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Sicilia, ok a legge per quote di genere in giunta. Micciché: “Regione più avanti d’Italia”. Solo una donna tra gli assessori di Musumeci

La Sicilia ha cancellato la “rimozione di genere”, per dirla col ministro del Sud, il siciliano Giuseppe Provenzano. La sua Isola dovrà, infatti, avere almeno un terzo di donne in giunta. O viceversa almeno un terzo degli uomini. Ipotesi improbabile quest’ultima, visto che la Sicilia è la Regione con il governo “più maschio” d’Italia: su 12 assessori il presidente Nello Musumeci ha nominato solo una donna (Bernadette Grasso). Dal 2022 dovrà adeguarsi. Dalla prossima legislatura, infatti, la Regione più a Sud d’Italia risolvere la “rimozione”. Due giorni fa il ministro originario della provincia di Caltanissetta ha usato queste parole per spiegare il suo rifiuto a partecipare ad un convegno che annoverava solo relatori maschi.

Dopo sette mesi dall’esordio della legge in aula, l’Assemblea regionale siciliana ha approvato, nel tardo pomeriggio di mercoledì 10 giugno, il disegno di legge sulle “Norme relative al funzionamento del governo regionale”. Prevede il vincolo di una presenza di genere minima di un terzo. “Vuol dire che non si potrebbe avere neanche una giunta tutta al femminile, perché dovranno esserci almeno un terzo di uomini”, spiega Elvira Amata, capogruppo di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Statuto. Commissione che con la legge approvata oggi porta a casa anche un rafforzamento dell’assemblea come organo di controllo e dissenso nei confronti del governo: la legge prevede anche l’autoscioglimento dell’assemblea nel caso di dimissioni contemporanee della maggioranza assoluta dei deputati e una maggiore trasparenza, prevedendo il passaggio in commissione paritetica delle norme di attuazione, prima che arrivino in aula.

La norma è stata votata all’unanimità da tutta l’assemblea. “E’ una legge trasversale, come è giusto che sia una la legge frutto del lavoro in Commissione Statuto, che non può avere colore politico”, sottolinea ancora Amata. Un “passo avanti” anche per il Pd: “Verso la parità di genere da noi proposta e non accolta dalla maggioranza che proporremo anche per le giunte comunali”, commenta il capogruppo del Pd all’Ars, Giuseppe Lupo. “Le donne devono andare avanti perché brave e meritevoli”, sottolinea, invece, Valentina Zafarana, consigliera del M5s, che rivendica una forte presenza della donne nel M5s sia “a Palermo che a Roma e questo ci inorgoglisce”. La leghista Marianna Caronia ricorda: “La ridotta partecipazione delle donne alla vita politica e amministrativa siciliana ha radici culturali, storiche e politiche che affondano nel tempo e che vanno recise in modo drastico. Il voto unanime è stato un bel segnale da parte dell’Assemblea Regionale”.

Usa toni trionfanti il presidente di Palazzo dei Normanni, Gianfranco Micciché, al termine della votazione, rivolgendosi ai consiglieri in aula: “Questo risultato mi inorgoglisce ancora di più come presidente di quest’assemblea. Un segno di modernità che fa della Sicilia una delle regioni più avanti d’Italia”. Il riferimento è al fatto che altrove una legge che imponga la rappresentanza di genere nelle giunte regionali non esiste. Ma nei fatti la norma approvata oggi allinea semplicemente la Sicilia alle altre realtà.

Dalla prossima legislatura l’Isola avrà almeno un terzo di donne come già fa l’Emilia Romagna, la cui giunta eletta lo scorso gennaio conta infatti 8 maschi su 12. Peggio della Sicilia farebbe, infatti, solo il Molise: tutti uomini ma su un numero di assessori inferiore, 5 in tutto. Simili proporzioni si riscontrano solo in Puglia, dove si conta una donna su 9 assessori. Mentre la Calabria da gennaio ha una donna presidente – Jole Santelli – e due assessore su 7 in giunta. Prima, quando il governatore era Mario Oliverio, metà del governo regionale era composto da donne. Stessa proporzione in Toscana, che ha il titolo di regione più paritaria: la giunta presieduta da Enrico Rossi conta 4 donne e 4 uomini.

Dovrà dunque risalire la classifica la Sicilia che adesso vanta solo Bernadette Grasso, assessora alle Autonomie locali. Musumeci avrebbe potuto cominciare a riequilibrare le proporzioni circa un mese fa, quando ha deciso di affidare alla Lega la guida dei Beni culturali, consegnando la delega scoperta da più di un anno, cioè dalla tragica morte di Sebastiano Tusa. Il ddl che prevede la quota minima di rappresentanza di genere è stato approvato dalla commissione Statuto addirittura nel maggio del 2019. Ciò nonostante, a distanza di un anno, il governatore ha comunque optato per un altro uomo: Alberto Samonà. In totale in giunta ne ha 11: praticamente una squadra di calcio.

