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Crisi di governo, le reazioni all’estero. In Usa garantiscono: ‘Italia rimane stretto partner’. La presidente dei Socialisti in Ue: ‘Preoccupati’

La crisi di governo e la prospettiva sempre più concreta di un voto anticipato vengono seguite con attenzione anche al di fuori dei confini italiani. Tra i Paesi più attenti all’evolversi della situazione a Roma ci sono certamente gli Stati Uniti, tra i più stretti alleati di Mario Draghi in campo internazionale. Un portavoce della Casa Bianca, poco dopo il voto di fiducia al Senato, ha voluto sottolineare che “la partnership con l’Italia è forte e continueremo a collaborare a stretto contatto su una serie di questioni prioritarie, tra le quali il sostegno all’Ucraina contro l’aggressione della Russia”, pur precisando di non voler commentare su questioni di politica interna ma di “sostenere e rispettare” le decisioni del Paese.

Toni ben più preoccupati arrivano da Bruxelles, sponda socialista, dove la presidente del Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, la spagnola Iratxe Garcia Perez, ha manifestato “preoccupazione per l’evolversi della crisi di governo in Italia”. Per poi passare all’attacco nei confronti degli altri gruppi dell’Eurocamera: “I populisti assieme al Ppe sono i responsabili di questa situazione”.

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Quando saranno le elezioni? Date possibili 25 settembre o 2 ottobre. Nuovo governo forse a novembre. Ecco cosa prevede la Costituzione

I tempi di indizione delle elezioni, di insediamento delle nuove Camere e quindi della nascita di un nuovo governo sono piuttosto lunghi ed anche rigidi, perché scanditi dalla Costituzione. Questo è il motivo per il quale, in attesa delle decisioni di Draghi e quindi di fine anticipata della legislatura, il nuovo esecutivo si insedierebbe in autunno inoltrato, tra fine ottobre e primi novembre nella migliore delle ipotesi, cioè in piena sessione di bilancio. Circostanza che pone il problema della presentazione della Legge di Bilancio alle Camere entro il 15 ottobre. L’articolo 61 della nostra Carta stabilisce che “le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti”. In passato tra il decreto di scioglimento delle Camere da parte del Quirinale e le successive urne sono trascorsi sempre tra i 60 e i 70 giorni. I tempi potrebbero sembrare eccessivamente lunghi, ma gli adempimenti per i partiti sono molteplici, non solo per la campagna elettorale ma anche per la presentazione delle liste che devono essere accompagnate da un notevole numero di firme (tra 1.500 e 2mila firme in ogni circoscrizione proporzionale per i partiti che non hanno gruppi parlamentari).

Se dunque, per ipotesi, le Camere venissero sciolte entro i prossimi giorni, i cittadini potrebbero recarsi ai seggi domenica 25 settembre. E’ anche possibile che per evitare una campagna elettorale totalmente sotto gli ombrelloni, lo scioglimento delle Camere possa avvenire oltre questa settimana, per votare magari domenica 2 ottobre. Sempre l’articolo 61 della Costituzione stabilisce che “la prima riunione delle Camere ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni”, quindi si arriverebbe a una data tra il 15 e il 22 ottobre.

Una volta eletti i presidenti di Camera e Senato e formati i gruppi parlamentari, Mattarella aprirebbe le consultazioni, il cui esito dipende dalla chiarezza del risultato elettorale. Nel 2018 si votò il 4 marzo e il governo Conte I giurò l’1 giugno, cioè 90 giorni dopo; nel 2013 dopo le urne del 24 febbraio il governo Letta giurò il 28 aprile, vale a dire 63 giorni dopo; nel 2008, dopo il chiaro successo del centrodestra il 13 aprile, il giuramento del Berlusconi IV arrivò l’8 maggio, quindi dopo 25 giorni dal voto.

