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Roma: ucciso con un colpo di pistola alla testa Diabolik, ultras leader degli ‘Irriducibili’ Lazio. L’agguato al Parco degli Acquedotti

Un’esecuzione in piena regola nel parco degli Acquedotti, in zona Tuscolana, alla periferia di Roma. Uno sparo a distanza ravvicinata, alle spalle, ha ucciso il 53enne Fabrizio Piscitelli detto Diabolik, ultras leader degli Irriducibili della Lazio, implicato in precedenza in una vicenda di droga. Il proiettile lo ha centrato alla testa trapassandolo all’altezza dell’orecchio sinistro. Sul posto è arrivata la Squadra Mobile, agli ordini di Luigi Silipo, che starebbe sentendo un testimone dell’accaduto, colui che ha lanciato l’allarme. Ad indagare sull’omicidio saranno anche i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia. In procura, a Roma, è stato aperto un fascicolo di indagine, al momento a carico di ignoti, coordinato dal pm di turno esterno e da quello della Dda. Secondo quanto riporta ilmesssaggero.it, Piscitelli aveva un appuntamento con una persona che lo stava aspettando in auto. Ma mentre si stava avvicinando è stato raggiunto da un uomo, travestito da runner, che ha sparato. A dare l’allarme è stato un passante. “Io sto qui, aspetto mio fratello”, ripete sotto choc Angela, la sorella di Piscitelli, in via Lemonia a pochi passi dal luogo dell’omicidio. Immobile, sorretta dagli amici dice piangendo: “Mi hanno chiamato tutti, si sta mobilitando il mondo per mio fratello, stanno venendo tutti”.





Piscitelli ha anche avuto diversi problemi con la legge. In passato è finito in manette per droga. Arrestato dalla Guardia di Finanza nell’ottobre del 2013, dopo una breve latitanza, con l’accusa di essere promotore e finanziatore di un traffico internazionale di sostanze stupefacenti, 3 anni fa si è visto confiscare dai finanzieri beni per due milioni di euro. È stato coinvolto in diversi procedimenti penali, tra cui la vicenda di estorsione ai danni del presidente della Lazio Lotito per il quale è stata emessa nel febbraio del 2015 una sentenza di condanna per “tentata e reiterata estorsione aggravata”.

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Omicidio Fabrizio Piscitelli, chi era Diabolik: dalla curva della Lazio alle accuse per traffico di droga fino all’estrema destra romana

Si era preso la Curva Nord, suo regno incontrastato da anni, e aveva anche tentato di prendersi la Lazio. Nel mezzo, l’arresto per traffico di droga, diversi precedenti, la presunta guida della batteria di Ponte Milvio che avrebbero avuto rapporti con Michele Senese e Massimo Carminati, e il sequestro di 2 milioni di euro della Guardia di Finanza. E poi gli ambienti di estrema destra che frequentava, oltre a diverse iniziative ispirate all’antisemitismo. La carriera criminale di Fabrizio Piscitelli, conosciuto con il soprannome di Diabolik, leader degli Irriducibili Lazio ucciso vicino al Parco degli Acquedotti mercoledì pomeriggio, prende il via oltre 20 anni fa. Ben prima della sua affermazione, nei primi anni Duemila, come capo ultras biancoceleste.

Nel 2013 venne arrestato dopo un mese di ricerche in un appartamento alla periferia di Roma, dove si nascondeva dai finanzieri. L’accusa nei suoi confronti era quella di essere a capo di un gruppo criminale che gestiva un traffico di droga internazionale tra l’Italia e la Spagna. Nel covo venne trovato anche un arsenale che avrebbe potuto essere utilizzato per gli scontri allo stadio. Due anni dopo, nel 2015, fu condannato in primo grado, insieme ad altri tre capi ultrà della Curva Nord, a 3 anni e 6 mesi per il tentativo di scalata alla Lazio. Un’inchiesta che coinvolse anche l’ex leggenda biancoceleste, Giorgio Chinaglia. Un anno dopo le Fiamme Gialle gli sequestrarono beni per 2 milioni di euro, compresa una villa a Grottaferrata. Un immobile che poi fu soggetto a revoca della confisca da parte della Cassazione.

