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Ex Ilva di Taranto, morì a 5 anni per tumore al cervello: i genitori chiedono un risarcimento da 25 milioni di euro a 9 dirigenti

Ammonta a 25 milioni di euro la richiesta di risarcimento avanzata nei confronti di 9 dirigenti dell’ex Ilva di Taranto dai familiari del piccolo Lorenzo Zaratta, morto il 30 luglio 2014 per un tumore al cervello a soli 5 anni. Sono stati gli avvocati Leonardo La Porta e Ladislao Massari, per conto dei genitori e del fratellino, a depositare la richiesta nella prima udienza preliminare dinanzi al gup Rita Romano che ha fissato per il 14 ottobre la prossima udienza. Entro quella data le difese dovranno presentare richieste di riti alternativi mentre la procura dovrà precisare nei capi di imputazione le norme violate dagli imputati che avrebbero causato la malattia e poi il decesso del piccolo Lorenzo.

L’accusa per tutti è di omicidio colposo. Secondo i pubblici ministeri Remo Epifani e Mariano Buccoliero, i dirigenti ”consentivano la dispersione di polveri e sostanze nocive provenienti dalle lavorazioni delle Aree: Parchi Minerali, Cokerie, Agglomerato, Acciaierie e Gestione Rottami Ferrosi dello stabilimento siderurgico, omettendo l’adozione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro e malattie professionali” e questo avrebbe causato “una grave malattia neurologica al piccolo Lorenzo Zaratta che assumeva le sostanze velenose durante il periodo in cui era allo stato fetale” che avrebbe così sviluppato una “malattia neoplastica che lo conduceva a morte”.

Tra i dirigenti dell’Iva compaiono i nomi di Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento Ilva fino al 3 luglio 2012, e gli ex responsabili dell’Area Parchi Minerali Giancarlo Quaranta e Marco Adelmi, il responsabile dell’Area Agglomerato Angelo Cavallo, il capo dell’Area Cokerie Ivan Di Maggio, il responsabile dell’Area Altiforni Salvatore De Felice, i capi delle due Acciaierie Salvatore D’alò e Giovanni Valentino e infine Giuseppe Perrelli all’epoca dei fatti responsabile dell’area Gestione Rottami Ferrosi.

L’indagine è nata dagli studi che i consulenti scelti dai legali della famiglia di Lorenzo hanno portato avanti, accertando la presenza di ferro, acciaio, zinco e persino silicio e alluminio nel cervello di Lorenzo. In quel documento, Antonietta Gatti, fisico e bioingegnere, autrice di una serie di analisi sui campioni biologici del piccolo Lorenzo, ha parlato di caso “emblematico” perché “trattandosi di un bambino la cui patologia tumorale si è resa manifesta nei primi mesi di vita quando le esposizioni ambientali sono molto limitate se non quasi nulle stante lo stile di vita caratteristico dell’età”.

Insomma un neonato non dovrebbe aver generato una malattia così grave. La causa, quindi, per Gatti, “è da ricercare nell’esposizione della madre durante la gravidanza”. La mamma di Lorenzo, durante nove mesi di attesa, ha lavorato per alcuni periodi nel quartiere Tamburi, a pochi metri dalle ciminiere e dalle emissioni nocive dell’Ilva. “La possibile spiegazione – si legge in una relazione – della presenza di polveri d’acciaio” nel corpo di Lorenzo “è legata al fatto che, all’epoca della gravidanza, la madre viveva a Taranto e lavorava in una zona notoriamente soggetta a inquinamento di polveri da acciaieria” e di “numerose altre polveri come quelle di magnesio e di zinco” che risultano “compatibili con la stessa provenienza”.

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L’ex Ilva sparisce dai radar di ArcelorMittal: investimenti in Italia azzerati. Mentre il gruppo distribuirà agli azionisti 2,2 miliardi

C’è un convitato di pietra nella tormentata e per molti versi opaca vicenda dell’ex Ilva. Quel convitato, ormai da tempo, è ArcelorMittal, il colosso dell’acciaio che a fine 2018 ha preso in affitto gli impianti del siderurgico dai commissari dell’amministrazione straordinaria. Fin da subito, tra contenziosi, grane legali e perdite milionarie, i vertici del gruppo multinazionale si sono resi conto di aver fatto il passo più lungo della gamba. E da allora hanno fatto di tutto per sfilarsi in sordina cercando di recuperare il più possibile i soldi investiti.

