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Gli Usa rientrano nell’Accordo di Parigi, ma non solo: tutte le sfide e le promesse di Biden per cancellare la politica di Trump sul clima

Gli Stati Uniti rientrano negli Accordi di Parigi, è ufficiale. E non è l’unico provvedimento che riguarda il clima preso dal neo presidente Joe Biden che, per la prima volta nello studio ovale, ha firmato una quindicina di ordini esecutivi, 13 ordini e due azioni. Oltre ad aver inviato una lettera alle Nazioni Unite, avviando formalmente l’iter per far rientrare gli Usa nell’Accordo entro 30 giorni, Biden ha anche revocato il permesso di costruzione per l’oleodotto Keystone XL, i cui lavori sarebbero dovuti partire la scorsa estate. Quasi 2mila chilometri per trasportare 830mila barili di bitume al giorno dal Canada occidentale fino in Nebraska, dove si sarebbe dovuto collegare al tratto già operativo che arriva fino alle raffinerie del Texas. Ad aprile 2020, però, un giudice ha annullato il permesso per i lavori in Montana, tratto fondamentale per la realizzazione di tutto il progetto, che non aveva tenuto conto dei rischi per le specie protette. Ma Biden ha anche dato disposizioni alle agenzie federali, perché inizi un processo di ripristino delle normative ambientali.

LE NUOVE SFIDE – Insomma, il percorso inverso rispetto a quello fatto da Donald Trump: appena pochi minuti dopo il suo giuramento dal sito internet della Casa Bianca erano sparite le pagine dedicate al cambiamento climatico e alle politiche di Barack Obama e, al loro posto, era comparsa la sezione An American First Energy Plan nella quale veniva ribadita la posizione della nuova amministrazione. Una posizione che si è concretizzata in decine e decine di provvedimenti, alcuni presi anche a ridosso e poco dopo il voto. Si potrà tornare indietro? E, soprattutto, con la sua nuova squadra Biden vorrà (e potrà) davvero smantellare tutto ciò che ha fatto Trump sul fronte ambientale? Il rientro negli Accordi di Parigi è una prima risposta, ma negli ultimi quattro anni sono cambiate molte cose. E ora sono cambiati l’Europa stessa, le relazioni internazionali, la credibilità degli Stati Uniti sul fronte delle politiche climatiche (tutta da ricostruire) e, causa pandemia, le priorità globali.

IL RIENTRO E IL RECUPERO DEI RITARDI – Tra i primi commenti quello del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. “Accolgo con grande favore i passi del presidente Biden per rientrare nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici – ha detto – e unirsi alla crescente coalizione di governi, città, stati, imprese e persone che intraprendono azioni ambiziose per affrontare la crisi climatica”. Ora gli Stati Uniti hanno 30 giorni di tempo per presentare Contributi Nazionali Determinati (Nationally Determined Contributions, NDC), ossia gli obiettivi climatici che si sono dati in maniera autonoma gli Stati aderenti al patto, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio e mantenere la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi Celsius. Entro quel termine, le promesse e i propositi illustrati da Biden in campagna elettorale verranno messi nero su bianco. Se durante il mandato di Obama, sottoscrivendo l’Accordo del 2015, gli Usa si erano impegnati a ridurre entro il 2025 una quota di emissioni pari al 28% rispetto ai livelli del 2005, oggi sono molto lontani da quell’obiettivo: restano responsabili del 14% delle emissioni globali (circa il doppio dell’Europa), secondi dopo la Cina. In campagna elettorale Biden ha annunciato un piano di 2mila miliardi di dollari per incentivare l’energia pulita, costruire 500mila stazioni di ricarica per i veicoli elettrici e nuove case ad alta efficienza energetica. L’obiettivo è quello di raggiungere la carbon neutrality entro il 2050.

IL CAMBIO DI ROTTA E I POSSIBILI OSTACOLI – Biden aveva già annunciato una serie di misure nei primi cento giorni di mandato. E il lavoro non manca, dato che ci sono circa cento regolamenti ambientali da modificare: si va dalle emissioni delle auto all’efficienza energetica degli edifici. Molti di essi vanno semplicemente riportati a come erano prima che Trump vi mettesse mano ma, comunque, dovranno superare l’approvazione di un Congresso molto diverso (e più diviso) rispetto a quello dell’era Obama. Per non parlare dell’ostacolo rappresentato dalle lobby delle industrie e delle fonti fossili che con Trump hanno sempre mantenuto un rapporto di reciproco sostegno. E poi ci sono le relazioni internazionali che negli ultimi quattro anni si sono modificate anche (ma non solo) a causa della politica aggressiva di Trump. E c’è quell’asse Europa-Cina, che oggi gli Usa non possono spezzare. Lo sa bene Biden, che pure ha manifestato la sua contrarietà alla ratifica dell’accordo economico tra Pechino e una Unione Europea impegnata a mantenere un equilibrio. L’altro nodo è quello legato al gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2. Già Trump aveva rimproverato a diversi Paesi Ue la loro dipendenza dal gas russo e varato misure restrittive per colpire le aziende che collaboravano con l’azienda energetica russa Gazprom, parzialmente controllata dallo Stato. A dicembre 2019 una prima tornata di sanzioni aveva fatto desistere la società svizzera impegnata nella posa dei tubi, provocando la sospensione dei lavori per oltre un anno. Proprio in queste ore Anthony Blinken, nominato da Biden segretario di Stato, ha confermato il suo impegno per bloccare il completamento dell’opera ed è prevista a febbraio un’altra stretta che potrebbe colpire diverse società europee. Commentando il rientro degli Usa negli Accordi di Parigi, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato di una “nuova alba negli Stati Uniti”, un momento “che abbiamo atteso a lungo, L’Europa è pronta per un nuovo inizio”. Bisognerà capire se il figliol prodigo sta davvero tornando.

