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Libia, la strategia Usa cambierà coi Democratici alla Casa Bianca?

Come potrebbe mutare la strategia americana nel Mediterraneo in caso di vittoria dei Democratici alla Casa Bianca? Se l’amministrazione Trump si è caratterizzata per un sostanziale allentamento delle attenzioni sulla Libia, con posizioni spesso contraddittorie, preferendo altri quadranti come il Medio Oriente e la Cina, quale sarà invece l’indirizzo di Joe Biden in politica estera?

Punto di partenza: il risiko in stile siriano che sta andando in scena, con protagonisti Putin ed Erdogan, su cui i Democratici potrebbero decidere di inserirsi potenziando l’asse atlantico composto da Usa, Inghilterra e Nato in appoggio al governo di Tripoli.

In occasione del discorso pronunciato al Graduate Center al Cuny di New York, Joe Biden ha presentato le sue idee anche in politica estera “per riparare il danno provocato dal presidente Trump e tracciare una rotta sostanzialmente diversa per la politica estera americana per il mondo”.

Ha già detto che l’ambasciata americana in Israele rimarrebbe a Gerusalemme definendo la decisione trumpiana di spostare la base diplomatica da Tel Aviv “miope e frivola”. Pur non essendo stata apertamente menzionata la macro-area mediterranea, è di tutta evidenza come la annunciata discontinuità con l’amministrazione Trump dovrebbe riverberarsi anche su un versante complesso come la Libia (sempre ammesso che la situazione a elezioni finite non sia nuovamente e irrimediabilmente mutata).

Più recentemente Biden ha detto pubblicamente di non essere d’accordo con alcune delle politiche interventiste di Obama, in particolare in Libia, chiedendo al contempo di allentare le sanzioni iraniane, di tornare all’accordo nucleare iraniano e di ristabilire le relazioni con Cuba. Pochi giorni fa il presidente Trump ha chiamato Erdogan per chiedere una rapida de-escalation, dal momento che gli Stati Uniti vogliono evitare che la Libia diventi un’altra Siria.

Ma al di là dell’oggi, il ragionamento tarato sui Democratici va visto in prospettiva sul domani. Se l’imperativo di Biden è compiere un’inversione a U rispetto alle strategie trumpiane, allora è lecito attendersi un nuovo impegno Usa in Libia. L’asse atlantico composto da Usa, Inghilterra e Nato che appoggia il governo di Tripoli di Al-Serraj allora potrebbe vedersi rafforzato da un “uso” diverso della Turchia, che di fatto ha sostituito l’Italia nell’interlocuzione libica.

Al lavoro sul dossier esteri di Biden ci sono una serie di figure tecniche, come Antony Blinken, vicino a Biden da quasi 20 anni, sia quando il candidato dem era nel Comitato per le relazioni estere al Senato sia durante il primo mandato di Obama, quando fu anche vicesegretario di stato. La sua squadra comprende Brian McKeon, i cui legami con il candidato risalgono agli anni ’80, e analisti della sicurezza nazionale che hanno prestato servizio sotto Obama, come Julianne Smith, Colin Kahl, Ely Ratner e Jeffrey Prescott.

L’amministrazione Trump sin dal suo insediamento ha mostrato apertamente uno spiccato disinteresse per il caso libico, in virtù di anni di cosiddetto isolazionismo muscolare caratterizzato esclusivamente dalla lotta al terrorismo in altri versanti del Medio Oriente, accanto alla contrapposizione commerciale e geopolitica con la Cina. Si disse, commentando i primi passi del neoeletto Trump, che in sostanza gli Usa avrebbero proceduto ad una de-responsabilizzazione nel quadrante mediterraneo, per concentrarsi su altri obiettivi considerati prioritari.

Ma verso la fine dello scorso anno, la Casa Bianca è sembrata voler invertire quantomeno quel trend vista la complessità della situazione in Libia. Va ricordato l’incontro dello scorso 24 novembre di una delegazione Usa con il generale Khalifa Haftar, ribadendo il sostegno di Washington alla sovranità e integrità della Libia ma al contempo esprimendo le preoccupazioni a stelle e strisce per lo sfruttamento del conflitto da parte russa (ovvero milizie, risorse petrolifere, Noc, Tripoli).

Dieci giorni prima si era svolto lo Us-Libya Security Dialogue a Washington alla presenza di soggetti aderenti al Government of National Accord, in cui era stata avanzata alla Libyan National Army (Lna) la richiesta di bloccare l’offensiva su Tripoli. Tutti passaggi che non cancellarono le contraddittorie prese di posizione dell’amministrazione Trump sulla Libia.

Si tratta di pillole di rinnovato attivismo, che si legano anche alla contingenza Covid-19, in occasione della quale gli Usa forniranno 6 milioni di dollari di ulteriore assistenza umanitaria alla Libia in risposta alla pandemia. Sono denari che, nelle intenzioni, aiuteranno i funzionari sanitari a prevenire la diffusione della malattia e a rispondere ai bisognosi che hanno contratto la malattia.

Non va sottaciuto però un elemento legato alla oggettiva contingenza, più che alla effettiva strategia soggettiva: chiunque vincerà le elezioni di novembre si troverà ad affrontare una probabile recessione, con un elettorato preso da altri problemi e disinteressato a interventi militari a lungo termine. Una premessa utile a capire quale tipo di politica estera verrà costruita.

