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Caro Giorgetti, adesso basta: è ora di tagliare i fili alla marionetta

Appello ufficiale a quello che tutti definiscono il vero capo della Lega: se è vero che tu sei quello buono, quello europeista e liberale, quello che parla con gli imprenditori, allora, caro Giancarlo Giorgetti, falla finita. Eh sì, adesso davvero basta. Metti a cuccia il tuo burattino cattivo, quel Matteo Salvini che continua imperterrito a fare il suo gioco sporco contro il governo del Paese. Quello che ogni giorno, ogni santissimo giorno, alza il dito accusatore, critica a priori ogni mossa dei ministri “non leghisti”, agisce come se la Lega fosse un corpo estraneo nel governo. Come se fosse un parassita. Ecco sì, un vero e proprio parassita che assorbe energie positive per trasformarle in facile consenso.

La cosa che non si capisce è come Mario Draghi non abbia capito il gioco meschino di Salvini in questa fase così delicata. Creare più caos e confusione possibili per poi, una volta arrivati alle elezioni, passare all’incasso del consenso dei tanti sfiniti da una crisi sanitaria ed economica senza fine. Stare al governo, parlare da oppositore: ecco lo sporco giochetto di Matteo Salvini. Che solo quello sa fare, del resto, perché – lo abbiamo visto – di governare non è capace.

E allora, caro Giorgetti, se è vero quello che fai trapelare della tua strategia, se è vero che sogni una “Buona Lega”, finalmente europeista, magari incardinata nella grande famiglia popolare, se è vero che presto sancirai il divorzio da pericolosi compagni di strada come i peggiori estremisti di destra, allora questo è il momento di staccare la spina all’uomo degli elenchi senza senso e senza costrutto, allora è giunto il momento di tagliare i fili alla (tua?) marionetta Salvini.

O lo fai adesso, o evidentemente il personaggio che ti sei cucito addosso è solo una maschera per prendere in giro l’Europa, gli imprenditori e (soprattutto) i tanti italiani perbene che credono alla tua narrazione positiva e costruttiva.

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La giustizia è un campo minato per il governo: così l’asse Renzi-Salvini mette nel mirino le riforme e i soldi del Recovery

La giustizia è divisiva. Divide maggioranze e fa cadere i governi. Sarà la giustizia, con tutta probabilità, la prima prova vera dell’esecutivo di Giuseppe Conte dopo la defezione di Italia viva. Il 27 gennaio al Parlamento arriverà la relazione del guardasigilli, Alfonso Bonafede: Camera e Senato dovranno quindi votarla. Per allora o la maggioranza sarà stata messa in sicurezza, o questa volta la coalizione di governo rischia di andare sotto. Dopo l’astensione sul voto di fiducia dei giorni scorsi, infatti, Matteo Renzi intende far votare i suoi parlamentari insieme a quelli di Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Già nell’inverno scorso più volte i renziani votarono col centrodestra in commissione con l’obiettivo di affossare la riforma della prescrizione di Bonafede. E se il 20 maggio del 2020 l’ex leader del Pd aveva alla fine votato la fiducia al guardasigilli – messo sotto accusa dall’opposizione per la gestione delle carceri durante la prima ondata di coronavirus e per lo scontro col pm Nino Di Matteo – questa volta Renzi potrebbe collaborare a costruire un vero e proprio terreno minato per l’esecutivo proprio sulla giustizia. Sempre che senatori e deputati d’Italia viva intendano seguire il loro leader contro la maggioranza di cui fa parte il Pd, partito da cui proviene la maggior parte di loro.