E dire che la Sicilia ha regalato alcune prime volte alle donne in politica. È siciliana la “prima donna membro di un governo in Europa, sia pur regionale”, come si definiva lei stessa: Paola Verducci Tocco, messinese eletta con la Dc all’Assemblea regionale siciliana nel 1947, nominata un anno dopo assessora regionale supplente al Lavoro. Dopo di lei il nulla: si dovette attendere il 2001, sotto il governo Cuffaro. Sarà poi nel 2006 che per la prima volta una donna, Rita Borsellino, si candiderà alla presidenza della Regione. Sconfitta dallo stesso Cuffaro. Dopo le dimissioni di Totò Vasa Vasa, la Sicilia si consegnerà al suo alter ego autonomista, Raffaele Lombardo, che non inserì nessuna donna tra gli assessori, salvo poi correggersi con la nomina di Caterina Chinnici: l’unica per tutta la durata del suo governo. Sarà Rosario Crocetta a popolare di donne la giunta, nominandone nei vari rimpasti addirittura 17. Ma con la vittoria di Nello Musumeci si è tornati a una giunta quasi totalmente azzura. Se non è una “rimozione” totale, poco ci manca.

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Lavoratori stranieri: oggi i braccianti scioperano per combattere in nome della dignità

L’ultimo in ordine di tempo è stato un bracciante di origine indiana: malmenato e gettato in un canale perché aveva osato chiedere al suo datore di lavoro la mascherina per proteggersi dal Covid-19. Un insulto, alle orecchie del proprietario dell’azienda agricola di Latina che avrà pensato: “Vi pago già 4 euro l’ora. In più, con quale faccia mi chiedi la mascherina!”. Quindi le botte e la corsa, a piedi, del bracciante indiano al pronto soccorso.

La storia del caporalato affonda le origini in decenni di sfruttamento in cui i diritti dei lavoratori nei campi sono stati messi sempre in secondo piano. “Prima raccogliete la frutta, che vale più di voi” è stata la giustificazione ingiustificabile di un paese, il nostro, che ha chiuso entrambi gli occhi.

Intanto, le baraccopoli, costruite da questi dannati della terra usciti dal libro di Fanon, sono diventate uno strumento politico utilizzato dalla destra cattiva e dalla sinistra radical chic. Per la prima, possiamo portare l’esempio di Matteo Salvini, diventato una miniera inesauribile di amenità. Durante un dibattito televisivo con il sindacalista Aboubakar Soumahoro, che lo avvisava dello sciopero imminente, il guidatore di trattori più famoso in Italia ha risposto stupito: “Ora scioperano i clandestini? Ma in che Paese viviamo”.

In queste poche parole del Salvini-pensiero c’è tutto: i diritti non sono di tutti; la dignità del lavoro è di un club ristretto di persone; i clandestini non sono lavoratori ma entità de-umanizzate oscure. Tanto scuro quanto l’uso politico che, durante gli anni, la Lega ha fatto delle bidonville nostrane. E cioè, non si sono spesi a risolvere il problema ma hanno creato nell’immaginario collettivo un luogo dove riversare tutta la cattiveria e il malcontento degli italiani.

Poi, però, c’è la sinistra radical chic, come quella di Matteo Renzi, che dei diritti di questi lavoratori se ne è lavata le mani. Ha preferito portare avanti una retorica del “Poverini. Eccoli qui, piegati nei campi”. Fino ad arrivare con la ministra Teresa Bellanova che, in lacrime, ha annunciato un decreto che regolarizza alcuni lavoratori migranti, non tutti. Lasciando così zone d’ombra, come segnalato da molte parti.

Ciò detto, alla Bellanova va il plauso di essersi battuta, in quanto ex bracciante, per la tutela parziale di quelle persone che avrà incrociato nei campi. Ma non basta, non si possono più dare risposte parziali ai lavoratori.

Aboubakar Soumahoro e tutti gli scioperanti di oggi ci ricordano che c’è una battaglia da combattere. Non è solo per i loro diritti, ma anche per i nostri. Tutto nel nome della dignità di avere una vita felice, grazie ad un lavoro.