@ReteLibia

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Libia, più soldi al governo Sarraj per chiudere i centri di detenzione per migranti: la bozza delle modifiche al Memorandum

Richieste di chiusura dei centri di detenzione in cambio di finanziamenti, senza però forzature e con un linguaggio attento a non urtare la sensibilità della controparte libica. Nella bozza della rinegoziazione del Memorandum Italia-Libia sui migranti diffusa da Avvenire si legge il tentativo del governo di Roma di limitare, fino arrivare alla chiusura delle strutture stesse, il ricorso alla detenzione nei centri diventati famosi per i soprusi, le minacce, le estorsioni, le torture e le uccisioni da parte delle milizie che li controllano.

Nel documento si parla, ad esempio, di “rilascio di donne, bambini e altri individui vulnerabili dai centri e alla chiusura di quei centri che, in caso di ostilità, siano più direttamente esposti al rischio di essere coinvolti nelle operazioni militari”. Provvedimenti, questi, che non vengono però indicati come urgenti o immediati, così da rendere impossibile stabilire le tempistiche. Inoltre, le strutture di detenzione vengono definite sempre “centri d’accoglienza”, mentre le inchieste giornalistiche degli ultimi anni hanno raccontato di luoghi più simili a dei lager, sovraffollati, dove acqua e cibo scarseggiano, così come l’accesso alle cure sanitarie di base, mentre abbondano le violenze dei carcerieri. A tutto questo, anche per giustificare le richieste del governo italiano, non si fa cenno.

Nel documento, composto da 8 articoli, si legge anche che si dovranno “avviare programmi di sviluppo, attraverso iniziative capaci di creare opportunità lavorative ‘sostitutrici di reddito’ nelle regioni libiche colpite dai fenomeni dell’immigrazione irregolare, traffico di esseri umani e contrabbando”, ammettendo implicitamente che proprio il traffico e lo sfruttamento dei migranti nei centri rappresentano una delle principali fonti di guadagno per i gruppi che operano nell’area.

Il processo di chiusura delle strutture dovrà essere accompagnato dal “pieno e incondizionato accesso agli operatori umanitari, che potranno rafforzare l’attività di assistenza umanitaria a favore dei migranti e delle comunità ospitanti”, impedendo invece l’entrata nei centri “del personale che non abbia adeguate credenziali in materia di diritti umani”.

In cambio, “l’Italia si impegna a sostenere finanziariamente, con corsi di formazione e con equipaggiamento la guardia costiera del Ministero della Difesa (libico, ndr)”, lasciando aperta anche la possibilità di un supporto degli “organi e dipartimenti competenti del Ministero dell’Interno”, anch’esso dotato di una propria milizia navale. Inoltre, “la Parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della prevenzione e del contrasto all’immigrazione irregolare e delle attività di ricerca e soccorso in mare e nel deserto. Le Parti si impegnano a sostenere le misure adottate dall’Unhcr-Acnur e dall’Oim nel quadro del piano d’azione per l’assistenza ai migranti in Libia e la Parte libica assumerà ogni utile iniziativa per facilitarne l’attuazione”. Ma di questo, scrive il quotidiano, le agenzie Onu citate non sono state informate.

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Crozza-Minniti e Crozza-Gentiloni commentano al telefono l’accusa di aver negoziato con i trafficanti di esseri libici

Maurizio Crozza nel corso della puntata di Fratelli di Crozza – in onda tutti i venerdì in prima serata sul Nove- si sdoppia per dare voce alla coppia Minniti/Gentiloni intenti a commentare al telefono, come nella scena cult di “Harry ti presento Sally”, il servizio di Paolo Pagliaro in cui vengono accusati di negoziazione con i trafficanti libici.

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Migranti, “Libia non è porto sicuro e nel Centro soccorsi non parlano inglese. Ma Stato di bandiera e di sbarco collaborino”

Su un punto, professori e avvocati che si occupano ogni giorno di questioni legate al soccorso in mare, non hanno dubbi: “La Libia, oltre a non essere un porto sicuro, è anche difficile da considerare come un vero e proprio Stato, in questo momento. E ovviamente non è in grado di fornire una reale assistenza in mare”. La violazione dei protocolli che regolano le procedure di soccorso, sostengono, sono evidenti: “Basta un aspetto per capirlo: l’Mrcc, il centro di coordinamento dei soccorsi libico, non ha nemmeno personale in grado di parlare inglese”, spiega la docente di diritto internazionale Francesca De Vittor, animatrice del dibattito scientifico La politica dei porti-chiusi: questioni di legittimità e responsabilità nazionale e internazionale organizzato all’Università Cattolica di Milano.

La lingua non è proprio un dettaglio, considerando che l’Mrcc si deve confrontare con equipaggi internazionali e autorità di altri Paesi in situazioni di emergenza. “Di fatto la Libia dice di fare cose che non fa, ma gli altri Stati rimangono a guardare”, continua la De Vittor. Ovviamente, la prima a doverne rispondere sarebbe l’Italia: “Quelle persone stanno bussando alle nostre porte, chiedono aiuto al confine: cos’è quella se non giurisdizione italiana?”. Ma questo non deve far dimenticare che quando si tratta di soccorso in mare, la parola centrale per gli esperti rimane cooperazione: “La concorrenza dello Stato di bandiera con lo Stato di sbarco deve portare a un aiuto”, dice Cesare Pitea, che si occupa di diritto internazionale e diritti umani all’Università di Milano. “È difficile stabilire cosa uno Stato debba fare o no in materia di cooperazione, quello che si può fare è provare a stabilire cosa invece è in contrasto con questo principio, come ad esempio sottrarsi alla redistribuzione di quei migranti sul proprio territorio”. 