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Referendum Renzi, la Costituzione è la nostra forza: va fatta valere anche con gli altri governi

Il 4 dicembre 2016 il popolo italiano respinse con referendum la modifica della Costituzione, proposta da Matteo Renzi, al fine di attrarre maggiori poteri nell’Esecutivo, riducendo, nello stesso tempo, la “rappresentanza popolare” e i poteri referendari del popolo sovrano. In estrema sintesi, il disegno di modifica della Costituzione prevedeva: che il Parlamento fosse praticamente ridotto alla sola Camera dei Deputati, tranne alcune eccezioni (art. 10); che le firme richieste per proporre una legge di iniziativa popolare fossero elevate da 50mila a 150mila (art. 11); che, infine, il governo potesse chiedere alla Camera dei Deputati di “deliberare, entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge, indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo, fosse iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei Deputati entro il termine di 70 giorni dalla deliberazione” (art. 12).

Con queste e altre numerose modifiche, veniva in pratica cambiata gran parte della Costituzione vigente e si veniva incontro a coloro che, in virtù delle numerosissime leggi costituzionali fino ad allora emanate, affermavano la venuta in essere di una “Costituzione materiale” che avrebbe cancellato quella “formale”. L’esito referendario, tuttavia, ha confermato quest’ultima e ha tolto ogni dubbio in proposito.

Si trattava di una riforma che voleva dar forza all’azione, già da tempo intrapresa dai nostri governi, per cancellare il doveroso “obiettivo” di dare piena attuazione alla Costituzione, costituente l’ultimo “ostacolo” all’avanzata inarrestabile del neoliberismo. Quel pensiero unico dominante che, attraverso numerose leggi incostituzionali, aveva in pratica sostituito al “sistema economico produttivo di stampo keynesiano” (secondo il quale, e coerentemente con i principi fondamentali della Costituzione, si ritiene che la ricchezza deve essere distribuita alla base della piramide sociale, e lo Stato deve intervenire come imprenditore nell’economia), con il “sistema economico predatorio, illecito, cinico e incostituzionale del neoliberismo” (secondo il quale: la ricchezza deve essere nelle mani di pochi, tra questi ci deve essere una forte concorrenza e lo Stato non deve intervenire nell’economia).

Una molto esecranda operazione, che esaltava l’egoismo individuale (estraneo alla Costituzione) e abbatteva il principio fondamentale della “solidarietà politica, economica e sociale” del Paese.

Limitandosi alla cronaca dei fatti, si può dire che, nell’immediato secondo dopoguerra, il sistema economico italiano, grazie all’intervento dello Stato nell’economia, marciava a pieno ritmo. Il reddito nazionale cresceva e tutti erano rinfrancati dall’incremento dell’occupazione e dei consumi: l’Italia era stata addirittura fregiata di importanti riconoscimenti in campo finanziario.

Protagonista di questo successo era stato l’intervento dello Stato nell’economia, e primariamente l’attività imprenditoriale dell’Iri, il quale, nel 1980, possedeva circa mille società, con 500mila dipendenti, e ancora nel 1993 (quando era già stata decisa la sua liquidazione) era il settimo conglomerato al mondo per dimensioni, con un fatturato di circa 67 milioni di dollari.

Ed è da sottolineare che questo successo conquistato dall’Italia doveva aver suscitato, molto probabilmente, le preoccupazioni di altri Paesi occidentali.

È comunque un fatto indiscutibile che la “decadenza economica” dell’Italia sia stata realizzata dai nostri governi seguendo le idee neoliberiste propalate in tutto il mondo dal famoso libro di Milton Friedman, della Scuola economica di Chicago, dal titolo La storia della moneta degli Stati Uniti dal 1867 al 1960. L’obiettivo del neoliberismo, com’è noto, è di porre tutto sul mercato, prescindendo dal valore dell’uomo, da considerarsi solo come homo oeconomicus e talvolta come semplice merce; di abolire la solidarietà che è a fondamento dell’esistenza dei popoli; e, con questa, il “demanio costituzionale”, e cioè quel complesso di beni e servizi sui quali si fonda la “costituzione” e la “identità” dello Stato comunità. Trattandosi di beni e servizi, come precisa l’art. 42 Cost., “in proprietà pubblica” del popolo – o meglio, come affermò nel secolo scorso l’illustre amministrativista Massimo Severo Giannini – in “proprietà collettiva demaniale” del popolo stesso, e per questo un tipo di proprietà inalienabile, inusucapibile e inespropriabile.

