Archivio Tag: Elezioni Europee 2019

Balle Spaziali, Marco Travaglio smonta 3 fake news: è vero che con vittoria di Lega e disfatta di M5S ha vinto anche il Pd?

E’ vero che con la vittoria della Lega e la disfatta del Movimento cinque stelle, ha vinto anche il Pd? E’ vero che, come ha detto Matteo Salvini, la fusione tra Fiat e Renault è una gran buona notizia per l’Italia? E che fine hanno fatto le grandi onde di cui ci hanno parlato i giornaloni nell’ultimo anno, come “l’onda nera” che minacciava di stritolare l’Italia con la rinascita del duce e dall’altra parte, come “l’onda arancione” delle mitiche madamine, avamposti di una massa sterminata di popolazione ansiosa di vedere, anzi di salire direttamente sul Tav Torino-Lione?

Questa settimana Marco Travaglio smonta tre fake news per il 36esimo appuntamento della seconda stagione di Balle Spaziali, un programma realizzato in esclusiva per la piattaforma tv Loft (www.iloft.it e app Loft). Su piattaforma e app di Loft sono disponibili, sempre in abbonamento, anche le altre puntate.

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Europee 2019: così Matteo Salvini ha vinto, prima sui social e poi alle urne

Ha vinto Salvini. Bravo. Ma come ha vinto? Ve lo siete chiesti?

Ha avvelenato il Paese iniettando, giorno dopo giorno, dosi massicce di paura tra gli italiani. Ha riempito il Paese di nemici contro cui combattere. Ha messo gli uni contro gli altri. Ha creato ad arte emergenze che non esistono con l’aiuto complice di media drogati da click e dati d’ascolto. Ha reso il Paese più cupo. Ha corrotto l’opinione a colpi di fake news. Ha sdoganato i razzisti, che non si vergognano più di esserlo, e di esternarlo. Ha risvegliato i fascisti. Ha incattivito le casalinghe, le più accanite sui social, con minacce e auguri di morte postati sulle bacheche tra un fiorellino e un cagnolino da salvare (ma nessuna pietà per chi annega in mare). Ha svilito la religione, brandendo un giorno il mitra e un giorno il vangelo o il rosario. Ha spento la speranza di tanti stranieri onesti di riuscire a diventare italiani. Ha solleticato gli istinti più beceri della gente pur di avere like e condivisioni. Ha allevato e fatto crescere con grande tenacia un popolo web intriso di cinismo e violenza. E adesso, quella violenza e quel cinismo sono usciti dai social. E sono tra noi. Ha scientemente, e per anni, fatto credere che il Paese fosse invaso da stranieri e che i crimini, di qualunque genere, fossero a loro ascrivibili. E poco importa che i dati siano lì, con la loro freddezza e veridicità, a smentirlo. La percezione che ha creato machiavellicamente fra la gente ha generato mostri di cui in molti hanno avuto paura.

Una narrazione inquinata porta a risultati aberranti.

E così, gli italiani hanno votato in massa “il capitano” coraggioso, per essere protetti da questi mostri che nella realtà, però, non esistono. Sono mostri alimentati scientemente in rete, anche grazie a campagne a pagamento. Letteralmente, “si investe sulla paura”. Perché la paura ha un ritorno sull’investimento garantito. Il 34,33 per cento incassato alle elezioni europee dalla Lega è lì a testimoniarlo. Salvini è arrivato a propinare video a pagamento di violenza persino ai minorenni. Cioè, il ministro dell’Interno ha pagato per mostrare clip violente anche ai bambini. Una cosa di una gravità assoluta.

Il Ministro dell’Interno Salvini paga per mostrare clip violenteÈ normale che mentre su YouTube ti ascolti “The sound…

Pubblicato da Daniele Cinà su Venerdì 24 maggio 2019

E non ha propinato loro un banale spot elettorale. No. Bensì un video amatoriale trovato chissà dove. Una clip che mostra un ragazzo di colore che minaccia pesantemente un vigile. Non sappiamo come, quando e perché. Quello che sappiamo, però, è che se guardavi un video musicale, un tutorial, una presentazione su Youtube per i fatti tuoi, senza volerlo, ti ritrovavi di fronte una scena di violenza, che spaventa e fa incazzare.