Indizi ce ne sono stati molti. Dal piano di investimenti ambientali da 2,5 miliardi tenuto nel freezer, dato che a fine 2019 gli investimenti realmente eseguiti sono stati solo 387 milioni. Alla contabilità dell’ex Ilva resa il più possibile opaca, come ha documentato il report di Kpmg, l’advisor di Invitalia che ha raccontato le omissioni e l’impossibilità di avere un quadro preciso dei conti dell’ex Ilva. Fino alla fretta di restituire il prima possibile le attività dell’ex Ilva alla mano pubblica, con l’accordo che ha visto lo scorso aprile lo Stato via Invitalia entrare con 400 milioni nel capitale con una quota di minoranza del 38%, destinata a salire al 100% non prima però del maggio 2022.

Tanti indizi su quella che sembra sempre più una sorta di toccata e fuga poco elegante del colosso con base in Lussemburgo. Ora quegli indizi sono diventati una prova. Nell’ultima presentazione agli analisti dei conti del primo trimestre di solo un mese fa, conti tra l’altro brillanti con l’utile netto a livello globale salito a oltre 2,2 miliardi di dollari contro la perdita di oltre 1 miliardo di 12 mesi prima, l’Ilva o meglio Arcelor Mittal Italia non c’è più. Sparita completamente dai radar. Spariti innanzitutto gli investimenti, segnalati a zero nel 2021 dopo che erano già scesi nel 2020 a soli 500 milioni che però riguardano sia l’ex Ilva che AM Usa. Gli investimenti che andranno avanti quest’anno sono solo quelli in Messico, Brasile e Liberia per una cifra complessiva di 2,9 miliardi.

Niente più Italia quindi. Anzi per AM italy, oggi Acciaierie d’Italia, si fanno i conti positivi dell’abbandono. Con Arcelor Mittal che potrà deconsolidare debiti per 1 miliardo di dollari. E così la fuga, senza aspettare che il governo si prenda l’intero capitale, è di fatto già iniziata. Con i vertici del gruppo globale che sono intenzionati a rendere il più possibile neutra sui conti della multinazionale l’avventura di Taranto, Genova e degli altri poli.

Intanto non pagheranno il debito con l’ex Ilva di 1,4 miliardi come si erano ripromessi di fare quando presero in affitto dai commissari gli impianti. Certo il gruppo indiano ha messo soldi nell’ex Ilva con l’aumento di capitale da 1,3 miliardi. Quei soldi li hanno bruciati quasi del tutto le perdite. Per quasi 900 milioni nel primo anno, il 2019, e per altri circa 300 milioni nel 2020, secondo le stime formulate da Kpmg in quel report sui dati opachi di AM Italy. Ora però, restituendo al pubblico la grana Ilva, il gruppo rientra dall’aumento e ricostituisce il capitale bruciato a spese dello Stato.

Non solo ma nella breve gestione (poco più di due anni) italiana, l’ex Ilva ha nella sostanza fatto da sponda alle attività del gruppo con uno sbilancio tra costi e ricavi infragruppo tutto a scapito dell’ex Ilva. Come documentato da Kpmg, nelle transazioni infragruppo del colosso dell’acciaio l’ex Ilva avrebbe incassato come ricavi dalle altre società di ArcelorMittal 894 milioni, mentre avrebbero sopportato costi per acquisti di materia prima e servizi sempre dalle società del gruppo per ben 1,43 miliardi. Con uno sbilancio di risorse e flussi di fatto usciti da Ilva a favore di Arcelor Mittal di oltre mezzo miliardo. Nei fatti il gruppo ha usato l’ex Ilva caricandola di maggiori costi rispetto ai ricavi infragruppo.

