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Patrick Zaki compie trent’anni: trascorrerà il suo compleanno in carcere, senza colpe da espiare

Il compleanno dei trent’anni, e i trent’anni in generale, sono un momento di passaggio, un momento in cui alcune scelte sono state fatte e molte strade si sono aperte. Un fase in cui molti di noi si sono sentiti davvero liberi di scegliere quale intraprendere.

Oggi Patrick Zaki compie trent’anni e trascorrerà il giorno del suo compleanno nella prigione egiziana di Tora. Lo passerà da detenuto, da persona privata della libertà e di scegliere il suo futuro. Senza un processo, senza reato, senza colpe da espiare, dormendo per terra e con chissà quale stato d’animo rispetto al protrarsi di una condizione fuori dal suo controllo.

Lungo questo anno e mezzo, e nel susseguirsi delle finte udienze che decidono il rinnovo sistematico della custodia cautelare, mi sono chiesto spesso come si possa sentire Patrick, a cosa pensi ogni giorno. Come possa sentirsi smarrito un trentenne, con un percorso di vita e di studi ordinario come quello di tante e tanti di noi, che d’improvviso si ritrova in un carcere egiziano di massima sicurezza, senza avere fatto nulla e senza sapere quando potrà tornare alla sua vita normale, alle lezioni dell’Università a Bologna, ai suoi amici, alla sua famiglia.

Ho pensato molto alla paura e all’angoscia di una situazione così spaventosa, con storie terribili recenti che sono ancora ferite aperte e per le quali chiediamo ancora verità e giustizia, precedenti che rivissuti in quel contesto devono essere incubi che tolgono il fiato. E ho pensato che l’impotenza delle nostre richieste e della nostra politica rispetto alla sua liberazione, fa male, è una ferita che brucia. Brucia perché, anche se ci siamo dannati per farci sentire, non siamo riusciti a fare abbastanza.

Nonostante il nostro impegno, e nonostante la mobilitazione di tante e tanti di noi, Patrick rimane prigioniero in un carcere duro a tempo indefinito. Quanti altri giorni di festa, quanti altri giorni di studio, quanti altri giorni di vita devono essere sottratti a Patrick? Per quanto ancora sarà costretto a vivere nella paura? Non possiamo tollerare che l’Egitto disponga della vita di giovani studenti brillanti e appassionati, puniti perché credono nei valori di libertà e democrazia. Non possiamo più tollerare che il nostro Paese scelga consapevolmente l’Egitto come partner strategico fingendo di dimenticare la realtà di un regime, quello di Al-Sisi, che continua a violare sistematicamente i diritti umani.

È il momento che il governo italiano dia un segnale forte, concluda rapidamente l’iter per rendere Patrick cittadino italiano. Il riconoscimento della cittadinanza italiana ci consentirebbe di adire a tutti gli strumenti a tutela, a quel punto, di un nostro cittadino. Abbiamo l’impegno del Parlamento che su questo si è espresso unito, ora tocca al governo e al ministero dell’Interno dimostrare la volontà politica accelerando le procedure senza tentennamenti.

Condivido le parole che il Presidente Mario Draghi ha usato a margine del G7 riguardo alla sfida che le democrazie devono lanciare alle autocrazie. Una posizione che per essere credibile deve valere sempre, sia che si tratti di un competitor come la Cina, sia nel caso di dittature come l’Egitto che, purtroppo, continuano a rimanere partner strategici.

È il momento di dimostrare al mondo che sul rispetto dei diritti umani e della libertà il nostro Paese non fa sconti a nessuno, com’è giusto che faccia una grande democrazia.