I soldi del Recovery e la giustizia: ce lo chiede l’Europa – I risultati di questa ennesima mano di poker potrebbero essere pericolosi. E non solo per la maggioranza di Conte. Nella sua relazione, infatti, Bonafede ripercorrerà quanto fatto nel 2020, quando al governo c’era pure Italia viva. Ma riassumerà anche le linee guida per il 2021. Vuol dire essenzialmente quanto è contenuto nel Recovery plan, che stanzia quasi 3 miliardi di euro proprio per la giustizia. Soldi che serviranno soprattutto – 2,3 miliardi – per assumere magistrati, cancellieri, dipendenti che fanno parte del personale tecnico. In totale si tratta di 16mila persone che avranno come obiettivo quello di eliminare l’arretrato che grava sui giudici, velocizzando i processi. Soldi che l’esecutivo non vuole spendere nei tribunali per libera scelta. Tutti i Recovery plan dei Paesi Ue, infatti, devono rispettare i rigidi paletti fissati dalla Commissione europea. Regole necessarie per assicurare che i 750 miliardi del Next generation Eu raggiungano gli obiettivi stabiliti da Bruxelles. Ma non si tratta solo di “paletti” generali: ogni Paese è anche tenuto a proporre misure con cui “affrontare efficacemente” i punti deboli rilevati dal Consiglio nelle sue raccomandazioni specifiche pubblicate ogni anno. Per l’Italia la lista è lunga: al primo posto c’è la lentezza della giustizia, soprattutto quella civile. Secondo l’ultima stima del Cepej, la commissione europea per l’efficacia della giustizia del consiglio d’Europa, in alcuni casi i processi più lenti dell’intera Unione sono quelli che si celebrano nei tribunali italiani.

La relazione Bonafede e le riforme – Un voto contrario alla relazione di Bonafede, dunque, paralizzerebbe una parte importante del Recovery. “Sulla riforma della giustizia di Bonafede non pensiamo nulla di buono”, dice Davide Faraone, capogruppo al Senato di Italia viva, confermando la linea dettata dal suo leader. Se i renziani dovessero votare insieme al centrodestra, il rischio di andare sotto per il governo a Palazzo Madama è concreto. Anche perché ha già annunciato di votare No anche Mario Michele Giarrusso, ex senatore grillino ora nel gruppo Misto. “Preannunciano un voto contrario a una relazione che non hanno ancora letto”, si sfogava mercoledì Bonafede, che giovedì invece ha scelto la via del silenzio. Consapevole che al fianco del voto del Parlamento sulla sua relazione, c’è anche un altro potenziale problema: il lavoro delle commissioni di Camera e Seanto sulle riforme del processo penale e civile, del Csm e della tanto discussa prescrizione. Sono le riforme “abilitanti” di sistema, cioè quelle che il governo deve fare per forza se vuole ottenere i fondi del Recovery. Le raccomandazioni della Commissione Ue per il 2019-2020, infatti, per l’ennesima volta chiedevano al nostro Paese un intervento su alcuni aspetti del nostro sistema giudiziario. A cominciare dalla “riduzione della durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio” per proseguire con la “riduzione del carico della sezione tributaria della Cassazione” la “necessità di semplificazione delle procedure“, fino alla “repressione della corruzione“. Vuol dire che per velocizzare iter burocratici e processi non basta assumere personale: bisogna modificare i procedimenti. Insomma: è l’Europa che chiede a Roma la riforma della giustizia come condizione fondamentale per avere i fondi del Recovery.

Commissioni a rischio senza i renziani – È quello che ha fatto il governo durante il 2020, quando della maggioranza facevano parte anche i ministri d’Italia viva, come fanno notare da via Arenula. Complice anche la pandemia, tutti quelle riforme – processo civile e penale, Csm, prescrizione – sono ancora bloccate nelle commissioni di Senato e Camera. Dove senza i renziani la maggioranza rischia di avere qualche problema. A Montecitorio finirebbe 23 a 23, con il regolamento che prevede – in caso di pareggio – la bocciatura di ogni proposta. A Palazzo Madama il risultato sarebbe anche peggiore: 13 a 12 per l’opposizione, col voto del renziano Giuseppe Cucca che sarebbe decisivo. “Attendiamo di leggere la relazione prima di dare un giudizio compiuto”, dice l’esponente di Italia viva. Mario Perantoni, presidente M5s della commissione Giustizia della Camera, avverte: “Le riforme – dice – sono parte integrante del Piano nazionale di resilienza e ripresa, sarebbe un gravissimo errore ostacolarle”.