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Coronavirus, Mattarella: “Diritto alla salute è universale e ci chiama a corresponsabilità globale. I servizi sanitari nazionali sono capisaldi essenziali delle comunità”

La valenza universale del diritto alla salute ci chiama a un impegno, a una corresponsabilità di carattere globale”. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione della Giornata mondiale della salute che quest’anno cade nel mezzo della pandemia da coronavirus, ha voluto ricordare la necessità che a tutti i cittadini sia garantito l’accesso alle cure. E nel farlo ha ricordato quella “corresponsabilità” di carattere globale che più volte ha invocato nelle ultime settimane, rivolgendosi all’Europa e non solo, perché di fronte alla grande emergenza non ci siano divisioni, ma cooperazione. Perché, ha dichiarato, tutti siamo chiamati a “mettere da parte egoismi nazionali e privilegi di sorta al fine di dare alla cooperazione mondiale un impulso di grande forza per ciò che riguarda le cure, la ricerca, lo scambio di informazioni, la fornitura di strumenti capaci di salvare vite umane”.

E, proprio in questa giornata, il capo dello Stato ha voluto ricordare l’importanza del servizio sanitario nazionale e il suo ruolo nella lotta alla pandemia: “I Servizi Sanitari Nazionali costituiscono capisaldi essenziali delle comunità“, si legge sempre nel messaggio. “La qualità della vita e gli stessi diritti fondamentali della persona sono strettamente legati alle capacità e all’universalità del servizio alla salute”. Perché questo diritto sia garantito, servono aiuti e sostegni che durino nel tempo: “Le strutture da sole non basterebbero senza l’umanità e la responsabilità di chi vi opera: per questo il ringraziamento di oggi deve tradursi in un sostegno lungimirante e duraturo da parte delle nostre comunità”.

Proprio agli operatori sanitari si è poi rivolto Mattarella: “Le vicende drammatiche di questi giorni hanno mostrato di quanta generosità, professionalità, dedizione sono capaci gli operatori sanitari. Il nostro pensiero grato e riconoscente va alle infermiere e agli infermieri in prima linea, e con loro a tutti i medici degli ospedali e dei servizi territoriali, agli assistenti, ai ricercatori, a quanti operano nei servizi ausiliari: li abbiamo visti lavorare fino allo stremo delle forze per salvare vite umane e molti di loro hanno pagato con la vita il servizio prestato ai malati”.

In questi giorni, si legge ancora, “tanti lutti e sofferenze hanno reso ancor più evidente il valore della salute, componente essenziale del diritto alla vita, presidio da preservare e rafforzare nella solidarietà tra i popoli, gli stati, i continenti”. “L’umanità ha le risorse per debellare questo nuovo virus, come le ha per contrastare malattie e disagi particolarmente diffusi nelle aree più povere e dove l’ambiente ha subito danni maggiori”. E proprio questo impegno “solidale” per la salute “può diventare un vettore di pace e amicizia, capace di influenzare positivamente le relazioni tra i Paesi”.

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Yasaman, Mahienour e Loujain: il loro 8 marzo in carcere

Volendo descrivere nello spazio di un tweet la condizione della donna nella parte di mondo (Medio Oriente e Africa del Nord) cui è dedicato questo blog, potremmo concentrarci sulla sfida coraggiosa lanciata dalle attiviste per i diritti umani contro vere e proprie forme di discriminazione istituzionalizzata.

Partiamo dal bicchiere mezzo pieno. In Oman sono state rafforzate le norme per contrastare le mutilazioni dei genitali femminili. In Giordania è entrato pienamente in funzione il primo rifugio per le donne che rischiano di essere uccise dai loro familiari per motivi di “onore”.

In Tunisia un nuovo meccanismo giudiziario creato per ricevere denunce di violenza domestica ha ricevuto decine di migliaia di segnalazioni. Il parlamento dell’Iran ha approvato una legge che consente alle donne sposate con stranieri di trasmettere la cittadinanza iraniana ai loro figli. In Arabia Saudita sono state abrogate molte limitazioni all’autonomia di scelta delle donne e regole discriminatorie relative alla partecipazione alla vita sociale.

Ma è proprio vedendo cos’altro è successo in questi ultimi due paesi che il bicchiere si scopre mezzo vuoto.

Perché non potessero danneggiare la campagna di pubbliche relazioni del “riformista” principe della Corona dell’Arabia Saudita Mohamed bin Salman, cinque attiviste per i diritti delle donne hanno trascorso tutto il 2019 in prigione. E lì restano ancora oggi.

In Iran, la repressione contro le attiviste che hanno osato sfidare l’obbligo di portare il velo in pubblico ha raggiunto nuovi picchi di crudeltà, con condanne al carcere e alle frustate per i “reati” di corruzione e prostituzione.

In questo Otto marzo voglio ricordare il coraggio di tre donne: Yasaman Aryani, condannata a 10 anni in Iran per aver preso parte alla campagna contro il velo; Mahienour el-Masri, avvocata egiziana arrestata lo scorso settembre e tuttora in detenzione preventiva; e Loujain al-Hathloul, attivista saudita per il diritto delle donne alla guida, ormai da un anno in carcere dove ha subito molestie sessuali e torture.