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Covid, Crisanti a La7: “Danni dalle Regioni che hanno adottato soluzioni disomogenee. Ora sarà difficile programmare vaccinazioni e richiami”

“Io troppo pessimista dopo l’annuncio delle riaperture del 26 aprile? Sicuramente lo sono stato, però non mi pento di aver detto che abbiamo corso un rischio inutile. Se lei chiede a un medico di scegliere tra una procedura sicura e un’altra con un rischio, penso che voglia sentirsi dire di applicare quella sicura. Dopo 125mila morti, ogni vita conta. A maggior ragione, visto che la luce alla fine del tunnel è alla portata di tutti, non vedo proprio il motivo di correre rischi inutili”. Così, a “Piazzapulita” (La7), Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Microbiologia e Virologia dell’azienda ospedaliera di Padova, risponde a una domanda di Corrado Formigli, aggiungendo: “La strada era stata ben tracciata dall’Inghilterra e chiaramente nessuno sapeva quello che sarebbe potuto succedere”.

Il virologo poi spiega: “La probabilità di infezione per una persona che ha ricevuto due dosi di vaccino è estremamente bassa, così come è estremamente bassa che quella persona sia contagiosa. Ma è una probabilità che esiste. Inizieremo a toglierci la mascherina all’aperto quando il 60-70% di persone sarà vaccinata e la probabilità di infettare e infettarsi sarà molto bassa. E’ importante vaccinare anche i minori, altrimenti non si arriva all’immunità di gregge”.

Crisanti, infine, stigmatizza la disomogeneità delle vaccinazioni a livello ragionale, commentando il dato secondo cui, da gennaio, le morti che avremmo evitato vaccinando prima tutti gli anziani e il personale sanitario sono pari a 7700: “Le soluzioni devono essere omogenee su scala nazionale. Non è possibile che ogni presidente di Regione faccia come gli pare. La risposta deve essere unica e questo dato – conclude – dimostra come l’approccio Regione per Regione ha portato diversi danni. Se le Regioni continuano a usare sistemi informatici diversi, quando dovremmo fare il richiamo dei vaccini anti-covid, questa panoplia di sistemi creerà una grande confusione e sarà difficile programmare le vaccinazioni e i richiami in tempo”.

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Ponte sullo Stretto, Giovannini: “Confronto fondamentale col Parlamento”. Malan (FI): “Lo ha chiamato ‘attraversamento stabile’”

Durante il ‘Question Time’ al Senato, Forza Italia chiede al ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile, Enrico Giovannini, cosa intende fare il governo sul ponte sullo Stretto. Il ministro afferma che “sull’attraversamento stabile dello Stretto di Messina, dopo la trasmissione al Parlamento della relazione finale del gruppo di lavoro tecnico per la valutazione di soluzioni alternative, il governo considera assolutamente fondamentale il confronto con il Parlamento e con le altre istituzioni e la società civile in modo da poter avere l’adozione di una decisione che consenta di rispondere al meglio alla domanda di mobilità da e per la Sicilia”. Giovannini inoltre ricorda gli stanziamenti nel Pnrr per le altre opere infrastrutturali “l’alta velocità Salerno-Reggio Calabria, la Palermo-Catania-Messina”. Il senatore Lucio Malan nella replica cita il Giovannini: “Lei ha parlato di attraversamento stabile e attraversamento dinamico, io sarei stato più rassicurato se avesse detto la parola ponte, però se la sostanza è quella a noi va bene così”.

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Sostegni bis, Draghi: “Aiutiamo i giovani a comprare casa e a costruirsi una famiglia”

“Per l’occupazione ci sono in campo misure molto significative” e “ai giovani” è dedicata “ampia parte del decreto”. Così il presidente del Consiglio, Mario Draghi, in conferenza stampa. In particolare, ha evidenziato, sono previsti aiuti “ai giovani fino a 35 anni” per l’acquisto della casa grazie alla cancellazione delle imposte di registro e sul mutuo. “Questo vale per tutti i giovani”, ha detto Draghi. “Per i giovani meno abbienti, con parametro Isee fino a 40mila euro, c’è la garanzia dello Stato per l’80% sull’esposizione bancaria. Si vuole rendere più facile per tutti i giovani comprare casa e costruire una famiglia”.