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Inauguration Day, la svolta di Biden non basta a cancellare i danni di Trump

Joe Biden non aveva ancora prestato giuramento come 46esimo presidente degli Stati Uniti che s’era già attrezzato per liquidare l’eredità legislativa di Donald Trump: in realtà, poca cosa. A conti fatti, saranno bastati una decina di decreti, varati all’alba di una nuova era della politica statunitense, che assomiglia, nei volti – un po’ invecchiati -, nei toni, nei principi e negli obiettivi, all’America 2009 di Barack Obama. Il vice di allora promosso leader non ha il carisma del primo presidente nero, ma il richiamo all’unità del discorso d’insediamento ne riecheggia le parole.

Più difficile, per Biden, sarà liquidare l’eredità politica del magnate presidente, quel mix di odio, divisione, scorrettezza pubblica e personale, prosopopea e tracotanza di fronte alla legge che Trump ha esibito per tutto il suo mandato, fino all’apoteosi del 6 gennaio, quando incitò i suoi fan a dare l’assalto al Campidoglio, indicando senza prove i brogli come causa della sua sconfitta elettorale.

Nello strascico di risentimenti e frustrazioni lasciato da Trump, Biden, che a 78 anni è il presidente più anziano della storia Usa, ha dovuto rinunciare, per motivi di sicurezza, ad arrivare a Washington in treno da Wilmington, nel Delaware, per rievocare i suoi 36 anni vissuti da ‘senatore pendolare’: è stato il Secret Service a fargli cancellare il ‘viaggio amarcord’, mentre Guardia Nazionale e polizia trasformavano la capitale federale in una città militarizzata. Trump, invece, se ne va letteralmente ‘in fanfara’: tappeto rosso e 21 colpi di cannone alla Andrews Air Base, prima di imbarcarsi per l’ultima volta sull’AirForceOne, destinazione Mar-a-lago, Florida – nella ‘sua’ New York, non ci vuole tornare e non ce lo vogliono.

Prima di lasciare la Casa Bianca senza avere mai incontrato il suo successore, dopo l’Election Day del 3 novembre e senza averne mai riconosciuto la vittoria, ha tracciato, in un messaggio registrato lunedì e diffuso martedì, un bilancio del suo operato: “Abbiamo fatto quello che volevamo fare e molto di più … Abbiamo costruito la più grande economia nella storia del mondo … Sono particolarmente orgoglioso di essere stato il primo presidente da molti decenni a non avere iniziato nuove guerre … Abbiamo realizzato la Operazione ‘Warp speed’ per lo sviluppo e la distribuzione del vaccino , un miracolo medico”.

Mentre Trump va e Biden arriva, l’epidemia da coronavirus è fuori controllo negli Stati Uniti: oggi, all’alba, il numero dei contagi nell’Unione superava i 24.250.000 e quello dei decessi era già oltre 400mila. Il doppio delle 200mila bandierine piantate sul Mall di Washington per ricordare, nell’Inauguration Day, gli americani che non possono assistervi.

Il più ricco e potente Paese al Mondo, con meno del 5% della popolazione mondiale, ha un quarto dei casi mondiali e un quinto delle morti: ieri sera, al loro arrivo a Washington, Biden e la sua vice Kamala Harris hanno reso omaggio alle vittime della pandemia con una fiaccolata intorno allo specchio d’acqua del Lincoln Memorial.

I progetti di Trump per il futuro sono fumosi – e subordinati all’esito del processo d’impeachment intentatogli dopo l’attacco al Congresso da lui innescato e che ha fatto cinque vittime: restare immanente nella politica Usa, ricandidarsi nel 2024, fondare un nuovo partito, il ‘Patriot Party’… Piani che richiedono impegno, costanza, importanti investimenti di tempo e denaro. Il magnate potrebbe disporre, per realizzarli, della squadra vincente di Usa 2016: ha infatti graziato tutti i suoi consiglieri e collaboratori finiti sotto gli strali della giustizia, anche quelli non ancora condannati, come il guru Steve Bannon, raggiunto in extremis – e contro la sua volontà – da un provvedimento di clemenza preventivo.

L’ultima raffica di grazie (73) e condoni (70) ha complessivamente toccato 143 persone, che vanno ad aggiungersi alle decine già sottratte alla giustizia, fra cui – del team 2016 – Paul Manafort, George Papadopoulos, l’amico Roger Stone, il generale Michael Flynn. Nell’ultima ondata, uomini d’affari come il finanziatore dei repubblicani Elliot Broidy, celebrità e socialites, politici e condannati per reati di droga non violenti, anche un cittadino italiano, l’imprenditore fiorentino Tommaso Buti. Non vi figurano, invece, come s’era ipotizzato, familiari del magnate, che ha pure rinunciato ad ‘auto-graziarsi’ – provvedimento probabilmente illegittimo.

Firmando i decreti che annullano alcune delle decisioni più controverse di Trump, Biden intende imprimere una svolta alla lotta alla pandemia e alla crisi economica da essa generata, ma anche rottamare il più presto possibile l’eredità legislativa di quattro anni di trumpismo: via il divieto d’ingresso negli Usa da alcuni Paesi musulmani, via la misura che permette di separare le famiglie degli immigrati dal Messico; ritorno negli accordi di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici e nell’Organizzazione mondiale della Sanità.

