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Premio Valeria Solesin a tredici tesi di laurea sul “talento femminile”: così portano avanti gli studi della ricercatrice

Per il quarto anno consecutivo sono state premiate le tesi di laurea ispirate agli studi di Valeria Solesin, la ricercatrice tragicamente scomparsa nell’attentato del Bataclan a Parigi. Tredici quest’anno le vincitrici, con un ex aequo alla dodicesima posizione. “Sono giovani donne e giovani uomini di grande qualità e grande capacità di studio”, ha detto la mamma di Solesin Luciana Milani nel corso della cerimonia che quest’anno è stata trasmessa in streaming. “Se si facesse un’antologia dei temi toccati, sarebbe veramente un’agenda per un mondo migliore”.

Il premio dal titolo “Il talento femminile come fattore determinante per lo sviluppo dell’economia, dell’etica e della meritocrazia nel nostro Paese” è nato ed è stato pensato per dare un seguito alle ricerche di Valeria Solesin. Solesin, demografa e sociologa di formazione, aveva come obiettivo quello di studiare il comportamento riproduttivo contemporaneo in Italia e in Francia e di metterlo in relazione all’occupazione femminile. Al centro dei suoi studi all’Istituto di demografia della Sorbona c’era in particolare “la transizione al secondo figlio” e quali fattori rendano più difficile in Italia scegliere di avere una seconda gravidanza. Nel 2013 scrisse l’articolo “Allez les filles au travail“, che in Italia venne pubblicato da Neodemos, nel quale si concentrava “sulle conseguenze dell’arrivo dei figli sull’attività professionale delle donne”. Il premio, giunto ormai alla quarta edizione è frutto della collaborazione tra Forum della Meritocrazia e Allianz Partners, e realizzato con il Patrocinio del Comune, della Città Metropolitana di Milano e di Fondazione Cariplo.

Le tesi di laurea premiate cercano proprio di dare un seguito agli studi di Valeria Solesin. Come ha ricordato Milani, al centro c’è “il grande tema della contrapposizione tra la famiglia e il lavoro, in ambito femminile, con i dati delle donne che rinunciano al lavoro perché hanno la maternità”. “E’ veramente un tema importantissimo”, ha detto, “che deve essere risolto in qualche modo”. Perché, “quello che si può anche paventare è che le donne più istruite abbiano veramente più difficoltà a causa della maternità”. Poi, ha continuato Milani, “c’è il tema della politica bulla. E’ veramente molto centrale. C’è questo richiamo al mattoncino che ognuno di noi può portare avanti. Anche perché la politica dell’io io io ha un po’ stufato. E’ molto bello avere la consapevolezza che tutti noi possiamo partecipare a un bene comune”.

La cerimonia è stata aperta da un intervento di Elena Bonetti, ministra per le Pari Opportunità. Sono state premiate tredici vincitrici, con un ex aequo alla dodicesima posizione. I lavori sono stati selezionati dal Comitato Scientifico su 48 candidature pervenute da tutta Italia. Sette i riconoscimenti assegnati a tesi che hanno affrontato temi di natura sociale, giuridica, di politica pubblica e istituzionale, analizzando anche fenomeni di attualità come il movimento #MeToo e il ruolo dell’Intelligenza Artificiale nei processi di evoluzione socioculturale. Sei invece i premi andati a lavori di stampo economico, che hanno indagato sugli effetti della diversità di genere nel mondo dell’impresa e della finanza, mettendo in evidenza l’impatto positivo del talento femminile su risultati e performance anche attraverso esperimenti ad hoc.

“Questa è un’edizione ‘speciale’ del Premio Valeria Solesin, per tanti motivi”, ha dichiarato Paola Corna Pellegrini, CEO di Allianz Partners, Vice Presidente del Forum della Meritocrazia e ideatrice del Premio. “Ricordiamo il quinto anniversario della scomparsa di Valeria nel pieno della seconda ondata di una pandemia che ha sconvolto le nostre vite, portato il dolore della perdita in tante case, messo in crisi la nostra economia. Una crisi in cui, ancora una volta, sono le donne a rischiare di pagare il prezzo più alto. Lo dicono i dati ISTAT su disoccupazione e inattività. Lo dice il recente Gender Equality Index 2020 dell’’EIGE, che vede l’Italia al 14° posto, lontana dalla vetta e sotto la media UE. Lo mostra una ricerca IPSOS secondo cui il 74% delle donne italiane porta sulle spalle tutto il peso della gestione familiare”. E, ha concluso Corna Pellegrini: “Eppure sappiamo che la strada per superare questa crisi, la via verso un futuro più giusto, prospero e sostenibile passa dalla valorizzazione del talento femminile, dall’affrontare quel gender gap che, se colmato, porterebbe secondo il FMI a una crescita del Pil globale del 35% entro il 2025. In questo contesto non semplice, l’entusiasmo, l’impegno e la passione dei giovani che hanno partecipato al Premio rappresentano una straordinaria iniezione di fiducia. Nei loro lavori c’è la visione e il progetto di un domani diverso”.

Secondo Maria Cristina Origlia, presidente del Forum della Meritocrazia, “nell’urgenza di rigenerazione che stiamo vivendo diventa ancora più importante inserire il tema della valorizzazione del talento femminile nell’ambito più ampio dell’affermazione del merito”. E “le pari opportunità e l’equilibro di genere sono uno dei sette pilastri alla base di un eco-sistema meritocratico assieme alla trasparenza, alla mobilità sociale, alla libertà di fare impresa, alla qualità del sistema educativo, all’attrattività dei talenti, alle regole. Tutte pre-condizioni di una maggiore giustizia sociale e di uno sviluppo socio-economico sostenibile e inclusivo capace di comprendere e trarre vantaggio dalla ricchezza e dal potenziale innovativo delle diversità, non solo di genere”.