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Vaccini, pure Draghi per liberalizzare i brevetti: “Ok stop temporaneo, ma Gran Bretagna e Stati Uniti devono sbloccare le esportazioni”

Sì alla liberalizzazione “temporanea” dei brevetti dei vaccini anti-Covid. Interpellato alla Camera durante il question time dall’ex ministra della Salute Giulia Grillo, ora anche il presidente del Consiglio Mario Draghi si dice favorevole allo stop della proprietà intellettuale per le case farmaceutiche. A patto però che sia circoscritto nel tempo, come suggerito “dagli esperti del settore”, in modo tale da “non disincentivare la ricerca“. Il premier conferma per la prima volta in modo netto che l’Italia “condivide” l’indirizzo espresso dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden, la cui proposta sarà chiarita “nei prossimi giorni”, ma avverte che si tratta di un problema più “complesso” di così. “Di per sé la liberalizzazione dei brevetti non assicura la produzione dei vaccini“, spiega l’ex capo della Bce, soprattutto quelli di “nuova generazione basati sulla tecnica a mRna”. Per produrli servono “tecnologia, specializzazione, organizzazione, non facilmente replicabili anche disponendo del brevetto”. C’è poi il tema dei protocolli di sicurezza: sospendere le licenze, continua il premier, “non garantisce di per sé gli standard qualitativi necessari e dunque la sicurezza dei vaccini”.

Prima di arrivare alla liberalizzazione, quindi, secondo Draghi “è necessario fare dei passi più semplici: prima di tutto rimuovere il sostanziale blocco alle esportazioni che paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti continuano a mantenere”. Non solo. “Bisogna poi aumentare la produzione, sia attraverso il trasferimento tecnologico, sia con l’individuazione di nuovi siti” per la produzione dei vaccini. Un’operazione che in Italia è già in corso, ricorda il presidente del Consiglio, ma “occorrerebbe individuare nuovi siti anche nei Paesi poveri“. Nel frattempo serve finanziare ulteriormente le “iniziative che provvedono all’acquisto dei vaccini”, come il progetto Covax, per cui “l’Italia ha stanziato 86 milioni di euro”. Draghi promette che nel prossimo decreto Sostegni “ci sarà un incremento significativo del nostro contributo”, in modo tale da garantire più forniture anche ai Paesi sottosviluppati. “Tuttavia tutto questo è ancora insufficiente“, conclude, “occorre necessariamente accelerare il passo sulle cose che ho appena detto, accanto a una riflessione sulla liberalizzazione dei vaccini“.

A spingere il premier nel prendere una posizione netta sulla questione è stata l’ex ministra M5s Grillo. Il Movimento una settimana fa aveva infatti lanciato un appello per chiedere a Palazzo Chigi di dare seguito alla mozione sui brevetti già votata in Parlamento e per impegnarsi “in tutte le sedi” per arrivare alla sospensione delle licenze. Nel frattempo a livello globale le pressioni sui governi e le case farmaceutiche si stanno facendo sempre più forti, nonostante l’Unione europea sia ancora fredda nei confronti del cambio di rotta annunciato da Biden. Solo pochi giorni fa è intervenuto sul tema Papa Francesco, chiedendo che gli Stati garantiscano “l’accesso universale al vaccino“, anche attraverso la “sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale”, nel nome di “uno spirito di comunione che ci permette di generare un modello economico diverso, più inclusivo, giusto e sostenibile”. Una proposta analoga è arrivata in queste ore dal team di esperti indipendenti incaricato dall’Oms di valutare la risposta globale alla pandemia. Nel rapporto si legge che il Wto e la stessa Oms “dovrebbero convocare i principali paesi produttori di vaccini e produttori per accettare la licenza volontaria e il trasferimento di tecnologia per i vaccini Covid-19″. In caso contrario, “entro tre mesi“ dovrebbe entrare in vigore “una rinuncia ai diritti di proprietà intellettuale”.

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Wall Street, cosa si prepara per l’élite dei padroni del mondo?