Tra le disposizioni sul fronte della lotta alla pandemia, ci sarà l’obbligo di indossare la mascherina nelle proprietà federali e nei movimenti tra Stato e Stato dell’Unione. Finché l’emergenza sanitaria non superata, ci sarà lo stop agli sfratti e lo slittamento dei pagamenti dei prestiti contratti dagli studenti universitari. E, ancora, stop alle esecuzioni federali (che Trump aveva ripristinato, dopo una lunga moratoria) e stop all’oleodotto Keystone, che Obama aveva già bloccato e Trump ri-autorizzato, e revoca del bando dei transgender nell’esercito.

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Usa, il pericolo non sta solo in ciò che è successo ma anche in quel che viene raccontato

Nell’ottobre del 2017 ho fatto in questo blog un primo riesame dei primi mesi di operato del primo (e più strano) presidente americano che sia riuscito in questo secolo ad entrare nella Casa Bianca senza provenire dalla politica. Lui infatti, anche se si è presentato come rappresentante del Partito Repubblicano, non è mai stato prima un politico, ma un affarista miliardario con forti interessi nel campo immobiliare e nelle sale da gioco di alto livello (il più grande casinò del New Jersey è suo).

Per questo, pur rispettando la sua elezione, formalmente regolare, ma densa di punti interrogativi per quel suo spavaldo modo di fare capace di minimizzare anche problematiche molto serie sul piano economico e sociale, già dopo pochi mesi dalla sua inaugurazione ho deciso di scrivere un post, intitolato Donald Trump, l’alieno alla Casa Bianca che gioca a destabilizzare, e mai è stata così vera questa constatazione come ora che è arrivato il momento del commiato.

E’ certamente comprensibile che a lui dispiaccia essere stato licenziato dopo aver fatto tanto per rimanere altri quattro anni, ma non è il primo a cui capita questo giudizio dagli elettori. Lui invece l’ha presa proprio male e ha pensato di schierare (a dimostrazione che sono stati gli altri a non aver capito) un buon numero di suoi “fans” a protestare fuori dal Campidoglio proprio nel giorno in cui ci si riuniva per approvare il passaggio delle consegne a Biden.

Quello che è avvenuto in quella disgraziata giornata lo hanno visto tutti anche in Italia: un assalto al “Palazzo” del Campidoglio americano che ricordava più l’assalto alla Bastiglia di due secoli fa, quando partì la rivoluzione francese, che la pacifica protesta di sostenitori di un politico sconfitto alle urne. Che poi non si capisce nemmeno di cosa dovrebbero protestare i suoi tifosi (oltre al fatto che proprio lui lo ha chiesto con le sue continue proteste e accuse senza prove).

Tuttavia, da americano espatriato in Italia (dopo essere stato un italiano espatriato in America), non essendo stato per niente sorpreso dai milioni di voti presi da Trump, ho voluto documentarmi un poco anche consultandomi con amici del Texas e leggendo opinioni opposte tra loro scritte da organi di stampa specializzati.

Non mi è possibile per ragioni di spazio riportare interamente i due articoli che ho scelto, ma se conoscete l’inglese potete confrontarli e giudicare da soli. L’articolo It happened in America (E’ accaduto in America) racconta con pieno sdegno l’accaduto, chiedendosi come possa essere successa una cosa del genere proprio negli Stati Uniti, simbolo di libertà e democrazia in tutto il mondo. “Questa è una insurrezione, altro che protesta!” si afferma esplicitamente nell’articolo.

Lo sdegno però ce l’hanno anche quegli altri, quelli che invece addossano tutta la colpa a Joe Biden e ai democratici.

L’articolo Usa, il presidente dimezzato (scritto in italiano da Mario Galardi su Notizie Geopolitiche) dice infatti tutto il contrario e racconta tutte le “manovre” inventate dai democratici (guidati da Biden) per falsare le elezioni mediante milioni di voti rubati o fatti sparire, o di voti duplicati o dati da persone che non ne avevano diritto: logico che poi Trump si senta derubato e privato del suo diritto di continuare a governare per altri 4 anni. Secondo il pezzo, lui avrebbe voluto semplicemente finire il lavoro iniziato e mantenere così tutte le promesse fatte agli americani. La protesta – che lui ha sostenuto ma che sarebbe stata spontanea – voleva quindi solo “informare” il Congresso sull’ingiustizia che stava subendo. Poi purtroppo la cosa sarebbe sfuggita di mano a tutti a causa di qualche esagitato che ha perso il controllo, provocato però da chi voleva persino impedire la protesta.

Beh, se vogliamo fare una comparazione tra i due scritti si vede subito chi fa analisi vera e chi semplicemente simpatizza per Trump.

La colpa dell’irruzione nel Congresso, a giudizio di Galardi, è tutta del fatto che “…è evidentemente mancato il servizio d’ordine, sempre necessario quando si concentrano centinaia di migliaia di persone”. Già qui si può notare l’esagerazione. Quelli che abbiamo visto nel filmato saranno stati al massimo qualche migliaio, non “centinaia di migliaia”.

Subito dopo afferma che l’irruzione ha danneggiato solo Trump che “…aveva invitato a dimostrare pacificamente”. Se fosse vero, Trump, che ovviamente seguiva in diretta a distanza quella sommossa, sarebbe intervenuto subito a ordinare di fermarsi, e loro si sarebbero fermati. Invece è rimasto volutamente zitto per tutto il tempo della gravissima occupazione, che ha fatto tra l’altro quattro morti. Solo alla fine ha detto di “tornare pacificamente a casa”. Credo che basti a capire che i fatti sono raccontati con grande libertà e pochi riscontri con l’accaduto. Ma così è la gran parte dell’informazione oggi.

