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Mara Maionchi positiva al Covid: è ricoverata in ospedale. Possibile focolaio a Italia’s got talent

Mara Maionchi, 79 anni, è risultata positiva al Covid-19 ed è ricoverata in ospedale a Milano. A rivelare la notizia è la testata Tpi, che riporta anche come le condizioni della discografica e giudice di numerosi talent tv per ora non siano gravi.

A preoccupare è la situazione del set di Italia’s got talent, programma di cui Maionchi è giudice, che si è trasformato in un focolaio. La scorsa settimana, infatti, si sono registrate diverse positività al Covid: oltre alla campionessa di nuoto Federica Pellegrini, anche lei giudice del programma, risultata positiva al virus, si sono contagiate altre persone tra gli ospiti del programma, i tecnici e la produzione, nonostante i protocolli e i tamponi effettuati prima di iniziare le registrazioni.

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La Banda degli Ottoni a Scoppio diventa un bandaromanzo: carnevale di suoni e miracoli per 35 anni senza spartito e dalla parte degli ultimi

Si può superare un check-point in un posto che è in guerra da cinquant’anni suonando Tu scendi dalle stelle, specie se quel posto è Betlemme. Si può suonare Addio Lugano bella in piazza Fontana, alla Conchetta o in una cascina occupata vicino a Musocco, e poi a Piadena o in Emilia, o in un paesino lucano, e poi però trovarsi a far cantare una piazza di Cuba su Hasta siempre, che tutti conoscono di più con la fine del suo ritornello, De tu querida presencia, comandante Che Guevara. Si possono suonare trombe e clarini e sassofoni nella trappola di violenza del G8 di Genova, schivando i manganelli e la Diaz (per caso quindi per fortuna) e dentro le carceri, per le detenute e per i loro bambini che crescono in gabbia senza averne colpe, come peccatori originali di Sant’Agostino. Si può far cantare Bella Ciao ai bimbi delle elementari e far battere il piedino alla Digos. Si può stare dalla parte degli ultimi contestando i primi e essere premiati con l’Ambrogino. Si può essere partigiani – letteralmente, di parte – senza dover rendere conto a nessuno. Da 35 anni la Banda degli Ottoni a Scoppio riesce nel miracolo di far muovere culi e rivitalizzare la libertà, intesa alla Luporini, come partecipazione. Nelle piazze di Milano, da Isola a San Babila, e all’altro capo del mondo, da Santa Clara a Tel Aviv, e ovunque ce n’è bisogno.

La storia degli Ottoni, patrimonio dei cittadini di tutto il mondo, è diventata un bandaromanzo: lo ha scritto uno dei banditi, Guido Tassinari, bomba, con le foto di Danilo Borrelli, kiver, e le illustrazioni di Gabriele Orlando, ilfisa. Il titolo è Ma in fondo, delle note, chissenefrega (Meltemi editore, 230 pagg., 17 euro) ed è già abbastanza il centro della questione: “La forma di questi A scoppio senza conduttori, scoprii a poco a poco – scrive Tassinari mentre racconta il suo arrivo nella banda, oltre vent’anni fa – praticava quella democrazia, anarchia, comunità, umanità nuova; esperimento in cammino, lotta, imbracciando lo strumento musicale in piazza come gesto, arma di azione politica; il sogno, l’ideale, toccare tutti, non rinchiudersi verso alcuno. L’importanza dell’improvvisazione, la mancanza di leggii, di spartiti, in tutti i sensi, quello musicale ma non solo”. Nessuno ha un copione, in comune c’è solo un’idea di mondo – hai detto niente -, tradotta con fiati o percussioni: “Ascoltare altri, suonare con loro anche se non sei d’accordo con quello che stanno suonando insegna l’opposto di razzismo, antisemitismo, antiziganismo, antifemminismo: mostra che il mondo è abbastanza grande per ospitare tutti”.

Gli Ottoni a Scoppio, così, fanno un casino organizzatissimo che mette in repertorio decine di canzoni di tutto il mondo, di tutte le lingue e i dialetti, di tutti i generi, di tutti i colori, di tutte le lotte, di tutti i sogni, di tutte le speranze: l’Internazionale, Rosamunda, e poi però La pappa col pomodoro, Enola Gay, Tu vuò fa’ l’ammericano, El paso del ebro, La cumparsita, La ballata del Pinelli, Besame mucho, Matilda, Bread and roses, Luna rossa, Clandestino, L’opera da tre soldi, Nella vecchia fattoria, Fischia il vento, lo spiritual pacifista Down by the riverside, La titina, Otto e mezzo di Nino Rota. Su e giù nel tempo, di decennio in decennio, su e giù nello spazio, di parallelo in parallelo, senza confini.