“Zeru tituli” si può dire anche a Wall Street. I grandi gestori di fondi globali minimizzano. Sono scettici. In realtà hanno paura. Puntano a non rovinare l’ipocrita festa dell’infinito rialzo a New York e su tutte le borse, asimmetrico e anzi inversamente proporzionale rispetto ai 3,25 milioni di morti di Covid. Ma cosa si prepara per l’élite di padroni del mondo che continua a vedere bianco un cigno nero, mille volte annunciato?

Per cominciare, e non è roba solo da ingegneri, c’è su scala globale una forte carenza di semiconduttori. Si usano in tutto ciò che è elettronico, sfida non eclatante per il grande pubblico ma vitale. I chip, o la mancanza degli stessi, pesano sull’azionario e sulle fabbriche, quindi anche sul lavoro. L’Amministratore delegato di Intel, numero uno del settore, spiega che il problema potrebbe durare non per qualche settimana ma “per qualche anno”. Le prime a farne le spese sono le aziende auto (la quantità di informazioni processate in un veicolo dai microchip è enorme) ma pensate all’elettronica di consumo, per esempio la nuova PlayStation 5 rimane molto difficile da trovare. Da questa parte dell’Atlantico, in Germania, le fabbriche Ford e della franco-italiana Psa-Fca, ora Stellantis, sono alle prese con licenziamenti (temporanei?) e lunghe interruzioni nella produzione: senza semiconduttori l’auto è morta. Anche nel resto d’Europa c’è un accumulo record di ordinativi non evasi e soprattutto – ecco il punto – prezzi in crescita.

Va considerata poi la grave valenza geopolitica. Uno dei consiglieri economici del presidente Joe Biden per risolvere il problema dei microchip ha cercato l’aiuto del governo di Taiwan che ha favorito la crescente dipendenza mondiale da due potenze asiatiche: Taiwan Semiconductor Manufacturing e Samsung Electronics. È tra i motivi per cui i legami tra Europa e Cina si sono deteriorati rapidamente, al punto che Bruxelles ha appena disdetto l’accordo tra Ue e Pechino sugli investimenti in Cina firmato pochi mesi fa. Purtroppo le capitali europee (Roma in testa e con l’esclusione di Berlino) si adeguano sempre più pedissequamente alla strategia da “guerra fredda” della Casa Bianca contro il Dragone. Il che non promette bene.

Allargando gli orizzonti, negli Stati Uniti si discute del gigantesco piano di spese keynesiane di 4 trilioni di dollari (quattromila miliardi, in aggiunta agli $1,9 trilioni pompati nell’economia a partire da marzo per combattere l’impatto della pandemia) proposti da Joe Biden, non “Sleepy Joe” ma invece aggressivo e determinato, appena doppiati i primi 100 giorni da Presidente. Tutto ora è nelle mani del Congresso, forse un compromesso con i repubblicani consentirà di approvare la maxi ciambella di salvataggio per un’America di nuovo targata Jmk.

“Sono investimenti di cui la nostra economia ha bisogno per essere competitiva, tornare ad essere produttiva e crescere velocemente”, ha detto Janet Yellen, la donna più potente del mondo, ministra del Tesoro Usa, ex presidente della Federal Reserve ed ex responsabile dei consiglieri economici della Casa Bianca. La signora ha però aggiunto: “In questo scenario i tassi d’interesse dovranno salire, per evitare che l’economia si surriscaldi”. E via alle fibrillazioni e sell in borsa. Big finanziari nervosi. Meglio ripetere: “I tassi dovranno salire”. Già. Poco più di un anno fa si parlava solo di “spirale deflazionistica”, dovuta al crollo verticale delle economie per il dilagare del Covid e alla perdita di milioni di posti di lavoro. Il quadro macro non solo è cambiato, si è ribaltato.