Ma c’è anche un paradosso nell’intera vicenda. Arcelor Mittal è entrata in Italia poco prima che tracollassero i prezzi dell’acciaio per la sovraproduzione e l’eccesso di offerta. Una situazione in cui occorreva diminuire la produzione, anziché aumentarla. Se ne esce nel momento più brillante del ciclo dell’acciaio con i prezzi che da metà del 2020 hanno fatto un balzo all’insù. Sarebbe questo il momento per aumentare la produzione a fronte della fortissima domanda mondiale. E invece ecco la resa.

Tra l’altro la ripartenza fortissima del mercato dell’acciaio si vede eccome nei conti del gruppo a livello mondiale. Nel primo trimestre del 2021 il gruppo a livello mondo ha realizzato vendite per 16,2 miliardi di dollari con un margine industriale salito a 3,2 miliardi, oltre tre volte quanto realizzato a inizio del 2020. Si prefigura un’annata boom per il gigante siderurgico. Secondo il consenso degli analisti il fatturato quest’anno dovrebbe aumentare a un tasso del 27% con utili netti sopra i 6 miliardi. Soldi in cassa ce ne sono eccome. Ma Arcelor preferisce la strada della finanza piuttosto che degli investimenti industriali. Tra dividendi ai soci e buy back, cioè il riacquisto delle proprie azioni, Arcelor spenderà quasi 2 miliardi tra il 2020 e il 2021. Ma questi finiranno nelle tasche degli azionisti e a rafforzare il titolo, meno molto meno a garantire gli investimenti produttivi. Tanto l’ex Ilva è stata di fatto già cancellata dal portafoglio del gigante indiano. Con buona pace di chi crede ancora all’impegno fattivo di Arcelor in Italia.

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Ex Ilva, Bernabè: “Sarò presidente da metà maggio. L’azienda va sanata salvaguardando salute e ambiente”

“Presidente dell’Ilva? Penso che lo sarò da metà maggio“. Intervistato a Otto e mezzo su La7, il manager di lungo corso Franco Bernabè ha confermato la sua nomina alla guida di Acciaierie d’Italia, la holding partecipata al 50 per cento da Invitalia e da Arcelor Mittal. “L’Ilva è un patrimonio enorme del Paese, che non è stato gestito dal punto di vista ambientale“, ha spiegato, tracciando la rotta del futuro dell’azienda. “È un asset importantissimo che va assolutamente sanato, nell’interesse del Paese, salvaguardando salute e ambiente di tutta la zona”. Bernabè sostiene che si tratta di un “impegno importante ma necessario”. Insieme a lui, vecchio amico di Mario Draghi, dovrebbero far parte dei vertici della società (nella quota statale) anche Stefano Cao e Carlo Mapelli, grande esperto di siderurgia e docente al Politecnico di Milano. Proprio Mapelli aveva proposto nel 2013 un piano fondato sul minerale di ferro “preridotto” per sostituire il carbon coke già nel 2013, quando il governo Letta affidò il rilancio dell’Ilva a Enrico Bondi. Otto anni dopo, con il rientro dello Stato nell’azienda, quel progetto è tornato in auge. L’obiettivo dichiarato è infatti arrivare alla decarbonizzazione, cioè all’azzeramento delle emissioni legate all’uso del carbone.

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Ex Ilva, Re David (Fiom): “Governo metterà 400 milioni di euro prima del 13 maggio, ma non è convinto del piano industriale di ArcelorMittal”

“Per quanto riguarda l’ex Ilva di Taranto, prima del 13 maggio il governo metterà 400 milioni di euro per garantire il lavoro. Il governo non è convinto però del piano industriale e delle vere intenzioni di ArcelorMittal, faranno delle verifiche. Abbiamo chiesto un tavolo complessivo sulle vertenze aperte ma non c’è alcuna certezza sulle tempistiche. Non posso misurare al momento l’impegno del governo”. Lo ha dichiarato Francesca Re David, segretaria generale della Fiom Cgil, dopo l’incontro con al ministero dello Sviluppo economico con Giancarlo Giorgetti.