Sempre dalla parte degli ultimi e dei resistenti, dei diseredati e dei dimenticati, degli emarginati e degli inascoltati, dei fragili e dei Davide contro i Golia, di chi è senza casa e dei lavorator. Nel libro si attraversa l’Italia delle feste antifasciste, luganega e vino rosso (tanto vino rosso), dei presidi contro le opere inutili che consumano la terra, delle marce contro le bombe anche dove le bombe cascano, delle occupazioni nei luoghi dimenticati. Ma si torna anche in luoghi che restano fuori dall’agenda dei giornali e dei social, della politica, della gente, del popolo: le carceri, per esempio, o peggio gli ospedali giudiziari.

Il racconto di Tassinari non è una cronaca né un diario né potrebbe esserlo: Ma in fondo, delle note, chissenefrega colleziona e restituisce a chi legge una serie di immagini. Non sono fotografie, non indicano contorni definiti. Sono più cartoline, c’è molto più sentimento: si procede per immagini, flash, pezzi di vita qui più colorati, là accennati con tratto più leggero. Come la banda nasce dall’impasto di “ridere, fare ridere, fare tenerezza, fare ballare culi, indignarsi, indignar”, sulla mescolanza qualsiasi sia, sulla mistura di “fraternità e iconoclastia”, anche il relativo bandaromanzo risulta avere la stessa essenza, tra i banditi chiamati solo per soprannome (tutti minuscoli e tutti indispensabili al racconto: spinasc, pittore, mega, androcchia, brontolo, lamaria, valvola, triglia, andywarhol, guru…) e i geniali giochi di parole: freakottone, vodkalist, djambecille, rullantolato, darbucazzone. Lo slang: il carburante degli Ottoni a Scoppio si chiama gasento. Non c’è una definizione, ce ne sono molte. Per esempio: “Se ti piace suonare ubriacarti fare casino, ma quando lo fai gratis ti rimorde la coscienza perché senti che dovresti impiegare il tuo tempo in cose più importanti tipo cambiare il mondo, allora devi unirti alla Banda degli Ottoni a Scoppio perché solo così la tua attività preferita avrà infine la benedizione di Marx, Bakunin e forse di suor Teresa di Calcutta”. Oppure, da un’altra prospettiva: “I bisogni fondamentali si limitano a cinque: nutrirsi, riposare, amare, giocare, chiedersi perché”.

La serie di cartoline, sfogliata una dopo l’altra, diventa così un album di famiglia. Quella degli Ottoni si allarga e si restringe a fisarmonica, con i suoi amori e i suoi lutti, la sua squadra di pallone e i suoi abbracci con le altre bande musicali “combattenti”, della sua Cascina Torchiera (occupata e animata di cultura, vicina a quartieri complicati) a cui il Comune negli anni Novanta ha tolto l’acqua senza che nessun altro successore, di destra o di sinistra, ci abbia mai ripensato e ancora delle assemblee rumorose della Banda, con volume alto ma non per sassofoni e trombe. Non si sono trovati d’accordo, racconta Tassinari, nemmeno sul Nobel a Dario Fo, che gli Ottoni li ha ritratti in uno dei suoi acquerelli (copertina del libro).

Ma la retrospettiva è anche quella di Milano e in particolare di quella fuori dagli schermi tv, fuori dalle foto instagram e dagli sberluccichii di piazza Gae Aulenti, nella cintura delle periferie. E’ una prospettiva che porta dietro i paraventi di Milano e di una parte del Paese di cui è tornata a essere (pretesa) capitale morale, dietro alla loro difficoltà di riverberare il benessere ai ceti più in sofferenza: locomotive che si perdono i vagoni.