Da una parte la legittimità della sbarco, dall’altra la responsabilità giuridica degli Stati, che non può limitarsi a quello in cui approdano le navi delle ong. Sono questi i due nodi principali che penalisti, costituzionalisti ed esperti di norme internazionali hanno provato a sciogliere durante il dibattito. “Tutti noi, dall’avvocato all’operatore delle ong fino allo studioso delle norme internazionali, ci occupiamo quotidianamente del soccorso in mare, ma avere una piena comprensione del tema è difficile”, spiega la De Vittor. “Ci sono differenze sostanziali tra diritto internazionale e diritto penale che mettono in difficoltà anche studiosi e operatori del settore; per questo abbiamo voluto confrontarci e fare chiarezza sul contenuto delle norme applicabili e sulle conseguenze della loro violazione”. Un’occasione utile anche per tracciare in modo più netto di quanto non lo siano oggi i confini delle cooperazione: “Si tratta di un obbligo di risultato, nel senso che gli Stati non sono tenuti a fare qualcosa in particolare, l’importante è che si raggiunga obiettivo. Ma quando uno Stato è oggetto di uno sbarco, non ci sono altri modi per raggiungere l’obiettivo se non consentendo lo sbarco”, sostiene Pasquale De Sena, docente di diritto internazionale alla Cattolica.

Il punto di partenza, con riferimento ai recenti casi delle navi di Sea Watch e Mediterranea, resta quello dell’obbligo del soccorso: “La realtà è che questi naufragi avvengono in una zona che i nostri politici continuano a chiamare acque libiche, ma che in realtà sono zone di mare internazionale rispetto alla quale la Libia ha unilateralmente dichiarato la propria competenza Sar (area di ricerca e soccorso)”, spiega ancora Pitea. “Anche volendola considerare realmente uno Stato, in questo momento, rimane il fatto che la Libia non ha la capacità di istituire una zona Sar orientata alla salvaguardia della vita in mare. Non ha mezzi sufficienti, le modalità di intervento della sua Guardia costiera non tutelano i diritti umani e i naufraghi vengono portati in un luogo insicuro”. 

Il punto rimane la capacità di offrire il servizio di ricerca e salvataggio: “A tutti gli Stati vicini fa comodo che la Libia abbia dichiarato quella zona Sar e difficilmente ammetteranno la sua inefficacia. Ma già solo il fatto che l’Mrcc non risponda in lingua inglese, legittima la scelta di non riconoscere l’autorità libica su quella zona”, dice ancora la De Vittor. Nessuno vuole responsabilità, tanto meno a suo avviso il governo italiano: “Prendiamo il caso Sea Watch: il divieto di accesso colpiva una nave che si trovava entro le 24 miglia delle acque internazionali”, ricorda De Sena. “Quella è la cosiddetta zona contigua, sulla quale gli Stati possono esercitare poteri di controllo dell’immigrazione. Il Decreto sicurezza bis non da nessuna indicazione formale dell’istituzione della zona contigua, a differenza per esempio dell’antenata Bossi-Fini. E non credo che la scelta sia casuale: istituendola, lo Stato italiano avrebbe automaticamente creato il presupposto di una sue giurisdizione in quelle acque”.

All’incontro hanno partecipato anche gli avvocati delle organizziazioni coinvolte di recente in vicende di questo tipo: “Quello che stiamo cercando di fare – spiega Francesca Cancellaro, difensore di Open Arms – è valorizzare il fatto che la procedura di soccorso viene messa in atto dai volontari con il coordinamento dell’Italia, che effettua uno screening sanitario e altri controlli. Non sono sbarchi fantasma, le attività delle ong sono richieste e monitorate dagli stessi Stati”. Lucia Gennari, avvocato di Sea Watch e Mediterranea, evidenzia che “si tratta di persone soccorse in acque internazionali ma che sono comunque alla nostra frontiera, e questo comporta una serie di obblighi dello Stato nei loro confronti”.

E proprio in relazione alla vicenda che ha visto protagonista la capitana della Sea Watch Carola Rackete si è cercato di capire fino a che punto può arrivare il libertà d’azione di chi è alla guida di queste navi: “Le convenzioni che regolano le zone Sar non prevedono che sia il capitano a doversi cercare un approdo, ma lo stesso capitano è legittimato a scegliere la destinazione che ritiene migliore se il primo luogo identificato è, ad esempio, quello di Tripoli, scelta inaccettabile dal punto di vista della sicurezza”, spiega Francesca Dettor. “Le cose cambiano quando gli Stati in grado di farlo assegnano un porto diverso da quello scelto, ma comunque sulla carta ragionevole: se il capitano decide di non rispettare la nuova indicazione, rischia di compiere un comportamento illegittimo, a meno che non invochi lo stato di necessità, che però andrà dimostrato”.

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Libia, liberi i 350 migranti rinchiusi nel centro di Tajoura. Nella struttura erano morte 53 persone dopo un raid aereo

Sono liberi i 350 migranti rinchiusi nel centro di detenzione di Tajoura, in Libia. Il governo del premier Fayez al-Sarraj ha dato parziale seguito a quanto prospettato da un suo ministro. Il centro era stato colpito la settimana scorsa da un raid dell’aviazione del generale Khalifa Haftar causando 53 morti. La liberazione dei sopravvissuti viene segnalata da un tweet della sezione libica dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr): “Ringraziamo il ministero dell’Interno libico per il rilascio odierno dei rifugiati e migranti dal centro di detenzione di Tajoura. 350 persone erano ancora a rischio a Tajoura e ora sono libere. L’Unhcr fornirà assistenza“.

