria la provincia autonoma di Trento al 28,4% e l’Emilia Romagna al 27,9%. Crescendo, quasi uno studente al secondo anno delle superiori su 4 (24%) già non raggiungeva le competenze minime in matematica e in italiano, il 13,5% abbandonava la scuola prima del tempo e più di uno su 5 (22,2%) andava ad incrementare l’esercito dei Neet, cioè di coloro che non studiano, non lavorano e non investono nella formazione professionale. “Nonostante l’impegno di tanti docenti ed educatori, il funzionamento a singhiozzo delle scuole e la didattica solo a distanza stanno producendo in molti bambini non solo perdita di apprendimento, ma anche perdita di motivazione nel proseguire lo studio. Le mappe dell’Atlante indicano con chiarezza quali sono le ‘zone rosse’ della povertà minorile e della dispersione” afferma Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

L’ILLUSIONE DELLA PARITÀ – Sfogliando le oltre 100 mappe e infografiche dell’Atlante emerge che tra i minori tra i 6 e i 17 anni le bambine e le ragazze leggono più dei maschi (non ha l’abitudine alla lettura il 53,6% dei maschi contro il 41,8% delle ragazze) e le ragazze hanno performance scolastiche migliori dei coetanei. Se, tra i maschi, più di 1 su 4 (26,1%) non raggiunge le competenze sufficienti in matematica e in italiano, questa percentuale si abbassa al 22,1% per le ragazze. Delle quali, però, un terzo di laurea, a fronte di solo un quinto dei giovani maschi, uno dei gap più ampi d’Europa: tra le 30-34enni il 34% è laureata, mentre tra i 30-34enni maschi lo è solo il 22%. Nonostante i migliori risultati durante il loro percorso, il nostro Paese detiene uno dei tassi di occupazione femminile più bassi in Europa. Nel 2019, il tasso di occupazione delle giovani laureate tra i 30 e i 34 anni era del 76% contro l’83,4% dei maschi, mentre le giovani diplomate occupate erano solo il 56,7% a fronte dell’80,9% dei coetanei maschi. Senza un diploma di scuola superiore, le occupate sono al 36,3%, i coetanei al 70,7%. Anche nel mondo accademico, i divari di genere sono ancora forti: nel 2018 le donne rappresentavano il 55,4% degli iscritti ai corsi di laurea, il 57,1% dei laureati, il 50,5% dei dottori di ricerca. “Pur essendo maggioranza nei percorsi di formazione universitaria, restano delle Cenerentole nella carriera accademica, sin quasi a scomparire ai vertici” spiega Save the Children. Nel 2018, le donne rappresentano il 50,1% degli assegnisti di ricerca, il 46,8% dei ricercatori universitari, il 38,4% dei professori associati, il 23,7% dei professori ordinari. Le donne rettrici, in Italia, sono 7 su 84. È il “soffitto di cristallo”, la barriera invisibile che impedisce alle donne di accedere alle posizioni apicali.

POCHE NEI SETTORI INNOVATIVI – Le bambine e le ragazze accumulano durante il loro percorso scolastico delle lacune nelle materie scientifiche, già ravvisabili dal secondo anno della scuola primaria, ma che crescono via via. Questo influenza l’indirizzo di studio, che rafforza queste differenze. Poche scelgono le facoltà in ambito scientifico-tecnologico (STEM): solo il 16,5% delle giovani laureate tra i 25 e i 34 anni ha conseguito il titolo in questo settore, a fronte di una percentuale più che doppia (37%) per i maschi. Un percorso che conduce alla segregazione orizzontale nel lavoro e nelle carriere, nei settori più innovativi (STEM e ICT). “Senza un intervento tempestivo e mirato, oggi rischiamo un’impennata nel numero delle Neet (che non studiano, non lavorano e non investono nella formazione professionale, ndr), cancellando le aspettative di futuro di più di un milione di ragazze in Italia. È un rischio concreto – spiega Milano – se solo si guardano i dati più recenti, come il calo del 2,7% dell’occupazione femminile (già storicamente tanto fragile in Italia) rispetto all’anno precedente, con una perdita secca di 264mila occupate”.