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Il razzismo è tipico di una certa politica, ma non dovrebbe entrare in caserma

Il 2019 si è concluso a dicembre con la cronaca giudiziaria che ci racconta di due casi di razzismo in caserma. Il Tribunale militare di Verona condanna per diffamazione militare aggravata dalla discriminazione etnica un sergente che avrebbe insultato un ufficiale di origini marocchine. Il Tribunale di Torino condanna invece un maresciallo per insulti razzisti a un giovane soldato di origini maghrebina, chiamandolo con epiteti come “negro”, “spaccino”, “beduino”, ecc.

“Perché canti l’inno nazionale? – pare gli chiedesse – Credi di essere italiano?”. Ora attendiamo le sentenze definitive, ma certo non è accettabile che chi ha solennemente giurato fedeltà alla Costituzione calpesti il fondamentale principio di uguaglianza ed eserciti forme di discriminazione persino di tipo razziale.

Il razzismo fu una delle aberrazioni del regime fascista. Mi torna in mente quel libretto dal titolo Il primo e il secondo libro del fascista (Mondadori, 1941) su cui mio padre fu costretto a studiare alle scuole medie “perché ogni italiano deve vivere consapevolmente nel tempo fascista e l’ignoranza di tali basi della nostra esistenza è inammissibile”.

Su quel manuale si possono leggere sciocchezze come: “L’evidente inferiorità di alcune razze, e specialmente di quella che si è convenuto chiamare negroide, viene attribuita a una decadenza progressiva nel corso di lunghissimi periodi di tempo; altri scienziati attribuiscono tale inferiorità a un arresto di sviluppo”. O come: “Il meticcio, ossia il figlio di due individui dei quali uno di colore, è un essere moralmente e fisicamente inferiore, facile vittima di gravi malattie e inclinato ai vizi più riprovevoli”. E anche: “La vasta e subdola opera di corruzione svolta tenacemente dagli ebrei, con tutti i mezzi, nella vita politica, sociale, economica, nei campi dell’arte, della letteratura, della scienza, rappresenta un pericolo per il domani dell’Italia”.

Immaginiamo quanto sia stato dannoso quel catechismo fascista per tutti quei ragazzini e per le generazioni successive. È un fatto che oggi, dopo oltre settant’anni di democrazia, le cronache quotidiane ci mostrano che nel Belpaese il razzismo è ancora vivo e vegeto, alimentato da una “demagogia nazionale” (“Prima gli italiani!”) che come la “difesa della razza” del ventennio non si concilia affatto con le nostre radici cristiane.

Ebbene l’aizzamento di massa contro gli immigrati-cattivoni ha il malcelato scopo di raccogliere consenso a mani basse, facendo leva sui nostri peggiori istinti per poi praticare politiche di compressione dei diritti civili e sociali di tutti. Non certo per affrontare i problemi collegati ai flussi migratori, che sono problemi reali da affrontare seriamente, e non “alzando il ponte levatoio” o aprendo il fuoco contro le navi della disperazione.

In più la furba demagogia anti-migranti ottiene il risultato di distrarre l’opinione pubblica da questioni altrettanto importanti: mafia, corruzione, inquinamento, morti per inquinamento, morti sul lavoro, disoccupazione, sfruttamento dei lavoratori, precariato, evasione fiscale, debito pubblico, ecc.

Raccontare ai più deboli (e ingenui) che i colpevoli dei loro disagi sono gli stranieri che “ci tolgono il lavoro” – per poi magari approvare normative contro i più deboli – è eticamente deplorevole. Combattere la xenofobia, spezzare la “guerra tra poveri” e svelare l’inganno dei seminatori di odio sarebbe invece una nobile battaglia di organizzazioni sindacali che abbiano davvero a cuore gli interessi dei lavoratori e il bene della società.

Nel mondo militare arginare quei sentimenti antidemocratici, magari coltivati anche a causa di una perdurante condizione di “separatezza” dal resto della società, dovrebbe essere tra le priorità delle nascenti organizzazioni sindacali. Alle frescacce del nazionalismo vanno contrapposti i valori del “patriottismo costituzionale”. Mi auguro che le anime progressiste che rivendicano a gran voce i diritti sindacali anche in caserma non siano affette da “strabismo costituzionale”, che è meno affascinante di quello di Venere, e ricordino ai colleghi che bisogna rispettare anche l’art. 2 Cost. (principio di solidarietà), l’art. 3 Cost. (principio di uguaglianza) e l’art. 10 Cost. (diritto di asilo).