Un campo minato – Il percorso, infatti, è pieno di mine. Proprio nella commissione presieduta da Perantoni giace il ddl di riforma del processo penale. Al suo interno ha anche la riforma della prescrizione, tema che ha infiammato la maggioranza per mesi. Nel gennaio del 2020, infatti, è entrato in vigore lo stop dopo il primo grado di giudizio varato con la riforma Spazzacorrotti. Una norma osteggiata da Renzi, che avrebbe già voluto far cadere l’esecutivo nell’inverno scorso. Alla fine, dopo una serie di lunghissimi vertici notturni, la maggioranza aveva trovato la quadra con il cosiddetto “lodo Conte“: una mediazione che inseriva due meccanismi diversi della prescrizione a seconda che gli imputati siano stati condannati o assolti alla fine del processo di primo grado. Quella norma è arrivata insieme a tutta la riforma del processo penale sul tavolo della commissione nell’agosto scorso. A dicembre sarebbe scaduto il termine per produrre emendamenti ma i renziani, spalleggiati dall’opposizione, hanno chiesto più tempo. Adesso il nuovo termine è fissato per il primo giorno di febbraio: fino ad allora la riforma è dunque esposta a tentativi di agguato dell’opposizione.

Riforme insabbiate – Ancora più complesso è l’iter della riforma del processo civile, che giace addirittura da un anno sul tavolo della commissione giustizia del Senato, presieduta da Andrea Ostellari della Lega. È per questo motivo che, durante le sue comunicazioni a Palazzo Madama, Conte ha risposto infastidito al capogruppo del Carroccio: “Il senatore Romeo, della Lega, chiedeva dei disegni di legge sulla giustizia: sono alla commissione Giustizia del Senato che è sotto un presidente del suo partito. Cerchiamo tutti di dare un’accelerazione”. Sul tavolo della commissione Affari costituzionali della Camera, invece, c’è la proposta di legge d’iniziativa popolare per la separazione delle carriere in magistratura. Il relatore è Francesco Paolo Sisto di Forza Italia, contraria è ovviamente la maggioranza. Che rischia di diventare minoranza se Italia viva dovesse votare col centrodestra, collaborando a minare tutto il terreno delle riforme giuridiche.

D’altra parte è proprio sulla giustizia che era caduto il governo gialloverde. Nell’estate del 2019 la Lega decise di rompere l’alleanza con i 5 stelle per scongiurare – tra le altre cose – l’entrata in vigore dell’odiata riforma sulla prescrizione. La stessa osteggiata aspramente da Italia viva. Diciassette mesi e una epidemia dopo l’inedito asse Salvini- Renzi può saldarsi per la prima volta. Su che cosa? Sulla giustizia, ovviamente.

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“È un governo dai piedi di balsa…”: il leghista Bagnai cita Elio e le Storie Tese in Senato – Video

“Tutti i presidenti lamentano l’assenza di interlocuzione di questo governo. Quale spinta ideale, l’unico ideale era unirsi contro Matteo Salvini. All’arrivo del malloppo è iniziata la corsa della spartizione, anche i fratelli europei non hanno fiducia in voi. Abbiamo di fronte a noi un governo che, citando un altro poeta, ha i piedi di balsa inventore di una storia falsa che campa sulla menzogna”. Il senatore Alberto Bagnai nel suo intervento in Senato ha citato gli Elio e le Storie Tese prima del voto di fiducia al governo Conte.

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Salvini dai senzatetto? A Natale siamo tutti più buoni, non smemorati

di Monica Valendino

Anche nel Natale più amaro dal dopoguerra arriva un piccolo sorriso targato Matteo Salvini. Il capitone della Lega ha sfidato il recente Dpcm che vieta l’uscita di casa agli italiani nei giorni festivi per un atto caritatevole che, come lo stesso ha definito, è una buona abitudine che ogni anno compie.

Nei panni di un Babbo Natale postmoderno (peccato, la felpa con la scritta non c’era), il numero uno del Carroccio è andato a portare doni e pasti ai senzatetto di Milano. Chissà perché c’erano già le telecamere pronte a riprendere tanta generosità e tanto sberleffo alle leggi che da senatore della Repubblica dovrebbe rispettare, visto che sono state varate per la salvaguardia della salute pubblica e non per sfizio autoritario di qualcuno.