E davvero chiunque potrebbe essere incappato nell’odio propinato da Salvini. L’unico ministro dell’Interno al mondo che paga per mostrare clip violente. Eccola, la campagna per le Europee del leader della Lega Salvini: tra gattini e selfie, un’iniezione a pagamento di violenza, diverbi, insulti, che hanno per protagonisti i “cattivi” extracomunitari. Clip che hanno creato nella nostra società psicosi e odio razziale, come testimoniano i casi quotidiani di xenofobia. Clip del tutto simili a quelle che hanno caratterizzato le campagne di Trump, della Brexit e di Bolsonaro, e che fanno pensare che, dietro, ci sia una strategia della paura comune e ben orchestrata. L’unica differenza è che negli altri Paesi non era di certo il ministro dell’Interno a pagare per diffondere queste clip violente. Solo in Italia è successo questo. Un ministro che evidentemente ha bisogno di creare problemi finti, non riuscendo a risolvere i problemi reali. Infatti mafia, corruzione, evasione fiscale sono sempre lì, fardelli pesantissimi che non permettono lo sviluppo del Paese e ne compromettono il futuro. Ma meglio gettare fumo e paura da capitalizzare subito. E i problemi finti non sono scelti a caso. SWG ha confermato che il 45% degli italiani che ha votato Lega lo ha fatto per via dell’immigrazione.

Per questo, con una raffica impressionante di post e tweet, la Lega ha puntato tutto su questo tema. All’Europa, nemmeno si è fatto cenno. Eppure erano elezioni europee!

Solo nell’ultima settimana di campagna elettorale, Salvini ha praticamente monopolizzato i social. Per capirci, solo su Facebook ha sfornato 186 post e raggiunto 19 milioni e 600 mila interazioni settimanali (Di Maio 55 post, 3 milioni e mezzo, Zingaretti 55 post, 446 mila 600, solo per avere un’idea delle proporzioni). Numeri impressionanti, che dimostrano in modo inequivocabile la sua supremazia social, praticamente senza argine alcuno. Poi ci sono Instagram, Twitter, YouTube, senza considerare le continue apparizioni televisive. Insomma: sfuggire alla sua propaganda è davvero impossibile.

Non dobbiamo quindi stupirci che i suoi “mostri” vengano percepiti come reali da milioni di persone. Lui lo sa bene. Per questo adotta tutte le pratiche, anche le più scorrette, pur di raggiungere il suo obiettivo, e se ne infischia delle regole. L’utilizzo di pratiche come il “vinci Salvini” che altro non è che clickbaiting (acchiappaclick) camuffato da gioco, oppure la scelta di non fermare la propaganda social nonostante il silenzio elettorale, ne sono la dimostrazione. Il risultato elettorale della Lega non deve dunque stupire. È il risultato di una ben orchestrata strategia della paura. Una strategia che ha inquinato il Paese e che ha portato a questo risultato aberrante. Ma che è anche la conferma ulteriore, se ce ne fosse ancora bisogno, che i social network, oggi più che mai, giocano un ruolo determinante sull’opinione pubblica. Dopo aver reso il Paese più impaurito, cupo, cinico, Salvini ha vinto. Ma dalla paura, dalla cupezza e dal cinismo non è mai nato nulla di buono. Mai.

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Europee 2019, Nogarin resta fuori dal Parlamento di Strasburgo: l’ex sindaco è terzo ma il M5s conquista solo 2 seggi

Filippo Nogarin non ce l’ha fatta. L’ex sindaco di Livorno del Movimento 5 stelle non è riuscito a farsi eleggere al Parlamento europeo, complice il crollo generale del movimento nella circoscrizione dell’Italia centrale. In Toscana, regione di Nogarin, i Cinquestelle hanno preso solo il 12,68%. L’ex sindaco aveva deciso di non correre per il secondo mandato per potersi candidare alle Europee. Alla fine è arrivato terzo del M5s nella circoscrizione con 29.696 preferenze, ma è rimasto fuori perché ai Cinquestelle sono toccati soltanto due seggi. Il primo aggiudicato dall’eurodeputato uscente Fabio Massimo Castaldo con 40.951 preferenze e il secondo dalla capolista Daniela Rondinelli con 38.218 voti.