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Migranti, ammiraglio Guardia costiera libica: “Basta fare gare di velocità con le ong. Con loro nuovo esodo verso l’Italia”

“Con un pieno ritorno delle attività delle ong nel Mediterraneo ci sarà un esodo di migranti verso l’Italia”. A sostenerlo è il portavoce della Guardia costiera libica, l’ammiraglio Ayoub Qassem, in un’intervista all’Agenzia di stampa Agi. “Il governo italiano – dice – non deve permettere alle persone salvate da queste navi di poter sbarcare perché altrimenti si diffonderà di nuovo la cultura dell’emigrazione verso l’Europa, con evidenti ripercussioni sia sulla Libia che sull’Italia”. 

Secondo Ayoub Qassem ci sarebbe una continua interferenza delle ong nelle operazioni di soccorso. Una dichiarazione rilasciata proprio nel giorno dell’arrivo a Lampedusa della nave Alex di Mediterranea e dello stallo della Alan Kurdi in acque internazionali dopo il salvataggio di migranti al largo delle coste libiche. “Non possiamo continuare a fare gare di velocità con le imbarcazioni delle ong. Quando il centro di coordinamento di soccorso riceve la conferma del nostro intervento, non deve permettere ad altri di entrare in azione. Noi non vogliamo scontrarci con le ong”, ha affermato l’ammiraglio dei guardacoste libici. L’armatore della nave della ong Mediterranea, Alessandro Metz, aveva raccontato del salvataggio di 55 migranti compiuto in acque libiche: “Per fortuna è avvenuto prima che intervenisse la motovedetta della Guardia costiera libica che ha intimato l’alt”.

“Le ong favoriscono i trafficanti di essere umani. E abbiamo il sospetto che ottengano ricompense dirette, oltre a quelle indirette, per ogni persona che fanno arrivare in Europa”, ha aggiunto Qassem. “Ogni intervento che fanno loro è per favorire l’immigrazione in Libia dall’Africa subshariana e per avere maggiore peso politico in Europa”, continua l’ufficiale libico. “A questo si aggiunge l’aspetto materiale: non solo aumentano le raccolta dei fondi a proprio favore ma non escludiamo che abbiano finanziamenti direttamente legati ai trafficanti di essere umani”, arriva a sostenere l’ammiraglio. 

Sui “trafficanti di esseri umani” più volte è intervenuto anche Matteo Salvini, che, dopo l’attracco della nave Alex a Lampedusa con a bordo i migranti provenienti dalla Libia, ha attaccato nuovamente le ong: “Sono tornate davanti alla Libia: così incentivano le partenze e il rischio di naufragi e fanno felici gli scafisti”. In realtà, fino ad oggi nessuna indagine ha certificato di rapporti tra scafisti e ong. “Non è stato fino ad ora provato il preventivo accordo tra trafficanti di esseri umani ed ong“, ha detto pochi giorni fa il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio.

Sempre oggi, tra l’altro, Salvini ha dichiarato la Libia “un porto non sicuro”. Ma ha anche affermato che la guardia costiera libica sta facendo un buon lavoro: “Stiamo lavorando con il governo libico perché la situazione torni tranquilla”. E, sul rischio che dal Paese arrivino altri 8mila migranti, ha detto che non verranno smistati in Europa: “C’è una guardia costiera che lavora bene, c’è un governo legittimamente riconosciuto e con loro ragioniamo”.

 

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Mediterranea, armatore: ‘Nel salvataggio i libici ci hanno intimato l’alt, l’abbiamo ignorato’. L’Alan Kurdi verso Lampedusa

Ferma al largo di Lampedusa ormai da oltre 24 ore la barca a vela Alex di Mediterranea resta in attesa di trovare un accordo per il trasferimento dei 41 migranti ancora a bordo dopo aver “strappato 54 vite umane dall’inferno della Libia”, come ha scritto la stessa ong su Twitter. Mentre anche l’Alan Kurdi, dopo il salvataggio di 65 persone in acque libiche, ha annunciato di aver scelto come rotta quella verso Lampedusa: “Non siamo intimiditi da un ministro dell’Interno ma siamo diretti verso il più vicino porto sicuro – si legge in un post di Sea Eye – Si applica la legge del mare, anche quando qualche rappresentante di governo rifiuta di crederlo”.

Una ‘sfida’ quantomeno dialettica quindi a Matteo Salvini e al governo italiano da parte dell’organizzazione non governativa. La stessa che, secondo il Viminale, sta mettendo in atto il veliero Alex dopo il trasbordo dei migranti dal gommone intercettato al largo della Libia. Un salvataggio, come ha spiegato l’armatore Alessandro Metz a Radio Capital, compiuto “per fortuna prima che intervenisse la motovedetta della Guardia costiera libica che ha intimato l’alt”. L’equipaggio di Alex però, l’ha detto lo stesso Metz, non ha ascoltato l’ordine dei libici e ha trasferito sulla barca a vela i 55 – 14 donne e bambini sono stati fatti sbarcare venerdì dalle autorità italiane – e puntato la prua verso Lampedusa.

Dove la situazione sembra finita in un cul-de-sac con il consueto scontro tra il ministero dell’Interno e la ong di turno. Nel caso dell’imbarcazione di Mediterranea tutto sembrava potersi risolvere in poche ore: Malta aveva dato il via libera allo sbarco delle persone salvate, in cambio del trasferimento in Italia di un numero assai simile di migranti già presenti sull’isola. Ma le modalità concordate tra i due Stati hanno finito per irrigidire la posizione di Mediterranea. Perché l’accordo – stando a quanto spiegato da fonti del Viminale – prevede che dopo il trasbordo la barca a vela entri in porto a La Valletta, dove con ogni probabilità verrebbe sequestrata

Un ingresso che la ong non vuole compiere, sempre secondo il ministero di Salvini, compiendo il trasferimento in acque internazionali restando così “impunita”. Una ricostruzione totalmente smentita da Mediterranea: “Non è vero che abbiamo rifiutato Malta e non cerchiamo impunità. Non è vero che Alex ha rifiutato di andare a Malta. Ha accettato La Valletta come porto sicuro da ieri notte, pur nella consapevolezza dell’assurdità di non permettere lo sbarco nel porto sicuro più vicino di Lampedusa. Questo per preservare i naufraghi a bordo dallo spettacolo indecente di giorni di trattative in mare”.