Si tratta, principalmente; “del paesaggio, del patrimonio artistico e storico (art. 9 Cost.), dei servizi pubblici essenziali, delle fonti di energia e delle situazioni di monopolio (art. 43 Cost.).

Il primo colpo contro il sistema economico keynesiano, e, naturalmente, contro l’intervento dello Stato nell’economia, fu dato (molto probabilmente al solo fine di contrastare l’inflazione, ma fu una mossa estremamente ingenua e dannosa, come subito dopo è visto), dal Ministro Beniamino Andreatta, il quale, con una semplice lettera a Carlo Azeglio Ciampi, Governatore della banca d’Italia, in data 12 febbraio 1981 dispensò detta banca dall’obbligo di acquistare i buoni del tesoro rimasti invenduti. In tal modo venne meno la possibilità di pagare i nostri debiti stampando moneta e si attribuì alla Banca d’Italia piena indipendenza.

Insomma, da quel momento le necessità del popolo venivano messe in secondo piano rispetto alle richieste provenienti dal mondo economico finanziario, che miravano a ottenere leggi che favorissero la finanza senza tener conto dei bisogni della povera gente.

Il colpo mancino più duro all’intervento dello Stato nell’economia fu dato, tuttavia, dal Governo Andreotti, il quale, dopo essersi consultato con alcuni Governi Europei, con dl 5 dicembre 1991, n. 386, convertito nella legge 29 gennaio 1992, n.35, stabilì che gli enti di gestione delle partecipazioni statali e gli altri enti pubblici economici, nonché le aziende pubbliche statali, potevano essere trasformati in società per azioni.

La prima applicazione di questo principio si deve al governo Amato, il quale, dopo un mese e nove giorni dal discorso che fece Draghi il 2 giugno 1992 sul panfilo Britannia, invocando un forte impulso della politica per attuare la “privatizzazione” dei beni del popolo, emise il dl 11 luglio 1992, n. 333, convertito nella legge 8 agosto 1992, n. 359, trasformando in Spa le aziende di Stato Iri, Eni, Ina e Enel, che poi furono vendute, dai governi successivi e specialmente dal governo Prodi, a prezzi estremamente bassi.

Dopodiché c’è stata la privatizzazione di numerosissimi enti e aziende di Stato, che è impossibile enumerare.

Sulla convenienza di dette “privatizzazioni” si pronunciò poi la Corte dei conti il 10 febbraio 2010, rilevando “una serie di importanti criticità che vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors e organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito”.

E’ inoltre da precisare che dette privatizzazioni sono avvenute secondo l’ispirazione di un preciso teorema che pone come primo elemento “l’indebitamento” di un Paese, per poi passare alla commercializzazione di questi debiti con le “cartolarizzazioni”, istituzionalizzate dal governo D’Alema, e con l’istituto dei “derivati”, definiti durante il Governo Prodi.

In tal modo si è messo a punto un obiettivo molto caro al pensiero neoliberista: quello della “finanziarizzazione dei mercati”, in modo che essi non servano più per “creare” ricchezza, ma per “trasferire” questa dagli speculatori meno accorti agli speculatori più scaltri.

Altro punto del teorema è quello, non finanziario ma economico, delle accennate “privatizzazioni”, cioè della trasformazione dell’ente o dell’azienda pubblica in Spa, con l’incredibile conseguenza che il “patrimonio pubblico” di tutti i cittadini, gestito per l’appunto da enti o aziende pubbliche, diventasse “patrimonio privato” dei singoli soci della Spa. A dette privatizzazioni sono poi da aggiungere le “liberalizzazioni”, e, quindi, le “delocalizzazioni” e le “svendite”. In tal modo il popolo è spogliato completamente del suo “demanio costituzionale” e si avvia, inconsapevolmente e nella indifferenza di tutti, verso il traguardo finale del default.

