Archivio Tag: Elezioni Europee 2019

Elezioni Europee, exit poll in Olanda: i laburisti primo partito, agli euroscettici 4 seggi ma a Wilders solo uno. Verdi al 10%

L’Olanda e il Regno Unito sono stati i primi due Paesi Ue ha completato le operazioni di voto. E ad urne chiuse sono arrivati i primi exit-poll per quanto riguarda i Paesi Bassi: il primo partito sono i Laburisti (PvdA) del commissario europeo Frans Timmermans che avrebbe ottenuto 5 seggi su 26 con il 18,4% dei voti secondo le rilevazioni di Ipsos pubblicate dai media olandesi.

Agli euroscettici del Forum per la democrazia (Fvd) e il Pvv di Geert Wilders – tra gli alleati di Matteo Salvini – andrebbero 4 europarlamentari, ma con una crescita dei primi (3 seggi, 11,2% dei voti) e un arretramento degli altri che passerebbero da 4 a un rappresentante a Bruxelles. 

Guadagna un seggio anche la sinistra verde di Gl, che passa da 2 a 3 con il 10,4%, mentre arretra il Partito Socialista che secondo Ipsos avrebbe conquistato un solo europarlamentare. In leggero aumento l’affluenza: alle urne si è recato il 41,2% degli elettori. Nel 2014 era il 32%, nel 2009 era 33. Nessuna previsione è attesa invece per il voto nel Regno Unito, dove i primi exit-poll sono previsti domenica in concomitanza con la chiusura degli altri seggi in Europa.

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Elezioni Europee, Forza Italia fa il poker di “impresentabili”: Berlusconi e tre dei suoi nella lista dell’Antimafia

Forza Italia sbanca alle Europee. E fa poker con tre giorni d’anticipo. Quattro candidati impresentabili su cinque, infatti, sono esponenti del partito di Silvio Berlusconi. Tra questi c’è lo stesso ex presidente del consiglio, condannato in via definitiva per frode fiscale nel 2013, decaduto per la legge Severino e poi riabilitato nel maggio scorso. Il bollo d’impresentabile per l’ex cavaliere, però, è legato ai procedimenti in corso.

L’impresentabile Berlusconi – La ha spiegato il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, che ha diffuso l’elenco dei politici candidati per un seggio a Bruxelles la cui situazione non è conforme al codice di autoregolamentazione. Si tratta dei soggetti rinviati a giudizio e con dibattimento in corso. I nomi segnalati dalla Direzione nazionale antimafia erano dodici: per Palazzo San Macuto, gli impresentabili sono “solo” cinque. Tra questi c’è un grande ritorno: quello di Berlusconi. L’ex premier viene citato dal presidente Morra “in quanto imputato di più reati di corruzione in atti giudiziari“. Sono i processi del cosiddetto Ruby ter, cioè i presunti pagamenti di Berlusconi ai testimoni del processo sulle “cene eleganti” di Arcore. Il presidente di San Macuto ricorda che sul leader di Forza Italia “è in corso un dibattimento davanti al tribunale di Roma. Altro dibattimento in corso davanti al tribunale di Milano“. Nel primo caso l’ex cavaliere è accusato di aver pagato Mariano Apicella. Il secondo, invece, è il processo principale: imputati sono Berlusconi e altre 26 persone. Il 4 febbraio scorso la difesa dell’ex cavaliere aveva chiesto di rinviare l’udienzaa dopo le elezioni europee per consentirgli di partecipare alla campagna elettorale. I giudici, però, hanno bocciato la richiesta. Berlusconi, va ricordato, è ancora indagato dalla procura di Firenze per le stragi del 1993.  