Anche l’ex vicesindaco di Nogarin Stella Sorgente, indicata dal M5s come sua sostituta alla guida di Livorno: non andrà neppure al ballottaggio che invece vedrà impegnati i candidati del centrosinistra e del centrodestra. Dai Cinquestelle di Livorno per il momento nessun commento.

 

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Europee, Di Battista: “Atteggiamento dell’ultimo mese e mezzo andava assunto prima. Non farlo è stato un errore”

Dopo tre ore di vertice al Ministero dello Sviluppo economico, tra gli esponenti del Movimento 5 stelle c’è poca voglia di parlare. “Non ci sono novità da comunicarvi” si è limitato a commentare Luigi Di Maio. “L’atteggiamento dell’ultimo mese e mezzo andava assunto prima. Questo è stato senz’altro un errore” sono le parole di Alessandro Di Battista. Che ha aggiunto: “Il governo deve andare avanti”.

Il M5s, alle elezioni Europee, si è fermato al 17%. Più su il Pd al 22,7 e in testa la Lega al 34,3%.

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Europee, la Sicilia rimane ai 5 stelle ma la Lega prima a Lampedusa e nel Messinese. L’appoggio dei Genovese? È un flop

L’ex partito del Nord è il più votato nell’estremo Sud d’Italia. A Lampedusa il partito di Matteo Salvini incassa il primato siciliano: il 45,85 % ha votato Lega. Cinque anni fa, in tutta l’Isola, il Carroccio aveva ottenuto lo 0,86%, alle politiche aveva preso il 5, ora passa al 20,77 perceto. La Sicilia, però, resta a trazione M5s che ottiene il 31,18 per cento, ed è il primo partito in tutte e 9 le province siciliane.  Il movimento di Luigi Di Maio contiene l’avanzata leghista in Sicilia, lasciando, infatti, il partito di Salvini secondo a Catania, Palermo, Caltanissetta, Ragusa, Siracusa e Trapani, e staccandolo ad Agrigento, Messina ed Enna, dove al photofinish si piazzano in seconda posizione, sempre dietro il M5s, Forza Italia nelle prime due province e il Pd ad Enna.

Uno smacco doppio, però, Salvini lo assesta nel Messinese dove la Lega è il primo partito a Brolo, paesino sui Nebrodi di 5700 anime (e regno del parlamentare di Fi, Nino Germanà), che ha da poco eletto per la quarta volta a sindaco, l’ex consigliere regionale del Pd, nonché vero e proprio ras del consenso, Pippo Laccoto. La piccola Brolo da sempre divisa tra i Germanà e Laccoto, alle europee registra Lega come primo partito, sebbene di un soffio, ovvero in vantaggio di 30 voti sul Pd e di 127 su Fi, incassando il 25,51 per cento delle preferenze. Rivincita di Salvini su Pd ed Fi, anche a Gela . Dopo la sconfitta alle Amministrative, infatti, la città del Petrolchimico torna alle urne, gratificando stavolta la Lega che risulta il primo partito solo due settimane dopo aver bocciato il candidato del Carroccio, Giuseppe Spata a favore di quello di Pd e Forza Italia. L’ex referente sul territorio di Libera, passato con Salvini, aveva perso la sfida a sindaco contro Lucio Greco. Ancora nel Messines, invece, il Carroccio vede irrobustirsi il consenso a Graniti, paese natìo del parlamentare Carmelo Lo Monte, politico di lungo corso, già vice presidente della Regione nel 1998. Nato politicamente nella Democrazia Cristiana, Lo Monte è salito sul Carroccio di Salvini solo dopo un lungo peregrinare tra i Popolari, i Socialisti e con il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo. Approdato alla Lega già per le politiche del 2018, quando la Lega incassò  il 37,25 per cento: adesso segna il 44,97.