Ma tant’è, e non importa nemmeno se per uno strano caso del destino un pacco viene recapitato maldestramente a una ignora signora che per sua fortuna un tetto e una casa ce l’ha, visto che si trovava nel suo cortile. Ma una gaffe può succedere. Come quella del vicesindaco di Trieste Paolo Polidori, che nel 2019, proprio sotto Natale, ha scritto sulla sua pagina Facebook di aver liberato un angolo di via Giosuè Carducci — una delle strade principali del centro città — dagli stracci di un senzatetto in nome del decoro cittadino.

Decoro che anche a Como ha voluto la Lega in prima linea: “Un cancello anti-senzatetto all’ex Chiesa di San Francesco”, la proposta del febbraio scorso in uno dei luoghi cittadini dove si accampano alla meno peggio gli ultimi tra gli ultimi.

A Ventimiglia, il sindaco della Lega Gaetano Scullino sempre quest’anno voleva spostare sul lungomare una fontana locata presso il Parco Tommaso Reggio, usata frequentemente dai senzatetto della città per provvedere all’igiene personale.

Da ovest a est ecco il sindaco di Udine, Pietro Fontanini, sempre in nome del decoro urbano tanto caro alla Lega, rilanciare una vecchia idea già attuata a Bergamo nel 2014: le panchine in centro con divisori per impedire che i clochard ci possano dormire.

Ma non finisce qui, avrebbe detto il buon Corrado. Perché se i luogotenenti si lasciano prender la mano (sono ragazzi!), Matteo Salvini in persona si fa prendere la penna e mette giù nero su bianco nel 2018 una proposta di legge che ha la chiara intenzione di cambiare radicalmente la posizione di una minuscola fetta di popolazione italiana, da nullatenenti a criminali. Secondo Salvini, i mendicanti, i barboni, i senzatetto dovrebbero rischiare l’arresto: da 3 mesi a un anno, a seconda del “fastidio” che danno al vicinato.

Ma siamo a Natale e siamo tutti più buoni, ma non smemorati. E nemmeno ipocriti visto che la festa per la nascita di Gesù dovrebbe ricordare uno dei suoi precetti, ‘dar da bere agli assetati’, non metterli in prima pagina per sfruttare la loro immagine per fini elettorali. E tanto meno mostrare sempre il rosario, visto che Gesù ha ammonito: “Chi è fedele nel poco lo è anche nel molto e chi è disonesto nel poco lo è anche nel molto”. Ma forse non conosceva Salvini. Amen.

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Quando Salvini diceva: “Fuori dalle palle chi cambia partito, basta con gli Scilipoti e i Verdini”

“Se vieni eletto in Parlamento con quel partito e poi cambi partito, te ne vai a casa e ti togli dalle palle. Basta con questa cosa del vincolo di mandato. Sennò poi ti trovi gli Scilipoti e i Verdini“. È il 2 agosto del 2016 e Matteo Salvini, insieme a Daniela Santanchè, Raffaele Fitto e Ignazio La Russa, sta chiudendo la festa della Lega Nord in Romagna, a Cervia. Il segretario del Carroccio, in un passaggio del suo discorso, se la prende coi cosiddetti “cambia casacca”, i parlamentari che escono da un gruppo per aderire a un altro.

Lo scorso anno, però, ci fu la fuoriuscita dal M5s dei senatore Ugo Grassi, Francesco Urraro e Stefano Lucidi, accolti a braccia aperte da Salvini. A fine novembre l’ex ministro dell’Interno aveva detto, rivolto agli esponenti del Movimento: “Di Maio e Grillo hanno svenduto il cambiamento. La Lega è aperta ai loro eletti”. E ieri è stato il turno di tre deputati di Forza Italia, che hanno aderito al Carroccio: si tratta di Federica Zanella, Maurizio Carrara e Laura Ravetto, ex sottosegretaria del governo Berlusconi e azzurra dal 2006.