Gli altri impresentabili – Tornando agli impresentabili dell’Antimafia, nella lista c’è anche Giovanni Paolo Bernini, ex assessore a Parma e ora candidato berlusconiano all’Europarlamento. Bernini, ricorda Morra, “è stato condannato a marzo dalla corte d’Appello di Bologna a un anno e otto mesi per corruzione per un atto contrario a doveri di ufficio, e prescritto per induzione indebita a dare o promettere utilità”. C’è poi Salvatore Cicu, imputato per riciclaggio, con dibattimento in corso al tribunale di Cagliari. Chiude il conto Emmanuela Florino, candidata di Casapound,, imputata per associazione sovversiva e banda armata. 

Il caso Tatarella – Diversa dalle altre situazioni quella di Pietro Tatarella, in carcere dopo essere stato condannato nell’inchiesta sulle Tangenti in Lombardia. Consigliere comunale a Milano, è anche lui candidato con Forza Italia alle europee. “Poi c’è un quinto soggetto la cui  situazione è nota”, ha detto Morra sottolineando che tuttavia Tatarella è sub judice dovendosi esprimere sulla sua situazione il tribunale del Riesame. Se venisse scarcerato non ci sarebbero più i presupposti per l’applicazione della legge Severino.

Gli impresentabili a Bari – Per l’Antimafia ci sono poi due impresentabili alle elezioni comunali di Bari.  “Sono Francesco Lezzi della lista Di Rella Sindaco – ha detto Morra – risulta incandidabile sia per legge Severino sia per il codice di autoregolamentazione”. C’è poi “Annunziata Mega della Lista Pensionati e invalidi giovani insieme – ha continuato il presidente- incandidabile per la legge Severino”.

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Europee, il 26 maggio votiamo per l’Italia (non per l’Europa) e contro la Lega

Andare a votare il 26 maggio è molto importante, ma non tanto per eleggere il nuovo (impotente) Parlamento di una Unione europea ormai in agonia conclamata: votare è invece indispensabile per non fare cadere il governo italiano completamente nelle mani della Lega di Matteo Salvini. Il Parlamento europeo conta poco o nulla, non propone le leggi dell’Europa, può discutere o ratificare quelle decise dalla Commissione Ue – nominata dai governi – e dal Consiglio europeo, composto dai capi dei governi.

Nelle ultime Elezioni europee del 2014 sono andati a votare solo il 43% degli aventi diritto. In alcuni Paesi dell’Est, come nella Repubblica Ceca e in Slovacchia, sono andati a votare solo il 15% circa degli elettori. In Polonia il 23%. Le Elezioni europee per un Parlamento che non conta quasi niente non scaldano il cuore dei popoli del vecchio continente. Sulle questioni economiche dell’Eurozona, quelle cruciali per l’Italia, il Parlamento Ue non ha in pratica nessun potere sostanziale. Le politiche dell’euro sono decise dalla Bce – ente formalmente indipendente, ma di fatto legato a filo doppio ai governi di Berlino e da Parigi che stanno già preparando la nomina del successore di Mario Draghi alla presidenza – e da altri organismi come l’Eurogruppo, che raccoglie i governi dei paesi dell’euro, e il Meccanismo europeo di Stabilità, un’organizzazione intergovernativa che vorrebbe diventare il Fondo monetario internazionale per l’Europa, cioè imporre il Berlin Consensus e le feroci politiche già applicate alla Grecia a tutti i paesi europei con debito elevato, come l’Italia.

Insomma: il Parlamento Ue è quasi decorativo e conta come il due di picche. In realtà il governo di Berlino, e in piccola parte quello di Parigi, guida effettivamente le danze. Nonostante quello che afferma la stragrande maggioranza dei leader politici europei – dal presidente francese Emmanuel Macron all’ex ministro greco Yanis Varoufakis – e nonostante le illusioni riformiste sull’Europa unita propagandate dal segretario Pd Nicola Zingaretti, il Parlamento europeo non riuscirà certamente a cambiare le politiche di dura austerità che rovinano da troppi anni le economie dei Paesi cosiddetti periferici producendo disoccupazione e caduta verticale dei redditi. Il Parlamento Ue serve a dare una patina di legittimità democratica a una Ue in cui comandano la grande finanza e gli stati più forti, cioè Germania e Francia. I quali non accetteranno mai di essere condizionati e governati da un Parlamento Ue con reali poteri decisionali in cui potrebbero essere messi in minoranza.