E si può dire, purtroppo, che da cinque anni a questa parte nulla è cambiato. Infatti il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha firmato il cosiddetto Trattato del Quirinale, che a mio parere in pratica istituzionalizza la superiorità economica della Francia rispetto all’Italia, senza che neppure una Commissione parlamentare abbia potuto valutarlo;, e peraltro in pompa magna, dimostrando con i fatti la superiorità dell’Esecutivo rispetto al potere legislativo.

Ciononostante egli è osannato dai partiti e ha ora l’ardire di proporre al Parlamento un disegno di legge che esalta la “concorrenza” fino al punto di imporre ai Comuni l’onere di specificare i motivi per i quali esso abbia preferito una gestione in proprio, anziché ricorrere alle concessioni di carattere privatistico, imponendo inoltre di porre a gara sul mercato europeo e internazionale persino il servizio dei taxi e quello delle spiagge, sempre ignorando, e mai nominando, la nostra Costituzione.

Ma è proprio la Costituzione la nostra forza. E dobbiamo farla valere, non solo contro Matteo Renzi, com’è stato con il referendum del 2016, ma anche nei confronti di altri governi, come l’attuale, che insistono a ritenere il sistema economico neoliberista un dato di natura, mentre i fatti dimostrerebbero che si tratta semplicemente di un cinico disegno studiato a tavolino per togliere ricchezza al popolo, proprietario del “demanio costituzionale”, e donarla alla finanza e alle multinazionali. Cancellando così millenni di civiltà e riconducendo tutti a uno stato di soggezione, se non di schiavitù.

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Pensioni e legge di Bilancio, la conferenza stampa di Draghi col ministro dell’Economia Franco: la diretta

Al termine del Consiglio dei ministri, è prevista la conferenza stampa a Palazzo Chigi del presidente del Consiglio, Mario Draghi, insieme al ministro dell’Economia, Daniele Franco. Tra i temi, la legge di Bilancio, le pensioni e il reddito di cittadinanza.

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Elezioni 2021, Draghi: “Non credo che il risultato abbia indebolito il governo, ma non so neanche se sia rafforzato”

“Lei mi pone tante domande a cui non so dare risposte. Non credo che il risultato delle elezioni abbia indebolito il governo, ma non so neppure se si sia rafforzato“, così il premier Mario Draghi in conferenza stampa commentando i risultati delle comunali e del loro effetto sull’esecutivo. “È molto complicato – ha continuato – Ho letto e visto gli articoli di oggi, e devo capire la logica di questo. Ma comunque non credo che il governo si sia indebolito”.

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Greta di lotta o di governo, il dilemma dei Fridays for Future

L’abbiamo vista ballare “Bella Ciao” con gli occhi che le ridevano. L’abbiamo vista salire sul palco di Milano, dove con forza e convinzione ha detto che il potere non è lì dentro, nelle conferenze sul clima, ma in piazza. Perché “noi siamo il potere, le persone sono il potere”. Greta Thunberg, a Milano nei giorni passati, è senz’altro più a suo agio nelle strade, circondata da quei coetanei che così tanto la stimano e da quei cartelli che ormai attraversano le nostre città. Il suo volto cambia, i suoi occhi mutano espressione quando invece si trova ad ascoltare le parole dei potenti, oppure a parlare, come ha fatto sempre alla pre-Cop di Milano:dura e tagliente, le sue accuse sul “blablabla” dei politici che nulla farebbero sono diventate una specie di slogan.

Sia Draghi che Cingolani hanno voluto in qualche modo controbattere alle accuse di “blablabla”. Draghi le ha spiegato, e dal suo punto di vista si tratta di un’obiezione in parte comprensibile, che il “blablabla” serve a convincere le persone e che mettere insieme centinaia di paesi sulla stessa linea è realmente duro. Ma Greta è in qualche modo costretta a rivestire un ruolo intransigente, per due ragioni: la prima, è che realmente le emissioni stanno aumentando, e con loro i pericoli per la nostra sicurezza. Dunque, dal punto di vista scientifico, che è il suo, non c’è compromesso possibile, bisogna dire la dura verità. Secondo, è che mostrandosi troppo accondiscendente con i politici rischia di sembrare collusa, o di cedere rispetto alle richieste sue e del movimento.