L’evento è stato anche l’occasione per presentare “FORZA RAGAZZE, AL LAVORO! La parola ai giovani per un mondo equo, inclusivo e meritocratico”, libro curato da Paola Corna Pellegrini. Partendo dalla genesi del Premio Valeria Solesin, l’opera intreccia le storie, i sogni e le proposte contenute nei lavori vincitori delle prime 3 edizioni. E’ possibile rivedere l’intera cerimonia di premiazione in streaming su www.premiovaleriasolesin.it

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Giornata contro la violenza sulle donne, anche la Polizia ha fatto grandi passi avanti

Il 25 novembre si celebra la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, una ricorrenza fondamentale per il progresso della nostra società. Sono stati fatti grandi passi avanti sul terreno dell’uguaglianza, ma continuano a esistere ahimè situazioni inaccettabili di violenza, sottomissione, disparità e discriminazione, anche sul luogo di lavoro. Certo le Forze Armate e le polizie non si possono ritenere esenti da questo genere di problemi. Ricordo bene il racconto di una mia amica che nei primi anni Ottanta, in una Polizia di Stato già smilitarizzata, era costretta incinta col pancione a fare le guardie al porto di Venezia.

Se oggi una barbarie del genere appare del tutto impensabile, questo è solo merito dei sindacati di polizia. Anche dopo la legge di riforma del 1981, non fu affatto semplice scardinare i retaggi di quella cultura maschilista imperante nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza. Le istanze di pari opportunità e di tutela della maternità delle donne in divisa hanno trovato ascolto con troppo ritardo e solo grazie alla tenacia delle poliziotte sindacaliste. Penso, per esempio, alle battaglie fatte dal Coordinamento donne del Siulp.

Negli anni Settanta, molte donne si erano ritagliate anche un ruolo attivo nel movimento per la riforma della Polizia. Nonostante il timore di ritorsioni e rappresaglie, fecero sentire forte la loro voce. Allora facevano parte di un corpo separato – il Corpo della Polizia femminile fu istituito il 7 dicembre del 1959 – che si occupava solo di reati dei minori e di prostituzione, con compiti da “assistenti sociali” malgrado titoli e preparazione specifica. “È ora che ci riconoscano per quello che siamo: funzionari di Pubblica sicurezza e non assistenti sociali“: le loro rivendicazioni finiscono su Panorama nella primavera del 1975.

Michele Di Giorgio, nel saggio Per una polizia nuova (Viella, 2019), riporta la missiva sofferta e ispirata che un’assistente della polizia femminile spedì al senatore Sergio Flamigni, convinto sostenitore della sindacalizzazione. Era la fine degli anni Settanta, la legge sulla smilitarizzazione tardava ad arrivare, la repressione da parte dei vertici era sempre dietro l’angolo e tra i “poliziotti democratici” cominciava a diffondersi un certo scoramento.

“Ho sempre tante cose da dire e problemi da porre – scriveva la poliziotta il 23 luglio del 1979 – d’altra parte cerco di portare un contributo d’informazione e di conseguente chiarezza, certa come sono che solo svelando meccanismi e marchingegni possiamo sventare e vanificare manovre e giochi anti-riforma, anti-progresso, anti-Paese. La situazione comunque permane grave. Ci siamo visti da poco, eppure in questo breve arco di tempo, ancora lutti, ancora dolori! L’assassinio di Giuliano, come l’omicidio di Ambrosoli ci ricordano che se lasceremo ancora gli onesti soli, isolati e identificabili, ne faremo dei facili bersagli. Credo che l’Italia abbia soprattutto ‘fame di onestà’; non resta che continuare la lotta”.

Ebbene oggi percepisco quella stessa passione nelle donne che si sono avvicinate ai nuovi sindacati militari, in un clima politico per nulla favorevole e con resistenze conservatrici molto forti. Le ragazze delle Forze armate chiedono di poter conciliare appieno l’attività lavorativa col diritto alla maternità. È vero che nei corpi militari il personale femminile è presente da vent’anni, ma persistono senza dubbio incrostazioni maschilistiche che devono essere finalmente rimosse.

Monica Giorgi, presidente del Nsc (Nuovo Sindacato Carabinieri), ne è convinta e ripone, come me, grande fiducia nel ruolo delle organizzazioni sindacali per le pari opportunità e per i diritti delle madri lavoratrici. In un webinar organizzato il 20 novembre scorso dalla senatrice Bruna Piarulli – che ha di recente presentato un buon disegno di legge sulla libertà sindacale dei militari – ha sottolineato come i vecchi organi di rappresentanza non abbiano mai dato molto spazio alle donne, mentre i sindacati hanno invece compreso che “laddove si deve scegliere e decidere per il futuro di tutti non è pensabile che non vi siano donne”. Come darle torto?

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Giornata dei Sopravvissuti alla perdita di un caro per suicidio, l’eco del grido di dolore è in “quelli che restano”. La sfida è ascoltarli

Oggi, terzo sabato di novembre, è il Survivors Day, Giornata Internazionale dei Sopravvissuti alla perdita di un caro per suicidio, nonostante tutti gli sforzi fatti perché ciò non accadesse. Promossa dalla American Foundation for Suicide Prevention (afsp.org), la celebrazione del Suvivors Day nel sabato precedente alla festa americana del Ringraziamento si è diffusa in tutto il mondo come era facile immaginare, considerato l’impressionante numero dei gesti suicidari. Nel 2019 In Italia si sono uccise poco meno di 4mila persone, in linea con la media annuale, 800mila nel mondo, una ogni 40 secondi per l’Organizzazione mondiale della sanità, e questo senza contare i tentativi andati a vuoto. Numeri in ulteriore aumento da quando il mondo deve vedersela con la pandemia. La paradossale alleanza tra i contagi e i lockdown, tra la malattia e la cura, ha provocato un’impennata delle sindromi psichiatriche, e a partire dall’inizio del 2020 ha ripreso a lievitare il numero dei suicidi in Italia, invertendo la tendenza dei mesi precedenti. “Al contrario di quanto si crede, la prevenzione del suicidio è possibile e riguarda tutti, potendo far leva sul desiderio di vivere che i soggetti a rischio di suicidio conservano fino alla fine. Pur restando un evento imprevedibile la corretta valutazione del rischio di suicidio resta il principio centrale per decodificare il desiderio di morte” riferisce Maurizio Pompili, Ordinario di Psichiatria all’università della Sapienza di Roma, esperto nella ricerca sul suicidio.