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8 marzo – C’è chi tra le ragazze dice no alla depilazione. E il vero ‘focolaio’ è su Instagram

“Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Metto subito le mani avanti: io trovo che i peli superflui (se si chiamano così, un motivo ci sarà) siano una delle cose più orripilanti del corpo (maschile e femminile) ma ho rispetto per chi se li tiene e li esibisce. Libertà, tra l’altro, è la parola d’ordine di questa tendenza pelosa a cui stiamo assistendo.

Se, infatti, fino agli anni Settanta non depilarsi era un atto di ribellione contro i canoni dell’epoca che volevano le donne confinate in uno stato di innocenza (il che le rendeva ancor di più oggetto del desiderio sessuale maschile), oggi, tenersi i peli, è una scelta di libertà. Mi sembra una buona notizia: il femminismo potrebbe intraprendere una nuova strada, non più di opposizione a una costrizione (mettendo inevitabilmente le donne in una costrizione uguale e contraria) ma di scelta individuale, del tipo: “Sono donna, faccio un po’ come mi pare”.

E così, fior fiori di influencer, vip very o meno important, sfoggiano peli corporei, che si tratti di ascelle, gambe o baffi poco importa. Una vera crociata la sta combattendo da anni Maria Lourdes, la figlia di Madonna, che mostra con un certo orgoglio peli ovunque, dalle gambe all’inguine, fino alle sopracciglia “alla Frida”.

Tra le sue adepte c’è la modella curvy Ashley Graham che, dopo aver dato alla luce un bel bambino ha postato una foto mostrando il fisico post parto che tra le altre cose prevede, chissà perché, la ricrescita dei peli.

Ma, neanche a dirlo, è Instagram il vero focolaio (termine mutuato dal coronavirus) di questo movimento. E sono le Millennial le nuove testimonial del fenomeno a partire dalla pagina “Naturalgirlsnation”, quasi 25mila follower, che raccoglie le foto di chi “apprezza la bellezza naturale” si legge nella bio. E così, troviamo foto di ascelle più o meno pelose e qualche inguine che noi, ragazze vecchio stile, definiremo “in disordine”.

E sono tante le influencer in ascesa che promuovono la natural beauty, a partire dalla giovanissima costaricana Monica che ha la pagina “Liberate your soul” con quasi 14mila follower. Si definisce naturalista, vegana e… “pelosa” aggiungo io. Anche perché qui non parliamo di qualche peletto sotto le ascelle ma di due cespugli che la ragazza esibisce con un certo orgoglio. De gustibus.

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???? full moon ???? Time for some inner exploration: Why do you stop yourself? Why do you not move forward? How are the choices you are making now benefiting you? What are you hiding or denying within yourself, other people, or in the situation? What pain is lurking underneath it all? What story are you telling yourself because of that pain? What’s the real story? How am I preventing what I want? What role and I playing in life right now? Why am I not doing what I know I need to be doing? If I weren’t scared, what would I be doing? What do I really want? If tomorrow wasn’t promised what would I do with today? #selflove #selfportrait #selfportraitphotography #fullmooninleo #questionyourself #starseed #starseedawakening #selfawareness #selfawarenessjourney #selfawakening #selflovejourney #innerwork #shadowwork #bodyhair #pithair #hairywomen #hairygirls #notetoself #selfreflection #selfreminder

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Quisquiglie, comunque, rispetto ai peli sulle gambe che mostra Morgan Mikenas (pagina Instagram “i_am_morgie”, 93 mila follower) ex fitness blogger che qualche anno fa ha detto addio alla ceretta: “Fino a quando non ho preso questa decisione mi sentivo obbligata a radermi le gambe per stare bene e sentirmi sexy. Ma ora non più”. Scrive in un post e il suo ragazzo sembra apprezzare.

Stessa scuola di pensiero di Arvida Byström, fotografa e modella di origine svedese (28 anni): ritiene che il corpo della donna vada accettato così come è. Per sua o nostra fortuna, lei è ovviamente biondissima e nelle sue foto i peli si intravedono a malapena. Ma fidatevi: ci sono.

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Me and mi cherryball at Lidelsen ????

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