In effetti, in questi giorni della pre-Cop e della Cop dei giovani, molti tra gli ambientalisti si sono chiesti se non fosse meglio che Greta smetta di partecipare a questi summit climatici. Facendo così, infatti, sembrerebbe legittimare in qualche modo i potenti di turno, che non aspettano altro che potere essere immortalati con lei, in una perfetta operazione di greenwashing, e tanto più se in campagna elettorale, come nel caso di Giuseppe Sala. Insomma, c’è chi pensa che sia meglio stare sempre fuori dai convegni, assediandoli, ma senza entrarci, per non essere in qualche modo la foglia di fico dei potenti. È l’eterno dilemma dell’essere di lotta e di governo che movimenti con obiettivi ben diversi hanno già sperimentato in passato.

Ovviamente, si tratta di un rischio reale. Ma d’altronde Greta lo sa benissimo, tanto che spesso ricorda che i potenti vogliono unicamente farsi un selfie con lei. Per questo non sorride mai con loro. Tuttavia, questo rischio, al momento, va ancora corso. E lei se la sta cavando benissimo, brava realmente nel suo doppio ruolo di giudicatrice severa del (non) operato dei potenti e leader carismatica in piazza. Guardando la diretta della pre-Cop milanese, con centinaia di attivisti, alla presenza delle nostre istituzioni, da Mattarella a Draghi fino a Cingolani, che moderava l’incontro, non ho avuto onestamente l’impressione che si trattasse di una messa in scena. Tutti i partecipanti mi sono parsi realmente coinvolti. I “potenti” hanno dovuto in qualche modo prendere atto delle richieste dei giovani, ma soprattutto mi sembra li abbiano ascoltati. Penso sia stato un incontro importante.

Di più: penso sia realmente pericoloso, questa linea esiste nei movimenti ambientalisti specie i più naif, dipingere sembra gli attivisti come i buoni e la politica come cattiva. Questa opposizione radicale non serve a molto, non è costruttiva. Oltretutto, nella storia non esiste il Male contro il Bene. Nello spazio del possibile, cioè dell’azione e della politica fatta in molti modi, bene e male sono sempre intrecciati. E non c’è dubbio che se i giovani dei Fridays sono realmente innocenti rispetto al disastro climatico, mentre i politici sono certamente colpevoli di non agire, una cooperazione tra movimenti e politica credo possa dare i suoi frutti. Anche perché i movimenti stanno realmente acquisendo sempre più potere e visibilità.

Ovviamente, bisogna stare attentissimi a non essere strumentalizzati. Ma ancora una volta, Greta lo sa benissimo e non a caso ha creato una Fondazione indipendente per gestire donazioni in maniera totalmente trasparente. Conosce benissimo, tra l’altro, i meccanismi della comunicazione ed è attentissima a non commettere errori. Penso quindi che saprà bene capire se arriverà il momento in cui bisognerà dire “Grazie ma non vengo. Noi restiamo fuori”. Sicuramente sarà decisiva la Cop26 di Glasgow, perché se dovesse rivelarsi un tragico fallimento, speriamo con tutte le forze di no, potrebbe spingere gli attivisti a cambiare strategia.

Per ora, tuttavia, restare sia di lotta che di governo, appunto, è la risposta giusta, soprattutto perché, ripeto, sui due piani Greta, così come i Fridays for Future – ormai coinvolti da istituzioni come dai giornali – si muove con intelligenza. D’altronde Max Weber sosteneva che l’etica della convinzione, cioè dei principi assoluti, e l’etica della responsabilità, cioè dell’azione concreta, per così dire, sono opposte e tuttavia entrambe necessarie. E sta a chi agisce o fa politica – come Greta e i Fridays – usare entrambe con accortezza, dosarle per avere efficacia ed incidere nella realtà.

Sia Greta che i Fridays hanno poi, purtroppo, un formidabile aiuto. Perché l’emergenza climatica aumenterà e con essa le crisi. Le siccità, gli alluvioni, i morti per cambiamenti climatici, le migrazioni “giocano” a favore di un movimento che non ha, ahimè, nessun rischio di estinguersi o di uscire di scena. Perché appunto le istanze che difende sono destinate a crescere enormemente di importanza, tanto che presto sarà realmente impossibile ignorarle.