C’è ancora molto da fare per implementare una strategia nazionale che possa prevenire questo esercito di morti silenziose, quando non rimosse. Ancora meno si fa, e si sa, dei survivors, spesso ignoti anche a sé stessi. “Incredulità. Ricerca di spiegazioni. Perché. Se solo… Dove ho sbagliato?”, scrive Maddalena Oliva nell’inchiesta pubblicata sul Fatto Quotidiano il 6 ottobre 2019. “Crisi d’ansia, incubi. Depressione. Rabbia. Perdere un proprio caro perché si è tolto la vita è un’esperienza diversa da altri tipi di lutto: per l’American Psychiatric Association è un evento ‘catastrofico’ simile all’esperienza in un campo di concentramento.”

Si sa poco o niente dei survivors, e questo è un altro paradosso della pandemia che ci ha resi un po’ tutti increduli, spiazzati, sopravvissuti alla nostra vita precedente. Si fa poco o niente per farli uscire dal buio, per aiutarli a superare il loro stigma; sembra che non esistano, eppure dove c’è un suicidio c’è un survivor. Anzi – secondo Edwin Shneidman, scienziato e padre della suicidologia moderna – per ogni suicidio ci sono tra 6 e 10 survivors: familiari, amici, fidanzati e mogli che hanno sperimentato questo evento traumatico che ha fatto precipitare d’improvviso le loro vite. Possiamo associare il più estremo dei gesti a un grido di dolore la cui eco resta per sempre nella mente di chi lo ha udito, dunque il destino di “quelli che restano” sembra rimanere sospesi tra grida e silenzio. Di conseguenza, la sfida diventa battere il silenzio, la vergogna, trasformare le grida in parole. Ascoltare e essere ascoltati. Aiutare e essere aiutati.

Anche la Giornata Internazionale dei Survivors 2020 si trova a fare i conti con la pandemia da covid 19; viene celebrata quasi ovunque in forma virtuale a differenza dal taglio fortemente commemorativo, emozionale, degli anni precedenti, perché il Survivor Day è stato pensato per essere una giornata di speranza e guarigione, per non dimenticare e insieme per condividere una tanto terribile esperienza di separatezza. Un anno fa è stata fondata l’associazione di volontariato Amici di salvataggio intitolata alla scrittrice Alessandra Appiano, deceduta il 3 giugno 2018, in coerenza di ricovero ospedaliero per una grave depressione. Tra le finalità della onlus, che si interroga sulle pieghe nascoste della relazione tra depressione e suicidio, c’è anche quella di informare sulla realtà dei survivors, di aiutarli a convivere con il loro dolore e far sì che diventi utile, a percorrere nelle due direzioni il passaggio segreto tra vita e sopravvivenza. In ogni dolore umano c’è un nucleo segreto e prezioso, più prezioso quanto più forte è il dolore. Così l’Associazione ha scelto la giornata di oggi 21 novembre, Survivor Day 2020, per mettere online il proprio sito. Lo si raggiunge all’indirizzo www.amicidisalvataggio.it

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Romantica Marsiglia, il romanzo sui diritti degli oppressi nascosto per 90 anni. La prefazione di Saviano: “Claude McKay sapeva guardare”

“Romantica Marsiglia” è il romanzo di Claude McKay rimasto inedito per più di 90 anni, ispirato a una storia vera e scritto nel 1945. L’editore di McKay rifiutò di pubblicarlo per i temi trattati (omosessualità, razzismo e disabilità); il romanzo venne poi pubblicato per la prima volta negli Usa a febbraio 2020 dalla Pinguin Random House. Da novembre 2020 è in libreria in Italia per la casa editrice Pessime Idee. La prefazione che, ilfattoquotidiano.it pubblica integralmente, è di Roberto Saviano.

“Il libro che hai tra le mani è stato per novant’anni nascosto. Novant’anni! Il libro che hai tra le mani è una macchina del tempo. È una macchina del tempo perché, nonostante sia stato scritto novant’anni fa, lo apri e ti riconosci. Qui non c’entra lo slancio universale della letteratura che rende sempre contemporanei sentimenti ed emozioni. No. Qui ti riconosci perché, nel libro che hai tra le mani, è descritto esattamente ciò che c’è lì fuori, nel tuo mondo.

Come è possibile? Come ci è riuscito… Semplice: Claude McKay sapeva guardare, come tutti i veri scrittori. Provo a raccontarti una storia. Un giorno Claude McKay viene a sapere di un nigeriano che aveva incrociato già da tempo, Nelson Simeon Dede. Si erano conosciuti tra marinai che si aggiravano vagabondi a Marsiglia. Dede si era imbarcato clandestino su un piroscafo francese della compagnia navale Fabre e voleva arrivare a New York, ma su quei piroscafi c’era molta attenzione perché capitava spesso che si imbarcassero clandestini, e così Dede fu scoperto. Lo sbatterono in una stanza in fondo alla barca, una specie di cella deposito vicino ai motori.

Dede urla, sbraita, dice che c’è acqua, tanta acqua, ancora acqua che sale lungo le caviglie, le ginocchia, che arriva alle cosce. Dede vive così per giorni, al punto che le gambe letteralmente marciscono. L’acqua gelida dell’oceano gliele congela. Arrivati a destinazione, non possono far altro che amputargli le gambe; Dede viene arrestato e rispedito a Marsiglia perché clandestino.

McKay decide che deve difendere Nelson Simeon Dede. E Nelson va difeso perché non si può trattare un essere umano in quel modo. McKay ne aveva già visti troppi di esseri umani trattati così, e ne ha le palle piene. Sfrutta una circostanza che gioca a suo vantaggio: aveva già scritto romanzi per una delle più importanti case editrici di New York, Harper & Brothers, e interviene contro il direttore dei piroscafi Fabre. Vuole che Dede sia rilasciato dalle carceri marsigliesi e che possa tornare a casa sua, in Nigeria.