La Valle del Mela premia invece i 5 stelle che risultano primi in quasi tutti i comuni in cui ricadrebbe l’inceneritore bocciato dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Il M5s è infatti il primo partito a Milazzo, Pace del Mela, San Filippo del Mela, Gualtieri Sicaminò e Santa Lucia del Mela. Non un granché sembra invece aver fruttato l’appoggio elettorale di Francantonio Genovese al candidato del carroccio Angelo Attaguile, che nel Messinese, dove l’ex parlamentare gode di una pluridimostrata forza elettorale, raccoglie consensi restando, salvo rare occasioni, sempre dietro l’avvocata 40enne di Licata, Annalisa Tardino.

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Europee 2019, Majorino: “Risultato straordinario per il Pd a Milano. Rimarrò assessore fino a fine giugno”

“Un risultato straordinario per il Pd e le 40mila preferenze ottenute nella sola Milano mi emozionano molto. Rimarrò assessore fino alla fine di giugno, ma sarà il sindaco a decidere e confermare la data del passaggio del mio testimone di assessore”. Così Pierfrancesco Majorino a margine della conferenza stampa del Partito Democratico a Milano

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Europee 2019, il risultato è chiaro: Di Maio ha sbagliato tutto

Era ampiamente previsto da tempo: le elezioni Europee hanno certificato alcuni importanti punti politici a distanza di un anno dai risultati delle Politiche.

La sintesi è semplice: la Lega ha mangiato il Movimento 5stelle e si sono invertiti i rapporti di forza. I numeri sono espliciti. La Lega ha preso circa il 34% dei voti. Più o meno la stessa percentuale che il Movimento 5Stelle prese lo scorso anno. Ma il tracollo del Partito di Di Maio è tremendo: passa dal 33% dello scorso anno al 17%. Esattamente le percentuali che prese la Lega lo scorso anno. Il Movimento 5Stelle fa anche peggio delle Europee di 5 anni fa, ossia passa dal 22 al 17%.

Insomma, un risultato molto chiaro.

Di Maio ha completamente sbagliato tutto e continua a sbagliare: ha permesso a Salvini di utilizzare il governo per una campagna elettorale continua; ha permesso alla Lega di fare quello che voleva; ha permesso e concesso ogni cosa pur di rimanere al governo. L’ultimo mese Di Maio ha cercato di prendere le distanze ma ormai non era più credibile: molti grillini sono diventati leghisti. Questo il vero dramma. Hanno difeso Salvini dai processi e lo hanno rafforzato indebolendo i loro principi di un tempo.

Il Movimento 5Stelle ha perso la sua ragione di esistere politicamente. Ha sempre detto di non essere né di destra né di sinistra ma ha permesso alla estrema destra di governare con politiche razziste e pericolose. Errori politici chiari ed evidenti ma sempre minimizzati con imbarazzante leggerezza e stupidità.

Ora arriva lo snodo politico più difficile. Cosa farà Luigino? Salvini è stato già chiaro: si riparte dalla Tav. Il Movimento 5Stelle è appeso ad un filo sottile: Di Maio accetterà tutto affinché possa rimanere ancora al governo; sa benissimo che non avrà più altre possibilità. Ed allora porterà inesorabilmente il Movimento ex grillino alla sua completa sparizione. Diventerà l’Alfano della situazione. Non aveva prima nessuna capacità di contrasto e non l’avrà soprattutto ora.

La Lega utilizzerà fino alla fine il Movimento per poi sbarazzarsene alla prima occasione utile; per Gigi e i suoi non ci saranno altre soluzioni.

Di certo i nuovi parlamentari non vorranno lasciare la cara poltrona dopo appena un anno. Le giustificazioni per il bene del paese saranno presto trovate e raccontate. Questa la triste realtà. Un Movimento nato incendiario diventato stampella di Salvini. Una destra mai così forte grazie a Di Maio e ai suoi sodali.

Se questo doveva essere il governo del cambiamento, allora siamo tornati indietro di oltre 60 anni.

Grazie.