Mediterranea spiega di aver chiesto “garanzie per la sicurezza dei naufraghi e per la nostra, tra le quali quella di navigare con a bordo solo con 18 persone equipaggio incluso, perché questo è il numero massimo di portata della nostra barca a vela – sottolinea – Abbiamo chiesto inoltre di potere sbarcare le poche persone migranti che avremmo così a bordo al limite delle acque territoriali maltesi. Questo perché da italiani non vogliamo essere sottoposti al regime di un paese straniero che in passato ha sequestrato le navi della società civile senza alcuna procedura di trasparenza”.

Una posizione, aggiunge ancora la ong, che “non significa affatto cercare impunità, perché cerca impunità chi ha commesso dei reati, e non è questo il nostro caso”. La barca a vela ha “persino rispettato il divieto di non entrare in acque italiane, nonostante un giudice abbia appena chiarito che il decreto sicurezza bis non si applichi alle navi che hanno effettuato un soccorso – prosegue Mediterranea – Ma forse è questo il problema del governo italiano, non avere sponda per attaccarci. E per questo cerca di ordire trappole altrove, con un assurdo scambio di ostaggi con un’operazione crudele e anche economicamente ingiustificabile”.

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Mediterranea, Malta: “Portiamo i vostri 54 migranti a La Valletta e ne diamo 55 a Italia”. Difesa: “Marina a disposizione”

Si trova al limite delle acque territoriali italiane, a 12 miglia da Lampedusa la nave Alex di Mediterranea Saving Humans che ieri ha soccorso un gommone in difficoltà con 54 persone a bordo al largo della Libia. Dal governo italiano è arrivato il divieto di avvicinarsi all’isola, mentre è Malta ad aver offerto lo sbarco. “Per le condizioni psicofisiche delle persone a bordo e le caratteristiche della nave, non siamo in grado di affrontare la traversata verso Malta – ha però spiegato l’equipaggio – Ma siamo disponibili a trasferire i naufraghi su motovedette maltesi o della Guardia Costiera italiana”. E mentre lo scontro politico si stava accendendo, con il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che parla di “atto di pirateria in caso di rifiuto”, interviene La Valletta: “Trasferiremo noi i migranti a Malta, ma l’Italia si prenderà 55 dei nostri”. Poco dopo, però, dall’imbarcazione Alex smentiscono: “Purtroppo non c’è nessuna nave delle forze armate in arrivo“. Intanto, anche la Alan Kurdi della ong Sea-Eye ha soccorso 65 migranti in acque libiche.

Lo scambio di migranti Roma-La Valletta. Ma Mediterranea nega: “Da Roma smentiscono”
Dopo il salvataggio effettuato nel pomeriggio di giovedì, la nave Alex si è diretta verso Lampedusa senza l’autorizzazione della centrale operativa di Roma della Guardia Costiera, che coordina l’attività di soccorso in mare. Il vicepremier leghista aveva dichiarato poco dopo che “gli immigrati presi a bordo da Mediterranea sono in acque libiche e attualmente sono più vicini di decine di miglia nautiche alla Tunisia rispetto a Lampedusa. Se questa ong ha davvero a cuore la salvezza degli immigrati faccia rotta nel porto sicuro più vicino, altrimenti sappia che attiveremo tutte le procedure per evitare che il traffico di esseri umani abbia l’Italia come punto di arrivo”.

All’alba, poi, l’equipaggio fa sapere che “ci è stato notificato da una motovedetta della Guardia di Finanza il divieto d’ingresso in acque territoriali, come prevede il decreto Sicurezza. Ma noi abbiamo chiesto al Comandante della motovedetta di salire a bordo per verificare le condizioni di urgenza in cui ci troviamo. Ci sono 54 migranti, tra cui quattro donne in stato di gravidanza, oltre alle undici persone dell’equipaggio. Su una barca di neppure 20 metri”. 

I rappresentanti della ong hanno annunciato anche che La Valletta ha autorizzato la nave a dirigersi verso il porto maltese per effettuare lo sbarco dei 54 migranti, ma l’equipaggio ha dichiarato che la traversata da Lampedusa è impraticabile per le condizioni di alcuni passeggeri e per il tipo di barca utilizzata, un mezzo predisposto al primo soccorso ma non ad attività di ricerca e salvataggio.  “Malta ci ha detto che è disponibile a darci un porto Pos – ha detto all’Adnkronos Alessandra Sciurba, portavoce di Mediterranea che si trova a bordo della barca Alex -, ma non ci sono le condizioni di sicurezza per riuscire ad arrivare sull’isola di Malta perché ci vogliono almeno undici ore di navigazione. A bordo ci sono 54 persone, tra cui neonati e donne in stato di gravidanza, ecco perché abbiamo chiesto aiuto a Malta e all’Italia di trasbordare le persone. Abbiamo fatto presente a Malta di non riuscire ad arrivare fino a lì con questa imbarcazione. Quindi, chiediamo che ci vengano in soccorso per il trasbordo“. Così la nave è arrivata, verso le 4 di mattina, al limite delle acque territoriali italiane, a 12 miglia da Lampedusa.