Adesso chi ha, o manovra, denaro si preoccupa che i prezzi e l’inflazione non sfuggano di mano. L’arrivo dei vaccini (rapidissimo in termini oggettivi) ha stimolato la riapertura delle economie, soprattutto in Uk e negli Usa ma adesso anche in Europa. Mario Draghi al G20 ha aperto l’Italia ai turisti di tutto il mondo. E ci voleva. Di conseguenza la domanda di consumi, compressa per vari trimestri come una molla, sarà liberata. Negli Usa con l’enorme potenza di un programma di stimoli inaudito (i 248 miliardi del Recovery Plan che dovrebbero non solo far riprendere vita all’Italia ma evitarci il fallimento e con esso la “rottura” dell’euro, sono briciole – appena il 4% – rispetto al mega piano a stelle e strisce da quasi $6 trilioni).

Allora diciamolo: se il fantasma che si aggira per il mondo è l’inflazione, i rialzisti doc che operano in borsa con livelli di leverage speculativo record, non ne vogliono sentir parlare. Ma come si fa a ignorare che anche i prezzi delle materie prime industriali tipo palladio, rame, argento e altre sono saliti fino ai massimi pluriennali, così come le aspettative di inflazione implicite? All’improvviso perfino il costo del legname sale e il mercato immobiliare dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda si surriscalda (per costruire case loro usano il legno).

Dal punto di vista macro gli “stagnazionisti”, chiamiamoli così, dicono che l’indebolimento dei prezzi è l’unica vera sfida a lungo termine per le economie. Colli di bottiglia dell’offerta nel settore manifatturiero? Avranno solo un impatto di breve periodo. Nel post-pandemia la capacità produttiva tornerà presto in regola. Così chi è investito massicciamente sui mercati sa che, se ulteriori timori inflazionistici daranno la stura a improvvisi sell-off sull’obbligazionario – quindi rialzo dei tassi e calo dei prezzi di bond e azioni –, sarà un’opportunità di acquisto e non un tracollo prossimo venturo. Ma è veramente così? Consigliabile considerare scenari alternativi.

Qui da noi, in Eurolandia, i tassi stanno aumentando da varie settimane (basta vedere i grafici del bund e del btp a 10 anni). Sebbene sia ancora bassa rispetto agli standard storici, l’aumento dell’inflazione nella fase post-Covid, e quindi del costo del debito, in poco tempo potrebbe diventare un problema maledettamente serio. Per l’Italia la soglia è stretta, visto che il governo Draghi ha annunciato un deficit rivisto per il 2021 all’11,8%, addirittura superiore al 10,8% dello scorso anno. Con un rapporto debito/Pil al 160% e i soldi del Next Generation Eu che si stima contribuiranno alla crescita solo per il 3,6% in quattro anni, è facile vedere come qualsiasi aumento dei tassi spingerà Roma sull’orlo del baratro.

Altro che le candidature di Draghi o Cartabia al Quirinale: ben più seri sono i problemi per noi italiani. Ulteriori stimoli fiscali europei, pallida imitazione del potente piano di spesa all’americana, saranno non pervenuti. E, dicono i rumor di mercato, l’unica opzione è che la Bce continui ad acquistare per intero il debito sovrano emesso dagli stati (Eurotower ha già comprato oltre 450 miliardi di titoli del Tesoro italiano). Poiché il bilancio della banca centrale è oggi già al 60% del Pil dell’Eurozona e le performance dei vari paesi iniziano a divergere, per Roma che è fanalino di coda in Ue, e di conseguenza per l’intera area dell’euro, il momento della verità si avvicina.

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Recovery, il Piano italiano è stato inviato alla Commissione europea. La scadenza era fissata al 30 aprile

A poche ore dalla scadenza – fissata per la mezzanotte del 30 aprile – il governo italiano guidato da Mario Draghi ha inviato alla Commissione europea la versione definitiva del Piano italiano di ripresa e resilienza, approvata dal Parlamento e bollinata giovedì dal Consiglio dei ministri. Lo apprende l’Ansa da fonti di Palazzo Chigi. Ora può finalmente partire il conto alla rovescia per ottenere i primi fondi del Recovery: la valutazione di Bruxelles ai vari Piani nazionali richiederà almeno due mesi, poi serviranno altre 4 settimane per l’ok del Consiglio Ecofin. Ma la presidenza portoghese vuole accelerare, e ha già indicato l’Ecofin del 18 giugno come la data per dare il via libera almeno ai piani arrivati per primi. Ciò significa che, se venisse rispettata questa tabella di marcia, l’Italia potrebbe avere il suo anticipo da 25 miliardi di euro già a luglio.