Non bisogna illudersi però che con l’insediamento di Biden alla Casa Bianca tutto ritorni normale. Trump è stato chiaro su questo punto: organizzerà politicamente i suoi milioni di tifosi, non disperderà quel capitale di consensi faticosamente conquistato, e si ripresenterà tra 4 anni più forte di prima. Attenzione però: la prossima volta non avrà più bisogno dei repubblicani, si presenterà da “indipendente” (non l’ha ancora detto, ma sono sicuro che a quello sta pensando). Ormai anche i repubblicani sono una zavorra per lui. La gente ha votato per lui, non per i repubblicani che lui ha già ridicolizzato nelle primarie del 2016.

Questo modo di raccontare i fatti e queste intenzioni sono già da ora un pericolo serio per la democrazia americana, anche se i prossimi quattro anni saranno governati da Biden.

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Auguri con gaffe per Biden e la moglie, in diretta sulla Abc per la fine del 2020 non riescono a lanciare i coriandoli

Piccola gaffe per il presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden e la moglie Jill. La coppia ha vissuto in diretta su Abc la fine dell’anno, consegnando alla nazione un messaggio di speranza per il 2021. Ma allo scoccare della mezzanotte la moglie Jill non è riuscita a far esplodere i coriandoli. Siparietto divertente per la futura coppia presidenziale.

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Stati Uniti, Biden sceglie Antony Blinken come segretario di Stato. Dall’appoggio a Dukakis negli anni Ottanta all’era Obama, ecco chi è

Antony Blinken sarà il prossimo segretario di Stato americano. L’annuncio ufficiale è atteso per martedì, ma i media Usa hanno anticipato la scelta di Joe Biden per una delle caselle chiave della Casa Bianca. Blinken, che durante l’amministrazione Obama ha già affiancato Biden come consigliere alla sicurezza nazionale e negli ultimi mesi ha sempre supportato il neo-presidente eletto nella sua corsa elettorale, avrà il compito di rilanciare l’America a livello internazionale. La svolta nella politica estera, dopo i 4 anni dell’era Trump, è infatti uno dei pilastri su cui Biden ha intenzione di basare il suo mandato.

Laureato ad Harvard, 58 anni, Blinken è entrato in politica alla fine degli anni Ottanta aiutando Michael Dukakis a raccogliere fondi per la sua campagna elettorale. Ha iniziato la sua carriera al dipartimento di Stato dell’amministrazione Clinton per poi fare il salto durante la presidenza Obama. Ha affiancato Biden sui temi della sicurezza ed è stato nominato vice segretario di Stato. Ha sempre lavorato fianco a fianco al senatore del Delaware, diventando anche direttore dello suo staff alla commissione per gli affari esteri.

Dopo l’esperienza con il ticket Obama-Biden, Blinken ha co-fondato la società di strategia politica WestExec Advisor insieme a un altro ex dell’era Obama, Michele Flournoy. Ora succederà a Mike Pompeo come segretario di Stato, diventando il volto degli Stati Uniti all’estero. La nomina verrà ufficializzata martedì, quando il presidente-eletto nominerà anche il suo consigliere alla sicurezza nazionale e l’ambasciatore americano all’Onu. Jake Sullivan sarebbe stato scelto per il ruolo di consigliere, mentre Linda Thomas-Greenfield è in corsa come ambasciatrice all’Onu.

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Usa 2020, ecco ‘come rubare un’elezione’

Si dice degli Stati Uniti che siano una giovane nazione, anzi una nazione “senza storia” e, allo stesso tempo, si attribuisce loro la qualifica di più antica democrazia repubblicana dell’occidente. Queste due osservazioni, per quanto contraddittorie, contengono elementi di verità e rivelano tensioni del tessuto istituzionale statunitense che queste imminenti elezioni rischiano di esacerbare fino al punto di rottura.

Che gli Stati Uniti non siano privi di storia non è solo un’evidenza cronologica, ma un fatto gravido di conseguenze per molteplici fronti caldi del dibatto sociale contemporaneo. Tra i temi più rilevanti si potrebbero annoverare la furia iconoclasta degli ultimi dieci anni (fenomeno liberticida tipico della sinistra americana), la cronica incapacità di esprimere un giudizio definitivo e interamente indignato sul passato schiavista (fenomeno liberticida tipico della destra americana), infine l’indisponibilità a perseguire ogni serio progetto di giustizia sociale che richieda un contributo economico – anche minimo – da parte del singolo (un nanismo morale per il quale repubblicani e democratici fanno a gara).

Questi punti di stallo del dibattito politico americano non nascono dal nulla, ma sono frutto della storia del paese. Tra i lasciti del passato più pericolosi per le presenti elezioni e potenzialmente esiziali per la democrazia americana, figurano il sistema dei grandi elettori e la piaga del gerrymandering.

Andando con ordine, negli Stati Uniti il presidente non viene eletto direttamente dai cittadini. I votanti di ogni Stato, con le loro preferenze, selezionano i cosiddetti “grandi elettori”, cioè degli individui, in numero variabile a seconda dello Stato, che ricevono la delega dai singoli cittadini a esprimere il loro voto per uno dei due candidati alla presidenza, così come questo è stato determinato al verdetto delle urne.

Questi grandi elettori, in numero di 538, si recano a Washington il primo lunedì successivo al secondo mercoledì di dicembre (sic!) e, riunitisi in assemblea presso la House of Representatives, votano in osservanza alla delega ricevuta dallo Stato di provenienza. Da un punto di vista formale, il presidente degli Stati Uniti viene eletto in dicembre, non in novembre. Tale meccanismo è regolato dal secondo articolo della Costituzione, prima sezione, seconda clausola.