Ora immagina che questa storia diventi un romanzo… il romanzo che proprio adesso hai tra le mani. La potenza di McKay sta in questo: vuole guardare alla vita completamente, imprudentemente. Lui, giamaicano di nascita, si trova a scrivere nel momento della lotta narrativa per i diritti. McKay è nato nel 1889, morirà poco dopo la Seconda guerra mondiale, nel ’48. Ha ancora nei timpani il racconto dell’America dei neri schiavi e conosce, per averle viste, le piantagioni inferno. In quegli anni l’ossessione di tutti gli intellettuali neri è di raccontare l’umanità nera, umanità intesa proprio in senso letterale, per dimostrare che si tratta di essere umani, uomini e donne di cui si continua a fare strame. L’ossessione di tutti gli intellettuali neri è quella di mappare le ingiustizie, le atrocità. Stenografi del dolore subìto, per provare a realizzare un mondo diverso, un mondo in cui gli afroamericani possano avere diritti, parità.

Questo accadeva quando McKay scriveva i suoi libri, ecco perché W.E.B. Du Bois, l’intellettuale che più di tutti in quegli anni stava catalogando con metodo scientifico le ingiustizie subite dagli afroamericani – Du Bois racconta come la società americana avesse fintamente liberato i suoi schiavi abbandonando le loro vite a una dipendenza perfino peggiore: prima dell’affrancamento dalla schiavitù, infatti, di garanzie, seppur minime, i neri ne avevano; mentre adesso il nero liberato non ha più nulla, nessun diritto sostituiva la schiavitù, solo un destino di abbandono, di crimine e dunque di carcere e disperazione – quando legge “Ritorno ad Harlem”, e in generale i libri di McKay, non riesce ad accettare la realtà descritta in quelle pagine e lo attacca.

McKay, che si era formato sulle parole di Du Bois e che per questo ne resterà ferito, si scontra con un meccanismo tipico in cui si imbattono tutti gli scrittori che decidono di raccontare senza mediazione, senza un orizzonte ideologico, ciò che vedono e vivono. Du Bois sostiene che le opere di McKay, nel racconto della depravazione nera, sono fatte per i bianchi, per i bianchi che vogliono vedere i cazzi enormi dei neri, che vogliono vedere donne nere leccarsi, che vogliono vedere come il nero sia violento e sensuale, romantico ed erotomane.

Il punto è che quando decidi di affrontare la realtà così com’è, e cioè vorticosa e umidiccia, scontenti tutti. Scontenti anche i geni come Du Bois, che si erano schierati con tutta la propria forza per i diritti. E questo accade perché la letteratura non riesce a essere al servizio di niente, neanche del bene, neanche del giusto: la sua vocazione è quella di vivere.

Ma non bisogna pensare che McKay sia uno scrittore di intrattenimento o equidistante, che volesse vendere a tutti e a tutti dare una carezza. Lui, al contrario, prende parte, ma prende parte a suo modo, cioè partecipa della ferita, è dentro. Utilizza e non censura le parole del razzismo, parole come giallo, come negro, e anche qui non possiamo mostrarci superficiali, ma dobbiamo stare attenti a cosa intendiamo per “razzismo”. Dall’ottima nota del traduttore, che ti invito a leggere, si capisce come, ad esempio, la parola “negro” non sia sempre stata percepita come insulto. “Negro”, Martin Luther King lo scriveva con la lettera maiuscola, e indicava una condizione di vita; non era semplicemente una parola dispregiativa, ma uno status che poteva mutare, che doveva mutare dentro, perfino dentro quella parola.

Il fatto che questo romanzo pazzesco, straordinario, per novant’anni non sia stato pubblicato, sembra davvero un capitolo aggiunto a questo libro. E allora godetevela la storia del protagonista, Lafala, un marinaio di origine africana che viene completamente derubato da una puttana e non può far altro che rifugiarsi clandestinamente in una nave, dove verrà scoperto, rinchiuso in una cella gelida e lì, per la durata di tutto il viaggio per New York – proprio come la storia vera che aveva ispirato McKay – perde le gambe. Gliele amputano, ormai congelate e rese marce dall’essere state, per tanti giorni, immerse in acque ghiacciate.

Lafala fa causa alla compagnia di navigazione, prende un indennizzo e torna a Marsiglia, con due gambe in meno ma con tanta ricchezza. Vuole ritrovare la puttana che lo ha rovinato e scende in un abisso che più volte somiglia invece alla libertà vera. McKay è un raccontatore di sessualità libera, e con libera si intende non giudicabile, non redimibile. Una sessualità che ha solo l’imperativo di realizzarsi ed è quindi autentica, autentica proprio perché sozza. Eppure in McKay la sessualità non ha mai un sapore perverso, anche quando evidentemente sta invece raccontando una depravazione.

Nessuno racconta meglio di McKay il difficile e infernale mondo della prostituzione: donne e uomini neri, nei suoi romanzi, non sono mai osservati con pietà, ma solo con una prospettiva che creava, come dice McKay stesso, “una commedia realistica della vita come la vedevo io tra i negri”.

McKay è uno scrittore straordinario. I suoi romanzi sono un profluvio di storie e non c’è tattica, non ci sono personaggi a cui ti devi per forza affezionare. Ci sono personaggi che possono nascere e morire in una pagina e non li dimentichi più, così come c’è il protagonista che ti accompagna per molte pagine eppure ti capita di dimenticarlo, perché lo confondi con la voce narrante.

Insomma, entra in questo libro, preparati alla vita“.

Roberto Saviano

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Napoli, tampone gratis o a prezzi ridotti al rione Sanità: “18 euro per un test. Solo con costi accessibili si può fare screening di massa”

Al via nel popoloso rione Sanità di Napoli la prima campagna di screening per il Covid dedicata alle fasce più deboli. “È una doppia iniziativa – spiega Angelo Melone presidente dell’Associazione Sa.Di.Sa – Sanità diritti in salute – il tampone solidale, che offriamo a un costo di 18 euro ed il tampone sospeso, ossia accettiamo donazioni per consentire a chi non può permettersi i 18 euro di poter comunque effettuare il tampone. Siamo convinti che soprattutto in questa fase sia necessario uno screening di massa che però può essere posto in essere solo con prezzi accessibili. A Napoli il costo dei tamponi nei laboratori privati è troppo alto e molte famiglie non possono permetterselo, mentre con il pubblico invece i tempi di attesa sono spesso troppo lunghi”.