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Nota di aggiornamento al Def, la conferenza stampa di Draghi e del ministro Franco dopo il Consiglio dei ministri: segui la diretta tv

La conferenza stampa del presidente del Consiglio, Mario Draghi, e del ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dopo il Consiglio dei ministri che ha avuto, tra i temi centrali, l’approvazione della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza.

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Afghanistan, atterrato a Roma il primo volo del ponte aereo: rimpatriate 74 persone. Draghi: “Impegno a proteggere i nostri collaboratori”

È atterrato a Fiumicino alle 14.28 il volo dell’Aeronautica militare con a bordo 74 persone (personale dell’ambasciata, connazionali residenti nel Paese e 19 ex collaboratori afghani del corpo diplomatico, a rischio ritorsioni in patria), decollato da Kabul intorno alle 23.30 del 15 agosto. È il primo volo del ponte aereo studiato dal ministero della Difesa e degli Esteri – nell’ambito dell’operazione chiamata “Aquila Omnia” – per portare in salvo gli italiani dall’Afghanistan attraverso voli KC767 dell’Aeronautica. “Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ringrazia le forze armate per le operazioni che stanno permettendo di riportare in Italia i nostri concittadini di base in Afghanistan. L’impegno dell’Italia è proteggere i cittadini afghani che hanno collaborato con la nostra missione. Il presidente è in continuo contatto con il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. L’Italia è al lavoro con i partner europei per una soluzione della crisi, che tuteli i diritti umani e in particolare quelli delle donne”, si legge in una nota di palazzo Chigi. Il ministro Di Maio, a quanto si apprende, ha sentito telefonicamente il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg per fare il punto sugli sviluppi di quanto sta accadendo in queste ore e domani parteciperà al Consiglio affari esteri dell’Ue convocato in via straordinaria. Da fonti parlamentari, invece, si apprende che già la settimana prossima Di Maio e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini dovrebbero riferire in commissione sull’Afghanistan.

In questi minuti, i rimpatriati – tra cui l’ambasciatore italiano a Kabul Vittorio Sandalli – vengono sottoposti a tampone da parte del personale della Croce Rossa: in seguito gli italiani saranno affidati alla Farnesina, mentre gli ex collaboratori afghani verranno presi in carico dalla Difesa. Per loro, infatti, è prevista una quarantena di dieci giorni nella struttura dell’Esercito a Roccaraso, in Abruzzo. Al termine della quarantena saranno quindi inseriti nel programma di accoglienza e integrazione del Ministero dell’Interno. “Ho paura per chi ha lavorato con noi ed ora sta per morire. I Talebani li cercano casa per casa. Abbiamo lasciato migliaia di persone che rischiano la vita. La situazione è gravissima, la comunità internazionale li salvi”, ha detto uno di loro alla stampa. Mentre Pietro del Sette, che si occupa di cooperazione e sviluppo dell’agricoltura, racconta: “Sono stato 11 anni in Afghanistan. Ho visto all’inizio la speranza di un Paese che poteva rifiorire, ora vediamo un Paese con il cuore in gola. La speranza è che la componente dell’aeroporto militare riesca a portare a termine le operazioni di rimpatrio. La previsione è di portarli tra stasera domani e dopodomani”.

Nel frattempo si rincorrono le prese di posizione degli esponenti politici. “Vent’anni di diritti e di conquiste cancellati in un batter d’occhio. Un futuro costruito con enormi sacrifici, che non esiste più. È un fallimento dell’intero Occidente causato dalla disastrosa gestione del disimpegno dall’Afghanistan, maldestramente completato dall’amministrazione Biden. Il tutto nel quasi totale silenzio dei sedicenti paladini delle libertà“, scrive su Facebook la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Per la capogruppo Pd al Senato Simona Malpezzi, “in questa situazione drammatica la nostra priorità deve essere quella di non abbandonare tutti coloro che hanno collaborato in questi anni con i Paesi occidentali e spingere per una rapida iniziativa della comunità internazionale che si deve sentire coinvolta e responsabile. Dobbiamo proseguire il lavoro avviato dal ministero della Difesa per portare in Italia tutti i civili afghani che hanno lavorato al nostro fianco”. Interviene anche il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani, vicepresidente del Partito popolare europeo: “Ora si tratta di salvare il maggior numero possibile di persone, impedire che i talebani applichino la sharia. Bisognerà occuparsi di due questioni fondamentali, il terrorismo e l’immigrazione”, dichiara.