E’ per tutto questo, ed è per caso, che in questi giorni i concerti scombinati e anarcoidi, itineranti e coerenti, degli Ottoni a scoppio risuonano ancora più forte: in questa prigionia responsabile, in questa privazione della libertà senza nemmeno il bisogno di fili spinati né mitragliette spianate o manganelli branditi. Il virus: un test, una simulazione, di quanto è fragile il patrimonio di libertà, democrazia e diritti custodito dalla Costituzione e di quanto è necessario riaffermarla, praticarla ogni giorno, con cura, spirito e risate, davanti a tutti, fuori dai sacri palazzi, soprattutto dov’è ce n’è più bisogno.

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Coronavirus, il teologo Mancuso: “Perché abbiamo così paura? E’ piccolo, ma sconosciuto: sembra più grande di noi. Ma può essere un’occasione per conoscere se stessi e diventare migliori”

Uno dei fenomeni che inevitabilmente ha accompagnato queste settimane di epidemia è stato quello della paura. Una paura gigante, che ha contagiato quasi ogni angolo della Terra e che ha atrofizzato la vita di milioni di persone. “Siamo al cospetto di qualcosa di molto più grande di noi” dice a ilfattoquotidiano.it Vito Mancuso, teologo milanese, estimatore ricambiato del cardinale Carlo Maria Martini, autore di molti libri di successo sulla religione e in senso più ampio sulla spiritualità. “Se riusciamo però a interpretare i segnali della paura – continua Mancuso – possiamo imparare a diventare liberi”.

La paura è una cosa negativa, ma molto spesso ne siamo affascinati. Penso ai film horror, ai luoghi abbandonati, alle esperienze estreme. Perché?
Penso che sia per una legge fisica, la legge dell’attrazione gravitazionale, quella in base alla quale una massa maggiore attrae una massa minore. Perché abbiamo paura? Perché è qualcosa più grande di noi. Il virus è piccolo ma moltiplicandosi diventa enorme e attrae la nostra massa minore.

Un’attrazione magnetica?
È quell’ambiguo rapporto di attrazione e repulsione, quell’allontanarsi ma al contempo andare a vedere, come di fronte a un burrone: con una gamba sto indietro, con l’altra invece mi avvicino e voglio vedere. Quest’ambiguità si riproduce oggi nella nostra situazione. Ci troviamo al cospetto di qualcosa di molto più grande di noi, qualcosa di sconosciuto, che fa tanta paura e soprattutto dolore per chi ha perso i propri cari. Nei suoi confronti però è possibile provare anche una sorta di attrazione che può diventare quasi fatale.

Possiamo dire che c’è qualcosa di bello nella paura?
La categoria estetica che costituisce la percezione più integrale della bellezza non è quella del bello ma quella del sublime. Nel sublime è presente anche quell’attrazione che viene generata dal brutto, dal disarmonico, l’orrido, il grottesco, quindi il pauroso e il terribile. Mentre l’estetica classica sottolinea il primato unilaterale dell’armonia, intesa come ordine, bellezza e proporzione, esiste anche una dimensione estetica che fa leva sulla disarmonia, la paura e il brutto.

Possiamo superare la paura?
Noi non siamo del tutto liberi, però lo possiamo diventare. La paura è l’emozione negativa che si produce in noi quando la mente capta dei segnali che generano un senso di pericolo nell’ambiente circostante. Captare questi segnali e decifrarli correttamente è fondamentale per capire di essere esposti a forze più grandi di noi; solo quando realizziamo di essere incatenati possiamo iniziare il percorso per sciogliere almeno in parte queste catene.

La paura c’entra qualcosa con il divino?
Se andiamo a vedere nella storia delle religioni come la religiosità umana si è configurata, certamente una delle due dimensioni costitutive del fenomeno divino ha a che fare con la paura. L’altra con il fascino. Questa è stata la grande lezione dello studioso Rudolf Otto, che ha spiegato come il sentimento del sacro nell’umanità si basi su due esperienze fondamentali, il mysterium tremendum e il mysterium fascinans, laddove tremendum va interpretato come ciò di fronte a cui devi tremare. Si trema di fronte alla paura, quindi timore e tremore, che può diventare anche terrore. Il senso del divino si genera anche da questa dimensione.

E l’altra dimensione?
È quella della tenerezza. Fascinans è da intendersi proprio come ciò che abbraccia, ciò che crea un fascio dentro al quale voglio essere avvolto, essere insieme, aggregarmi, abbracciarmi: è il sentimento proprio dell’intimità, che pure è alla base delle religioni mondiali. Questo contrasto tra paura e tenerezza vale per tutte le religioni.