Nonostante le elezioni, il problema è che l’Unione europea fondata sull’euro sta probabilmente giungendo al capolinea. Non c’è più una ombra di strategia per il futuro. La Germania, la nazione dominante della Ue, non ha né la capacità né la volontà di integrare l’Europa grazie a politiche espansive e di sviluppo a favore di tutti i Paesi europei. Bada solo ai suoi interessi nazionalistici immediati. La visione (pur elitaria) di un’Europa sovrana proposta dal francese Macron è stata decisamente respinta non solo dai gilet gialli ma anche e soprattutto dal governo tedesco: l’euro e la Ue sono il vaso di coccio nello scontro tra gli Usa di Donald Trump, la Cina di Xi Jinping e la Russia di Vladimir Putin.

Germania e Francia sono nazioni sovraniste, e non condivideranno mai i loro poteri – Germania il potere della manifattura e dell’export, e Francia quello finanziario e militare – con gli altri stati; e non condivideranno mai i loro bilanci fiscali con i Paesi mediterranei e con i Paesi europei debitori. Senza bilancio comune l’euro è sempre più in bilico di fronte alla prossima prevedibile crisi finanziaria. La colpa della crisi verrà attribuita al troppo elevato debito pubblico dell’Italia, ma in effetti è l’architettura deflattiva e depressiva dell’euro e dell’Eurozona a essere insostenibile. L’Europa è ormai irrimediabilmente spaccata tra Paesi del Nord e quelli del Sud, tra quelli dell’Ovest e quelli ultrareazionari di Visegrad (Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia). In questo contesto il Parlamento europeo potrà poco o nulla contro la deriva europea e dell’eurozona. Riformare i trattati – che richiedono l’unanimità tra i governi dei 28 Paesi Ue – è puro velleitarismo.

L’obiettivo è allora quello di votare per l’Italia, per contrastare innanzitutto il possibile minaccioso successo elettorale della Lega. Perché il governo italiano non cada nelle mani di una destra quasi eversiva, guidata da un ministro dell’Interno che ha giurato sulla Costituzione italiana ma che invece fomenta la destra più estrema e, contrastando la magistratura, si oppone di fatto alla separazione costituzionale e democratica dei poteri puntando decisamente a un presidenzialismo autoritario. Non contrastare con il voto europeo la Lega di Salvini significa lasciarle la possibilità di rafforzarsi all’interno del governo giallo-verde, o di tentare la formazione di un nuovo governo con Forza Italia e Fratelli d’Italia. Non serve – ed è anzi è dannoso e controproducente – formare un fronte largo europeista da Macron ad Alexis Tsipras che difenda a spada tratta questa Europa indifendibile, anti-popolare e purtroppo irriformabile. E’ infatti proprio questa Europa dell’austerità che ha alimentato l’onda della destra populista e sovranista. Per difendere l’interesse nazionale e la democrazia occorre invece arginare con un voto progressista le mire autoritarie della Lega di Salvini.

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Brexit, Theresa May sotto assedio: pressing per le dimissioni. E i britannici iniziano a votare per le elezioni europee

La premier sotto sfratto alla vigilia del voto. Si consumano le ultime ore di Theresa May a Downing Street mentre una Gran Bretagna dilaniata dallo stallo parlamentare sulla Brexit apre giovedì 23 maggio la tornata delle elezioni Europee del 2019: appuntamento al quale, in tempi di sfide fra sovranisti e non, il Regno non avrebbe neppure dovuto partecipare a ben tre anni dal referendum che sulla carta nel giugno 2016 ne aveva suggellato l’addio all’Ue. La corsa per la scelta dei 73 eurodeputati isolani a Strasburgo – tutti sub iudice e destinati a uscire di scena nel momento in cui il divorzio fosse finalmente formalizzato – non appassiona in effetti quasi nessuno oltremanica, dove del resto l’affluenza per questo tipo di consultazione è sempre stata marginale: sotto il 40%. Non solo perché i risultati si sapranno domenica 26, quando voterà il grosso degli altri Paesi. Ma soprattutto per i venti di crisi politica scatenatisi a Londra, e accompagnati per colmo di disgrazia anche dal crac di British Steel, industria dell’acciaio con 5000 lavoratori a rischio.

