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Un Conte ter con Renzi per me non ha senso: per quanto andrebbe avanti?

di Lorenzo Giannotti

Dopo l’inizio della crisi di governo più incomprensibile dell’orbe terracqueo, con centinaia di morti al giorno e un piano vaccinale straordinario da portare avanti, gli italiani, stremati e preoccupati, ne hanno fin sopra i capelli. Vedendo la propria classe dirigente dimenarsi come un’anguilla nelle calde stanze dei palazzi romani, senza sapere per quale motivo l’Italia è l’unico paese al mondo in cui si fa cascare il governo nel bel mezzo di una pandemia.

Ma c’è di più: non solo in Italia cade il governo nell’emergenza più grave dal dopoguerra a oggi, ma potrebbe darsi che dopo due settimana preziose buttate al vento, si ricostituisca un governo con la stessa maggioranza e il medesimo Presidente del Consiglio. Effetto del veto – “Mai più con l’irresponsabile Renzi” – decaduto dopo le consultazioni al Colle di Pd e Movimento 5 Stelle.

Riaprire le porte a colui che ha picconato il governo di cui faceva parte in nome del ponte sullo stretto, al soggetto che per una cascata di soldi liscia il pelo al principe saudita Mohammed bin Salman, le cui autorità secondo Amnesty reprimono “i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione. Hanno vessato, detenuto arbitrariamente e perseguito penalmente decine di persone critiche nei confronti del governo”. Una crisi insensata, che sarebbe risolta in maniera ancor più stupida, financo indegna.

Un errore anche e soprattutto politico: disperdendo quel rimasuglio di credibilità che ancora insiste, stoico, nelle due forze che starebbero per riabbracciare il “Disturbatore d’Italia”, in nome di una responsabilità che non è mai stata cifra distintiva della nostra classe politica. Un Conte ter con dentro Renzi non solo sarebbe incomprensibile alla stragrande maggioranza dei cittadini, ma nascerebbe con i soliti vizi e le medesime problematiche (soprattutto una) che abbiamo visto quotidianamente nel Conte bis: per quanto potrebbe andare avanti?

Allora no, finché siete in tempo fermatevi. Non abbiate paura del voto. Presentatevi davanti agli italiani con un’alleanza chiara, compatta, progressista (insieme anche alla sinistra di Leu e compagni vari) imperniata sul nome di Giuseppe Conte (leader in testa ai sondaggi). L’unico modo per battere questa nostrana destra pericolosa è formare un nuovo bipolarismo, e accompagnare al fine corsa il peggio che la nostra politica abbia mai visto: colui il quale invidia il costo del lavoro dell’Arabia Saudita.

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Conte voltagabbana? No, leader post-ideologico. Ma c’è chi non afferra

Come una nemesi, forte di uno straordinario consenso popolare, la replica alle Camere di Giuseppe Conte si è abbattuta anche sul secondo dei Mattei; entrambi ebbri di se stessi e impiccati al cappio della loro estraniante io-mania.

Ora gli spregiatori del premier, reo di non fornire dritte sottobanco al plutocrate di turno per speculazioni borsistiche su qualche banca veneta (e ogni riferimento alla liaison Renzi-De Benedetti non è puramente casuale), scatenano i loro corifei a mezzo stampa e social per l’ultima mossa di delegittimazione: l’accusa di essere un voltagabbana, avendo presieduto due governi di colorazione differente; giallo-verde e giallo-rosa. Addebito da restare basiti, ascoltandolo da spudorati Fregoli del cambio di casacca. Troppo pretendere che questi assatanati dal miraggio dei miliardi attesi da Bruxelles intuiscano, seppur vagamente, che Conte è un leader post-ideologico? Dunque, estraneo al pensiero unico partitocratico basato su tassonomie politiche ottocentesche, a giustificazione della vera idea dominante nel ceto politico bipartisan: tutelare i propri privilegi di Casta.

Sicché si rivela puramente strumentale imputargli come opportunismo l’aver presieduto prima un governo con la Lega, poi con il Pd.

Il post-ideologico Conte entra in politica come professionista incaricato di mediare tra i due committenti – Salvini e Di Maio – poi inizia a giocare in proprio con la nuova compagine. Ma sempre manifestando estraneità nei confronti del contesto in cui si muove. Forse l’unico tratto riconoscibile di vecchia politica è una certa patina morotea derivata da affinità ambientale, la comune origine pugliese.