L’iniziativa, promossa dall’associazione Sa.Di.Sa e dalla Fondazione San Gennaro è stata realizzata attraverso la sinergia con altre realtà del territorio. “I tamponi sono certificati – spiega Melone – abbiamo uno staff di medici, infermieri e un biologo, ma è un progetto che è stato possibile grazie alla partecipazione di farmacie, attraverso le quale abbiamo potuto effettuare gli ordini dei tamponi, ma anche grazie al supporto del presidente della Municipalità 3 Ivo Poggiani e di don Antonio Loffredo, parroco del rione Sanità. Poi i ragazzi del quartiere, in molti ci hanno contattato solo per rendersi utili con le prenotazioni e le donazioni”. Oggi, martedì 17 novembre, sono partiti i primi test all’interno della basilica di San Severo fuori le mura in Piazzetta san Severo a Capodimonte. “Ci stanno arrivando centinaia di richieste, sia di prenotazione che di donazione – racconta la vicepresidente di Sa.Di.Sa. Giada Filippetti Della Rocca – noi abbiamo preparato tutto nel rispetto delle normative. Le persone si prenotano attraverso il numero dedicato e così facendo riusciamo a evitare assembramenti. All’interno della struttura ci sarà poi un percorso di accesso e uno di uscita”. Il progetto prevede di effettuare migliaia di tamponi nelle prossime settimane. “Utilizzeremo dei test antigienici rapidi – spiega Stefano Viglione – che serviranno ad effettuare uno screening di massa, ne prevediamo almeno 50 o 100 al giorno. I casi positivi verranno comunicati all’Asl e scatterà la quarantena. La volontà è anche quella di aiutare la sanità pubblica e privata con l’enorme richiesta di tamponi”. Un progetto, destinato a diffondersi in altri quartieri della città. “Arrivano telefonate da tante zone di Napoli – dice Roberto Granatiero – già ci stiamo organizzando per estenderlo nelle aree limitrofe”

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Coronavirus, la crisi aggrava la condizione delle bambine in Italia: un milione e 140mila rischiano di essere escluse da studio e lavoro

Gli effetti della crisi seguita all’emergenza Covid-19 rischiano di rendere il nostro Paese sempre meno ‘a misura di bambino’ e, soprattutto, ‘a misura di bambina’. Tanto che, nel Paese in cui la parità è solo un’illusione che ci si può permettere fino a quando non ci si affaccia al mondo del lavoro, entro la fine dell’anno un milione e 140mila ragazze rischiano di ritrovarsi tagliate fuori dallo studio, da percorsi formativi e dal lavoro. Sull’infanzia l’Italia si è fatta trovare impreparata agli effetti del virus: già prima della crisi un minore su 9 viveva in povertà assoluta, solo il 13,2% dei bambini aveva un posto al nido e la dispersione scolastica era già al 13,5%. È quanto emerge dal XI Atlante dell’infanzia a rischio “Con gli occhi delle bambine” diffuso a pochi giorni dalla Giornata mondiale dell’Infanzia e dell’Adolescenza da Save the Children. Quest’anno l’Atlante propone un approfondimento sulla condizione di bambine e ragazze in Italia, evidenziando per loro un futuro post pandemia a rischio. “Già prima dell’emergenza Covid, l’ascensore sociale del Paese era fermo: in Italia si è rotto il meccanismo che permetteva di migliorare la propria condizione, di costruirsi un futuro migliore” denuncia Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children Italia, secondo cui l’Italia aveva già dimostrato di aver messo l’infanzia agli ultimi posti tra le proprie priorità e, ora “di fronte a una sfida sanitaria e socioeconomica come quella che stiamo affrontando, stenta a cambiare strada”.

LO SMOTTAMENTO DEMOGRAFICO – Così sta perdendo il suo capitale umano più importante: i bambini. I dati mostrano un calo dei nuovi nati, confermando come sia in atto un continuo smottamento demografico: negli ultimi dieci anni abbiamo perso oltre 385mila minori, che oggi rappresentano il 16% del totale della popolazione mentre l’incidenza della popolazione tra 0 e 14 anni è la più bassa in Ue (13,2% contro il 20,5% della capofila Irlanda). Solo nel 2019 il nostro Paese, con poco più di 420mila nascite, ha fatto registrare una diminuzione di oltre 19mila nati rispetto all’anno precedente (-4,5%) e a fine 2020, nell’anno della pandemia, secondo le ultime previsioni dell’Istat potrebbe conoscere una ulteriore riduzione di 12mila unità, portando le nuove nascite a quota 408mila a fine anno e a 393mila nel 2021. A ridurre il brusco calo, solo l’incidenza dei minori con cittadinanza straniera, che oggi sono l’11% del totale, con Prato (28,4%), Piacenza (22,2%), Parma (19,5), Milano (19,2%) e Lodi (18,9%) le province che detengono le percentuali maggiori. Un esercito di bambine e bambini spesso nati e cresciuti in Italia, che reclamano i loro diritti di cittadinanza.