Il nome di Diabolik è legato a tante altre azioni messe a segno dagli Irriducibili, gruppo ultrà vicino agli ambienti di estrema destra e autore di una lunga contestazione nei confronti dell’attuale presidente della Lazio, Claudio Lotito. Nel febbraio 2015, era stato condannato in primo grado per “tentata e reiterata estorsione aggravata” proprio nei confronti del patron biancoceleste. Il 30 gennaio del 2000, in occasione di Lazio-Bari nell’annata dello scudetto vinto da Sven Goran Eriksson, fecero il giro del mondo le immagini dello striscione esposto in Curva nord in “onore alla tigre Arkan”: il riferimento era a Zeljko Raznatovic, criminale di guerra serbo accusato di genocidio e crimini contro l’umanità, morto in quei giorni.

Nel 2017 proprio gli Irriducibili finirono nella cronaca per aver affisso adesivi di chiaro stampo antisemita che ritraevano Anna Frank con la maglia giallorossa nella Curva Sud dei cugini romanisti. E, appena un anno fa, fece scalpore un volantino, a firma del sedicente “direttivo Diabolik Pluto” (due capi ultrà), che vietava alle di stare nelle prime dieci file della Curva Nord, considerato un “luogo sacro” della tifoseria biancoceleste. “Chi sceglie lo stadio come alternativa alla spensierata e romantica giornata a Villa Borghese – era l’accusa – andasse in altri settori”.

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Juventus, manca Sarri al valzer-panchine. Milan e Roma alla disperata ricerca di un’identità: scelti Giampaolo e ‘Zorro’

C’è almeno un aspetto in cui la Juventus non si sta comportando da Juventus: la scelta del nuovo allenatore. I bianconeri aspettano ancora la firma di Maurizio Sarri che prima deve dirimere le complicate questioni burocratiche per rescindere il suo contratto con il Chelsea. Nel frattempo, l’arrivo di Antonio Conte all’Inter ha ravvivato un mercato, quello delle panchine, da cui dipenderanno inevitabilmente i sogni estivi dei tifosi italiani. Le strategie del Milan, per esempio, ruoteranno intorno alla figura di Paolo Maldini che l’ad Gazidis ha voluto come direttore tecnico: l’ex capitano rossonero punta su Marco Giampaolo, l’allenatore della Sampdoria, per far partire un nuovo ciclo. Nella Capitale, la Lazio ha deciso di proseguire con Simone Inzaghi, mentre la Roma è forse quella che, ancora più della Juve, naviga a vista. Negli ultimi giorni però ha preso quota il nome di Paulo Fonseca, il portoghese ora allo Shakhtar Donetsk.

Si diceva dei bianconeri: nei fatti l’avventura di Sarri al Chelsea è al capolinea, nonostante la vittoria in Europa League. Il tecnico non ha gradito l’ambiente che si è creato intorno a lui negli ultimi mesi e i Blues hanno già pensato al sostituto: Franck Lampard. Alla Juventus, che ha smentito ogni altra trattativa, tocca però pazientare: serve un accordo a tre che coinvolga i due club e l’allenatore, magari includendo anche qualche trattativa di mercato. Poi il ds Paratici avrà il via libera per plasmare il nuovo undici bianconero in base alle esigenze del Sarrismo: i primi nomi sarebbero Mauro IcardiSergej Milinković-Savić.

Il Milan invece sembra aver trovato la quadra dopo il repulisti di fine stagione che ha portato agli addii di Gattuso e Leonardo. Maldini, il superstite della cura Gazidis, avrà in mano le chiavi dell’area tecnica e ha individuato in Giampaolo il tecnico in grado di seguire le rigide regole dell’amministratore delegato: tanti giovani, rosa da valorizzare per costruirsi un futuro e poter contare su importanti plusvalenze. Insomma, se l’allenatore ora alla Sampdoria – alla quale ha già comunicato la possibilità di un addio – dovesse scegliere la panchina rossonera, il suo compito non sarà molto diverso da quello finora svolto a Genova: dare un gioco riconoscibile e ottenere il massimo anche da giocatori ancora tutti da scoprire.