In fondo, dopo tanto auspicare il superamento del professionismo in politica (Flores d’Arcais si augura da anni l’apparire del bricoleur, inteso come esempio di saggio dilettantismo nel governo della cosa pubblica), il prepolitico Conte dovrebbe fare al caso nostro. Così come dovrebbe essere apprezzato il tentativo di tenere a bada le voracità dell’establishment e le inerzie di una burocrazia che antepone le procedure al problem solving, attraverso soluzioni a task.

E invece gli asserragliati nel Palazzo si agitano per impastoiare l’homo novus, che mette a repentaglio incistati modelli di pensiero, prima ancora che i loro interessi di bottega, reclamando a gran voce l’arrivo semplificatore dell’uomo della provvidenza; il salvatore della patria, cui affidare il bastone del comando, con l’espressione blasé del banchiere Goldman Sachs Mario Draghi, dietro al quale strisciano un po’ di personaggetti del generone romano. One man show al posto del presunto accentratore Conte!

E queste punture di spillo cominciano a produrre i primi effetti; perché, nei suoi discorsi alle Camere, Conte appariva palesemente stanco. Tanto che tali interventi sono suonati privi di quell’afflato epico, di quella capacità mobilitante che il momento richiederebbe. Tanto che sono apparsi i limiti della novità rappresentata da lui stesso: instancabile mediatore, che riesce a tenere assieme il carro di Tespi del governo, formidabile ambasciatore dell’Italia in quel di Bruxelles. Non un costruttore, un suscitatore di energie collettive in una ritrovata epopea di rinascita. Come l’insipida esperienza degli Stati Generali di luglio e la loro insignificante conclusione hanno sufficientemente dimostrato. Purtroppo.

D’altro canto il nostro è un uomo di legge, non un economista dello sviluppo o un architetto di coalizioni che implementino scenari di specializzazioni competitive. Tutte competenze che non sono nelle corde del Nostro. Magari tenesse di più all’orecchio esperti del nuovo paradigma tecno-economico (Mariana Mazzucato? Fabrizio Barca? Francesca Bria?), magari personaggi poco noti al grande pubblico dei reality quanto coscienti del “che fare” in queste situazioni; piuttosto che furbetti formati alla corte del Grande Fratello. Solo immagine e tatticismi.

Comunque è certamente un gran bene che l’imboscata al premier, sotto forma di crisi parlamentare, sia stata schivata. Seppure non in pompa magna. Così continueremo ad avere alla guida del governo una persona perbene e animata da nobili propositi. Vista la fauna che c’è in giro, qualità da non disprezzare.

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Ciampolillo: “Il mio voto ‘al Var’? Non ero in ritardo, mi sono preso il tempo per decidere. Basta sceneggiate da Prima Repubblica”

Il caso del voto favorevole alla fiducia chiesta dal governo Conte del senatore del gruppo Misto, Lello Ciampolillo, e passato attraverso un’esame delle immagini tv del Senato ha suscitato scalpore, ma l’ex M5s si difende: “La dinamica è semplice: si può votare al termine della seconda chiama, ho chiesto di votare e ho votato, non sono arrivato tardi, si può votare fino alla fine. Ero sicuro di quello che stavo facendo e questa Nazione ha bisogno di un governo che operi e non di queste sceneggiate da Prima Repubblica”. Un ritorno nei 5 stelle? “Vedremo”, afferma Ciampolillo, che aggiunge: “Il mio appoggio al governo sarà su tutti i temi che riterrò opportuni”. La senatrice di Forza Italia, Maria Rosaria Rossi, si trincera dietro un annuncio: “Farò una conferenza stampa”. Spiegherà il suo voto favorevole al governo guidato da Giuseppe Conte.