L’estremo tentativo di compromesso della May per provare a riproporre a Westminster entro il 7 giugno la partita della ratifica della Brexit dopo le bocciature a ripetizione e gli inestricabili veti incrociati dei mesi scorsi sembra aver prodotto un plateale effetto boomerang. Il testo della legge di attuazione del recesso dal club europeo (Withdrawal Agreement Bill) concepito come uno sforzo di compromesso con le opposizioni ha finito con lo scontentare tutti o quasi. I “10 punti di novità” illustrati ieri dalla premier Tory in pubblico e presentati nella Camera dei Comuni sono stati accolti da un clima a metà fra l’ostilità e il disinteresse in un aula che si è andata in parte svuotando mentre May ancora parlava. Concessioni eccessive per una larga porzione di conservatori e non solo tra i falchi brexiteer ribelli, furiosi in particolare per le aperture della premier sulla disponibilità a far votare un nuovo emendamento sull’ipotesi di un referendum bis (seppure con parere contrario del governo).

Concessioni cosmetiche per le opposizioni: con il ‘no’ immediato del leader laburista Jeremy Corbyn motivato tanto da ragioni di merito, quanto dalla convinzione d’aver a che fare con un’interlocutrice ormai bruciata, incapace di garantire la sopravvivenza di “qualunque intesa di compromesso” sullo sfondo della “sfida alla sua leadership” in casa Tory. Una premier “senza più autorità” che, nel giudizio di Corbyn, dovrebbe passare la mano a elezioni politiche anticipate e che tuttavia per ora, e almeno fino a venerdì, non si dimette. Nemmeno di fronte alle congiure di palazzo intrecciatesi nel pomeriggio in seno al suo partito e al suo stesso gabinetto. Rinchiusa a Downing Street, dopo l’intervento a Westmister, May ha resistito per ore, rifiutando di riceverli, all’assedio del viavai annunciato di vari ministri – dal titolare degli Esteri Jeremy Hunt a quello dell’Interno Sajid Javid, a quello della Scozia David Mundell – che avrebbero voluto intimarle la resa o almeno discutere un percorso verso il congedo. Congedo che il voto parlamentare di giugno renderebbe al più tardi obbligato, ma la cui pratica la parrocchia Tory vuole sbrigare prima.

A spingere in questa direzione sono diversi deputati, riunitisi nel Comitato 1922, organo chiave per l’elezione dei leader conservatori. Ma soprattutto gli aspiranti successori annidati nella compagine governativa. In primis la ministra euroscettica dei Rapporti con il Parlamento (Leader of the House), Andrea Leadsom: dimessasi stasera e pronta alla sfida come alternativa d’apparato (se non come traghettatrice) all’ipotesi d’una competizione allargata dinanzi alla base degli iscritti in cui il netto favorito sarebbe Boris Johnson. Tanto più sullo sfondo d’un ultimo sondaggio pre voto europeo segnato nel Regno dall’ennesimo record del nuovo Brexit Party di Nigel Farage, indicato ora sino al 37% dei consensi; col Labour in pesante calo al 13, scavalcato al 19 degli europeisti irriducibili in maggiore ascesa, i LibDen, e insidiato al 12 pure dai Verdi. E con i Conservatori schiantati senza più guida addirittura alla miseria d’un potenziale 7%.