L’AUMENTO DELLA POVERTÀ EDUCATIVA – Nel frattempo, aumenta la povertà educativa come conseguenza della crisi legata al Covid-19 e questo rischia di aggravare fenomeni già presenti prima dell’arrivo del virus. Basti pensare alla possibilità di frequentare un asilo nido o un servizio per la prima infanzia, che in Italia resta un privilegio per pochi, con percentuali che si fermano al 3% per la Calabria, al 4,3% per la Campania e al 6,4% per la Sicilia. Sul lato opposto della graduatoria la provincia autonoma di Trento al 28,4% e l’Emilia Romagna al 27,9%. Crescendo, quasi uno studente al secondo anno delle superiori su 4 (24%) già non raggiungeva le competenze minime in matematica e in italiano, il 13,5% abbandonava la scuola prima del tempo e più di uno su 5 (22,2%) andava ad incrementare l’esercito dei Neet, cioè di coloro che non studiano, non lavorano e non investono nella formazione professionale. “Nonostante l’impegno di tanti docenti ed educatori, il funzionamento a singhiozzo delle scuole e la didattica solo a distanza stanno producendo in molti bambini non solo perdita di apprendimento, ma anche perdita di motivazione nel proseguire lo studio. Le mappe dell’Atlante indicano con chiarezza quali sono le ‘zone rosse’ della povertà minorile e della dispersione” afferma Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

L’ILLUSIONE DELLA PARITÀ – Sfogliando le oltre 100 mappe e infografiche dell’Atlante emerge che tra i minori tra i 6 e i 17 anni le bambine e le ragazze leggono più dei maschi (non ha l’abitudine alla lettura il 53,6% dei maschi contro il 41,8% delle ragazze) e le ragazze hanno performance scolastiche migliori dei coetanei. Se, tra i maschi, più di 1 su 4 (26,1%) non raggiunge le competenze sufficienti in matematica e in italiano, questa percentuale si abbassa al 22,1% per le ragazze. Delle quali, però, un terzo di laurea, a fronte di solo un quinto dei giovani maschi, uno dei gap più ampi d’Europa: tra le 30-34enni il 34% è laureata, mentre tra i 30-34enni maschi lo è solo il 22%. Nonostante i migliori risultati durante il loro percorso, il nostro Paese detiene uno dei tassi di occupazione femminile più bassi in Europa. Nel 2019, il tasso di occupazione delle giovani laureate tra i 30 e i 34 anni era del 76% contro l’83,4% dei maschi, mentre le giovani diplomate occupate erano solo il 56,7% a fronte dell’80,9% dei coetanei maschi. Senza un diploma di scuola superiore, le occupate sono al 36,3%, i coetanei al 70,7%. Anche nel mondo accademico, i divari di genere sono ancora forti: nel 2018 le donne rappresentavano il 55,4% degli iscritti ai corsi di laurea, il 57,1% dei laureati, il 50,5% dei dottori di ricerca. “Pur essendo maggioranza nei percorsi di formazione universitaria, restano delle Cenerentole nella carriera accademica, sin quasi a scomparire ai vertici” spiega Save the Children. Nel 2018, le donne rappresentano il 50,1% degli assegnisti di ricerca, il 46,8% dei ricercatori universitari, il 38,4% dei professori associati, il 23,7% dei professori ordinari. Le donne rettrici, in Italia, sono 7 su 84. È il “soffitto di cristallo”, la barriera invisibile che impedisce alle donne di accedere alle posizioni apicali.

POCHE NEI SETTORI INNOVATIVI – Le bambine e le ragazze accumulano durante il loro percorso scolastico delle lacune nelle materie scientifiche, già ravvisabili dal secondo anno della scuola primaria, ma che crescono via via. Questo influenza l’indirizzo di studio, che rafforza queste differenze. Poche scelgono le facoltà in ambito scientifico-tecnologico (STEM): solo il 16,5% delle giovani laureate tra i 25 e i 34 anni ha conseguito il titolo in questo settore, a fronte di una percentuale più che doppia (37%) per i maschi. Un percorso che conduce alla segregazione orizzontale nel lavoro e nelle carriere, nei settori più innovativi (STEM e ICT). “Senza un intervento tempestivo e mirato, oggi rischiamo un’impennata nel numero delle Neet (che non studiano, non lavorano e non investono nella formazione professionale, ndr), cancellando le aspettative di futuro di più di un milione di ragazze in Italia. È un rischio concreto – spiega Milano – se solo si guardano i dati più recenti, come il calo del 2,7% dell’occupazione femminile (già storicamente tanto fragile in Italia) rispetto all’anno precedente, con una perdita secca di 264mila occupate”.

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“L’aborto è il più grande degli scempi. Mogli sottomesse ai mariti”. Polemica per l’omelia di un prete nel maceratese: “Raccapricciante”

“L’aborto è il più grande degli scempi. È più grave l’aborto o un atto di pedofilia?”. E ancora: “Le mogli siano sottomesse ai mariti. Sentito cosa dice qua?”. Sono solo alcune delle frasi da Medioevo pronunciate durante un’omelia da Don Andrea Leonesi della Chiesa dell’Immacolata di Macerata, mercoledì 27 ottobre. Il video dell’omelia, che condanna l’aborto e le proteste femministe in Polonia, passando per la biblica sottomissione della donna all’uomo, è stato diffuso lunedì 2 novembre, diventando in poco tempo virale.

Maceratese classe 1968, ordinato sacerdote nel 1999 e vicario generale del Vescovo dal 2018, sembra lo stesso parroco a preoccuparsi di come possano essere recepiti i suoi discorsi in uno dei passaggi del filmato: “Siamo un tempo difficile, che se poco poco cominci a parlare di queste cose, ti stanno a controllare pure l’inclinazione della voce”. Il prete commenta con verve i più recenti fatti internazionali: “Questa scelta che ha fatto la Polonia che sono arrivati a fare una legge per cui anche il feto malformato non si può abortire, prova a dire una cosa del genere in Italia. (…) In Polonia si stanno scatenando tutte queste femministe che fanno di tutto, entrano in chiesa e iniziano a spogliarsi per protestare.” Poi, appunto, ricorda la dottrina dalle scritture. “Le mogli siano sottomesse ai mariti. Sentito cosa dice qua? V’è scivolato sopra, eh? Non vi siete neanche accorti? Meglio! Fumatevi qualcosa prima di venire qua, così state a pensare a qualcos’altro e non state attenti a queste parole che poi dopo ci mettono in crisi. Le mogli sono sottomesse ai mariti, capito, care signore? Il marito infatti è capo della moglie, dobbiamo insistere ancora?”. E insiste: “Voi mariti amate le mogli. Io lo dico ai fidanzati, preferivo fare la moglie, almeno dovevo solo essere sottomessa. Fare il marito è più difficile pure”. L’auspicio finale dell’omelia medievale, è uno, che si possa “convertire una nazione intera come la Polonia, e magari anche l’Italia. Che il Signore ci conceda, piano piano, una nuova generazione di cristiani, di politici cristiani, che invertano la tendenza. Questo possiamo pregarlo stasera, vero?”.