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Il nuovo decreto anti-Covid: coprifuoco fino al 5 marzo e stop a spostamenti anche tra Regioni gialle. Prorogato lo stato d’emergenza

Spostamenti tra Regioni vietati fino al 5 marzo, parametri più stringenti per finire in zona arancione o rossa, coprifuoco confermato dalle 22 alle 5 e poche deroghe allo schema generale di restrizioni. Nonostante l’apertura della crisi di governo da parte dei renziani, il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo decreto anti-Covid che fa da cornice alle regole che saranno in vigore a partire dal 16 gennaio. Con una novità: il provvedimento durerà più dei precedenti per dare maggiore continuità alla lotta alla pandemia. La scadenza è fissata per inizio marzo. Contestualmente il governo ha prorogato lo stato d’emergenza fino al 30 aprile, così come anticipato dal ministro della Salute Roberto Speranza alle Camere.

Il testo definitivo del decreto ancora non c’è, ma nell’ultima bozza sono confermate tutte le novità trapelate nei giorni scorsi: il divieto di spostamento tra Regioni gialle, introdotto dall’esecutivo prima di Natale, è stato ulteriormente prorogato. Ci si potrà muovere solo per motivi di lavoro, salute o necessità documentati con apposita autocertificazione. “È comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione“, si legge. Il coprifuoco resta fissato dalle 22 alle 5 in tutta Italia e rimane invariato il meccanismo di divisione delle Regioni in base alle fasce di rischio.

Ciò che cambia, invece, sono i parametri per finire in zona arancione o rossa. Le Regioni che si collocano dal punto di vista epidemiologico “in uno scenario di tipo 1 e con un livello di rischio alto”, con il nuovo decreto legge vengono inserite nel più restrittivo “scenario di tipo 2 e con livello di rischio moderato”. Ciò significa che sarà più facile il passaggio di una regione ‘gialla’ in fascia arancione. Allo stesso modo, sarà più facile slittare da quella arancione alla zona rossa. L’altra novità riguarda l’istituzione di una “zona bianca“, dove quasi tutti gli aspetti della quotidianità verranno ripristinati, dagli spostamenti agli orari di apertura di bar e ristoranti. Spetterà come sempre al ministero della Salute individuare quali Regioni si collocano “in uno scenario di tipo 1 e con un livello di rischio basso”, purché allo stesso tempo si manifesti “una incidenza settimanale dei contagi, per due settimane consecutive, inferiore a 50 casi ogni 100mila abitanti“. Situazione epidemiologica che al momento non è presente in alcuna Regione del Paese.

Nel decreto trovano spazio anche due deroghe ai vari divieti di spostamento previsti in zona arancione e rossa che gli italiani hanno imparato a conoscere durante le festività natalizie. “Qualora la mobilità sia limitata all’ambito territoriale comunale – si legge nel provvedimento – sono comunque consentiti gli spostamenti dai comuni con popolazione non superiore a 5mila abitanti e per una distanza non superiore a 30 chilometri dai relativi confini, con esclusione in ogni caso degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia“. Confermata anche la regola che consente a un massimo di due persone di andare a visitare amici o parenti, una volta al giorno. “In ambito regionale, lo spostamento verso una sola abitazione privata abitata è consentito, una volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 05:00 e le ore 22:00, e nei limiti di due persone ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, oltre ai minori di anni 14 sui quali tali persone esercitino la potestà genitoriale e alle persone disabili o non autosufficienti conviventi”.

Entro il 15 gennaio, inoltre, il presidente del Consiglio dovrà emanare un nuovo dpcm per rinnovare il precedente prima della scadenza. Nel provvedimento verranno introdotte ulteriori restrizioni, come il divieto di asporto per i bar a partire dalle 18. Restano ancora chiusi gli impianti di sci mentre si apre uno spiraglio sul fronte del turismo culturale di prossimità: è prevista la riapertura di tutti i musei che si trovano nelle Regioni in zona gialla.

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Conte: “Lavoro per coesione maggioranza e solidità governo. Il Recovery è un obiettivo che non consente distrazioni. Sono impaziente”