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Ex llva, Fabio Riva assolto anche in appello: non sussiste la bancarotta della holding che controllava l’impianto siderurgico di Taranto

Il fatto non sussiste. Anche la corte d’appello di Milano ha assolto Fabio Riva dall’accusa di bancarotta della holding Riva Fire che controllava l’ex Ilva di Taranto. Dopo l’assoluzione in primo grado, quindi, anche i giudici dell’appello hanno stabilito che Fabio Riva non ha responsabilità penali nel crac della società che gestiva l’acciaieria ionica e l’intero gruppo della famiglia. Anche la Procura generale aveva chiesto la conferma dell’assoluzione per Riva, difeso dai legali Salvatore Scuto e Gian Paolo Del Sasso, unico ad aver scelto il rito abbreviato. A febbraio 2018, il fratello Nicola Riva aveva patteggiato una pena a 3 anni mentre Adriano Riva, fratello di Emilio, l’ex patron del colosso siderurgico scomparso nel 2014, aveva concordato con la procura una pena di 2 anni e 6 mesi.

Nelle 127 pagine della sentenza di primo grado, il giudice Castellucci aveva affermato che nella gestione dell’Ilva di Taranto la famiglia Riva, tra il 1995 e il 2012, aveva investito “in materia di ambiente” oltre un miliardo di euro e “oltre tre miliardi di euro per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti”. Parole che sembrano in netto contrasto con le accuse formulate dalla Procura di Taranto secondo la quale la famiglia Riva avrebbe invece gestito lo stabilimento siderurgico con la logica del “minimo sforzo e massimo guadagno” al punto da causare il disastro ambientale e sanitario al centro del processo Ambiente svenduto. I magistrati tarantini, infatti, avevano chiesto e ottenuto il sequestro di 8 miliardi e 100 milioni di euro come ingiusto risparmio che i Riva avrebbero incassato non ammodernando la fabbrica. Il sequestro era poi stato annullato dalla Cassazione. La vicenda, però, è ancora pendente dinanzi al tribunale ionico che sta celebrando il maxi processo Ambiente svenduto.

Nella sua sentenza, però, il giudice Castellucci aveva precisato che l’obiettivo del processo celebrato a Milano non era dimostrare “se siano stati commessi reati ambientali e l’individuazione degli eventuali soggetti responsabili”, ma “se vi sia stata una sistematica e deliberata manomissione della ricchezza sociale tramite il mancato sostenimento dei costi per la tutela ambientale e sanitaria, che, prevedibilmente, una volta accertato dalle autorità competenti, avrebbe contribuito a determinare il dissesto” societario. E nei primi due gradi di giudizio, quindi, i magistrati milanesi hanno affermato che Fabio Riva non aveva alcuna responsabilità. In attesa di leggere le motivazioni della sentenza d’appello, va ricordato che il giudice Castellucci aveva sostenuto che “alla luce dell’ammontare dei costi complessivamente sostenuti” dai Riva era evidente come non vi fosse il “depauperamento” dei beni contestato inizialmente dall’accusa. Il giudice inoltre, aveva aggiunto che “l’unico depauperamento che può essere astrattamente ipotizzato è quello relativo al mancato rispetto della normativa europea prescritta con l’Aia riesaminata” che anticipava solo per l’Ilva l’obbligo di “adeguamento alle nuove e gravose prescrizioni”.

Anche la sentenza di secondo grado, quindi, dà torto alla Procura di Milano che aveva contestato una serie di operazioni societarie finalizzate a generare “un illecito arricchimento” della famiglia Riva ai danni dell’Ilva. Non solo. Già il giudice Castellucci aveva sancito che la famiglia Riva aveva “condotto la società a posizionarsi in vetta al mercato siderurgico europeo” e che pianificava un importante progetto di rilancio che non si è verificato “per l’avvenuto commissariamento ambientale di Ilva”.

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Coronavirus, serve collaborazione tra città ed entroterra. E la cultura può cambiare le regole del gioco

La crisi che sta portando il coronavirus ci ricorda quanto importante sia la collaborazione. Dobbiamo riprendere il concetto di comunità e investire sulle persone se vogliamo far crescere il benessere collettivo. La comunità è la base per creare ponti tra città ed entroterra. Abbandonare l’altro e lasciarlo annegare nei problemi porta solo scontri e guerre. Qualunque libro di storia potrebbe confermarlo. Creare, quindi, comunità nel nostro entroterra per sviluppare una reale sinergia con la città.