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Francia, due giornali rifiutano intervista con Macron: “Turba l’equilibrio della campagna. E l’Eliseo voleva rileggerla”

Due quotidiani regionali francesi, Telegramme e La Voix du Nord, hanno rifiutato di partecipare all’intervista collettiva con il presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Tutte le altre principali testate nazionali hanno invece scelto di accettare la pubblicazione del colloquio con il leader di En Marche e capo dello Stato. “A cinque giorni dal voto per le Europee avrebbe turbato l’equilibrio della campagna elettorale che noi cerchiamo di tutelare”, ha scritto su Twitter il caporedattore de La Voix du Nord Patrick Jankielewicz. “Inoltre la pubblicazione è sottoposta alla rilettura dell’Eliseo. Quindi non partecipiamo”. Posizione condivisa anche da Hubert Coudurier, direttore del Telegramme: “Non è un atto eroico. Quando viene proposta un’intervista la si può sempre rifiutare”, ha dichiarato.

Proprio la scadenza elettorale – ha poi spiegato il direttore de La Voix du Nord, Gabriel d’Harcourt, alla radio France Info – ha “suscitato dibattito in redazione, perché l’intervista avrebbe rappresentato un impegno del giornale per una delle liste in lizza”. “Se avessimo pubblicato oggi quest’intervista – gli altri candidati avrebbero potuto chiederci nei prossimi giorni di avere lo stesso trattamento. Per rispettare l’equilibrio, abbiamo preferito non pubblicare quest’intervista”.

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Pd, Gozi si presenta ai francesi: ‘Tra mia elezione e vittoria ai Mondiali? Italia può aspettare. Vita senza sesso? Impossibile’

Se Sandro Gozi dovesse scegliere tra l’essere eletto eurodeputato in Francia o vedere l’Italia vincere il prossimo Mondiale di calcio cosa sceglierebbe? “L’Italia può aspettare qualche anno in più prima di avere la quinta coppa”. Si presenta così agli elettori francesi l’ex sottosegretario agli Affari europei dei governo Renzi e Gentiloni, nonché il democratico che ha fatto il grande salto e ha deciso di correre alle Europee con il partito di Macron in Francia. In un’intervista semi-seria al quotidiano Libération per la newsletter “Chez pol”, il politico italiano, attualmente indagato a San Marino per una consulenza fantasma da più di 200mila euro, si racconta ai nuovi potenziali elettori parlando di tutto: da cosa sognava di diventare da piccolo al sesso. Quando infatti, commentando la campagna dell’attrice Alyssa Milano che per difendere il diritto all’aborto ha lanciato lo sciopero del sesso, gli chiedono cosa gli mancherebbe di più se dovesse privarsene, risponde: “Una vita senza sesso? Impossibile”.

Il dialogo semi-serio inizia con una presentazione del volto “poco conosciuto” della scena francese, così lo definisce Libération. “Sono”, risponde Gozi, “figlio ‘rifondatore’ dell’Europa, generazione Erasmus e sportivo. Ex diplomatico a Bruxelles con Romano Prodi e a Roma con Matteo Renzi. Primo ‘marcheur italiano’ (italiano candidato di En Marche ndr)”. Qual è secondo lui l’oggetto indispensabile per un candidato alle Europee? “Il telefono cellulare”. Cosa sognava di diventare da piccolo? “Giulio Cesare. Sono nato a Solignano sul Rubicone (piccola città dell’Emilia Romagna vicina al fiume Rubicone ndr). Lo ha attraversato ogni giorno”.

Ma Gozi non si è sottratto neppure alle domande su sport e musica. Parlando della nuova maglia della Juventus ad esempio, gli chiedono se per lui l’apparenza è importante: “Io sono tifoso della Juve quindi per me ha sempre ragione per definizione. Quindi una battuta sull’Eurovision: “Infine un’opportunità dell’Italia per brillare sulla scena internazionale”, dicono gli intervistatori. “Può essere”, ribatte. “Ma l’Italia deve avere il coraggio di cambiare musica. In quanto ex deejay posso proporre una nuova playlist per il mio Paese”.