Difficile. Lo dimostra il fatto che la Commissione già da giorni sta cercando di frenare le aspettative degli Stati membri. Finora sono arrivati una decina di piani nazionali, e il numero di pagine da analizzare si avvicina già a 100mila. Una mole di lavoro a cui la task force dei 100 tecnici europei del desk Recovery promette di lavorare giorno e notte, ma senza garantire la tempistica. Gli Stati sostengono che la maggior parte del lavoro sia stata già fatta, visto che la preparazione dei Pnrr è avvenuta in stretta collaborazione con la Commissione. Bruxelles invece è convinta che il lavoro di valutazione andrà fatto con estrema attenzione, probabilmente coinvolgendo ancora i governi su alcuni dettagli.

I nodi irrisolti non riguarderanno soltanto le misure previste da ciascuno Stato membro – in teoria dovrebbero rispondere a tutti i criteri fissati dall’Ue su investimenti e riforme – ma anche il calendario con la scaletta degli obiettivi finali e di quelli intermedi, cioè quelle tappe che una volta raggiunte daranno diritto a chiedere nuove tranche di fondi. In pratica quello che Bruxelles dovrà preparare è la ‘road map’ di investimenti e riforme a cui ogni governo sarà vincolato per i prossimi sette anni. Per questo la task force, guidata dalla presidente Ursula von der Leyen, dai suoi vicepresidenti Dombrovskis e Vestager e dal commissario Gentiloni, vuole prendersi tutto il tempo necessario per evitare errori dovuti alla fretta. “L’importante è la qualità, che vince sulla rapidità”, ripetono da giorni i portavoce della Commissione. A rendere ancora incerta la tempistica legata all’arrivo dei fondi c’è anche il problema della ratifica della decisione sull’aumento delle risorse proprie del bilancio Ue, cioè quelle garanzie necessarie alla Commissione per andare sui mercati a raccogliere i 750 miliardi del Recovery. Manca ancora l’ok di dieci Paesi Ue per completare il processo, e l’auspicio è che arrivi entro maggio.

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Ponte sullo stretto, Draghi: “Pronta la relazione, nei prossimi giorni sarà inviata al Parlamento”

“Sul ponte sullo Stretto non posso dire altro che c’è una relazione pronta ormai che sarà inviata dal ministro per le Infrastrutture al Parlamento nei prossimi giorni”. Lo ha detto il presidente del Consiglio Mario Draghi in conclusione del suo intervento di replica nell’Aula del Senato

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L’Iss avverte alla vigilia delle riaperture di lunedì: “Fondamentale evitare contatti fuori dai propri conviventi, il quadro è critico”

La distanza tra idea degli scienziati e azione del governo è tutta in un passaggio della bozza del monitoraggio Iss-ministero della Salute: “Si conferma la lenta discesa dei nuovi casi e del numero di pazienti ricoverati, ma il quadro complessivo resta ancora ad un livello critico”. Tradotto nella pratica: “È fondamentale che la popolazione eviti tutte le occasioni di contatto con persone al di fuori del proprio nucleo abitativo che non siano strettamente necessarie”, mettono nero su bianco gli esperti ricordando che è “obbligatorio adottare comportamenti individuali rigorosi”. Alla vigilia del passaggio di almeno 14 Regioni nella nuova zona gialla che porterà con sé ritrovate libertà, come la possibilità di giocare a calcetto e cenare nei ristoranti anche alla sera, quelle poche righe tracciano un solco profondo tra le scelte del governo e l’opinione dell’Istituto Superiore di Sanità guidato da Silvio Brusaferro, anche portavoce del Comitato tecnico-scientifico.