Dobbiamo dare vita a un processo di inclusione che distribuisca lavoro e benessere su tutto il territorio nazionale attraverso una decentralizzazione capace di dare forza a un nuovo progetto di vita in cui città e paesi, tecnologia e paesaggio vanno a braccetto e trovano sviluppo reciproco nella collaborazione. Dobbiamo investire in una convivenza basata su nuovi stili di vita e di produzione in cui tutto il territorio contribuisce al benessere collettivo e tutto il territorio va difeso e tutelato.

Si potrebbero migliorare i finanziamenti e i contributi a fondo perduto per le imprese agricole e per chi vuole aprire attività in campagna; snellire una assurda burocrazia che ignora ogni logica legata alla campagna; concedere terreni comunali abbandonati a famiglie che scelgono di occuparsene e vivere con ciò che producono e vendono; agevolare le aziende che decidono di creare sedi nell’entroterra piuttosto che nelle periferie urbane; non chiudere i piccoli ospedali nei paesi, come ci insegna il coronavirus; aumentare il numero di scuole nei piccoli centri o aumentare le navette che rendano più facile la vita agli studenti dell’entroterra; investire nell’offerta culturale attraverso biblioteche ed Ecomusei capaci di creare cultura, eventi e attrazione turistica in tutto l’arco dell’anno e non solo in estate.

Ma soprattutto bisognerebbe investire nella Formazione prendendo ad esempio l’Alto Adige: in Val d’Ultimo esiste la “Winterschule Ulten”, una scuola che recupera antichi lavori artigianali attraverso la valorizzazione di prodotti del territorio. Il risultato è che molti giovani hanno trovato lavoro grazie a questa scuola. Tanti ragazzi restano in valle lavorando, guadagnando e tenendo in ordine il paesaggio perché sanno che la loro sopravvivenza dipende da quanto rispetteranno la natura. In questo processo di maestria artigiana la tecnologia riveste un ruolo di primissimo piano aiutando a produrre meglio, con meno fatica e con un impatto diverso sugli ecosistemi.

Insomma, bisogna semplificare la vita a chi sceglie di vivere in montagna, in campagna o comunque in piccoli centri.
Dobbiamo creare le condizioni che possano aiutare i disoccupati di città a cercare lavoro in campagna perché ne avrebbe beneficio sia la loro vita, sia l’ecosistema. Se non rendiamo più accettabile la vita nell’entroterra nessuno mai abbandonerà la città dove è più facile trovare supermercati, farmacie, cinema e gente da incontrare per strada o al bar.

In questa interazione tra città e entroterra anche la cultura riveste la sua importanza, perché solo facendo passare il concetto che il paesaggio è uno straordinario patrimonio della nostra civiltà potremo rendere appetibile la vita in piccoli centri. Si pensi all’Unesco che, decretando i muretti a secco Patrimonio Immateriale dell’Umanità, restituisce rispetto e dignità alla maestria artigiana e al lavoro in campagna.

La cultura cambia le regole del gioco, ricordo un documentario sull’Ilva di Taranto in cui si vedevano degli ulivi pronti ad essere estirpati per far spazio alla cattedrale di acciaio e vetro dell’industria siderurgica. Ebbene, i testi che presentavano la campagna come “miseria”, come qualcosa di vecchio e da abbandonare, erano di Dino Buzzati e la voce che li leggeva era di Arnoldo Foà. Un grande scrittore e un grande attore per sradicare la gente dalla campagna e farne operai. Quegli operai che oggi patiscono mille e un problema. La cultura è stata e sarà sempre di primaria importanza nel far passare un concetto piuttosto che un altro.