Al sergente, al maresciallo o all’ufficiale che non ricordi di aver giurato di difendere la Costituzione potremmo regalare un biglietto per Tolo Tolo: un bel film, che ci suggerisce che persino dal razzismo possiamo guarire: con l’amore.

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Case popolari, serve l’efficientamento energetico. Ora è il momento

A Roma centinaia di famiglie assegnatarie di case popolari del Comune di Roma sono state costrette per settimane a vivere al freddo. I motivi del disservizio sono stati svariati: dai guasti, al mancato acquisto di gasolio per gli impianti centralizzati.

A Roma, come nel resto dei Comuni italiani, siamo di fronte a un sistema di riscaldamento nelle case di edilizia residenziale pubblica ancora in gran parte basato su impianti centralizzati e inquinanti, oltretutto con costi di gestione elevati.

Le criticità emerse a Roma, a causa della mancata erogazione del servizio di riscaldamento nelle case comunali di edilizia residenziale pubblica, hanno messo a rischio la salute delle famiglie e in particolare di anziani e minori, e devono essere affrontate strutturalmente.

Questa problematica si può affrontare con programmi che puntino all’efficientamento energetico, tema che dovrebbe vedere i Comuni in prima linea. Questo oggi è possibile: la legge di bilancio per il 2020 ha reso disponibili risorse per i Comuni e la possibilità di affrontare il tema dell’efficientamento energetico nelle case Erp in maniera concreta.

Infatti la legge 27 dicembre 2019 n. 160 all’articolo 1 (comma 29) destina, per gli anni dal 2020 al 2024, ai Comuni, 500 milioni di euro annui. Si tratta di contributi per investimenti destinati a opere pubbliche in materia di efficientamento energetico e di sviluppo territoriale sostenibile.

La legge di bilancio ha disposto che l’importo dei contributi spettanti a ciascun comune siano attribuiti entro il 31 gennaio 2020 con decreto del ministero dell’Interno, e che l’importo sia ripartito per gli anni dal 2020 al 2024. Si tratta quindi di 2,5 miliardi disponibili per interventi di risparmio energetico degli edifici di proprietà pubblica e di edilizia residenziale pubblica, l’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, nonché altri interventi per lo sviluppo sostenibile del territorio.

È questa l’occasione per programmi realizzati dai comuni nelle case di edilizia residenziale pubblica di sostituzione delle obsolete caldaie; per realizzare impianti autonomi di riscaldamento; per l’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili.

In questo modo si garantirebbe alle famiglie assegnatarie di case di edilizia residenziale pubblica il servizio di riscaldamento a costi decisamente minori, si inquinerebbe meno, e questi interventi rappresenterebbero un importante volano occupazionale.

Proprio per questi motivi l’Unione Inquilini e l’Associazione Verdi, Ambiente e Società hanno lanciato una campagna nei Comuni, a partire da Roma, con assemblee nei caseggiati di edilizia residenziale pubblica, per sostenere la richiesta ai comuni di attivazione immediata e per individuare gli interventi prioritari e la loro programmazione per i prossimi anni, pronti, quindi, come disposto dalla legge di bilancio a partire con i lavori dal 15 settembre 2020.

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“‘El violador eres tu’ è un ballo per liberare le donne”. Parlano le autrici cilene dell’inno femminista che sta facendo il giro del mondo






Il loro messaggio è chiaro, le parole dirette e semplici, così come i loro movimenti. Dicono cose che ogni membro del sesso femminile avrà pensato, almeno una volta nella vita, sentendo le giustificazioni immotivate e paradossali alle violenze subite dalle donne. Ed è forse per questo che l’inno “Un violador en tu camino” (Uno stupratore sul tuo cammino), realizzato dal collettivo Las Tesis di quattro giovani artiste cilene, si è diffuso a macchia d’olio nelle piazze di tutto il mondo in meno di un mese.

Da Valparaiso a Santiago, e poi a decine di città in Messico, Turchia, Francia, Italia, Australia, toccando l’Africa, gli Stati Uniti e l’Asia, migliaia di donne (10mila nello Stadio Nazionale del Cile, che fu un centro di tortura durante la dittatura) si sono radunate bendate per cantare e ballare quello che è diventato il nuovo inno femminista contro la violenza maschilista. La prima rappresentazione è stata fatta il 20 novembre a Valparaiso, nel pieno delle proteste che hanno iniziato a sconvolgere il paese sudamericano dal 18 ottobre, cui ne è seguita un’altra a Santiago il 25 novembre, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza femminile. E da lì è stato un crescendo ininterrotto.