La clip, il cui estratto è circolato in diversi canali di informazione anche locali, è arrivata all’attenzione di Sinistra Italiana di Macerata, che ha definito il discorso frutto di “negazionismo, oscurantismo, maschilismo esasperato“. “Quelle parole non nascondono una visione della società arcaica e patriarcale di fronte alla quale il silenzio e l’indifferenza non sono ammessi”, ha denunciato Sinistra Italiana, che ha sottolineato, definendolo “raccapricciante”, il paragone tra aborto e pedofilia, auspicando “prese di distanza personali e collettive” anche dal mondo cattolico.

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Per qualcuno il diritto al lavoro viene prima di quello alla salute. Non può essere così

La nostra società tende a ragionare intuitivamente sempre in modo utilitaristico. Cioè? Un comportamento o una scelta politica moralmente giusti sono quelli che producono benessere (misurato in felicità, bene per sé) per il maggior numero possibile di persone. Stringendo il campo, proviamo a ridurre il quadro ai soli cittadini di uno Stato, ad esempio l’Italia.

Bene, il deputato leghista Claudio Borghi ieri ha deliberatamente deciso che per i cittadini italiani il benessere da garantire è dato dal diritto al lavoro, non dal diritto alla salute. Un ribaltone abbastanza scioccante se pensiamo che chiunque di noi sceglierebbe di vivere senza lavorare, piuttosto che morire senza essere curato, per quanto entrambi gli scenari siano spaventosi.

Questa prevaricazione di un diritto costituzionale sull’altro sembra viaggiare sullo stesso binario delle recenti dichiarazioni del presidente della Liguria, Giovanni Toti: chi non è utile alla produttività del paese di certo va protetto, ma – in soldoni – non è indispensabile. Prima il lavoro, prima l’economia, poi tutto il resto. La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro, argomenta Borghi in aula. Dato di fatto su cui è impossibile controbattere.

Di certo, però, la Costituzione non poteva prevedere una pandemia di portata mondiale, né tantomeno avrebbe potuto contenere una clausola del tipo: “mi raccomando, se per caso centinaia di migliaia di persone dovessero morire improvvisamente, non esitate a usare le misure di contenimento, altrimenti a lavorare non resterà più nessuno”. Non è possibile fare una scaletta di importanza dei diritti costituzionali, è già complicato per la Giurisprudenza in una situazione normale, figuriamoci nell’eccezionalità del periodo che stiamo vivendo.

Nessuno dice che sia semplice rinunciare a una parte del lavoro. È un sacrificio immane di cui lavoratori e famiglie subiranno le conseguenze per anni e dal quale l’economia del paese sarà danneggiata. Ma non c’è alternativa. Se ci fosse, che interesse avrebbe il governo a ignorarla? Il dissenso che si è alzato contro i Dpcm si fonda sul pensiero che la famosa “casta” non abbia a cuore gli interessi dei cittadini.

Ma qui non parliamo di singole categorie, non parliamo neanche di minoranze. Parliamo delle ricadute su un intero paese e sul suo tessuto economico-sociale: davvero pensiamo che se ci fosse una soluzione limpida ed efficace il governo sceglierebbe di farne a meno per il gusto di infierire sui suoi cittadini? A che pro?

Si possono criticare i provvedimenti del governo, io per prima lo faccio, ma non con i presupposti di Borghi. Da mesi stiamo compiendo uno sforzo dopo l’altro per proteggerci a vicenda. Abbiamo ottenuto dei risultati e poi ci siamo ricascati, incapaci di creare una rete di protezione per l’autunno. E nonostante ciò, qualcuno oggi senza problemi dice che il lavoro viene prima della salute. Non può essere così.

In questo caso, per una questione meramente temporale e non di importanza di principio, prima siamo obbligati a tutelare la salute perché l’emergenza ci chiede di agire in fretta, poi tuteliamo il lavoro mettendo in campo tutte le forze economiche possibili per proteggere le fasce più a rischio. Uno Stato democratico non può permettersi di sacrificare delle vite in nome del lavoro, dell’economia o di qualunque altra cosa.

Deve fare il possibile per salvarle tutte poiché il loro valore da un punto di vista laico non è misurabile, perciò non è accettabile che in un’aula istituzionale si parli della salute dei cittadini in questi termini. Stiamo parlando di vita o di morte, maggioranza e opposizione dovrebbero lavorare avendo in comune questo punto di partenza.

Dobbiamo entrare in una nuova ottica: imparare a ritenere momentaneamente vantaggiose delle regole che ci sfavoriscono in prima persona. È l’unica strada per ritagliarsi lo spazio necessario per poter ragionare su tutti gli altri problemi. Se saremo costantemente sull’orlo del baratro dal punto di vista sanitario, avremo sempre la sensazione che il diritto al lavoro o all’istruzione siano in secondo piano.

Sforziamoci per far rientrare l’emergenza, perché nella consapevolezza di star facendo tutto il necessario sarà più facile riportare al centro i diritti e le tutele per i cittadini. E quando parlo al plurale, intendo che le misure messe in campo non devono valere solo per gli aperitivi, i cinema e la buonanima della movida, ma coinvolgere tutte le aziende e i datori di lavoro. Il diritto al lavoro deve corrispondere anche al diritto a lavorare in sicurezza (o da casa, se possibile), che a Confindustria piaccia oppure no.