Quindi si deve investire nel lavoro, nella sanità, nella scuola, nella formazione e nella cultura rendendo visibile, attraverso ogni canale, una alternativa di vita alla disoccupazione delle periferie urbane. Certo, nessuno si illude di invertire la rotta, ma offrire occasioni reali di lavoro ai disoccupati di città e salvaguardare il paesaggio è già un obiettivo straordinario. Collaborazione attiva tra città ed entroterra significa provare a nutrire un pianeta in cui l’ecosistema sta precipitando.

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Italia.Doc, su Loft #Puglia l’ottavo video-reportage sulle regioni italiane: “Il viaggio dalla mala del garganico al teatro di Tamburi”

Puglia, terra di sole, mare e vento. Di campagne e paesi bianchi, di grandi città e immense contraddizioni. La raccontiamo nell’ottavo documentario della serie ‘Italia.doc’ (dopo #Sardegna, #Lombardia, #Toscana, #Liguria e #Calabria e #Campania e #Lazio) i video reportage sulle regioni italiane realizzati dai giornalisti del Fatto Quotidiano con Loft Produzioni, il ramo di produzione televisiva della Società Editoriale Il Fatto. Il documentario è disponibile da oggi in esclusiva su www.iloft.it e su app Loft.

Alessio Viola, scrittore e anima critica della città, ci racconta la “sua” Bari, città dalle mille contraddizioni. Ex operaio, rugbista per passione e stazza fisica, poi animatore culturale, Alessio è uno scrittore che conosce le pieghe più nascoste della città che ha raccontato in vari libri. Nei suoi scritti ha raccontato quella mafia in doppiopetto che per anni si è divisa le spoglie di Bari. Giovanni Ladiana è un prete gesuita che non ama farsi appellare “don”. Dopo anni vissuti nelle periferie del mondo e in quelle italiane (da Napoli a Catania, fino a Reggio Calabria) è approdato nel capoluogo pugliese. Cura le anime degli studenti all’Università e cerca, insieme a gruppi di volontari, di lenire i dolori delle periferie. Mille città nella città.

Puglia, sole e mare. Quello del Salento rischia di essere devastato dal Tap, il Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto da 45 miliardi di dollari. Gianluca Maggiore, animatore dei Movimento “No Tap”, ci ha raccontato le battaglie della gente e dei sindaci del Salento contro quella che giudicano un’opera inutile e mortale per il territorio e la sua economia.

Tappa a Squinzano, paese notissimo per le sue bande musicali. Qui nacque un grande della musica jazz e swing, Nicola Arigliano. A casa di suo nipote Franco ci siamo divertiti a ricordare la meravigliosa avventura umana di questo artista apprezzato anche dai grandi jazzisti americani suonando al suo pianoforte i suoi successi col maestro Larry Franco. E’ stato un viaggio non solo musicale, ma anche nella storia di questo Paese dal dopoguerra fino agli anni Duemila. “Zio Nicola – ci ha raccontato il nipote – partì da Squinzano appena tredicenne. Voleva fare il sarto, poi incontrò il jazz e se ne innamorò”. Passione e talento, tenacia e voglia di resistere. Doti che sono nel Dna di Daniela Marcone. Con lei, donna impegnata a livello nazionale in Libera, abbiamo parlato di mafia foggiana. Daniela ha trasformato il dolore atroce della perdita del padre, funzionario dello Stato ucciso a Foggia solo perché faceva il suo dovere, in impegno sociale. Nel cuore della città e sulle rive del mare della bellissima Manfredonia, analizza la “quinta mafia” che dai paesi del Gargano muove alla conquista della città e del mare. Sapete che nel cuore dolente e avvelenato del quartiere Tamburi, a Taranto, c’è un teatro? Ci siamo stati per parlare di Ilva con Giovanni Guarino. Trent’anni di lavoro nella più grande acciaieria d’Europa e la passione per la scrittura e il teatro coltivata da sempre. “Eravamo guerrieri. Eravamo spartani…”, inizia così il suo racconto della città.