 

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Europee 2019, a Bologna il Pd ha vinto: UI AR ZE CEMPIONS

Evvai.

Grande!

Altroché chiacchiere, qua a Bologna ha vinto il Pd, chi se ne frega di chi ha vinto Europa’s got Talent, guardiamo a noi come facciamo sempre.

Bolognocentrismo first!

Pd primo e gli altri muti.

Qua stiamo da Dio, lo capite o no?

Qua gli umarells e le zdaure che hanno votato il 4 marzo 2018 sono ancora tutti vivi con almeno 10-30.000 euro in più nel conto corrente da girocontare ai nipoti, sono tutti in forma smagliante in prima linea contro il fascismo rappresentato da Salvini (gli umarells e le zdaure non sanno nemmeno che esista Forza Nuova) e sono andati a votare in massa.

C’è chi pensava di votare PCI e ha votato Pd.

C’è chi pensava di votare DC e ha votato Pd.

C’è chi pensava di votare PSI e ha votato Pd.

Mocchè Lega.

Mocchè 5 stelle.

E lo sapete perché?

Perché qui a Bologna il leader locale della Lega non ha la cartola (giuro che non so nemmeno chi sia), ancor meno quello dei 5 stelle.

Altri partiti, non pervenuti.

Quindi perché cambiare? Ma siamo matti?

A Bologna si sta da Dio, c’è un benessere che ciao, in centro è pieno di turisti, c’è il People Mover, il Kiss&Ride, la Strabologna, abbiano Monsignor Zuppi, si raccolgono firme per la funivia di San Luca i cui portici sono diventati la palestra più frequentata della città, Altero adesso ha tre sedi, c’è FICO che è sempre più #volanodelturismo scorreggione, ha aperto il Lego Store in Via Indipendenza, ci sono le Enjoy car, le Mobike e tanto tanto altro.

Altro?

Altro.

Quindi perché mai votare altri.

Altri?

Altri.

Che le altre città (delle quali non ci interessa nulla) si pongano delle domande, soprattutto quelle della bassitalia.

E adesso andiam tutti a lavorare (parrucchieri esclusi) che non è cambiato niente.

Ah, dimenticavo: Forza Bologna!

Oh, decimi capito!

Decimi!

Grazie ragazzi!

Grazie Siniša.

Prossimo anno si va in Europa.

#maistatimeglio

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Europee, Salvini ringrazia e bacia il rosario: “Non ho mai affidato un voto a Maria ma il futuro del Paese”

“A urne chiuse si può finalmente ringraziare a cuore aperto senza essere accusati di voler strumentalizzare, quindi siccome l’ho fatto perché ci credevo e ci credo, ringrazio chi c’è lassù che non aiuta Matteo Salvini o la Lega, aiuta l’Italia e l’Europa a ritrovare speranza, orgoglio, radici, lavoro, sicurezza. Non ho mai affidato al cuore immacolato di Maria un voto, o il successo di un partito, ma il futuro di un paese e un continente”. Così Matteo Salvini commenta i primi risultati delle elezioni europee.

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Europee 2019, chi prevedeva un funerale dell’Ue è rimasto deluso. Ma ora l’Italia è più isolata

L’Europa si sveglia da un incubo, alimentato da una certa soggezione pure mediatica di fronte alla martellante propaganda populista ed euro-scettica: l’essersi lasciata tirare dentro un vortice di sovranismo, che l’avrebbe trascinata in un gorgo fino a tornare alla casella di partenza del processo d’integrazione, il cui anno zero è l’immediato dopoguerra, un continente annichilito da distruzioni e devastazioni. L’Italia ci si sveglia dentro: è l’unico grande Paese dell’Unione in cui sovranisti e ‘democrazia diretta’ sono maggioritari; e le cui forze di governo non fanno riferimento a nessuna delle grandi famiglie politiche europee che, nei prossimi cinque anni, governeranno l’integrazione. A prescindere dal mutare degli equilibri interni nazionali, il nostro Paese conta ora meno in Europa: non ha alleati che le possano essere utili e non dà riferimenti.