Come o peggio del Milan, anche la Roma cerca in fretta una nuova identità, dopo una stagione finita allo sfascio. Per molti giorni è stato in auge il nome di Roberto De Zerbi che è piaciuto quest’anno sulla panchina del Sassuolo. Ma ora pare quasi certo l’arrivo di Paulo Fonseca: il tecnico portoghese ha ottenuto i miglior risultati nelle ultime stagioni con lo Shakhtar Donetsk, altra squadra abituata a scoprire talenti e poi rivenderli. A questo aggiunge un carisma importante: resta celebre la sua comparsa travestito da Zorro in conferenza stampa dopo aver battuto il Manchester City nel dicembre 2017 in Champions League.

Chi non cambierà è invece la Lazio: alla fine Claudio Lotito ha deciso di confermare Simone Inzaghi allungandogli il contratto e portandolo a circa 2 milioni a stagione (più bonus). Il tecnico sarebbe stato convinto dalla prospettiva di un mercato che sarà comunque di rinnovamento, dopo il ciclo chiuso con la vittoria della Coppa Italia. Di conseguenza, resterà a Bologna quasi sicuramente Sinisa Mihajlovic, da molti affiancato ai biancocelesti: ha ricevuto garanzie di una rosa che non sarà più solo da salvezza.

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Roma, tensioni fuori dall’Olimpico prima della finale di Coppa Italia. Cariche e auto della municipale in fiamme

Scontri fuori dello stadio Olimpico tra tifosi laziali e Polizia prima della finale di Coppa Italia tra i biancocelesti e l’Atalanta. Le forze dell’ordine hanno utilizzato lacrimogeni e l’idrante per disperdere un centinaio di ultras che cercavano lo scontro con i bergamaschi. Nel corso dei disordini è stata data alle fiamme una macchina della Polizia Municipale prima che fosse ripristinato l’ordine.

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Il governatore Nicola Zingaretti nomina direttrice la funzionaria a processo per truffa ai danni della Regione Lazio

Dirigente della Regione Lazio, imputata nell’ambito di un processo per truffa nei confronti del suo stesso ente – che si è pure costituito parte civile – sulla cui testa pende una richiesta di condanna di 10 anni di carcere. Nonostante questo, il 22 gennaio 2019 Tiziana Petucci è stata nominata dal governatore Nicola Zingaretti a capo della Direzione regionale per lo Sviluppo Economico, le Attività Produttive e Lazio Creativo, incarico per il quale è previsto un compenso di circa 155mila euro l’anno più l’indennità di risultato. Ad accorgersi della possibile inopportunità della nomina è stata proprio la Lega, sulla scorta dei paragoni con il caso dell’ex sottosegretario Armando Siri che ha tenuto banco per giorni nella politica nazionale. Il capogruppo in consiglio regionale, Orlando Tripodi, il 3 maggio scorso ha depositato un’interrogazione urgente al presidente della Regione. “L’incarico è stato scelto su valutazione dei curriculum, si sarebbe andati incontro a possibili richieste di risarcimento danni in caso di assoluzione”, spiegano dalla Regione Lazio.

L’INCHIESTA SAN RAFFAELE – La vicenda che coinvolge la dirigente Petucci riguarda l’inchiesta della Procura di Roma sulla presunta truffa da 163 milioni di euro ai danni del sistema sanitario del Lazio. Fra i principali imputati per associazione a delinquere, ci sono il deputato di Forza Italia, Antonio Angelucci, e suo figlio Giampaolo. L’accusa è quella di aver dato vita a una complessa organizzazione mirata a garantire l’impunità della casa di cura San Raffaele di Velletri, convenzionata con la Regione. Oltre ad Angelucci padre e figlio, sono imputate altre 13 persone tra dirigenti della casa di cura e funzionari regionali e per ognuna di loro sono stati chiesti 10 anni di carcere. Fra questi c’è, appunto, Tiziana Petucci – all’epoca dei fatti dirigente dell’Area sistemi di finanziamento – che insieme ad altri due colleghi risponde di falso ideologico e abuso d’ufficio. La Regione Lazio si è costituita parte civile nel procedimento. La sentenza è prevista per il prossimo 26 giugno. Le circostanze penali sono state riassunte del capogruppo leghista nelle premesse dell’interrogazione, ma per “motivi di privacy” sul sito del Consiglio regionale del Lazio il testo presentato appare in parte omissato.