Video Facebook/Lega-Salvini premier

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Per qualcuno il diritto al lavoro viene prima di quello alla salute. Non può essere così

La nostra società tende a ragionare intuitivamente sempre in modo utilitaristico. Cioè? Un comportamento o una scelta politica moralmente giusti sono quelli che producono benessere (misurato in felicità, bene per sé) per il maggior numero possibile di persone. Stringendo il campo, proviamo a ridurre il quadro ai soli cittadini di uno Stato, ad esempio l’Italia.

Bene, il deputato leghista Claudio Borghi ieri ha deliberatamente deciso che per i cittadini italiani il benessere da garantire è dato dal diritto al lavoro, non dal diritto alla salute. Un ribaltone abbastanza scioccante se pensiamo che chiunque di noi sceglierebbe di vivere senza lavorare, piuttosto che morire senza essere curato, per quanto entrambi gli scenari siano spaventosi.

Questa prevaricazione di un diritto costituzionale sull’altro sembra viaggiare sullo stesso binario delle recenti dichiarazioni del presidente della Liguria, Giovanni Toti: chi non è utile alla produttività del paese di certo va protetto, ma – in soldoni – non è indispensabile. Prima il lavoro, prima l’economia, poi tutto il resto. La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro, argomenta Borghi in aula. Dato di fatto su cui è impossibile controbattere.

Di certo, però, la Costituzione non poteva prevedere una pandemia di portata mondiale, né tantomeno avrebbe potuto contenere una clausola del tipo: “mi raccomando, se per caso centinaia di migliaia di persone dovessero morire improvvisamente, non esitate a usare le misure di contenimento, altrimenti a lavorare non resterà più nessuno”. Non è possibile fare una scaletta di importanza dei diritti costituzionali, è già complicato per la Giurisprudenza in una situazione normale, figuriamoci nell’eccezionalità del periodo che stiamo vivendo.

Nessuno dice che sia semplice rinunciare a una parte del lavoro. È un sacrificio immane di cui lavoratori e famiglie subiranno le conseguenze per anni e dal quale l’economia del paese sarà danneggiata. Ma non c’è alternativa. Se ci fosse, che interesse avrebbe il governo a ignorarla? Il dissenso che si è alzato contro i Dpcm si fonda sul pensiero che la famosa “casta” non abbia a cuore gli interessi dei cittadini.

Ma qui non parliamo di singole categorie, non parliamo neanche di minoranze. Parliamo delle ricadute su un intero paese e sul suo tessuto economico-sociale: davvero pensiamo che se ci fosse una soluzione limpida ed efficace il governo sceglierebbe di farne a meno per il gusto di infierire sui suoi cittadini? A che pro?

Si possono criticare i provvedimenti del governo, io per prima lo faccio, ma non con i presupposti di Borghi. Da mesi stiamo compiendo uno sforzo dopo l’altro per proteggerci a vicenda. Abbiamo ottenuto dei risultati e poi ci siamo ricascati, incapaci di creare una rete di protezione per l’autunno. E nonostante ciò, qualcuno oggi senza problemi dice che il lavoro viene prima della salute. Non può essere così.

In questo caso, per una questione meramente temporale e non di importanza di principio, prima siamo obbligati a tutelare la salute perché l’emergenza ci chiede di agire in fretta, poi tuteliamo il lavoro mettendo in campo tutte le forze economiche possibili per proteggere le fasce più a rischio. Uno Stato democratico non può permettersi di sacrificare delle vite in nome del lavoro, dell’economia o di qualunque altra cosa.

Deve fare il possibile per salvarle tutte poiché il loro valore da un punto di vista laico non è misurabile, perciò non è accettabile che in un’aula istituzionale si parli della salute dei cittadini in questi termini. Stiamo parlando di vita o di morte, maggioranza e opposizione dovrebbero lavorare avendo in comune questo punto di partenza.

Dobbiamo entrare in una nuova ottica: imparare a ritenere momentaneamente vantaggiose delle regole che ci sfavoriscono in prima persona. È l’unica strada per ritagliarsi lo spazio necessario per poter ragionare su tutti gli altri problemi. Se saremo costantemente sull’orlo del baratro dal punto di vista sanitario, avremo sempre la sensazione che il diritto al lavoro o all’istruzione siano in secondo piano.