“Serve un grande sforzo collettivo per realizzare al più presto un Recovery Plan che garantisca al nostro Paese una pronta ripartenza e una più elevata resilienza”. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte richiama le forze di maggioranza alla collaborazione per arrivare a un accordo sul piano di spesa dei fondi europei per il rilancio post-pandemia da presentare a Bruxelles. Mette alcuni punti fermi, spiegando che la “coesione” e la “solidità” sono “premesse” senza le quali “diventa arduo perseguire obiettivi che richiedono piena dedizione e acuta lungimiranza”. E sottolinea: “In questi giorni sto ricevendo molti inviti, anche autorevoli, ad essere ‘paziente’. Ma io non sono affatto paziente. Al contrario. Sono impaziente. Perché il Paese sta soffrendo e abbiamo una chance storica di poterlo rilanciare e ricostruire ancora migliore di prima. Abbiamo così tanti problemi da risolvere e così tante soluzioni da offrire, soluzioni a cui hanno contribuito tutte le forze di maggioranza e che ritengo valide ed efficaci, che non vedo l’ora di poter superare le fibrillazioni in corso”. Senza tacere le turbolenze causate da Italia Viva, il presidente del Consiglio richiama quindi più volte quel “tutte le forze di maggioranza”, che – rimarca – hanno “convenuto” sui prossimi step.

Ovvero: “Portare al prossimo Consiglio dei Ministri la nuova bozza aggiornata del Piano, in modo da poter proseguire le interlocuzioni con il Parlamento e le parti sociali e poi passare alla stesura dello schema definitivo”. E aggiunge: “In questi giorni sto preparando una lista di priorità che valgano a indirizzare e a rafforzare l’azione del governo sino alla fine della legislatura. Un programma da poter discutere e condividere con tutte le forze di maggioranza”. Uno ‘schema’ di lavoro che sembra trovare d’accordo anche il Pd, che in giornata con due big come Dario Franceschini e Graziano Delrio ha sottolineato l’urgenza di approvare subito il Recovery e definire un “patto di legislatura”. Mentre Matteo Renzi, accusando i giornali di “chiacchiericcio”, ha convocato una riunione con tutti i parlamentari di Iv per la serata di sabato per fare il punto sulla “situazione politica”.

Conte affida il suo lungo messaggio – dopo l’ultimo difficile faccia a faccia nella riunione di venerdì a Palazzo Chigi con M5s, Pd, Italia Viva e Leu – a un lungo post su Facebook: “Il Paese sta attraversando un periodo difficilissimo. L’intera comunità nazionale appare sfibrata da questo lungo periodo (ormai quasi un anno) di pandemia, che sta mettendo a dura prova la nostra economia, la nostra tenuta sociale, persino la nostra tenuta psicologica”, esordisce il presidente del Consiglio ricordando l’importanza di ” concentrarci, con la massima attenzione, alla realizzazione del piano di vaccinazione”. Ma non solo: “Mai come adesso dobbiamo lavorare per introdurre nuove misure di sostegno alle famiglie, ai lavoratori, alle imprese. A questo riguardo già la settimana prossima porteremo al Consiglio dei Ministri la richiesta di scostamento su cui poi il Parlamento sarà chiamato a esprimersi, così da poter varare un nuovo decreto-ristori per alleviare le difficoltà in particolare degli operatori economici”.

Quindi entra nel merito delle fibrillazioni che stanno interessando la maggioranza, con Italia Viva che settimane tira la corda, minaccia e lancia ultimatum sulle modalità di spesa dei fondi europei: “Mai come adesso serve un grande sforzo collettivo per realizzare al più presto un Recovery Plan che garantisca al nostro Paese una pronta ripartenza e una più elevata resilienza – scrive Conte – Parliamo di un piano che non appartiene a questo governo o alle forze di maggioranza che lo compongono, ma all’Italia intera“. Ed entra nel merito, spiegando che durante la riunione di venerdì sera a Palazzo Chigi “con tutte le forze di maggioranza abbiamo convenuto di portare al prossimo Consiglio dei Ministri la nuova bozza aggiornata del Piano, in modo da poter proseguire le interlocuzioni con il Parlamento e le parti sociali e poi passare alla stesura dello schema definitivo”. Passo che, dopo la richiesta delle scorse ore, torna a chiedere anche il Partito Democratico. “Credo bastino un po’ di buonsenso e di buona volontà per evitare una crisi di governo in piena pandemia – dice il ministro della Cultura, Dario Franceschini – Martedì mandiamo il Recovery in Parlamento e subito, come ha proposto Nicola Zingaretti, avviamo un confronto nella maggioranza per un patto programmatico di legislatura”.