Ora lo scontro si sta spostando sul lato politico, con la ong che si scaglia contro il decreto Sicurezza fortemente voluto da Matteo Salvini: “Un Decreto dei Ministri di Interno, Difesa e Trasporti ci vieta l’ingresso – hanno scritto su Twitter – Il Decreto è illegittimo perché non può applicarsi a una nave che ha effettuato un’operazione di soccorso a tutela della vita umana in mare. E perché non può essere vietato a una barca battente bandiera italiana l’ingresso nelle acque del proprio Paese”. A queste dichiarazioni ha risposto Salvini: “Gli amici di Malta hanno dato la disponibilità del porto di Valletta per lo sbarco. Basta. È evidente che si tratta di un atto di pirateria in questo caso. Di mezzo non ci sono la Libia o la Tunisia, ma il porto di un Paese europeo”.

A sbloccare la situazione arriva il governo maltese che, in un comunicato, spiega che “a seguito di contatti tra i governi maltese e italiano, è stato deciso che Malta trasferirà 54 migranti, che sono stati salvati in mare al largo della Tunisia e che sono a bordo della nave Alex, a bordo di una nave delle forze armate di Malta e saranno accolti a Malta”. Poi specifica che quello annunciato non è altro che uno scambio di migranti: “D’altra parte, l’Italia prenderà 55 migranti da Malta. Questo accordo non pregiudica la situazione in cui questa operazione ha avuto luogo e in cui Malta non ha alcuna responsabilità legale, ma fa parte di un’iniziativa che promuove uno spirito europeo di cooperazione e buona volontà tra Malta e l’Italia”.

Ma Sciurba smentisce la versione data dal governo La Valletta: “Purtroppo non c’è nessuna nave delle forze armate in arrivo da Malta per trasbordare e prendersi in carico le 54 persone che sono a bordo del nostro veliero. Il nostro capo missione ha appena parlato con il Centro di coordinamento dei soccorsi di Roma il cui responsabile ha affermato che non c’è alcuna intenzione di organizzare il trasferimento con mezzi militari maltesi o italiani”. Ma fonti del Viminale confermano che l’accordo tra i due Paesi Ue è in piedi, così come fonti della Difesa: “Nell’ambito della massima collaborazione istituzionale – dicono – abbiamo informato il Viminale che la Marina Militare è a disposizione per il trasbordo dei migranti a Malta. Come sempre detto la Difesa è uno strumento al servizio del Paese e delle altre istituzioni. Il governo è al lavoro per individuare una soluzione quanto prima e da parte nostra c’è il massimo sostegno. Le leggi dello Stato italiano si rispettano”.

L’ong spagnola OpenArms ha allora offerto la propria nave per portare i migranti, ora a bordo della Mediterranea, a Malta ma, secondo quanto scrivono in un tweet, La Valletta ha chiuso ad ogni possibilità di entrata dell’imbarcazione nel loro porto: “Abbiamo prestato assistenza medica alle persone a bordo di Alex, abbiamo offerto la nostra imbarcazione per accompagnarle a Malta. Malta ci ha risposto che il porto per noi è chiuso per motivi politici. La Spagna tace. Chi è rimasto a difendere il diritto del mare e la vita?”.

Sea-Eye: “Soccorse 65 persone, aspettiamo risposta da Italia, Malta o Libia”
Mentre rimane in stallo la situazione relativa alla Alex, la nave Alan Kurdi della ong tedesca Sea-Eye ha soccorso e salvato stamani 65 migranti al largo della Libia. Ora è in attesa di una risposta da Malta, Roma e Tripoli per la presa in carico dei migranti. Il gommone in difficoltà, si legge sui media tedeschi, è stato raggiunto nelle prime ore del mattino: “Le persone a bordo hanno avuto una fortuna incredibile a esser state trovate”, ha affermato Gorden Isler, comandante dell’imbarcazione. Il gommone con a bordo i migranti, ha spiegato la ong, aveva un motore funzionante e sufficiente carburante, ma gli occupanti non avevano a disposizione telefoni satellitari o Gps. “Senza alcuna conoscenza nautica e senza telefoni, il loro destino era segnato“, ha aggiunto Isler.

Il governo tedesco chiede che per la nave venga presto individuato un porto sicuro. “Salvare vite in mare è un compito europeo”, ha detto una portavoce del governo tedesco, Martina Fiez. “Siamo al corrente della notizia della nave Alan Kurdi – ha proseguito -, sottolineiamo ancora una volta che il nostro obiettivo come governo tedesco è trovare una soluzione veloce. Si tratta di trovare un porto sicuro e di chiarire la questione della redistribuzione” in ambito europeo. Ma Matteo Salvini chiude a qualsiasi possibile sbarco della nave nei porti italiani: “La ong tedesca può scegliere fra la Tunisia e la Germania”, ha dichiarato.

La portavoce del governo di Berlino dichiara però che “al momento il governo federale non ha ricevuto alcuna richiesta di accoglienza delle persone” da parte dell’esecutivo italiano riguardo a coloro che sono sbarcati a Lampedusa alcuni giorni fa.

Altri due minisbarchi. Di Maio: “Ong hanno trovato loro palcoscenico”
Sulla questione interviene anche il vicepremier Cinque Stelle, Luigi Di Maio, dichiarando che “la questione della ong Mediterranea è l’ennesima dimostrazione che le ong hanno trovato il loro palcoscenico. Le ong vanno nelle acque Sar libiche, prendono delle persone che potrebbero essere salvate dalla marina libica, se le caricano, vengono in Italia e cominciano lo show sulla pelle di poveri disperati. In questo caso l’hanno fatto con una barca a vela, da incoscienti, e hanno sfidato l’Italia”. “È giusto che queste persone vadano a Malta – ha poi aggiunto – È un grande show di speculazione politica: c’è chi se ne avvantaggia dicendo no alle entrate e c’è chi se ne avvantaggia dicendo vogliamo entrare. I parlamentari del Pd si stanno già mettendo il costume per salire su quest’altra nave”.