LA REGIONE: “C’E’ PRESUNZIONE INNOCENZA” – IlFattoQuotidiano.it ha chiesto conto della vicenda all’ufficio stampa della Regione Lazio. “La selezione per il posto da direttore Sviluppo Economico – spiegano da via Cristoforo Colombo – è avvenuta attraverso la valutazione dei curriculum. I criteri oggettivi del bando hanno determinato come la dottoressa Petucci fosse la più titolata ad occupare quel ruolo fra i dirigenti interni che hanno risposto. La dirigente è una dipendente della Regione Lazio e finché non si conclude il processo esiste la presunzione d’innocenza. Se l’avessimo discriminata per questo, in caso di assoluzione avrebbe potuto rivalersi sull’Ente aprendo anche scenari di danno erariale. Se la dottoressa Petucci dovesse essere condannata, la Regione prenderà tutti i provvedimenti di legge del caso”. La versione non convince il sindacato dei dirigenti, il Direr. “Ormai non si contano più i direttori apicali nominati da Zingaretti su cui pendono accuse in fase istruttoria o addirittura dibattimentale – dice la segretaria Roberta Bernardeschi – Anche l’Anac ha censurato le scelte del presidente, che ormai fa come gli pare. La Regione ha la facoltà di legge di tenere i dirigenti imputati per reati così gravi al minimo sindacale, con incarichi che comunque sfiorano i 100mila euro l’anno”. Critica anche la Lega, che ha presentato l’interrogazione: “Nicola Zingaretti si scopre garantista e giustizialista a seconda della convenienza. Qui c’è una dirigente imputata che rischia una condanna a 10 anni, contro cui la Regione si è pure costituita parte civile, che viene addirittura promossa. Noi siamo garantisti, ma non si poteva attendere la sentenza del 26 giungo? Perché le ha conferito un incarico quinquennale?”, attacca Tripodi, sollecitato dal responsabile regionale Sanità, Luisa Regimenti, e dal dirigente regionale del partito, Fabrizio Santori.

E IN CAMPIDOGLIO PRONTO NUOVO CASO SERINI – Intanto anche in Campidoglio sembra esserci un problema simile. Riguarda Fabio Serini, presidente dell’Ipa, Istituto Previdenza Assistenza del Comune di Roma, a processo per traffico d’influenze insieme al suo “sponsor”, Luca Lanzalone – entrambi hanno chiesto il rito abbreviato – nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio dell’As Roma. Dopo che nel marzo scorso la sindaca Virginia Raggi ha respinto le sue dimissioni, il 2 aprile scorso Serini ha firmato personalmente la determina che proroga l’impegno di spesa da 32.552 euro per il suo compenso fino al prossimo 25 maggio. E a quanto filtra da ambienti capitolini, l’incarico dovrebbe proseguire almeno fino a tutto il mese di luglio.

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Coppa Italia, trionfa la Lazio: Milinkovic Savic e Correa piegano l’Atalanta in finale

I gol di Milinkovic Savic e Correa nel finale di partita piegano l’Atalanta di Gianpiero Gasperini e consegnano la Coppa Italia 2019 alla Lazio di Simone Inzaghi. Il serbo entrato da pochi minuti nel finale di una gara tiratissima all’82′ trova lo stacco di testa che batte Gollini per l’1-0 e al 90′ l’argentino in contropiede sigla il 2-0 finale. E’ la settima Coppa Italia per la Lazio, mentre l’Atalanta dovrà ancora aspettare per ripetere il successo datato 1963.

E’ stata una gara tesa, combattuta e tirata sotto la pioggia quella andata in scena allo stadio Olimpico di Roma tra Lazio ed Atalanta per la Finale di Tim Cup. Gara è stata preceduta da scontri tra supporter biancocelesti e forze dell’ordine, con cariche e idranti in zona Ponte Milvio, dove due vigili urbani sono rimasti feriti e la loro auto è stata incendiata.

L’Atalanta parte bene e già al 1′ Gomez si invola in contropiede ma il tiro viene bloccato a terra da Strakosha. Nei primi minuti Gomez molto pericoloso e Marusic dopo un corpo a corpo manda a terra l’argentino, ma per l’arbitro Banti è tutto regolare. La Lazio prende le misure e al 13′ duetto tra Correa e Luis Alberto, tiro di quest’ultimo all’ingresso in area e palla deviata in angolo. La squadra di Inzaghi si rende ancora pericolosa poco dopo, al 23′ Lulic effettua un cross sul secondo palo dove svetta Leiva, che di testa manda fuori. L’occasione più grossa capita però all’Atalanta al 26′: in mischia arriva la girata di De Roon che complice una deviazione anche con la mano di Bastos finisce sul palo, poi un altro tiro rimpallato, quindi il colpo di testa finale di Zapata che termina al lato di poco.