L’Italia e, in misura minore, la Francia si confermano il tallone d’Achille di un’Europa che, altrove, esce confortata e rafforzata nel progetto d’integrazione da queste elezioni, che profezie di cassandre annunciavano come un funerale dell’Unione. In Italia e in Francia le sirene di sovranisti e populisti, xenofobi e adepti della democrazia diretta, confermano una forte presa sull’opinione pubblica. Ma se in Italia la Lega è per la prima volta il primo partito e c’è una maggioranza assoluta sovranista – populista, in Francia, Marine Le Pen è davanti al presidente Emmanuel Macron, ma il suo partito era già stato primo cinque anni fa e aveva avuto più voti in percentuale, mentre altre forze populiste eterogenee arretrano.

Altrove, i partiti sovranisti non sono la prima forza in nessun Paese e neppure sfondano, nonostante gli annunci grancassa dell’immediata vigilia; anzi, spesso arretrano, come in Austria, o al massimo mantengono le loro posizioni, come in Germania e in Olanda, dove però si frantumano, o in Svezia e Finlandia. Nel Gruppo di Visegrad: in Polonia, è avanti il partito di governo, nazionalista, che sta con i conservatori a Strasburgo – gli europeisti lo tallonano, 44% a 38% -; e, in Ungheria, stravince Fidesz del premier Viktor Orban, che per ora sta con i popolari.

I risultati del voto britannico vanno letti a se stante, non hanno valenza europea: avranno influenza sugli sviluppi prossimi venturi della politica britannica, specie sugli equilibri interni ai grandi partiti tradizionali – i conservatori e i laburisti -, ma non sulle scelte dell’Unione. Perché la Gran Bretagna non dovrebbe più farne parte, se e quando il fantasma della Brexit si materializzerà. E, in ogni caso, il voto non è un plebiscito pro Brexit: anzi, forze molto europeiste, come liberaldemocratici e verdi, moltiplicano i suffragi e fanno partita pari con i ‘brexiteers’.

I dati sono ormai affidabili, se non definitivi. Il primo, e significativo, è l’affluenza in netto aumento nei principali Paesi europei, almeno rispetto alle precedenti elezioni europee: Francia, Germania, Spagna, dove c’è stato un vero e proprio boom. In Ungheria, alle 15, l’affluenza aveva già superato il 30%, che era stato il dato finale cinque anni or sono. Anche la partecipazione al voto vede l’Italia in controtendenza: è in lieve flessione.

Il dato di partenza era un Parlamento europeo con 221 popolari e 191 socialisti: da soli, facevano la maggioranza assoluta, 412 seggi su 751. C’erano poi 67 liberali, 50 verdi, 70 conservatori – gruppo che dovrebbe restare solido nella componente polacca, ma perdere molta forza in quella britannica. I gruppi a vario titolo euro-scettici erano l’Enf sovranista del duo Salvini – le Pen (37 seggi), quello ‘della democrazia diretta’ dei ‘Brexiteers’ e del M5S (48 seggi) e il Gue della sinistra euro-scettica (52 seggi). Una quindicina di cani sciolti completavano l’Assemblea.

Nel nuovo Parlamento europeo, secondo ripartizioni provvisorie, ma affidabili, il Ppe s’arroccherà sui 180 seggi e i socialisti sui 150. Una perdita complessiva di 80 seggi, compensata per tre quarti dalle avanzate dei liberali, che saliranno oltre i 100 seggi, forse a 107, con i francesi di En Marche e gli spagnoli di Ciudadanos, e dei Verdi, oltre i 70. Restano circa 260 seggi, un terzo del totale, che andranno però distribuiti fra vari gruppi: i conservatori vecchio stampo, che non sono europeisti, ma neppure anti-europei, e gli euro-scettici dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per quelli ‘della democrazia diretta’, che non hanno coesione fra di loro e che devono ancora decidere se e come aggregarsi nell’Assemblea di Strasburgo.