Intanto, nella sola giornata di venerdì si sono registrati due nuovi minisbarchi. In nottata, le motovedette della Guardia di Finanza e della Capitaneria di porto hanno soccorso un’imbarcazione con 14 persone a bordo arrivata sulle coste di Lampedusa. Tra i passeggeri c’erano anche due donne e quattro bambini. Nella mattinata, invece, un altro barchino con a bordo otto algerini è approdato sulla spiaggia di Porto Pino, nel Comune di Sant’Anna Arresi, in Sardegna. Il gruppetto è stato visto dai titolari di uno stabilimento balneare che ha poi chiamato il 113. Sul posto sono arrivati gli agenti del Commissariato di Carbonia, che hanno bloccato i migranti e dopo le procedure mediche e di identificazione sono stati trasferiti nel centro di accoglienza di Monastir.

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Migranti, Mediterranea salva 54 persone e chiede di sbarcare a Lampedusa. Salvini: “Vadano in Tunisia”

“Felici di aver strappato 54 vite umane all’inferno della Libia. Adesso serve subito un porto sicuro“. Con questo breve tweet la nave Alex della ong Mediterranea Saving Humans ha annunciato di essere intervenuta in zona Sar libica in soccorso di un’imbarcazione in difficoltà. Ad anticipare l’intervento era stata la stessa organizzazione: “Alex si sta dirigendo verso un gommone in pericolo con 55 persone a bordo, di cui 11 donne (una incinta) e 4 bambini – si legge – Itmrcc (Centro di Coordinamento Soccorsi, ndr) Roma ha appena risposto ‘Guardia Costiera libica coordina evento Sar e sta mandando motovedetta’. Devono essere salvati, non riportati in Libia“. Poi ha annunciato che avrebbe fatto rotta verso Lampedusa: “Abbiamo chiesto a Roma l’assegnazione urgente di Lampedusa come porto sicuro più vicino di sbarco per le 54 persone salvate a bordo”. Ma il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, appreso dell’intervento, ha dichiarato: “Li portino in Tunisia“.

Intanto un’altra imbarcazione con 55 migranti è stata intercettata da una motovedetta della Guardia di Finanza e da una della Guardia Costiera a circa due miglia da Lampedusa. I profughi, tra i quali 22 donne e un minore, sono stati portati in salvo nel porto in serata. L’unità della Guardia di Finanza, V 800, è la stessa che era stata danneggiata la notte del 29 giugno scorso dalla nave Sea Watch nel corso della manovra di attracco alla banchina dopo avere ignorato l’alt delle forze dell’ordine. Ed è proprio verso Lampedusa che sta facendo rotta Mediterranea. La nave della ong, attrezzata per offrire primo soccorso ma non per svolgere attività di search and rescue, doveva coadiuvare l’attività della Guardia Costiera libica che, come specificato da Roma, coordina l’intervento. Anche se dal Centro di Coordinamento è arrivato un ordine chiaro: “Devono essere salvati, non riportati in Libia” che non può essere considerata un porto sicuro.

“Gli immigrati presi a bordo da Mediterranea sono in acque libiche – ha però detto il leader del Carroccio -, e attualmente sono più vicini di decine di miglia nautiche alla Tunisia rispetto a Lampedusa. Se questa ong ha davvero a cuore la salvezza degli immigrati faccia rotta nel porto sicuro più vicino, altrimenti sappia che attiveremo tutte le procedure per evitare che il traffico di esseri umani abbia l’Italia come punto di arrivo”.

Poco prima, sempre l’ong aveva riferito su Twitter, postando anche le foto dell’intervento, che “nel corso del nostro pattugliamento abbiamo incontrato il relitto di un gommone. Quasi sicuramente un naufragio. Quanti morti non lo sapremo mai. Un relitto di un rubber boat semiaffondato con tanto di motore. Nessuna indicazione di salvataggio completato”. Hanno spiegato di essere “in pattugliamento insieme ad Open Arms in Sar libica, cioè la zona in cui la responsabilità di intervento in caso di naufragio sarebbe della cosiddetta Guardia Costiera libica. Il nostro faro è come sempre il rispetto dei diritti umani. Nel silenzio l’umanità muore. Senza testimoni”.

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Libia. Nel centro di Tajoura, dove 700 migranti vivevano ammassati e imploravano le ong: “Non lasciateci soli”






Un bambino di pochi mesi sguazza dentro la tinozza di plastica, è felice e spera che sua madre ce lo lasci il più a lungo possibile. Alle 11 del mattino il sole tripolino è micidiale e l’afa si fa irrespirabile. Il Centro di Detenzione di Tajoura si trova alla periferia sudorientale della capitale libica, o di quello che resta di un Paese diviso come le tessere di un puzzle, tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan

Poche ore fa, in piena notte, l’ex caserma utilizzata ai tempi di Muammar Gheddafi, oggi trasformata in prigione governativa, in parte a cielo aperto, per accogliere i migranti, è stata bombardata. Si parla di almeno una quarantina di morti, ma fonti diplomatiche tendono a raddoppiare, se non addirittura a triplicare il numero delle persone rimaste a terra. Tajoura è uno dei 23 centri di detenzione co-gestiti dal Dcim (il Dipartimento per il contrasto all’immigrazione clandestina) del Governo di Accordo Nazionale, guidato dal 2016 da Fayez al-Sarraj, e supportato dalle Nazioni Unite, dalla Turchia e dall’Italia, l’unico Stato a mantenere operativa una propria ambasciata in Libia. Il centro si trova a breve distanza dalla base militare di una milizia in supporto al Gna, la milizia di Bugra. Lo stesso obiettivo dell’attacco missilistico del maggio scorso, sempre diretto sulla base, ma che accidentalmente ha colpito la prigione.