La disfunzione di questo sistema, di per sé già sufficientemente lambiccato, risiede nella mancata corrispondenza percentuale tra numero di votanti e numero di grandi elettori. Questi rapporti percentuali, rimasti sostanzialmente invariati nel corso della storia del paese, fanno sì che il voto di zone densissimamente popolate venga rappresentato da un numero di grandi elettori proporzionalmente molto più basso rispetto a zone a minore densità abitativa, dove gruppi sparuti di cittadini possono inviare a Washington un numero abnorme di grandi elettori.

Il risultato finale consiste nella palese violazione del sacrosanto principio “one man, one vote” ovvero “un uomo, un voto”. A titolo di esempio, è stato calcolato che una preferenza espressa nello Stato di New York (il mio Stato) pesa meno di un singolo voto: per l’esattezza ne vale lo 0,8%. Al contrario, nello Stato rurale del Wyoming il “vote-weight” è pari al 2,97%. È come se un elettore, entrando in cabina, se ne portasse appresso altri due (o quasi).

A questa straordinaria distorsione si aggiunge il cosiddetto gerrymandering, una pratica che prende nome da Elbridge Gerry il quale, nel 1812, in qualità di governatore del Massachusetts, volle ridisegnare la distribuzione di una circoscrizione di Boston per trarne vantaggi elettorali. In sostanza, il gerrymandering consiste nella manipolazione geografica dei confini di un distretto elettorale, al fine di riportare una vittoria anche con un numero minoritario di voti.

Come questo sia possibile risulta evidente da vari schemi illustrativi che circolano in quantità sui media americani. Ne propongo uno di S. Nass che è stato più volte pubblicato dal Washington Post con l’eloquente titolo “How to steal an election”, cioè “Come rubare un’elezione”:

Queste illustrazioni schematiche rivelano croniche distorsioni del sistema elettorale che, unitamente al meccanismo dei grandi elettori, consegna al paese risultati grandemente deformati e divergenti dalla volontà dei votanti. L’architettura che i padri fondatori avevano disegnato per una neonata nazione, largamente dedita all’attività agricola e con una densità di popolazione più uniformemente distribuita, si dimostra inadeguata a rappresentare un quadro socioeconomico così profondamente mutato.

Dopo quasi due secoli e mezzo di vita istituzionale, gli Usa si trovano sull’orlo di un precipizio ed è la tenuta democratica del sistema a essere in pericolo. E così il paese “senza storia” rischia di restare schiacciato sotto i tanti fardelli della propria storia.

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Coronavirus, Trump ricoverato in ospedale: “Sta molto bene, non ha più febbre”. Ancora nessuna previsione sulle dimissioni

Donald Trump “sta molto bene, siamo estremamente contenti dei progressi che ha fatto”, ha detto il medico della Casa Bianca Sean Conley, anche se il presidente americano è ancora ricoverato in via precauzionale in un ospedale militare poche ore dopo che è stata diffusa la notizia della sua positività al coronavirus: è stato trasportato “per precauzione”, come dice la Casa Bianca, al Walter Reed Medical Center, conosciuto come l’ospedale dei presidenti. Trump “continuerà a lavorare da lì”, ha sottolineato la portavoce Kaleygh McEnany. Un’informazione che si collega a un’altra precisazione che la Casa Bianca ha voluto fare: non ci sarà un trasferimento di poteri al vicepresidente Mike Pence. Il presidente è sottoposto ad una terapia sperimentale di anticorpi sintetici ritenuta incoraggiante”, ha detto Conley. Dopo alcune ore è lo stesso Trump a dare un aggiornamento sulle sue condizioni di salute: “Sta andando bene, credo. Grazie a voi tutti, con affetto!!!”, ha scritto su Twitter. Anche la first lady Melania è risultata positiva: ha “tosse leggera e mal di testa”. Il primo effetto sulla campagna elettorale per le presidenziali, in programma tra un mese esatto, è che il suo sfidante democratico, Joe Biden, sta rimuovendo temporaneamente gli spot negativi sul presidente.

Dopo le varie indiscrezioni circolate sulle condizioni di salute del presidente, un team di medici dell’ospedale che lo ha in cura, in un briefing con la stampa, ha precisato che Donald Trump non ha bisogno di ossigeno, respira e cammina regolarmente, i suoi organi sono a posto ed è di eccezionale buon umore. Inoltre, anche la febbre sembra essere scomparsa ed è durata solo 24 ore. Ma è ancora presto per prevedere i tempi della dimissione dall’ospedale, anche se il tycoon ha detto ai medici di sentirsi “come se potessi uscire di qui oggi”.











Era stato lo stesso Trump giovedì in tarda serata ad informare sempre via Twitter il mondo del suo contagio, un paio d’ore dopo aver annunciato di essersi sottoposto al test insieme a Melania e di essere in quarantena in attesa dei risultati del tampone. Un controllo deciso dopo il contagio contratto molto probabilmente da Hope Hicks, la fedelissima consigliera che segue come un’ombra il presidente, in questi ultimi giorni ovunque, anche a bordo dell’Air Force One. Oltre a lei, è risultato positivo nelle scorse ore anche Bill Stepien, il nuovo manager della campagna presidenziale. Lo scrivono Politico e la Bbc, secondo cui Stepien risente di “sintomi lievi di tipo influenzale” e che da ora lavorerà da casa.