Sibila Sotomayor, Dafne Valdés, Paula Cometa Stange e Lea Cáceres, 31 anni, hanno dato vita a questo collettivo poco più di un anno fa, nel pieno della battaglia del femminismo nelle università cilene per avere sanzioni e regolamenti anche negli atenei contro molestie e violenze e chiedere al governo provvedimenti per garantire una parità vera tra i due sessi. Il nome Las Tesis (le tesi) è stato scelto per tradurre “le tesi di autrici femministe in performance, in modo da arrivare a diversi tipi di pubblico”, come hanno spiegato loro stesse al sito cileno Interferencia.

Dopo la prima performance, ispirata al libro Calibano e la strega di Silvia Federicci, in questo caso le ragazze di Las Tesis hanno lavorato sui testi dell’antropologa argentina Rita Segato sullo stupro e la demistificazione del violentatore come soggetto che esercita la violenza per piacere sessuale. “Abbiamo iniziato a fare ricerche sugli stupri, omicidi e violenze in Cile, constatando che le denunce di questo tipo si perdono nel sistema della giustizia. I nostri lavori durano 15 minuti – ha spiegato Paula Cometa – Non lo abbiamo pensato come un canto di protesta, ma come una parte della nostra opera, che indubbiamente ci è sfuggita di mano”.

A contribuire al suo successo, il fatto che le quattro abbiano deciso di mettere a disposizione di tutti testo e base musicale, in modo che ogni paese potesse trasformarli. E da lì è iniziato il crescendo che ha reso virale questo inno. “Nel caso cileno c’è un’esperienza legata a ricordi tuttora presenti, cioè quelli della dittatura e delle violenze esercitate dallo Stato sui suoi cittadini – continua – Del resto anche in questi giorni di protesta abbiamo visto i militari per le strade e un’imponente, se non eccessiva, risposta da parte della polizia”, come ha anche evidenziato l’Onu nel suo rapporto. Tanto che una strofa dell’inno è tratta da quello dei Carabinieri, “che dovrebbero proteggere la nostra sicurezza, ma ciò è ben lontano dalla realtà. Siamo di fronte ad un’istituzione che non rappresenta ciò che dice nel suo inno”, aggiunge Cometa.

“L’idea del ballo è di liberarsi di ciò che costringe moralmente e ti colpevolizza del perché un uomo, della tua famiglia o un amico, ha abusato di te”, precisa. Ecco perché si canta: “Il patriarcato è un giudice, che ci giudica per essere nate, e il nostro castigo è la violenza che non vedi. È femminicidio. Impunità per il mio assassino. È la scomparsa. È lo stupro. E la colpa non era mia, né di dove stavo né di come ero vestita. Lo stupratore sei tu. Sono i Carabinieri, i giudici, lo Stato, il presidente. Lo Stato oppressore è un maschio stupratore. Lo stupratore eri tu, lo stupratore sei tu. Dormi tranquilla bimba innocente, senza preoccuparti dei criminali, che sul tuo sonno dolce e sorridente veglia il tuo appassionato Carabiniere”.

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Involontaria, una serie tv racconta la musica che entra in ospedale grazie ai volontari. Gli ospiti? Da Levante a Lodo Guenzi a Maccarini




Una inedita fiction tv dedicata al volontariato fatto dai giovani dentro gli ambulatori e i reparti degli ospedali. E’ la prima volta che accade in Italia. Il titolo della nuova serie è “Involontaria” ed è costituita da 10 episodi con scene girate tra l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, il Policlinico San Donato, la Casa Sollievo Bimbi di Vidas e gli studi di Radio Italia per raccontare l’impegno sociale e la sostenibilità ambientale. Verrà trasmessa tutta d’un fiato in prima visione domenica 8 dicembre dalle ore 18.40 su MTV (canale Sky 130 e in streaming su NOW TV). La particolarità del progetto inoltre è che si tratta di una fiction tv e web no profit, riprendendo il modello precedente di “Involontario”, la serie pilota vincitrice del premio come migliore serie web 2018 al Roma Web Fest. “Involontaria” è resa possibile grazie alla collaborazione tra Officine Buone e Fondazione Cariplo, già autori di “Involontario”. I partner fondamentali per la realizzazione della serie tv sono ENGIE Italia, Gruppo San Donato, Vidas e come emittente radiofonica ufficiale Radio Italia. La sceneggiatura è di Pier Tamburini, la regia di Alessandro Guida. “Involontaria” racconta le avventure di Greta (Neva Leoni), una ragazza appassionata di musica che sta attraversando una fase un po’ confusa della sua vita. Greta entrerà in ospedale per risolvere una questione personale importante e si troverà involontariamente coinvolta in un progetto di volontariato musicale che le cambierà la vita.