Sforziamoci per far rientrare l’emergenza, perché nella consapevolezza di star facendo tutto il necessario sarà più facile riportare al centro i diritti e le tutele per i cittadini. E quando parlo al plurale, intendo che le misure messe in campo non devono valere solo per gli aperitivi, i cinema e la buonanima della movida, ma coinvolgere tutte le aziende e i datori di lavoro. Il diritto al lavoro deve corrispondere anche al diritto a lavorare in sicurezza (o da casa, se possibile), che a Confindustria piaccia oppure no.

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Trento, regge la roccaforte Pd: la Lega che da 2 anni governa in Provincia fallisce il sorpasso in città. Vittoria del sindacalista Cgil Ianeselli

Appena due anni fa la Lega festeggiava la conquista del Trentino. L’onda lunga del consenso per Matteo Salvini era arrivata fino alle due Province autonome, con il Carroccio secondo partito dietro la Svp anche a Bolzano. Oggi quell’onda sembra essersi arrestata. A Trento, città che dopo Tangentopoli e la fine della Dc è sempre stata governata da una coalizione di centro-sinistra, il Pd regge e perfino migliora il risultato del 2015: l’ex sindacalista della Cgil Franco Ianeselli vince al primo turno, superando le preferenze che aveva ottenuto il sindaco uscente Alessandro Andreatta. Il candidato del centrodestra, l’avvocato Andrea Merler, si ferma poco sopra il 30 per cento.

È sopratutto il voto di lista a far comprendere la portata della frenata leghista: due anni fa, quando Maurizio Fugatti venne eletto presidente della Provincia, il partito di Salvini a Trento città prendeva il 23,3%. Oggi la lista del Carroccio sfiora appena il 14 per cento. Il Pd invece regge, confermando di fatto il 18% preso due anni fa.

“Erano in ballo due idee di città per un’elezione sì amministrativa, ma che è anche stata un’elezione politica”, ha detto Ianeselli dopo l’elezione spiegando che “da una parte c’è che chi ha giocato costantemente sulla paura, addirittura era diventata la paura del sindacalista”. Gli avversari, ha aggiunto, “hanno costantemente detto che Trento è una città allo sbando, una città al collasso, hanno detto qualcosa che non è nel cuore dei trentini”.

Ianeselli ha quindi criticato frontalmente il Carroccio: “Per nove mesi ho ricevuto attacchi di ogni tipo, con candidati leghisti che mi hanno definito un piccolo uomo, con quei manifesti orribili affissi in città in maniera illegale il giorno del voto”. Ma, ha concluso, “se qualcuno pensava che i trentini si lasciassero convincere da chi ha agitato paure e spettri che non ci sono, beh i trentini hanno dato la risposta che vediamo e che ci rende orgogliosi”.

L’arretramento nelle urne registrato a Trento è stato simile anche a Bolzano: nel 2018 alle provinciali la Lega era primo partito con il 27,8%, riuscendo anche nell’impresa di battere la Svp con cui oggi governa in Provincia. Nella stessa città due anni dopo si andrà al ballottaggio tra il sindaco uscente del centrosinistra Renzo Caramaschi e Roberto Zanin, candidato del centrodestra. La lista della Lega ha dimezzato il proprio consenso passando al 13,4%. Il Pd, con il 12,7%, è rimasto più indietro ma ha migliorato di qualche punto percentuale il risultato di due anni fa.

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Bielorussia, il Parlamento Ue vota contro Lukashenko e la Lega si astiene. Dov’è la notizia?

Sondaggio: è notizia che il Parlamento europeo chieda sanzioni Ue contro il presidente bielorusso Alexander Lukashenko e condanni le violente repressioni delle proteste popolari che vanno avanti da oltre un mese? O è notizia che la Lega si sia astenuta, mentre M5s, Pd, Fi, Fdi e tutti quanti erano a favore?