Un cronoprogramma identico a quello proposto dal capogruppo alla Camera dei dem, Graziano Delrio: “È urgente che prenda il via il piano per il futuro dei nostri figli, non si può più aspettare e perciò è una buona notizia che il Recovery Plan approdi in Consiglio dei ministri così da aprire subito il confronto in Parlamento e nel Paese. Subito dopo il presidente Conte metta mano, convocando la coalizione, alla definizione del patto di legislatura, come richiesto più volte dal segretario Zingaretti, per rafforzare orizzonte del governo e affrontare i nodi ancora aperti”. Il deputato sottolinea che “serve completare molto rapidamente la verifica avviata ormai da tempo definendo le priorità, a partire dal lavoro, dalla sanità, dalla transizione ecologica, dalla sostenibilità sociale e ambientale che sono il presupposto per uno scatto dell’azione del governo in risposta ai bisogni delle persone, delle famiglie e delle imprese”. Mosse sulle quali Conte sembra concordare: “Sto lavorando anche a rafforzare la coesione delle forze di maggioranza e la solidità della squadra di governo. Senza queste premesse diventa arduo perseguire obiettivi che richiedono piena dedizione e acuta lungimiranza. E non consentono distrazioni, per rispetto dei cittadini e del momento che stiamo vivendo”. In questi giorni, sottolinea, “sto preparando una lista di priorità che valgano a indirizzare e a rafforzare l’azione del governo sino alla fine della legislatura. Un programma da poter discutere e condividere con tutte le forze di maggioranza”.

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Governo, Travaglio su La7: “Conte chieda fiducia in Parlamento. Italia Viva? Partitucolo insignificante che sta facendo danni al Paese”

“I renziani hanno attaccato Conte per non aver preso le distanze con sufficiente nettezza da Trump? Ho fatto un fioretto per questo 2021: risparmiarmi l’inseguimento dell’ultima dichiarazione dell’ultimo esponente di quel partitucolo insignificante che sta facendo soltanto danni al nostro Paese”. Sono le parole pronunciate a “Otto e mezzo” (La7) dal direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, sugli attacchi di Italia Viva al presidente del Consiglio.

E aggiunge: “Le cose serie sono altre, non il tweet di quello o di quell’altro. Secondo me, è proprio una questione di igiene cominciare a ignorare i tweet di certi personaggetti. Per quel che riguarda la solidità del governo, l’unica cosa da fare per verificarla è un bel bagno parlamentare durante il quale il presidente del Consiglio, dopo giorni e giorni di insulti a cui non ha risposto e di provocazioni finalizzate a fargli saltare i nervi, vada davanti ai senatori e ai deputati e faccia sapere l’ultima versione del Recovery Plan dopo i suggerimenti di tutti i partiti, anche di quello lì insignificante. Infine, ci dica chiaramente quello che vuole fare – conclude – da qui fino alla fine della legislatura e chieda al Parlamento la fiducia. Se gli viene data, Conte andrà avanti, altrimenti la palla passerà al presidente della Repubblica e la faremo finita con questa manfrina. Già questo mese ci è costato uno sputtanamento internazionale sufficiente. Io credo che gli altri Paesi europei stiano guardando all’Italia, domandandosi se siamo diventati matti a parlare di crisi di governo, di elezioni anticipate e cose del genere”.

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Governo, Travaglio su La7: “Con quasi 900 morti, dibattito sulla riforma Mes era surreale. L’Innominabile è un irresponsabile totale”

Oggi si sono registrati quasi 900 morti per covid. In questa situazione credo che le persone normali, quando vedono il discorso di Angela Merkel e la compostezza della maggioranza e dell’opposizione in Germania di fronte a quel discorso, provino un’inguaribile invidia. Noi invece ci troviamo in una situazione surreale“. Sono le parole del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, nel corso della trasmissione “Otto e mezzo”, su La7.

E aggiunge: “Siamo reduci da una giornata come quella di ieri, in cui tutti parlavano di tutto tranne che della votazione del giorno, cioè l’intesa raggiunta sul testo della risoluzione sulla riforma del Mes. C’è stato un dibattito surreale, per giunta scavalcato da leader che approfittavano della diretta televisiva per parlare di altro, di servizi segreti, di cabine di regia, che non erano oggetto di discussione. La gente se ne strafrega di queste cose e vuole sapere se abbiamo una classe politica così irresponsabile da anche solo immaginare di buttare giù il governo e di aprire una crisi di governo al buio senza alternative, tanto più in una fase come questa, quando cioè bisogna partire a razzo coi progetti per il Recovery Fund e con le vaccinazioni di massa, possibilmente tenendo a freno quella curva che per fortuna sta scendendo. Vogliamo scherzare?”.