E con la politica, invece, quale rapporto ha la paura?
È evidente che i politici hanno molto a che fare con le paure della gente, un po’ suscitandole, un po’ combattendole. Essendo la paura una componente essenziale della dimensione umana, è inevitabile che sia così. A mio avviso ci sono due tipi di acquisizione del consenso politico, irrazionale e razionale, e il primo fa molto leva sulla paura. Esige che le persone siano spaventate, che abbiano un nemico, per instillare in esse il bisogno della propria soluzione politica, che quasi sempre coincide con quella dell’uomo forte e dirigente. La gente deve sentire paura di fronte a qualcuno di specifico affinché ci si possa offrire come grandi guerrieri nei confronti del nemico.

L’altro tipo invece?
È quello razionale, che riconosce le paure ma fa in modo che non diventino fobie – perché la paura quando non viene riconosciuta ma viene nutrita diventa fobia, terrore, persino panico. È l’acquisizione che si basa su argomenti razionali, che considera i propri “nemici” come avversari e non come nemici, che cerca di favorire il bene comune, il dialogo, la cittadinanza critica, ecc. Questa è la via razionale e democratica. Naturalmente, quella che sta vincendo oggi è l’altra.

Secondo alcune scuole la filosofia e la scienza hanno la stessa origine antropologica: tenere sotto controllo la paura. Concorda?
Paura in greco si dice Phobos, ma si può anche dire Thauma, che significa “meraviglia” nel duplice senso del termine: positivo, come quando ci stupiamo della bellezza delle cose; negativo, come quando ci troviamo di fronte a uno scandalo che suscita indignazione e orrore. La filosofia nasce da queste due dimensioni, non solo dalla paura, ma anche dal senso del bello. E così anche la scienza. Da un lato si celebra il mondo come un orologio dove tutto fa tic-tac nel modo più regolare possibile, dall’altro si ha che fare con il disordine, la malattia, la morte.

La paura può avere un significato positivo nella nostra vita o dobbiamo evitarla in tutti i modi?
Non si può sfuggire la paura. Sottrarvisi significa cadere nell’estremo negativo della temerarietà. Le virtù secondo Aristotele, e io sono completamente d’accordo con lui, sono sempre il frutto di un punto di equilibrio, di una medietà. La paura si sconfigge con il coraggio, che è un punto di equilibrio tra l’estremo della vigliaccheria e quello della temerarietà. Il vigliacco è colui che diventa preda della paura, non la vince e scappa; il temerario è colui che non legge in alcun modo i segnali che la mente gli dà, e fa finta che non ci sia la paura.

Anche la temerarietà è negativa quindi?
Tanto quanto la vigliaccheria, perché non avvertire i segnali del pericolo significa andare a sbattere, annegare, naufragare. La paura è negativa ma importante, per questo non bisogna ignorarla. Essa arriva prima o poi nella vita, si tratta quindi di captarne il messaggio e di agire di conseguenza. La mente è vera quando è in relazione, è autentica quando è aperta. È un sistema che funziona nella misura in cui è aperto: solo in questo modo può ospitare i vari segnali della vita, uno dei quali è la paura.

La paura può essere un’occasione per diventare migliori?
Certamente. Una delle maniere per diventare migliori è conoscere se stessi. E come mi conosco? Chiedendomi ad esempio di cosa ho paura e in che misura. Ci sono diverse scale: un conto è la paura, un conto è la fobia, cioè la paura irrazionale di fronte alla quale perdo la capacità di agire. Un’altra cosa ancora è l’inquietudine, cioè la paura permanente che rimane sempre dentro di me e che diventa ansia, terrore, panico. È importante saper distinguere i vari gradi.

In questo modo è possibile conoscersi meglio.
Certo, la paura però può anche essere un’occasione per diventare peggiori, nella misura in cui non leggo i vari segnali e non li interpreto. A mio avviso il criterio che ci fa capire che stiamo diventando migliori è la luce della conoscenza. Non è l’unico, ce ne sono anche altri, come la qualità delle relazioni, la capacità delle generosità, eccetera, ma è il più importante. Conoscere se stessi nelle proprie paure quindi è certamente una via per diventare migliori.

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