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Distributori di assorbenti a prezzi calmierati: l’università Statale di Milano è la prima in Italia ad aver accettato di installarli

“Un luogo della conoscenza come l’università deve saper trattare al suo interno argomenti che fuori vengono respinti. Le mestruazioni fanno parte di questa categoria”. Manuel Tropenscovino è rappresentate degli studenti in Consiglio di Amministrazione dell’Università Statale di Milano per la lista UniSì – Uniti a Sinistra. Insieme ai suoi colleghi ha ottenuto un sì unanime a una proposta in qualche modo storica: l’ateneo milanese sarà il primo in Italia a ospitare distributori di assorbenti nei bagni femminili. Dieci in tutto, nelle diverse sedi sparse per la città. Una vicenda che parte dalle campagne contro la tampon tax e comincia tre anni fa nel corso di una conferenza fra studenti: “Avanzammo una mozione che chiedeva all’università di installare distributori di assorbenti nei bagni, che poi però venne lasciata cadere dall’amministrazione universitaria”, racconta Tropenscovino a ilfattoquotidiano.it. “All’inizio del 2019 abbiamo avviato un dialogo con il direttore generale e con il rettore. Abbiamo chiesto che gli assorbenti fossero gratis, perché ci premeva far capire che non sono un bene di lusso”. E in effetti non lo sono, nonostante siano tassati come tali: Iva – imposta sul valore aggiunto – del 22%. La stessa di vestiti, vino e sigarette.

“Il nostro modello era la Scozia, le cui istituzioni pagano gli assorbenti che vengono poi distribuiti nelle scuole superiori e nei college. Portare quel sistema alla Statale però non era possibile, perché l’ateneo non poteva fare tutto da solo”. Quindi, si procede per tentativi. Prima si pensa a un contratto di sponsorizzazione: niente spese per l’università, che dovrebbe mettere a disposizione gli spazi destinati ai distributori forniti dalle aziende, con gli assorbenti in vendita a 10 centesimi l’uno. Ma niente da fare. Poi si prende in considerazione l’ipotesi bando, ma anche in questo caso non c’è modo di procedere. Alla fine, si va per gestione diretta: è la via che funziona. Ora è tutto pronto, la delibera è stata provata all’unanimità e l’azienda incaricata di fornire il materiale c’è. L’unica amarezza, dice Tropenscovino, è il costo degli assorbenti, che sale a 20 centesimi l’uno: “Ma siamo comunque soddisfatti. L’università alla fine ha voluto ascoltarci e ce l’abbiamo fatta. Anche se, certamente, l’ateneo non potrà mai agire in solitudine, dovrà per forza essere aiutato”. Un passo in avanti che renderà strutturale un progetto già pensato in passato da diverse associazioni studentesche e dalle femministe. Intanto il segnale comincia a circolare fra le altre università: “Ci hanno contattato Bicocca, Politecnico e Roma Tre (fra le altre), per chiederci informazioni. Vogliono seguire lo stesso esempio. Secondo noi la parità di genere si costruisce anche attraverso servizi e strumenti reali messi a disposizione delle persone, come in questo caso”.

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Omofobia, i fatti di Pescara e la legge osteggiata da Chiesa e destre: l’Italia su certi temi resta sempre indietro

Si è aperta la fase 3 e stiamo facendo i conti con la nostra nuova routine: come la state affrontando? Com’è cambiata la vostra professione e quali difficoltà state incontrando? Come giudicate l’organizzazione nelle vostre città? Raccontatecelo, il blog Sostenitore è pronto ad ospitare le vostre riflessioni o denunce. Vi basta compilare il form apposito, la redazione leggerà i vostri post (tutti) e pubblicherà i migliori ogni giorno.

di Monica Valendino

Uno dei tanti, troppi fatti che funestano l’Italia, che disdegna le aggressioni della polizia americana verso chi è di colore ma si gira dall’altra parte quando in casa propria le aggressioni di marca omofoba finiscono al massimo in una pagina di cronaca. A Pescara un atto violento e inaspettato contro un ragazzo “reo” solo di tenere per mano il suo compagno per strada, che gli è costata la frattura della mascella e un intervento chirurgico con l’inserimento di una placca in titanio.

E quando la giunta del capoluogo abruzzese avrebbe dovuto gridare il suo sdegno, ecco che, come spesso succede a destra, per “salvaguardare il buon nome della città” si è girata di fatto dall’altra parte. Il Sindaco, infatti, ha riconosciuto che pestare a sangue quel ragazzo è un atto disdicevole, ma poi ha affermato che sottolineare l’accaduto avrebbe di fatto messo in cattiva luce la sua città. Più facile mettere la sporcizia sotto il tappeto per mostrare solo la facciata patinata e falsa.

Ma l’aggressione porta ancora una volta alla mancanza di una legge che inasprisca le pene per i reati contro etnie, diversità sessuali e opinioni religiose. In Parlamento, grazie a questo governo, c’è una proposta di legge che, guarda guarda, vede l’opposizione della Lega. Un testo che comunque continua il suo iter ed è stato depositato alla commissione Giustizia alla Camera, per un provvedimento che prevede il carcere fino a 4 anni per chi “istiga alla violenza omofobica”.

Ma contro questa legge c’è da settimane anche la Cei che con un documento ha ricordato che i vescovi ritengono che, al riguardo, “un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio”. Anzi, secondo i vescovi, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide.

La stessa Cei che anche sul caso di Pescara ha taciuto, come fatto dal sindaco e da tanti perché, alla fine, il pensiero comune è quasi “se la sono cercata”.

Lo sdegno che c’è negli States per come la polizia tratta spesso le persone afroamericane in Italia diventa un dibattito sterile quando si devono affrontare le discriminazioni, perché da queste parti è meglio parlare di delitti di altro tipo, quelli che si possono condannare senza pensare che il buon nome del Paese venga infangato.

Comunque sia, al di là della legge sacrosanta che molti attendono e che la maggioranza vuole portare a termine, rimarrà sempre ancora una arretratezza culturale spesso figlia anche delle posizioni della Chiesa. Non bastano le aperture di Papa Francesco, non basta vedere il dolore che certe situazioni causano per cambiare un modo di pensare radicato e che la destra incarna e fa suo, a quanto pare, alla perfezione.

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