Si tratta di una notizia che scuote l’America e fa immediatamente tremare i mercati, aprendo un’incognita sulla parte finale della campagna elettorale, ora seriamente a rischio. Il presidente, 74 anni, “è in grado di continuare a portare avanti i suoi compiti senza alcuna interruzione”, ha subito fatto sapere il suo medico personale. “È al lavoro e resterà al lavoro”, ha assicurato il capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows. I suoi sintomi sono leggeri – il messaggio fatto filtrare fin dall’inizio dall’entourage del presidente – e lasciano sperare in una rapida ripresa. Ma nel frattempo il vicepresidente Pence, a sua volta immediatamente testato e risultato negativo, è stato messo in preallerta, nel caso in cui la situazione dovesse improvvisamente precipitare. Confermato per ora il suo primo ed unico duello tv con la candidata vicepresidente Kamala Harris, mercoledì prossimo in Utah.

Inevitabilmente saltati per il momento tutti gli appuntamenti elettorali delle prossime ore, quando il presidente era atteso ad un evento al Trump Hotel di Washington e poi nello Stato chiave della Florida. Di fatto una sospensione della campagna per la rielezione che a questo punto non si sa quando e se mai potrà riprendere normalmente, a partire dalla partecipazione ai prossimi dibattiti presidenziali del 15 ottobre a Miami e del 22 a Nashville. Con il leader dei senatori repubblicani, Mitch McConnell, che ha avanzato l’ipotesi di confronti da remoto.

Intanto alla Casa Bianca quella tra giovedì e venerdì è stata una notte di angoscia e di paura, nel timore di scoprire un vero e proprio focolaio al suo interno. Con il passare delle ore la preoccupazione si è attenuata, con i test risultati negativi per quasi tutti quelli che in questi ultimi giorni sono stati vicini a Hope Hicks e alla coppia presidenziale: non solo il vicepresidente Pence e la moglie, ma anche Ivanka Trump e il marito Jared Kushner, e i ministri della Giustizia William Barr e del Tesoro Steve Mnuchin. Negativo anche Barron, il figlio quattordicenne di Donald e Melania che vive con loro nella East Wing della residenza presidenziale. Positivo solo un reporter e un membro dello staff che appartiene alla parte più bassa dell’area media.

Diverso è il caso di chi ha partecipato alla cerimonia nel Rose Garden, durante la quale il presidente ha ufficializzato la scelta del giudice Amy Coney Barrett alla Corte Suprema. In totale sono sei i presenti poi risultati positivi al coronavirus: oltre a Trump e alla moglie, si tratta del senatore repubblicano dello Utah Mike Lee, del collega della Carolina del Nord Thom Tillis e del presidente dell’Università di Notre Dame, il reverendo John Jenkins. Nelle ultime ore si è aggiunta anche l’ex consigliera della Casa Bianca Kellyanne Conway. “I miei sintomi sono lievi (un raffreddore)”, scrive su Twitter, “ho cominciato la quarantena“. Positivi anche tre giornalisti accreditati alla Casa Bianca e presenti all’evento.

Positivo un terzo senatore, è Ron Johnson del Wisconsin. Il suo portavoce ha riferito che non ha sintomi per ora, ma la notizia mette in allarme il partito perché comincia ad apparire a rischio la conferma del del giudice Barrett alla Corte Suprema nell’aula del Senato, dove i repubblicani hanno un’esigua minoranza.

Ma ad essere controllato è stato anche Joe Biden, che martedì sera ha condiviso lo stesso palco col presidente nel primo duello tv in Ohio: il candidato democratico, 77 anni, è risultato negativo, così come sua moglie Jill e la sua running mate Kamala Harris. Biden, che dopo gli insulti di martedì sera ha inviato gli auguri di pronta guarigione a Trump, può quindi proseguire tranquillamente la sua campagna elettorale, che lo vede impegnato in Stati chiave e in bilico come il Michigan. “Con il virus non bisogna fare i duri ma portare la mascherina e seguire tutte le altre raccomandazioni delle autorità sanitarie”, ha detto aprendo un comizio a Gran Rapids. La positività di Trump, ha aggiunto, è un “monito corroborante a tutti noi che dobbiamo prendere il virus seriamente”.

Si cerca ora di ricostruire come siano andate le cose. Secondo quanto riportano alcuni media, citando fonti vicine alla campagna elettorale di Trump, la Casa Bianca sapeva della positività di Hicks già da mercoledì sera, tanto che quel giorno di ritorno da un comizio in Minnesota la consigliera avrebbe viaggiato in una cabina separata dell’Air Force One, uscendo poi dalla parte posteriore dell’aereo una volta arrivati alla base di Andrews. Nonostante ciò Trump non si è messo subito in quarantena, ma è volato il giorno dopo in New Jersey per partecipare a un evento per la raccolta fondi. È lì che avrebbe accusato i primi sintomi, con raffreddore e qualche colpo di tosse. La decisione di sottoporsi al test, quindi, solo dopo il rientro in tarda serata alla Casa Bianca. Certo, non era questa la October surprise in cui sperava il presidente americano per imprimere una svolta alla sua campagna durante il rush finale verso il 3 novembre. Saranno i prossimi giorni a dire se The Donald riuscirà ancora una volta a riemergere da una situazione da incubo.

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Libia, la strategia Usa cambierà coi Democratici alla Casa Bianca?

Come potrebbe mutare la strategia americana nel Mediterraneo in caso di vittoria dei Democratici alla Casa Bianca? Se l’amministrazione Trump si è caratterizzata per un sostanziale allentamento delle attenzioni sulla Libia, con posizioni spesso contraddittorie, preferendo altri quadranti come il Medio Oriente e la Cina, quale sarà invece l’indirizzo di Joe Biden in politica estera?

Punto di partenza: il risiko in stile siriano che sta andando in scena, con protagonisti Putin ed Erdogan, su cui i Democratici potrebbero decidere di inserirsi potenziando l’asse atlantico composto da Usa, Inghilterra e Nato in appoggio al governo di Tripoli.