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‘Ove mai’ San Mario si stufasse dei partiti, certi giornalisti sanno già chi attaccare

di Pietro Francesco Maria De Sarlo

A quanto riferiscono alcuni giornali, San Mario inizia a rompersi dei partiti. Se non ci fosse da piangere la situazione sarebbe comica, giacché ci si dimentica che il parlamento attuale è frutto delle elezioni del 2018, che furono vinte dal M5S su precisi impegni in tema di giustizia, ambiente, anticorruzione, pensioni…

I primi a dimenticarlo sono giornalisti dell’ “ove mai”, ossia quelli che fanno ragionamenti bislacchi del tipo “ove mai fosse vero che…”. Insomma quelli che quando la realtà non aiuta sostituiscono la finezza intellettuale e propagandistica con ragionamenti tipo “se mio nonno avesse avuto le palle, sarebbe stato un flipper”.

Il risultato elettorale nacque dalla insofferenza verso un ceto dirigente e politico che aveva portato il Paese sull’orlo del baratro. “Ove mai” qualcuno non lo ricordasse è lo stesso San Mario a rinfrescarci la memoria in una delle ultime uscite alla Camera: “Tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e 43,6 per cento. Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è salito dal 3,3 per cento al 7,7”.

Ovviamente si tratta del Mario Draghi che prima di diventare presidente del Consiglio faceva il commesso alla Standa e non di quel Mario Draghi corresponsabile di questi disastri e di cui, per fortuna, non si sente più parlare e che da dg del ministero del Tesoro scrisse i contratti per la svendita del patrimonio pubblico ai privati e comperò titoli tossici da Goldman Sachs. Che da Governatore della Banca D’Italia autorizzò l’acquisto di Antonveneta da parte di Mps. Che da neo Governatore della Bce scrisse una lettera, insieme a Trichet, con i compiti assegnati al governo Berlusconi, poi caduto per dare spazio a Monti, e che da governatore della Bce mise, inutilmente visti i risultati, in ginocchio la Grecia.

Insomma “ove mai” qualcuno non lo avesse ancora capito, proprio quei ceti che non avevano mai digerito il risultato elettorale del 2018 il giorno dopo le elezioni iniziarono a bombardare il governo con critiche vere o pretestuose. “Ove mai” qualcuno avesse memoria corta basta ricordare la polemica sul Mes, di cui si sono perse le tracce. “Ove mai” cadesse Draghi siatene pur certi che riciccia, come la gramigna.

E devo dire che mi spiace che San Mario, con tutto quel popò di roba stampigliata sul cv, faccia lo stesso errore del M5S quando afferma di non essere di destra o di sinistra. San Mario ritiene che l’interesse del Paese sia uno solo e raggiungibile in un unico modo: il suo! Che ci sia in sostanza una unica ricetta salvifica, come se fosse un vaccino, e che soddisfaccia in una botta sola tutti gli interessi di parte. Ma le cose non stanno così. I partiti, lo dice il nome stesso, nascono proprio per difendere gli interessi di una parte e la politica serve a conciliare gli interessi di tutti cercando di massimizzare l’interesse collettivo. Lo abbiamo visto sulla giustizia, sull’ambiente, e quando si metterà mano al fisco lo vedremo anche su quello.

Privilegiare le imposte dirette rispetto alle indirette indica favorire o meno alcuni gruppi sociali. Così come pure la funzione della spesa pubblica nello sviluppo scatena sempre infinite discussioni e la ripartizione del Pnrr tra le regioni implica accortezza e riflessioni che attengono persino alla tenuta dello Stato unitario. Tutto questo è la politica, di cui c’è infinito bisogno perché la politica è un esercizio nobile che richiede infinita pazienza, visione e capacità di mediazione.