Da Il Fatto Quotidiano del 27 marzo 2020

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Ex Ilva, Conte a Taranto: “Stato ci metterà la faccia, vogliamo migliorare il piano. Saremo intransigenti, ad Morselli mia antagonista”

“Dottoressa Morselli, saremo intransigenti“. Alla vigilia di Natale il premier Giuseppe Conte fa visita a Taranto per ribadire che “lo Stato ci metterà la faccia” e il governo sta lavorando al piano industriale dell’ex Ilva per “migliorarlo” e “renderlo sempre meno carbonizzato”. Il presidente del Consiglio si è presentato prima all’ospedale ‘Santissima Annunziata’, ma poi ha scelto la visita all’acciaieria e l’incontro con lavoratori e sindacati per il suo discorso, rivolto direttamente all’amministratrice delegata di Arcelor Mittal, Lucia Morselli. “La dottoressa Morselli al momento è la mia antagonista, proprio così”, ha detto il premier rivolgendosi direttamente all’amministratrice delegata, anche lei presente al consiglio di fabbrica dell’ex Ilva. “Lei sa che abbiamo 30 giorni di tempo per elaborare un nuovo piano industriale. Lo sa bene lei, lo sa bene Mittal. Diventeremo partner solo con un piano industriale condiviso, per ora siamo su fronti contrapposti“, ha aggiunto Conte.

Il premier ha promesso agli operai intransigenza: “Dovremo garantire gli obiettivi e fare in modo che i lavoratori vengano qui e sentirsi nelle condizioni di non creare un dramma familiare, che non vengano guardati in malo modo dai loro stessi parenti perché lavorano in uno stabilimento tossico e nocivo che crea problemi alla salute dei cittadini. Dobbiamo puntare a uno stabilimento innovativo a livello mondiale. Il signor Mittal ha sposato questo obiettivo“, ha dichiarato il premier. “Non ci dobbiamo prendere in giro, il diritto alla salute – ha insistito Conte – deve venire prima. Se facciamo una scala di valori la salute è prioritaria, poi vengono l’ambiente e il lavoro. Tutte queste condizioni possono essere assicurate, questi sono beni primari ugualmente importanti e possono essere tenuti insieme. Per fare questo occorre una grande determinazione, impegni finanziari, progettualità e ovviamente serve anche la parte dello Stato. Noi ci siamo“.

“Abbiamo ottenuto – ha proseguito il premier parlando agli operai – una tregua dal punto di vista giudiziario, noi ci siamo difesi. Il piano industriale originario non lo accetteremo. Stiamo lavorando e conteranno i risultati. C’è la volontà di elaborare questa condivisione di obiettivi e pervenire a un piano che sia sostenibile dal punto di vista economico e finanziario, altrimenti non si va da nessuna parte”. L’obiettivo del governo, ha chiarito ancora una volta Conte, è la “transizione energetica” verso la decarbonizzazione: “Vogliamo che lo stabilimento diventi innovativo dal punto di vista tecnologico, ce ne sono in giro per il mondo. Vogliamo rendere la fabbrica un fiore all’occhiello“.

Il premier, durante il suo saluto agli operai e ai rappresentanti sindacali del Consiglio di fabbrica, ha ribadito anche l’attenzione del governo alla tutela del livello occupazionale: “Non vogliamo sia sacrificato in questo progetto”. “Vogliamo un risanamento ambientale ancora più efficace, vogliamo che voi operai veniate a lavorare in sicurezza, che vi sia garantito il diritto alla salute che è un bene primario”. Conte ha affermato che ci sono operai “di questo stabilimento che si recano al lavoro e si sentono squarciati dal dilemma: vengo qui ma rischio di ammalarmi. Questo dilemma non lo dovete vivere più“. “Ci sarà lo Stato come azionista e come controllore. Lo Stato non ha la capacità industriale, il partner industriale – ha detto Conte agli operai – sarete voi“.