In occasione del discorso pronunciato al Graduate Center al Cuny di New York, Joe Biden ha presentato le sue idee anche in politica estera “per riparare il danno provocato dal presidente Trump e tracciare una rotta sostanzialmente diversa per la politica estera americana per il mondo”.

Ha già detto che l’ambasciata americana in Israele rimarrebbe a Gerusalemme definendo la decisione trumpiana di spostare la base diplomatica da Tel Aviv “miope e frivola”. Pur non essendo stata apertamente menzionata la macro-area mediterranea, è di tutta evidenza come la annunciata discontinuità con l’amministrazione Trump dovrebbe riverberarsi anche su un versante complesso come la Libia (sempre ammesso che la situazione a elezioni finite non sia nuovamente e irrimediabilmente mutata).

Più recentemente Biden ha detto pubblicamente di non essere d’accordo con alcune delle politiche interventiste di Obama, in particolare in Libia, chiedendo al contempo di allentare le sanzioni iraniane, di tornare all’accordo nucleare iraniano e di ristabilire le relazioni con Cuba. Pochi giorni fa il presidente Trump ha chiamato Erdogan per chiedere una rapida de-escalation, dal momento che gli Stati Uniti vogliono evitare che la Libia diventi un’altra Siria.

Ma al di là dell’oggi, il ragionamento tarato sui Democratici va visto in prospettiva sul domani. Se l’imperativo di Biden è compiere un’inversione a U rispetto alle strategie trumpiane, allora è lecito attendersi un nuovo impegno Usa in Libia. L’asse atlantico composto da Usa, Inghilterra e Nato che appoggia il governo di Tripoli di Al-Serraj allora potrebbe vedersi rafforzato da un “uso” diverso della Turchia, che di fatto ha sostituito l’Italia nell’interlocuzione libica.

Al lavoro sul dossier esteri di Biden ci sono una serie di figure tecniche, come Antony Blinken, vicino a Biden da quasi 20 anni, sia quando il candidato dem era nel Comitato per le relazioni estere al Senato sia durante il primo mandato di Obama, quando fu anche vicesegretario di stato. La sua squadra comprende Brian McKeon, i cui legami con il candidato risalgono agli anni ’80, e analisti della sicurezza nazionale che hanno prestato servizio sotto Obama, come Julianne Smith, Colin Kahl, Ely Ratner e Jeffrey Prescott.

L’amministrazione Trump sin dal suo insediamento ha mostrato apertamente uno spiccato disinteresse per il caso libico, in virtù di anni di cosiddetto isolazionismo muscolare caratterizzato esclusivamente dalla lotta al terrorismo in altri versanti del Medio Oriente, accanto alla contrapposizione commerciale e geopolitica con la Cina. Si disse, commentando i primi passi del neoeletto Trump, che in sostanza gli Usa avrebbero proceduto ad una de-responsabilizzazione nel quadrante mediterraneo, per concentrarsi su altri obiettivi considerati prioritari.

Ma verso la fine dello scorso anno, la Casa Bianca è sembrata voler invertire quantomeno quel trend vista la complessità della situazione in Libia. Va ricordato l’incontro dello scorso 24 novembre di una delegazione Usa con il generale Khalifa Haftar, ribadendo il sostegno di Washington alla sovranità e integrità della Libia ma al contempo esprimendo le preoccupazioni a stelle e strisce per lo sfruttamento del conflitto da parte russa (ovvero milizie, risorse petrolifere, Noc, Tripoli).

Dieci giorni prima si era svolto lo Us-Libya Security Dialogue a Washington alla presenza di soggetti aderenti al Government of National Accord, in cui era stata avanzata alla Libyan National Army (Lna) la richiesta di bloccare l’offensiva su Tripoli. Tutti passaggi che non cancellarono le contraddittorie prese di posizione dell’amministrazione Trump sulla Libia.

Si tratta di pillole di rinnovato attivismo, che si legano anche alla contingenza Covid-19, in occasione della quale gli Usa forniranno 6 milioni di dollari di ulteriore assistenza umanitaria alla Libia in risposta alla pandemia. Sono denari che, nelle intenzioni, aiuteranno i funzionari sanitari a prevenire la diffusione della malattia e a rispondere ai bisognosi che hanno contratto la malattia.

Non va sottaciuto però un elemento legato alla oggettiva contingenza, più che alla effettiva strategia soggettiva: chiunque vincerà le elezioni di novembre si troverà ad affrontare una probabile recessione, con un elettorato preso da altri problemi e disinteressato a interventi militari a lungo termine. Una premessa utile a capire quale tipo di politica estera verrà costruita.

@ReteLibia

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Trump ora deve studiarsi le mosse di Sanders e Biden. Ma c’è un terzo avversario da sconfiggere

Donald Trump, il candidato unico per i repubblicani alle prossime elezioni di novembre, per ora sta a guardare. Ormai deve solo studiarsi i due candidati Democratici rimasti in corsa. E per ora se la gode come un mandrillo a guardare tutti quegli altri illusi (una ventina circa da quando sono partiti un anno fa) cadere come birilli al bowling.

Lui non ha bisogno di elaborare spericolate strategie, ha già giocato l’anno scorso la carta vincente (la Flat Tax) che ha drogato l’economia e reso orgogliosi i suoi tifosi. Adesso deve solo tener duro per qualche mese ancora e il gioco sarà fatto per altri quattro anni sicuri alla Casa Bianca.

Non teme nessuno perché, come capacità personali (narcisista, fanfarone, decisionista, spietato) in un confronto diretto, lui si “cucinerebbe” agevolmente sia Joe Biden che Bernie Sanders. Quindi se gran parte degli elettori, come consueto, aspettano il confronto diretto per decidere, stiamo pur certi che Trump vincerà a mani basse. Ancor meglio di come fece quattro anni fa.