A parer mio, non fa notizia né l’una cosa né l’altra: il Parlamento europeo non poteva non dire la sua su quanto sta avvenendo in un Paese ai confini dell’Unione, dove si combatte una battaglia per la democrazia; e la Lega non poteva schierarsi contro il presidente russo Vladimir Putin, stella polare – e magari pure ufficiale pagatore – della sua politica estera (e lo ‘zio Vladi’ è il nume protettore del despota bielorusso).

L’enfasi sul voto del Parlamento e lo scandalo sull’astensione della Lega sono, dunque, esagerati ed antefatti, a mio avviso. La risoluzione, adottata con 574 sì, 37 no e 82 astensioni, lascia il tempo che trova, perché le decisioni di politica estera dell’Unione europea devono essere adottate dal Consiglio dei Ministri degli Esteri dei 27.

L’Assemblea ha respinto i risultati ufficiali delle presidenziali bielorusse del 9 agosto, elezioni che si sono svolte “in flagrante violazione di tutti gli standard riconosciuti a livello internazionale “. Quando il mandato di Lukashenko – “leader autoritario” – scadrà, il 5 novembre, il Parlamento non lo riconoscerà più come presidente del Paese.

L’occasione per tradurre gli auspici del Parlamento in decisione dei 27 potrebbe esserci dopo che il “ministro degli Esteri” Ue Josep Borrell e i ministri degli Esteri dei Paesi dell’Unione avranno visto, lunedì, a Bruxelles, Svetlana Tikhanovskaya, leader dell’opposizione bielorussa, che sarà ricevuta anche dal presidente dell’Assemblea David Sassoli.

Illusorio ipotizzare che Lukashenko faccia passi indietro, dopo avere avuto a Soci l’avallo esplicito di Putin. Il ministero degli Esteri bielorusso valuta “esplicitamente aggressiva” e “non costruttiva” la risoluzione del Parlamento di Strasburgo. “Siamo delusi – dice in una nota – che gli eurodeputati non siano riusciti a trovare la volontà politica di guardare al di là del proprio naso e di superare l’unilateralità e non diventare ostaggio dei luoghi comuni”. Faccia tosta diplomatica? Minsk ha l’appoggio di Mosca e non avverte pressioni da Washington, poco attenta alle vicende bielorusse.

Noi Occidentali – ammesso che abbia ancora un senso parlare di “Noi Occidentali” – abbiamo smesso di volere esportare la democrazia sulle punte delle baionette: dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando l’avevamo, anzi l’avevano – loro, gli Alleati – difesa da nazismi e fascismi, non c’è stato nessun tentativo del genere andato a buon fine, da Cuba al Vietnam, dall’Afghanistan all’Iraq.

Ora, abbiamo la tentazioni di provarci con le sanzioni, cominciando sempre da Cuba al Venezuela, dall’Iran alla Russia. Ma non è che funzioni molto meglio. C’è il rischio che la Bielorussia si riveli un altro buco nell’acqua. L’esempio, che in fondo giocò un ruolo nella caduta del comunismo, potrebbe funzionare meglio, specie al tempo della globalizzazione e della comunicazione istantanea, alias “villaggio globale”.

Ma qui casca l’asino, anzi il leader: Lukashenko e Putin e pure il cinese Xi Jinping e molti altri satrapi autoritari saranno pessimi, dal punto di vista della democrazia, ma se l’Occidente offre modelli cospirazionisti alla Trump o negazionisti alla Bolsonaro c’è poco da sperare nell’esempio; anzi, c’è da sperare che i nostri “eroi” non siano contagiosi, politicamente parlando.

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Lucia Azzolina sui passaggi copiati in relazione di tirocinio. Lei: “Non è tesi di laurea né plagio”. Ma non entra nel merito del testo

La neoministra della Scuola, Lucia Azzolina, risponde e si difende dall’offensiva della Lega che ha chiesto le sue dimissioni, dopo l’articolo uscito su Repubblica e firmato dal linguista e critico letterario Massimo Arcangeli che evidenzia come alcuni passaggi delle prime tre pagine della sua tesi per l’abilitazione all’insegnamento siano stati copiati. Una ricostruzione che ha scatenato i membri del Carroccio che, ha spiegato Azzolina senza però entrare nel merito dei contenuti, ignorano un aspetto: “Non è né una tesi di laurea né un plagio”. E a Matteo Salvini risponde: “Non sa distinguere tra una tesi di laurea e una relazione di fine tirocinio”.