Travaglio chiosa: “Io vedo che, da una parte, c’è un irresponsabile totale, cioè l’Innominabile (Matteo Renzi, ndr), che pensa a una crisi di governo, e, dall’altra parte, due Partiti Democratici: quello che sta al governo e che tende a far durare l’esecutivo perché un governo ci vuole e quello che sta al di fuori del governo, che è rappresentato dai suoi due capigruppo, Marcucci al Senato e Delrio alla Camera, che ieri abbiamo sentito parlare come capigruppo di opposizione. Io direi che questi due partiti dovrebbero parlarsi e soprattutto – conclude – dovrebbero domandare ai loro ministri che cosa ci stanno a fare nel Cdm, così come l’Innominabile dovrebbe chiedere alle sue due ministre, Bellanova e Bonetti, se giocano con la Playstation mentre vengono prese delle decisioni sulla cabina di regia o sul Recovery Fund oppure se seguono il dibattito, perché, se lo seguissero, eviterebbero di cascare dal pero. Questa è la situazione surreale nella quale ci troviamo”.

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Regionali, Zingaretti: ‘Forze di maggioranza al 48,7% e centrodestra al 46,5, governo rafforzato’

“Il Pd torna a essere primo partito. Ma non solo. Se si sommano le percentuali delle forze politiche che costituiscono l’attuale maggioranza si arriva al 48,7%, mentre il centrodestra è al 46,5%. Questo è un fatto importante”. A rivendicarlo è il segretario dem Nicola Zingaretti, nel corso di una conferenza stampa alla sede del Pd a Roma. “Credo che il presidente del Consiglio e il governo escano rafforzati. Ma non bisogna fermarsi“, ha aggiunto Zingaretti.

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Fase 3, il piano Conte in 3 punti: infrastrutture, semplificazione, via agli investimenti. Prima degli Stati generali un vertice con i ministri

La partita del fine settimana in maggioranza pare ormai finita e su Palazzo Chigi sembra tornare il sereno, salvo smentite. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha lavorato per tutto il fine settimana su una bozza che farà da primo timone in vista degli Stati generali che dovranno dare la prima forma all’azione di governo in materia di ripresa economica. La condivisione con il resto del governo potrebbe avvenire già nelle prossime ore: alla riunione saranno convocati i capi-delegazione dei 4 partiti di maggioranza e i ministri con deleghe economiche, a partire dal titolare del Tesoro, Roberto Gualtieri.

Gli stati generali dovrebbero essere fissati dunque a partire da giovedì a Villa Doria Pamphilj, dove si trova una delle sedi del governo. Sono tre i punti principali da cui dovrebbe partire questo primo documento su cui ha lavorato Conte nel fine settimana: la semplificazione e la lotta alla burocrazia (dossier che, come il capo del governo ha detto, sarà inserito in un decreto apposito), un’accelerazione sul settore delle infrastrutture con particolare occhio all’estensione dell’Alta velocità (un punto che al momento acquieta il dinamismo di Matteo Renzi e di Italia Viva) e incentivi sugli investimenti, voce che per la verità è quella più pronunciata in tutta la maggioranza. Il lavoro di partenza è la prima versione del rapporto sulla fase 3 consegnata a Palazzo Chigi dalla task force guidata da Vittorio Colao.

Di certo c’è che l’agitazione dentro il Pd non ha fermato Conte, che vuole accelerare per trasformare il prima possibile la teoria in pratica. “Sento dire che occorre farlo con calma – ha spiegato ieri a Massimo Franco sul Corriere – Ma quale calma? Ci prendiamo qualche giorno per coinvolgere appieno le forze di maggioranza, e lo facciamo. Poi chiamiamolo patto, chiamiamolo confronto. Ma non va rimandato”.