Si profila un quadrilatero europeista nettamente maggioritario – popolari, socialisti, liberali, verdi -, nel cui ambito sono possibili diverse maggioranze politiche. Non c’è, invece, una maggioranza popolare – conservatori con i sovranisti moderati, che qualcuno in Italia continuava a prospettare, nonostante le smentite, a nome dei popolari, di Angela Merkel.

Il quadro lo avranno più chiaro, ma non ancora definito, i leader dei 28 quando, domani, martedì 28 maggio, si riuniranno a Bruxelles per cominciare a dipanare la matassa delle nomine ai vertici delle Istituzioni comunitarie: i presidenti di Commissione europea e Consiglio europeo, il ‘ministro degli Esteri’, il presidente del Parlamento europeo e, in prospettiva, il presidente della Banca centrale europea. Un negoziato estremamente incerto, che deve tenere conto di equilibri politici, nazionali, demografici, geografici e di genere.

Ma un punto pare assodato: l’Italia ha oggi tre di quei posti chiave – una congiuntura eccezionale – e non ne avrà più nessuno. Inoltre, la sua prima scelta come commissario rischia d’essere bocciata dal Parlamento europeo, che ha il potere di farlo; e poi di ritrovarsi con un portafoglio di scarso valore.

Diamo uno sguardo ai risultati della Germania e di alcuni altri Paesi. In Germania, i partiti cardine dei due principali gruppi del Parlamento europeo, Cdu/Csu (quasi – 8%) e Spd (quasi – 12 %) non escono bene. Ma l’emorragia dei loro voti è tutta a favore dei Verdi, che quasi raddoppiano i suffragi in percentuale, strappano un milione di voti a ciascuna delle due formazioni e diventano la seconda forza politica tedesca, grazie soprattutto ai giovani fra i 18 e i 24 anni.

La Germania, che non ha la soglia, manda a Bruxelles 28 popolari, 22 verdi, 15 socialdemocratici, 10 sovranisti d’Alternativa per la Germania – l’Afd resta al di sotto del 13% datole dai sondaggi -, sei liberali, cinque della Linke che sta nel gruppo degli euroscettici di sinistra; una dozzina di seggi vanno a partiti minori – esempio: due agli animalisti, uno ai Pirati e uno ai federalisti di Volt.

In Austria, vincono i popolari del giovane cancelliere Sebastian Kurz, che hanno ben più d’un terzo dei voti e sette seggi, davanti ai socialdemocratici in lieve flessione, ma che sono il secondo partito e mantengono i loro cinque seggi, mentre la destra xenofoba accusa il colpo dello scandalo che ha appena travolto il suo leader Heinz-Christian Strache e abbattuto l’alleanza di governo coi popolari e cala nettamente rispetto alle politiche 2017 e rispetto alle europee 2014 – tre seggi contro quattro.

In Olanda, si conferma la vittoria a sorpresa dei laburisti del candidato socialista alla presidenza della Commissione europea Frans Timmermans, davanti ai liberali del premier Mark Rutte, candidato a un ruolo europeo nel prossimo futuro, e ai cristiano-democratici. La destra sovranista e xenofoba si spacca e non avanza: complessivamente sta al 15%, ma Geert Wilders e il suo Pvv, alleati di Salvini e della Le Pen, sono drasticamente ridimensionati al 4%. In Belgio, il voto europeo è abbinato a quello nazionale, ma la vocazione europeista del Paese, che fa il record d’affluenza, oltre il 90% – il voto è obbligatorio -, non è in discussione.

In Spagna e in Portogallo, l’angolo di Europa dove la sinistra ancora vince e governa, i socialisti sono la forza di riferimento – e in Spagna la destra di Voz non va oltre i tre seggi -. Lo spagnolo Pedro Sanchez si propone come leader dei socialisti europei, in un dialogo con la Merkel, portavoce del Popolari, e con Macron, che diventa l’alfiere dei liberali.

In Grecia, tornano a vincere i conservatori di Nea Demokratia che stanno nel Ppe, con oltre un terzo dei voti, davanti alla sinistra di Syriza del premier Alexis Tsipras, con più d’un quarto dei suffragi. Arretra la formazione di estrema destra Alba Dorata, che perde quasi il 40% dei suoi voti.

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