L’ex sottosegretario torna serio quando si parla di Brexit. “Quattro squadre in finale delle due coppe europee di calcio: Liverpool, Tottenham, Arsenal, Chelsea… Ci avete mentito: la Brexit è super no?”. “E’ la prova che la Brexit non è stata ancora fatta ed è il modo migliore di farsi del male da soli. Ma non dobbiamo commettere lo stesso errore del trattato costituzionale del 2005. Bisogna che gli inglesi escano, è un fatto democratico. Hanno votato e scelto di uscire. E se vogliono rientrare, faranno un nuovo dossier d’adesione”. Infine una battuta su Matteo Salvini. “Fa rima con?”, è la domanda. Risponde: “Eccesso”.

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La piazza di Milano per Salvini e i sovranisti: “Con la Lega per cambiare l’Europa (o uscirne)”. Videoracconto della giornata

Salvini e la Lega chiamano a raccolta tutti i loro militanti in vista delle elezioni Europee. Dal palco di Milano, in una piazza Duomo non così gremita come si aspettava il leader del Carroccio, vengono scanditi slogan contro l’Europa e a favore del federalismo, manovra sempre cara ai leghisti del nord Italia. Fra chi viene dalla Sicilia e dice di ispirarsi all’amministrazione di Milano e chi dalle regioni storicamente più care alla storia leghista, i presenti credono al cambiamento imminente dell’Europa, ma allo stesso qualcuno di loro non disdegna la possibilità di abbandonarla.

Presente in piazza anche Carlo Calenda che ha parlato con alcuni dei presenti e ha criticato duramente la presenza dei leader europei alleati di Salvini: “Sul palco ci sono tutti quelli che vogliono il male dell’Italia. Le tesi di Salvini sono contraddittorie, non sa qual è il suo ruolo istituzionale”. In piazza, infine, trovano spazio anche i contestatori, che fischiano e mostrano cartelli all’indirizzo del leader leghista e della piazza.

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Milano, Salvini invoca i patroni d’Europa e bacia il rosario: “L’immacolato cuore di Maria ci porterà alla vittoria”

“Ci affidiamo alle donne e agli uomini di buona volontà. Ci affidiamo ai sei patroni di questa Europa: a San Benedetto da Norcia, a Santa Brigida di Svezia, a Santa Caterina da Siena, ai Santi Cirillo e Metodio, a Santa Teresa Benedetta della Croce. Ci affidiamo a loro. E affidiamo a loro il destino, il futuro, la pace e la prosperità dei nostri popoli”. Così il leader della Lega, Matteo Salvini, conclude il suo comizio in piazza Duomo a Milano dal palco di “Prima l’Italia, il buonsenso in Europa”.
Poi brandisce un rosario e aggiunge: “Io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita al cuore immacolato di Maria che son sicuro ci porterà alla vittoria, perché questa Italia, questa piazza, questa Europa sono simbolo di mamme, papà, uomini e donne che col sorriso, con coraggio, con determinazione vogliono la convivenza pacifica, danno rispetto ma chiedono rispetto”.
Il leghista conclude: “Prima ci hanno ignorato, poi ci hanno deriso, poi ci hanno combattuto e il 26 maggio vinciamo noi“.
Al termine del suo intervento, Salvini saluta tutti, esibisce ancora il suo rosario e lo bacia davanti al pubblico, per poi abbracciare calorosamente Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, con cui si fa un selfie sul palco.

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Europee, Di Maio: “Tra M5S e Lega normale avere differenze. Incoerente allearsi con Juncker”

“Da capo politico del M5s posso dire che sia incoerente allearsi con Juncker, che rappresenta quelle forze che ci hanno sempre imposto l’austerity”. Così Luigi Di Maio al termine del tavolo tecnico per le famiglie presso il Ministero dello Sviluppo Economico.

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