La fiction può contare su un cast di assoluto talento, tra i protagonisti Antonio Catania, Michela Giraud, Loris Fabiani, Francesco Meola, Carlo Bassetti, Giulia Briata, Luca Cesa e Marco Guazzone, oltre a grandi ospiti del panorama musicale e del mondo dello spettacolo. Dalle partecipazioni (per molti di loro è la prima volta in una serie) di Levante, Coma Cose, Lodo Guenzi, Eugenio in Via di Gioia, Marco Maccarini, Federico Russo, Carlo Pastore, Melissa Marchetto, Herbert Ballerina, Ludovica Pagani, Debora Villa, Angelo Pisani, Giulia Penna, Virginio e Manola Moslehi ai protagonisti tutto è amalgamato in una storia avvincente che parte dalla comedy e termina con un finale di cuore.

Nel “cast” anche Marco Maccarini, già conduttore televisivo su MTV e conduttore radiofonico, che ha fatto il Servizio Civile a 19 anni all’interno del manicomio di Novara e ora partecipa, tra le altre cose, a “Involontaria”. Proprio fare il servizio civile, racconta a ilfatto.it “è stato molto interessante perché eravamo il primo ciclo di obiettori di coscienza che prendeva servizio all’interno della struttura. E’ stata una possibilità di venire a contatto con una realtà altrimenti difficilissima da conoscere in quel modo profondo e diretto. Ho vissuto un anno intero con quelle persone, in particolare con una signora un po’ ribelle”. L’Istat certifica che solo il 9% delle persone con disabilità va al cinema, teatro e musei, molto spesso perché sono presenti barriere architettoniche. Il mondo dello spettacolo e della cultura parla poco di disabilità. “E’ proprio vero questo. Siamo indietro anni luce e sicuramente parlarne di più sarebbe solo che positivo. Bisogna cercare di raggiungere una inclusione completa a 360 gradi. Non si dovrebbe vedere la differenza tra il disabile e gli altri. Purtroppo chi è abituato alla cosiddetta ‘normalità’ fa fatica a parlare di disabilità e preferisce non dire nulla, non affrontando mai l’argomento. Sarebbe invece il caso di iniziare a raccontare di più le vicende umane di persone con disabilità, senza però spettacolarizzare la loro condizione”.

“Ci tengo molto a sottolineare il concetto dell’atto involontario che è la base da cui è partito il nostro progetto e che dà il titolo della fiction tv” dice a Ilfattoquotidiano.it Ugo Vivone. Vivone si occupa di innovazione sociale ed è il fondatore di Officine Buone che realizza format che permettono a ragazze e ragazzi di fare la prima esperienza di volontariato divertendosi e ricevendo un’occasione preziosa di crescita umana e professionale. “Il titolo Involontaria nasce da un’esperienza personale: ho suonato per la prima volta all’Istituto Nazionale dei Tumori 12 anni fa e alcuni pazienti che avevano ascoltato qualche mio pezzo al pianoforte mi chiesero: ‘Quando torni?’ – racconta Vivone -. Quell’esperienza aveva dato molto di più a me di quanto io avevo donato. Avevo ricevuto attenzione, un’occasione di crescita e mi ero divertito con la mia passione per la musica. Ero stato, di fatto, il primo Involontario. Ora che Officine Buone – continua il suo fondatore – può contare su più di 1.000 volontari, tutti mi raccontano le stesse mie emozioni. E’ nato un modo di fare volontariato che attrae particolarmente i giovani e che permette di donare il talento”. Vivone ha creato anche Special Stage (talent musicale negli ospedali italiani che coinvolge 450 musicisti e 60 ospiti dello spettacolo italiano). Secondo gli organizzatori la serie tv vuole innovare il modo di fare e comunicare il volontariato, al fine di renderlo come un’opportunità straordinaria per i giovani di divertirsi, crescere e allo stesso tempo essere utili a chi ha più bisogno.

Come potrebbe essere incentivato il volontariato in particolare negli ospedali? “Questa è proprio la missione di Officine Buone, i giovani fanno poco volontariato perché l’ospedale fa paura. Noi invece abbiamo inventato Special Stage, format arricchito dalla voglia di cantare e suonare in mezzo ai pazienti ricoverati. Si è creato un effetto a catena, con musicisti di talento e tanti altri ragazzi che vengono a darci una mano” risponde Vivone. Gli organizzatori hanno cosi reso un luogo di cura in un posto meno duro in cui stare, più attrattivo, dove è possibile conoscere persone e stringere eventuali amicizie, utilizzando performance musicali, creando occasioni uniche di stare insieme a chi vive un momento meno fortunato. Quali sono i vostri obiettivi? “Spesso si parla di numeri solo in termini di visualizzazioni sui social e share. I nostri risultati che vogliamo ottenere – dice il fondatore di Officine Buone – sono invece il numero degli ospedali che riusciamo a coinvolgere. Attraverso la serie tv ci hanno chiamato altri 6 ospedali e ci hanno chiesto di portare il nostro format all’interno delle loro strutture, facendo stare meglio centinaia di pazienti e dottori coinvolti”. Il progetto è partito da Milano ma adesso i volontari- involontari sono in 15 città nei principali ospedali italiani. “Siamo presenti anche nelle piccole strutture di cura perché vogliamo cercare di essere vicini a tutti, non solo negli ospedali più grandi e noti” aggiunge Vivone.