Il confronto tra il capo del governo e lo stato maggiore del Pd sembra essersi risolto in un maggiore ascolto reciproco. Il sigillo sembra darlo una dichiarazione di Andrea Martella, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e uno dei più stretti collaboratori del segretario Nicola Zingaretti: “Non c’è nessuna contrapposizione né con il premier né all’interno della maggioranza” a proposito degli stati generali dell’economia, ha detto ieri a RaiNews24. “Noi riteniamo questo appuntamento molto importante – spiega – da inserire in un processo che serva al nostro Paese per avviare la ricostruzione dopo questa crisi drammatica che stiamo vivendo”. Parole più concilianti rispetto a quelle pronunciate ieri dal vicesegretario Andrea Orlando che poneva l’accento su un maggiore sforzo di comunione delle decisioni, nel bene e nel male. Resta la gestione di questo passaggio che per il Pd è fondamentale: l’importante è che questi Stati generali, ha ribadito al Tg3, “siano un inizio e non una falsa partenza. Bisogna arrivare all’appuntamento per usare i fondi Ue con idee chiare, mettendo i soggetti in condizione di giocare al meglio la partita. Tutto questo richiede lavoro, confronto e dialogo ed una piattaforma di partenza che vada nella giusta direzione”. Tutto questo non assume un significato strettamente politico tanto che per quanto riguarda le indiscrezioni su un cambio a Palazzo Chigi Orlando risponde che sono “voci che respingiamo e che non aiutano”.

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Autostrade, vertice di maggioranza con Conte sul futuro della concessionaria: sul tavolo la revoca o taglio delle tariffe e ingresso di Cdp

La revoca o la ricerca di un accordo che porti la holding dei Benetton a cedere la quota di maggioranza a Cassa Depositi e Prestiti e alcuni fondi italiani. Il governo accelera su Autostrade dopo l’ultima minaccia di Atlantia che ha provocato fibrillazioni interne. Così il premier Giuseppe Conte ha convocato a Palazzo Chigi i capidelegazione delle forze politiche che lo sostengono per analizzare il dossier istruttorio sulla possibile revoca in seguito al crollo del ponte Morandi che era stato consegnato dai tecnici alla ministra Paola De Micheli. Al tavolo ci sono, oltre alla stessa titolare delle Infrastrutture, il capo del Tesoro Roberto Gualtieri, e i capi delegazione della maggioranza Dario Franceschini, Alfonso Bonafede, Roberto Speranza e Teresa Bellanova.

Il carteggio in mano a De Micheli sarà il punto di partenza per trovare una posizione comune per la quale, viste le convinzioni divergenze nelle anime della maggioranza, al presidente del Consiglio toccherà un lavoro certosino di mediazione. Da un lato i Cinque Stelle spingono convintamente per la revoca, come ribadito negli scorsi giorni dal viceministro dei Trasporti Giancarlo Cancelleri, mentre il Pd e Italia Viva sono per un riequilibrio delle quote dei Benetton nella controllante Atlantia attraverso un intervento pubblico che potrebbe coinvolgere Cassa Depositi e Prestiti e il fondo F2i.

Contestualmente alla società sarebbe richiesto un taglio delle tariffe – si parla del 5%, sul quale c’è già la disponibilità di Autostrade, ma potrebbe essere richiesta una sforbiciata ancora più netta – che da un lato consentirebbe un risparmio all’utenza e dall’altro rallenterebbe gli utili macinati da Atlantia, controllante della concessionaria, in questi anni. L’alternativa sul tavolo è la revoca, obiettivo dichiarato dal M5s dal 14 agosto 2018, giorno del crollo del viadotto genovese.

Negli scorsi giorni il consiglio di amministrazione di Atlantia ha lasciato intendere di essere pronta alle vie legali in caso di chiusura del contratto e parla di “gravi danni” subiti nella capacità di finanziamento sul mercato dopo il taglio del rating. Una conseguenza, sostiene la società che ha anche richiesto un prestito garantito dallo Stato da 1,2 miliardi di euro, dell’introduzione dell’articolo 35 nel decreto Milleproroghe dello scorso dicembre che ha eliminato le penali in caso di revoca per inadempimento del concessionario, un caso nel quale rientrerebbe il collasso del Morandi, almeno stando alle prime risultanze istruttorie dell’inchiesta condotta dalla procura di Genova che avanza anche l’ipotesi di una più generale cattiva manutenzione di diverse infrastrutture della rete.

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