Arcangeli, che è anche docente all’Università di Cagliari, scrive che “più o meno la metà” di quello che è scritto nelle prime tre pagine – le uniche disponibili online del suo lavoro – “è il risultato di un plagio”. I testi contestati rispetto al lavoro di 41 pagine sono tre: il primo è preso dal “Dizionario di psicologia” di Galimberti, il secondo, che riguarda il ritardo mentale, è tratto dal “Trattato italiano di psichiatria” edito da Masson nel 1992, mentre il terzo è una ripresa del “Diagnostic and statistical manual of mental disorders“. In nessuno dei passaggi contestati il testo è riportato tra virgolette, né viene citata la fonte. “Passaggi saccheggiati senza essere nemmeno menzionati”, scrive Arcangeli.

Dopo la pubblicazione dell’articolo, il leader del Carroccio era subito passato all’attacco dell’esponente del Movimento 5 Stelle: “Fare peggio del ministro Fioramonti sembrava impossibile. E invece Azzolina ci stupisce: non solo si schiera contro i precari ma ora scopriamo che copia pure le tesi di laurea. Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa”.

“Non fatevi prendere in giro, non è né una tesi di laurea, né un plagio – è la risposta di Azzolina agli attacchi della Lega – Ho sentito tantissime sciocchezze in queste ore, d’altra parte non mi stupisce che Salvini non sappia distinguere una tesi di laurea da una relazione di fine tirocinio Ssis (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario). Non ha mai studiato in vita sua e sarebbe strano se le distinguesse”.

Dal fronte leghista, però, di attacchi ne sono arrivati diversi. “Ora facciamo come la Germania, dove Guttenberg, nel 2011, si dimise – ha scritto su Twitter il senatore della Lega Alberto Bagnai, facendo riferimento al ministro della Difesa tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg, che si era dimesso dopo lo scandalo della sua tesi dottorato copiata senza citare le fonti – Avete vilipeso il vostro Paese dipingendolo come un focolaio di corruzione? Ora seguite i vostri modelli”. Sul caso interviene anche il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari: “Che dice il Movimento 5 Stelle in merito alle rivelazioni di stampa che accuserebbero di plagio la loro ministra Azzolina? Perché è calato il silenzio, oggi, nel partito che ha sempre gridato allo scandalo e additato, Azzolina in primis, come mostri gli avversari politici nel nome della trasparenza e dell’onestà? Se ha qualcosa da dire Azzolina lo dica, altrimenti chieda scusa e si faccia da parte”.

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Manovra, le accuse in Aula alla ministra Bellanova. Molinari attacca: “Distratti fondi per Xylella? È reato”. Bagarre alla Camera

Tensione in aula alla Camera per la vicenda dei fondi per i territori colpiti dalla Xylella, dopo che si è diffusa la notizia di un post di Barbara Lezzi, ex ministra M5a per il Sud, riferito alle asserite intenzioni della ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, di spostare 40 milioni di euro destinati agli agricoltori. “Vorremmo che Bellanova venisse in Aula a spiegarci, perché il fatto attiene alla legge di Bilancio ed è di una gravità enorme” ha dichiarato Riccardo Molinari, della Lega. Analoga richiesta richiesta è venuta dai banchi di Fratelli d’Italia, da parte di Francesco Lollobrigida. “Onestà, onestà”, hanno urlato le opposizioni dai banchi.

“Il fatto che una ex ministra, membro di maggioranza, abbia dichiarato che l’attuale ministra all’Agricoltura avrebbe distratto fondi pubblici, destinati alle aree colpite dalla Xylella, a favore di un Gal di cui sarebbe presidente il suo segretario, è un fatto gravissimo perché si tratta dell’accusa di un reato” ha aggiunto Molinari.

L’articolo Manovra, le accuse in Aula alla ministra Bellanova. Molinari attacca: “Distratti fondi per Xylella? È reato”. Bagarre alla Camera proviene da Il Fatto Quotidiano.

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