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Giornata mondiale del disabile, l’esigenza della sessualità è un diritto di tutti

Di sesso si parla spesso, ma non sempre nel modo giusto e rispettoso di tutti. Infatti, quando si associa alla sessualità la condizione di disabilità, si iniziano a fare i conti coi pregiudizi, gli stereotipi e i limiti, sia interiori che posti dalla società, scaturiti da questo accostamento.

Si tende a credere che le persone disabili non possano godere della possibilità di avere una vita sessuale e di beneficiare dell’attività sessuale al pari degli altri. Al contrario la sessualità nella disabilità, concepita come diritto umano universale, riguarda un concetto da sostenere ed estendere a parità di qualunque tipo di condizione.

Già nel 1993 l’Assemblea generale dell’Onu ha pubblicato un documento nel quale veniva riconosciuto a tutti i portatori di handicap, sia fisico che mentale, il diritto “di fare esperienza della propria sessualità, di viverla all’interno di una relazione, di avere dei figli, di essere genitori, di essere sostenuti nell’educazione della prole da tutti i servizi che la società fornisce, e anche, non ultimo, il diritto a ricevere un’educazione sessuale”.

Questo documento ha rappresentato l’esito di una riflessione attorno alla tematica della sessualità in condizioni di disabilità, simboleggiando la maturazione di una presa di coscienza circa la legittimazione a poterne, e a doverne, godere. Il disagio e l’imbarazzo che spesso si prova quando si parla di sesso aumentano quando ci si ritrova ad affrontare l’argomento con persone portatrici di disabilità, dal momento che ci rimane estremamente difficile immaginare quali gesti, immagini, sensazioni o contenuti vadano a formare la loro idea di sessualità.

Questo conduce spesso alla percezione intrinseca di non sentirsi abbastanza attrezzati o addirittura autorizzati per addentrarci all’interno della loro vita sessuale, affinché possiamo capire quale idea di sessualità stiano usando, quali significati e aspettative rivesta per loro, di quali comportamenti o timori si componga.

Va innanzitutto sfatato il mito che persone con disabilità, in particolar modo mentale, non abbiano pensieri o non provino desideri sessuali: all’opposto, la loro vita sessuale e affettiva è regolata da centri cerebrali che non rientrano nelle aree compromesse causanti il deficit intellettivo. È per questo che, accanto a curricula volti a far ottenere all’individuo disabile la massima autonomia possibile, andrebbe garantito un supporto specifico per aiutarli a raggiungere un grado accettabile di benessere sessuale.

L’esigenza della sessualità e della relazione si pongono infatti come prerogative comuni all’essere umano. Spesso, in casi di disabilità mentale grave, l’attività sessuale si riduce tendenzialmente al semplice autoerotismo e anche in questi casi occorrerebbe intervenire per far sì che venga praticato in totale sicurezza e privacy. Per quanto riguarda invece la disabilità motoria, va tenuto conto del fatto che i limiti nella motricità non impediscono di generare o ricevere piacere o di avere pensieri sulla sessualità; pertanto, la persona disabile andrebbe seguita e supportata affinché possa raggiungere e mantenere uno stato prospero di salute sessuale.

In questo compito l’educazione sessuale si rivela di fondamentale importanza, per il ruolo che riveste nel sostenere bisogni, dubbi e conoscenze da parte di persone che, nell’immaginario comune, vengono relegate a un ruolo di minore accesso a tale tematica. Compito dell’educatore sarà quello di porsi come mediatore tra i bisogni della persona e la messa in atto di comportamenti funzionali, cogliendo e coniugando richieste, esigenze e possibilità.

L’obiettivo principale di chi lotta a favore delle persone disabili è quello di permettere loro di determinare, almeno in parte, la propria vita, di orientare le proprie scelte e permettere che condividano con qualcuno, anche nell’intimità, sentimenti, storie e significati. Perché un’uguaglianza sia finalmente possibile, è necessario partire dall’offrire a tutti le stesse possibilità di evoluzione, ponendo particolare attenzione a chi presenta maggiori difficoltà.

Si ringrazia la dr.ssa Elisa Ginanneschi per la collaborazione

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