Ma “ove mai” Draghi cadesse o si dimettesse, i giornalisti dell’ “ove mai” darebbero la colpa ovviamente alla politica e ai partiti e non all’aberrazione concettuale in una democrazia compiuta di un governo tecnico che, per definizione, non potrà mai essere in grado di salvare capre e cavoli, specialmente se si concentra sulle capre.

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Patrick Zaki compie trent’anni: trascorrerà il suo compleanno in carcere, senza colpe da espiare

Il compleanno dei trent’anni, e i trent’anni in generale, sono un momento di passaggio, un momento in cui alcune scelte sono state fatte e molte strade si sono aperte. Un fase in cui molti di noi si sono sentiti davvero liberi di scegliere quale intraprendere.

Oggi Patrick Zaki compie trent’anni e trascorrerà il giorno del suo compleanno nella prigione egiziana di Tora. Lo passerà da detenuto, da persona privata della libertà e di scegliere il suo futuro. Senza un processo, senza reato, senza colpe da espiare, dormendo per terra e con chissà quale stato d’animo rispetto al protrarsi di una condizione fuori dal suo controllo.

Lungo questo anno e mezzo, e nel susseguirsi delle finte udienze che decidono il rinnovo sistematico della custodia cautelare, mi sono chiesto spesso come si possa sentire Patrick, a cosa pensi ogni giorno. Come possa sentirsi smarrito un trentenne, con un percorso di vita e di studi ordinario come quello di tante e tanti di noi, che d’improvviso si ritrova in un carcere egiziano di massima sicurezza, senza avere fatto nulla e senza sapere quando potrà tornare alla sua vita normale, alle lezioni dell’Università a Bologna, ai suoi amici, alla sua famiglia.

Ho pensato molto alla paura e all’angoscia di una situazione così spaventosa, con storie terribili recenti che sono ancora ferite aperte e per le quali chiediamo ancora verità e giustizia, precedenti che rivissuti in quel contesto devono essere incubi che tolgono il fiato. E ho pensato che l’impotenza delle nostre richieste e della nostra politica rispetto alla sua liberazione, fa male, è una ferita che brucia. Brucia perché, anche se ci siamo dannati per farci sentire, non siamo riusciti a fare abbastanza.

Nonostante il nostro impegno, e nonostante la mobilitazione di tante e tanti di noi, Patrick rimane prigioniero in un carcere duro a tempo indefinito. Quanti altri giorni di festa, quanti altri giorni di studio, quanti altri giorni di vita devono essere sottratti a Patrick? Per quanto ancora sarà costretto a vivere nella paura? Non possiamo tollerare che l’Egitto disponga della vita di giovani studenti brillanti e appassionati, puniti perché credono nei valori di libertà e democrazia. Non possiamo più tollerare che il nostro Paese scelga consapevolmente l’Egitto come partner strategico fingendo di dimenticare la realtà di un regime, quello di Al-Sisi, che continua a violare sistematicamente i diritti umani.

È il momento che il governo italiano dia un segnale forte, concluda rapidamente l’iter per rendere Patrick cittadino italiano. Il riconoscimento della cittadinanza italiana ci consentirebbe di adire a tutti gli strumenti a tutela, a quel punto, di un nostro cittadino. Abbiamo l’impegno del Parlamento che su questo si è espresso unito, ora tocca al governo e al ministero dell’Interno dimostrare la volontà politica accelerando le procedure senza tentennamenti.

Condivido le parole che il Presidente Mario Draghi ha usato a margine del G7 riguardo alla sfida che le democrazie devono lanciare alle autocrazie. Una posizione che per essere credibile deve valere sempre, sia che si tratti di un competitor come la Cina, sia nel caso di dittature come l’Egitto che, purtroppo, continuano a rimanere partner strategici.

È il momento di dimostrare al mondo che sul rispetto dei diritti umani e della libertà il nostro Paese non fa sconti a nessuno, com’è giusto che faccia una grande democrazia.

L’articolo Patrick Zaki compie trent’anni: trascorrerà il suo compleanno in carcere, senza colpe da espiare proviene da Il Fatto Quotidiano.

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