La difesa biancoceleste non convince appieno Inzaghi che al 34′ cambia inserendo Radu per Bastos già ammonito. Al 36′ Correa sfida Masiello in contropiede, l’attaccante della Lazio cade vicino all’area. Solo ammonito Masiello. Gara viva con diversi capovolgimenti di fronte. Al 40′ Ilicic serve Zapata che stacca sotto misura e mette alto di testa. Nel finale di primo tempo Correa serve Immobile, ma in area il centravanti vince un rimpallo ma subisce il rientro di Palomino che manda in angolo.

Ad inizio ripresa subito una bella azione dell’Atalanta. Zapata fa da sponda al limite dell’area per una bordata di Castagne, ma Strakosha blocca terra in due tempi. Inzaghi cambia anche in avanti e al 66′ entra Caicedo per Immobile. Passano pochi minuti e Correa fila via su un errore di Djimsiti, ma Palomino arriva come un treno in scivolata e anticipa in angolo il numero 11.

Al 76′ cross di Gomez dopo una insistita azione nerazzurra in area, palla che scheggia l’incrocio dei pali della porta di Strakosha. Il tecnico della Lazio a questo punto manda in campo Milinkovic Savic al posto di Luis Alberto. Scelta felice di Inzaghi, con il serbo che dopo pochi minuti, all’82′ porta in vantaggio la Lazio: da calcio d’angolo il serbo svetta e di testa trova il vantaggio con il pallone che si infila nell’angolino alla sinistra di Gollini. La squadra di Gasperini tenta il tutto per tutto ma rischi ancora: Correa salta Djimsiti, si presenta davanti a Gollini che in uscita bassa compie una grande parata.

L’Atalanta spinge e si espone al contropiede della Lazio. Al 90′ calcione di Caicedo dalla sua area nello spazio, Correa è più veloce di Freuler, lo punta, lo salta, mette a sedere Gollini e scarica un tiro ravvicinato che Gosens tenta disperatamente di respingere senza riuscirvi per il 2-0 finale che regala la gioia della vittoria della Coppa Italia e la qualificazione europea nella prossima stagione ai tifosi della Lazio.

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Coppa Italia, scontri fuori dall’Olimpico prima di Lazio-Atalanta: polizia carica e spara lacrimogeni

Scontri fuori allo stadio Olimpico a Roma quando mancano poco meno di due ore dal fischio d’inizio, previsto alle 20.45, della finale di Coppa Italia tra Lazio e Atalanta. La polizia, schierata in assetto antisommossa, ha risposto con cariche e usando sia idranti che lacrimogeni per provare a disperdere i gruppi di ultras laziali che hanno lanciato almeno 30 bombe carta, oltre a sampietrini, fumogeni e bottiglie di birra all’indirizzo delle forze dell’ordine.

È anche stata data alle fiamme una vettura della polizia locale nella zona di Ponte Milvio: l’auto è stata colpita – a quanto si apprende – da un molotov e un vigile è rimasto ferito a un occhio. Almeno 10 persone sono state fermate da carabinieri e polizia per essere identificate dopo diversi tentativi di sparpagliare i tifosi violenti. Grazie all’intervento dei reparti mobili, la tensione è calata attorno alle 19.45 dopo oltre mezz’ora di scontri.

La Digos romana, come spiegato nelle scorse settimane da Ilfattoquotidiano.it, temeva che in occasione della finale le rispettive tifoserie organizzate potessero cercare lo scontro: i rapporti si sono deteriorati nell’ottobre scorso, quando decine di tifosi bergamaschi si sono mescolati ai “gemellati” dell’Eintracht Francoforte, rendendosi responsabili di raid ai danni di quelli biancocelesti sia nel match di andata in Germania che in quello di ritorno nella Capitale il 13 dicembre.

Per questo il Viminale, in vista dell’arrivo di circa 23mila tifosi da Bergamo, ha disposto imponenti misure di sicurezza con oltre 20mila uomini impegnati per la gestione dell’ordine pubblico nella Capitale e lungo tutto il tragitto dei pullman in partenza dalla Lombardia.

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