Il consesso degli scienziati, ridotto a 12 esperti e con gradazioni di rigore assai più sfumate rispetto al precedente, viene ormai consultato quasi per prassi dall’esecutivo guidato da Mario Draghi. Come ricostruito da La Stampa, in una delle ultime riunioni il presidente del Consiglio si è rivolto così a Brusaferro che proponeva di essere ancora prudenti sulla ripartenza degli sport di contatto: “Suvvia professore, non vorremo mica metterci a fare distinzioni tra il golf e il calcetto”. Sotto il pressing della Lega e di altri pezzi della maggioranza, ad iniziare da Italia Viva, dati economici alla mano e nella speranza che la campagna vaccinale inizi a dispiegare i suoi effetti in tutte le fasce di popolazione over 60, le più a rischio, il nuovo decreto ha preso una linea chiara. E nonostante le riaperture ‘generose’ ha comunque provocato l’ira delle Regioni sul coprifuoco.

In poche laconiche righe, Brusaferro ha riassunto la posizione degli scienziati dopo l’ultima riunione: “Alla luce delle situazione epidemiologica attuale, il Cts, in una strategia di mitigazione del rischio di ripresa della curva epidemica, ritiene opportuno che venga privilegiata una gradualità e progressività di allentamento delle misure di contenimento, ivi compreso l’orario d’inizio delle restrizioni di movimento”. Per il momento – e bisognerà vedere quanto durerà – il Cts l’ha spuntata sul coprifuoco alle 22. Ma sull’onda del battage polemico della destra, già mercoledì sera fonti di governo hanno puntualizzato che non durerà fino al 31 luglio, data di fine dello stato di emergenza, aprendo a una revisione sulla base dei dati. Che potrebbe arrivare anche a breve, forse dal 17 maggio. Si tratterebbe di una nuova accelerazione che finirebbe per mettere definitivamente all’angolo chi all’interno del Comitato – Gianni Rezza, Sergio Abrignani, Giuseppe Ippolito e lo stesso Brusaferro – continua a temere più degli altri otto una nuova accelerazione del contagio sotto la spinta della riaperture delle scuole e delle numerose possibilità di aggregazione previste dal 26.

Così nel monitoraggio l’Iss è tornato a sottolineare come la discesa abbia un passo “lento”, le terapie intensive restino ancora “sopra soglia” e il quadro complessivo sia a un “livello critico”. Con l’invito, ripetuto ogni settimana, ad evitare “tutte le occasioni di contatto” con le persone non conviventi. Una precauzione definita “fondamentale”, ma che fa a pugni con la volontà chiara del governo, espressa attraverso le norme contenute nel nuovo decreto, di dare nuovo impulso alla vita sociale e all’economia. Scelte, ad iniziare da quella sulla scuola, che vengono temute anche da esperti fuori dal Cts. Quattro giorni fa il matematico del Cnr Giovanni Sebastiani, intervistato da Ilfattoquotidiano.it, sottolineava come la decisione sulle riaperture non presenta “rischi ragionati” ma certezze: “Quelle di contagi che torneranno a salire e che nel giro di tre-cinque settimane ci costringeranno a nuove chiusure”.

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Riaperture, Fedriga: “Con governo saltata intesa istituzionale, Regioni non vogliono entrare nel dibattito tra forze politiche”

“Se è saltata un’intesa politica? No, è saltata un’intesa istituzionale“, così intervenendo a Buongiorno, su Sky Tg24, Massimiliano Fedriga, il presidente della Conferenza delle Regioni e governatore del Friuli, ha risposto ad alcune domande dopo lo scontro tra Regioni e esecutivo su scuola e coprifuoco. “Non stiamo parlando di forze politiche che si confrontano, come Regioni non vogliamo entrare assolutamente nel dibattito tra forze politiche che compongono il Governo”, ha puntualizzato. “Tra istituzioni, è importante rispettare gli accordi che si prendono, perché questi cambi di rotta comportano di conseguenza dei disagi per i cittadini”, ha concluso.

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