Questo non vuol dire che lui è migliore “statista” rispetto ai suoi due avversari, anzi, entrambi sono migliori statisti di lui (con modalità molto diverse, ovviamente); vuol dire solo che lui è molto più bravo di loro nel sapersi vendere a chi ha ricevuto in regalo il gettone per votare (gli elettori). Forse, se dovessero pagarlo si informerebbero meglio sui candidati, prima di spenderlo. E questo è un guaio grosso, per l’America, perché se è vero che i democratici sono quelli che quando governano sembrano sempre spendere di più, perché spendono molto nel welfare (che se non si esagera è sempre una buona spesa), è ancor più vero che nella classifica di chi spende malissimo e lascia enormi debiti da pagare a vincere sono sempre loro, i repubblicani.

Comunque, per battere Trump, i democratici devono puntare (come sembra che già abbiano fatto con Biden nel Super Tuesday di questa settimana) solo sul numero di quelli disposti a votare Dem, non sulla bravura o sul programma di chi potrebbe battere Trump nel confronto diretto. Il programma migliore, visto in tutte le sue sfaccettature, economiche e sociali, e la migliore esperienza e capacità per governarlo sul serio, l’aveva Elizabeth Warren, ma lei è riuscita solo a deragliare Bloomberg, mentre gli altri due l’hanno sorpassata e lasciata per strada.

L’elettorato democratico (se tutti vanno a votare, ed è proprio quello che i repubblicani temono di più) è complessivamente più numeroso di quello repubblicano. Quindi per vincere i democratici devono solo convincere i loro elettori a recarsi alle urne (superando anche i trucchetti normativi che i Rep sempre usano per non farli arrivare). Vedremo stavolta se qualcosa è cambiato almeno a livello strategico.

Dovessero vincere i democratici con Biden difficilmente verrebbero affrontate in modo profondo le riforme più avanzate riguardanti l’economia. La “Modern Monetary Theory” (Mmt) infatti è sostenuta fortemente solo dagli elementi più a sinistra del Partito Democratico, inclusa la Warren, ma lei sarebbe molto prudente nel procedere su quella strada basata su spese stratosferiche ma capaci di sviluppo economico e sociale, lasciando alla Banca Centrale l’onere di frenare quando occorre.

Anche Biden andrebbe un pochino su quella strada, ma molto più moderatamente. Lui invece sarebbe (come è sempre stato) molto più vicino degli altri all’establishment capitalista moderato (Buffet, Dimon, Bloomberg, ecc.). Di Sanders si sa ormai bene che è stato l’unico, negli Usa, a riuscire a “sdoganare” almeno il termine “socialista”, che fino a quattro anni fa era ancora sinonimo di “stalinista”. In realtà non ha niente di stalinista, ma nella patria del capitalismo sarebbe comunque, per l’establishment, l’equivalente di ciò che fu per i Romani l’invasione barbarica.

E’ peraltro molto amato da masse importanti di giovani ipersfruttati e stanchi di vedere un ascensore sociale che quando sale contiene solo pochissimi elementi (il più delle volte già “figli di papà”) mentre quando scende è sempre stracarico di persone che cercano disperatamente di “sbarcare il lunario” in un modello sociale che vede allargarsi solo le due fasce estreme: quella dei poveri, quasi senza protezione; e quella dei ricchissimi, abituali frequentatori dei più noti paradisi fiscali del mondo.

Parlando di America si dovrebbe tornare a parlare delle spericolate politiche estere di Trump, specialmente nel lontano Oriente, che riesce, “un colpo al cerchio e uno alla botte”, a farsi nemici in tutto il mondo invece che amici. Tutti sperano che il popolo americano si svegli e rimandi l’alieno a casa nella sua dorata “Tower Trump”, invece che nella troppo importante Casa Bianca per uno come lui, totalmente allergico alla diplomazia.

A complicare tutte le cose (non solo per lui) è arrivato però adesso il Coronavirus, la pericolosa pandemia che Trump si illude di stoppare come fa coi migranti che arrivano dal lungo confine col Messico, con la perfida autorità dei padroni vecchio stampo e con lunghissimi muri che danno più fastidio agli americani di frontiera che agli immigranti.

Ma con la Sanità che si ritrova, costosissima e che fa di tutto per affondare sempre di più (sperando così di recuperare qualche miliarduccio speso un po’ maldestramente l’anno scorso) sarà proprio impossibile che ci riesca, perché questo virus ha già contagiato mezzo mondo e può essere mortale se il paziente non è curato presto e in modo adeguato.

Ma se i milioni di clandestini che ha già in casa prendono il virus, chi li cura visto che loro non possono frequentare normalmente le salatissime strutture ospedaliere? Lo faranno, per non morire, solo quando avranno la febbre alta, ma a quel punto, quante persone avranno già infettato? Trump (sentito oggi in tv) tranquillizza garantendo che ci penserà il caldo a sterminare il virus. Auguri! Se il caldo, come è probabile, non basterà a fermare il virus, lo aspetta un finale come quello di Bush nel 2008.

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Usa 2020, paura per Joe Biden: contestatrice sale sul palco e interrompe il comizio. Il video

Il candidato alle primarie democratiche Joe Biden, attualmente in testa ai sondaggi, stava per cominciare il suo discorso di chiusura per il Super Tuesday da Los Angeles quando una contestatrice pro-vegan è salita sul palco con un cartello di protesta contro l’industria casearia. Gli uomini della sicurezza l’hanno presa di forza e allontanata.

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