I centri sono dislocati nell’intera Tripolitania, mentre quelli presenti all’interno dell’area metropolitana della capitale erano 8, poi ridotti a 6 a causa degli scontri armati degli ultimi mesi. Ora con Tajoura fuori uso, i circa 700 migranti ristretti nella prigione dovranno essere ancora redistribuiti nelle altre strutture. Gli altri hub, ossia centri principali in città, erano e sono Trik Al-Sikka, Trik al-Matar, Khoms, Zawiya, Ghanzour e l’ultimo nato Sabaa (tradotto significa ‘Il Settimo’).

All’inizio di luglio del 2018 la situazione a Tripoli, sotto il profilo della sicurezza, era relativamente tranquilla. I primi scontri tra milizie sono scoppiati alla fine di agosto e poi, dopo una tregua a cavallo con l’anno in corso, ripresi fino all’escalation militare voluta dal generale Khalifa Haftar, leader della Cirenaica, su cui vertono i sospetti sulla paternità dell’attacco di stanotte. In quei primi giorni di luglio di un anno fa anche l’aeroporto internazionale Mitiga (in realtà era uno scalo militare diventato ‘internazionale’ dopo l’attacco e la distruzione di quello ufficiale, 20 km a sud del centro di Tripoli, avvenuta durante le violenze settarie del 2014) era aperto e operativo. Sicurezza garantita a Tripoli, ma solo all’interno di una sorta di zona rossa.

Tajoura, quartiere lontano dal centro città, è sul limitare dell’invisibile ma palpabile confine tra legalità e terra di nessuno. Periferia sud-est, il centro si trova in un quartiere poco abitato, tra macchie di vegetazione, ampi spazi desertici e una serie di compound militari dismessi, abbandonati o trasformati in prigioni autorizzate. Per avvicinarsi e per entrare all’interno dell’area detentiva non ci sono soldati o poliziotti del governo di al-Sarraj. I varchi sono gestiti da uomini in borghese, soldati di milizie ‘amiche’ su cui il leader del Gna deve fare completo affidamento per gestire il suo potere. I miliziani imbracciano fucili e si tengono in contatto con il campo attraverso radio ricetrasmittenti a cui comunicare gli accessi. Ottenere il permesso ad entrare non è scontato, “dipende anche dagli umori dei singoli” ci dice uno degli accompagnatori locali. Su una mura smaltata di bianco di fresco c’è l’intestazione scritta in inglese, le scritte nei tre colori della bandiera, verde, rosso e nero: ‘Centro di accoglienza contro l’immigrazione illegale gestito dal Ministero dell’Interno’. 

Dall’enorme parcheggio antistante si accede nel centro, un mega edificio squadrato, un parallelepipedo simile a un classico capannone industriale con poche e piccole finestre sbarrate da assi in ferro per non consentire le fughe. Il centro di detenzione è diviso in due settori: quello per donne e bambini e l’altro per gli uomini adulti, sopra i 14 anni. L’ingresso è regolato da una ampia porta scorrevole, mentre l’area è circondata in parte da un muro alto almeno tre metri e dal filo spinato. Nel giorno della nostra visita sono in corso delle vere e proprie ‘pulizie di primavera’, i migranti sono stati fatti uscire per disinfestare tutti gli ambienti e poi parcheggiati all’esterno, a caccia di ogni zona d’ombra possibile.

Il sole picchia duro, il caldo è a tratti irrespirabile. Nella parte maschile ci sono subsahariani in arrivo da quasi tutti i Paesi dell’Africa occidentale, dal Mali alla Costa d’Avorio, passando per Gambia, Nigeria, Burkina Faso e così via. Le loro storie sono simili nella loro drammaticità: il viaggio durissimo nel Sahara attraverso il Niger, da Agadez fino ai confini libici e infine le detenzioni. Chiedono aiuto, un aiuto che vada oltre quello ricevuto per la sopravvivenza da parte di poche ong, in particolare italiane, le uniche ancore di salvezza per questa gente disperata.

Nella parte posteriore del compound, oltrepassato un piccolo cancello, si accede alla zona femminile. A decine sono le giovani donne, anche giovani mamme, intente a badare ai loro piccoli e tra loro anche il bambino vivace che sguazza dentro la tinozza consunta sotto gli occhi stanchi della madre e delle guardie carcerarie governative. Il personale delle organizzazioni italiane fornisce beni di prima necessità per l’igiene, fondamentali in posti dove non si trova nulla per curarsi: sapone, dentifrici e soprattutto assorbenti. Le donne sono ammassate agli angoli del capannone dove sono disponibili spazi d’ombra, sedute sopra cumuli di materassini e coperte che in serata rientreranno nelle stanze di detenzione, una volta finite le disinfestazioni: “Non ci sono medici per curare le nostre malattie, se non fosse per le ong italiane qui dentro saremmo ridotte anche peggio. Aiutateci”, ci chiede una giovane donna di origini eritree. Indossa un vestito lungo e un velo color turchese ad avvolgere un viso bellissimo: “Vi prego, non lasciateci soli, fate qualcosa”, fa in tempo ad implorarci prima che le guardie ci chiedano di uscire. Fine della missione.

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