“Sono qui per portare la testimonianza dell’attenzione e della premura per questa comunità ferita. Quando sono venuto a Taranto ho promesso che il sistema Italia avrebbe lavorato per alleviare le sofferenze”, ha detto il premier parlando ai giornalisti poco minuti prima della sua visita all’impianto. “Stiamo lavorando al piano industriale, abbiamo ormai confermato che ci sarà il coinvolgimento dello Stato. Vogliamo migliorare questo piano, renderlo sempre meno carbonizzato, lo Stato è una garanzia per tutti”, ha detto Conte in un punto stampa. Poi ha commentato il decreto “cantiere Taranto” che il governo è chiamato a varare nei prossimi giorni: “Alcune misure le abbiamo approvate, altre le approveremo. Nel complesso sta venendo una bella risposta che offriamo per il rilancio di questa città. Sono molto fiducioso, l’Italia è membro del G7, è impossibile che l’Italia non riesca a risollevare una città“. Il decreto Cantiere Taranto prevede un pacchetto di misure per rilanciare la città dell’Ilva e supportare gli operai ‘espulsi’ dall’acciaieria: dal rifinanziamento della cassa integrazione alla demolizione delle case abusive nel centro storico della città jonica. Quello che ancora manca in buona parte, stando all’ultima bozza visionata da ilfattoquotidiano.it, sono le coperture.

Il reparto di Oncoematologia pediatrica visitato da Conte è stato intitolato qualche giorno fa a Nadia Toffa, la giornalista delle Iene morta lo scorso agosto. Presenti anche il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, il prefetto Antonella Bellomo e i vertici locali delle forze dell’ordine. Conte ha avuto un colloquio con la mamma di uno dei pazienti ricoverati nel reparto, morto il 25 gennaio scorso. “Ho detto al premier – ha riferito la madre del 15enne scomparso – che questo è il primo Natale senza mio figlio, gli ho lasciato la maglietta con l’immagine di Giorgio e ho ribadito che per noi la fabbrica va chiusa perchè qui ci ammaliamo e moriamo. Gli ho detto che se un giorno mi dovessero trovare un tumore la faccio chiudere io quella fabbrica. Il premier non mi ha risposto in quel momento. Poi insistendo mi ha detto che stanno lavorando per la decarbonizzazione”. La signora ha osservato che “questo non è giusto perchè a Genova invece è stata chiusa l’area a caldo in quanto considerata incompatibile con la vita umana e devono chiuderla anche qua perchè non siamo cittadini di serie B”.

IL 20 DICEMBRE IL PREACCORDO TRA MITTAL E COMMISSARI
Quattro giorni fa, al palazzo di Giustizia di Milano, è stato firmato un preaccordo tra ArcelorMittal e i commissari straordinari per portare avanti la trattativa che deciderà il futuro dell’acciaieria di Taranto. Una soluzione in extremis per evitare l’inizio dell’udienza al Tribunale di Milano in cui si doveva discutere il durissimo ricorso cautelare urgente che i commissari hanno presentato a novembre come contromossa all’atto di citazione presentato da Mittal che vuole recedere dal contratto firmato a settembre 2018. Con l’accordo firmato, l’udienza sul ricorso è stata rinviata al 7 febbraio. L’intesa raggiunta riguarda la trattativa per la ristrutturazione del contratto originario di affitto e vendita degli stabilimenti e per l’operazione finanziaria di rilancio del polo siderurgico: c’è ancora un mese e mezzo di tempo per trovare l’accordo definitivo.

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Ex Ilva, Conte: “Apertura da Arcelor Mittal, ma non abbiamo incassato alcun risultato”

“Non abbiamo discusso di scudo penale”. Lo ha chiarito il presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante la conferenza stampa a palazzo Chigi, ma nella quale non sono state concesse domande ai giornalisti presenti. “Prendiamo atto che c’è oggi da parte dell’azienda una mutata disponibilità, che c’è stata una grande apertura, fermo restando che non abbiamo incassato nessun risultato”

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Ex Ilva, Conte: “Arcelor Mittal disponibile a un’interlocuzione. Rinvieremo il processo se garantisce la produzione”

L’annuncio arriva dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al termine di 4 ore di trattativa a Palazzo Chigi con l’azienda, in una conferenza stampa stampa, senza che ci sia stata la possibilità di rivolgere domande da parte dei giornalisti. “L’obiettivo è un nuovo piano industriale per questo – ha detto Conte -siamo disposti a concedere un differimento del processo, la cui prima udienza è fissata per il 27 novembre. A condizione che sia garantita l’attività produttiva”

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