Archivio Tag: Matteo Renzi

Leopolda 10, Renzi: “Voglio far cadere il governo? È nato grazie a me, non voglio essere ricoverato per schizofrenia”

“Lanciamo ultimatum da Italia Viva? No, sono idee. Poi mi dicono che voglio far cadere il governo. Ma se è nato grazie a me, mi ricovererebbero per schizofrenia“. A dirlo, dal palco della Leopolda, il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che getta acqua sul fuoco delle polemiche interne all’esecutivo.

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Porta a Porta, boom di ascolti per il duello Salvini-Renzi. La lettura televisiva: un po’ showmen, un po’ litiganti da reality

Boom di ascolti per Porta a Porta: il duello tra Renzi e Salvini regala ascolti record al talk show in onda su Rai1. Dalle 22.49 alle 00.30 ben 3.808.000 telespettatori hanno seguito il confronto tra il leader leghista e l’ex premier con uno share del 25,41%. In valori assoluti numeri che sempre più spesso si ottengono in prima serata e non a tarda sera, in share la trasmissione fa più del doppio della sua media stagionale. Risultato favorito anche dal traino ereditato dalla partita Liechtenstein-Italia finita per 5 a 0 a favore degli azzurri. La gara, nonostante il risultato netto e la qualificazione a Euro 2020 già in tasca, ha incollato allo schermo 5.969.000 con il 23,39%. Soffrono la concorrenza e segnano una flessione, sia in valori assoluti che in share, CartaBianca (1.021.000 4,8%) e DiMartedì (1.225.000 5,69%).

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Governo, le mosse di Renzi rompono gli equilibri. E c’è apprensione per le Regionali alle porte

La formazione del secondo governo Conte, frutto di un accordo Pd-M5S scaturito dal passo (forse) falso di Matteo Salvini, in preda ai fumi del Papeete o forse su suggerimento di malintenzionati anche nei suoi confronti, ha riproposto con tutta la forza della normalità la centralità del Parlamento e l’equilibrio tra i diversi poteri che promana dalla Costituzione, su cui fonda la nostra democrazia.

Il Presidente della Repubblica quale terzo arbitro, garante massimo del rapporto tra esecutivo, parlamento ed elettorato, nonché capo della magistratura e delle forze armate, ha condotto lo svolgimento della crisi di governo nei binari della Costituzione, ovvero con la ricerca prioritaria nel Parlamento di un’altra possibile maggioranza. Il Presidente ha anche ineccepibilmente imposto che questo svolgimento avvenisse in tempi sufficientemente brevi per non determinare un eccessivo vuoto di potere in una fase politica molto delicata. Nonostante gli schiamazzi di Salvini e Giorgia Meloni, la nuova maggioranza si è costituita con il voto di fiducia nelle due camere, secondo prassi.

Ovviamente conosciamo tutte le difficoltà che sottostanno a questa decisione: i trascorsi tempestosi tra i due partiti che compongono l’alleanza, per certi versi la vera e propria reciproca antinomia, dovendo diventare in un baleno leale collaborazione ha dato luogo agli strali delle nuove opposizioni con l’accusa di trasformismo e poltronismo, oltre che di paura del voto. Una difficoltà politico-comunicativa obiettiva e che potrà essere superata solo da una volontà chiara di cooperare non solo per l’immediato ma in una prospettiva almeno di medio termine.

Quali scenari si aprono dopo la nascita di questo inusuale asse democratico-pentastellato?

È difficile comprendere le dinamiche tra i due gruppi, atteso che nel frattempo sono accaduti altri eventi di non poco conto: in primo luogo la scissione di Matteo Renzi, una capriola a doppia torsione carpiata, dal momento che l’ha prodotta a Camere ancora calde per la formazione del governo, cogliendo alla sprovvista in primo luogo Conte, ma lo stesso Pd che per quanto edotto delle sue intenzioni certo non prevedeva una decisione così immediata.

La nascita di Italia Viva meriterebbe un’analisi a parte approfondita, che si potrà fare quando si sarà compresa la natura vera di questa compagine e le intenzioni di fondo del suo leader carismatico. Si può però affermare con sicurezza che è la prima scissione “ da destra” nel fu partito comunista, ex Pds, ex Ds, ex Pd ex PdR (di Renzi) ed ora di nuovo Pd meno R. Perfino una delle prime da destra della storia della sinistra dalle sue origini, se si esclude quella di palazzo Barberini a Roma nel 1947, in cui Giuseppe Saragat, con i gruppi Critica Sociale e Iniziativa Socialista, decise di abbandonare il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e di fondare il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, certificando la storica frattura fra socialismo massimalista e socialismo riformista.

Una scissione, quella di Renzi, che rompe un difficile equilibrio, costitutivo del Pd, tra area moderata post-post comunista e neo liberal di matrice prevalentemente ex popolare. Una separazione che mette in discussione le stesse ragioni di fondazione del Partito democratico, perché Renzi ha sottratto a parer mio non solo parte del gruppo dirigente e forse in misura non corrispondente della base, ma se vogliamo la sua stessa ragion d’essere, andandosi a collocare in posizione del tutto autonoma, nel centro del sistema politico, se pur partendo da percentuali attualmente trascurabili.

Ora: possono esistere due partiti centristi ma non due centri, quindi alla lunga uno dei due dovrà sgombrare ed accomodarsi o più a destra o a sinistra. Questo nonostante la convinzione dei grillini, dura a morire, che non esistano più né la destra né la sinistra.

Di fronte a questi sconvolgenti rovesciamenti di fronte non sappiamo ancora quale sarà la strategia di risposta del Pd (se ne avrà una). Sembra che aborriscano un ritorno a una configurazione più tradizionale di partito socialdemocratico, i segnali finora vanno in questa direzione.

Nel frattempo sono presi dalla non semplice navigazione di governo, e soprattutto dal tentativo di evitare insieme all’alleato di governo la sconfitta nei prossimi passaggi elettorali nelle regionali in Umbria, in Calabria e in Emilia Romagna. Soprattutto quest’ultima elezione, fissata il 26 gennaio, rappresenta la prova più importante. Se Salvini dovesse conquistare la regione “rossa” non ci sarebbe più nessun ostacolo all’agognata “presa del potere”.

Questa è la ragione per la quale, nonostante non manchino riserve e critiche anche molto fondate sull’operato della giunta uscente di Stefano Bonaccini, nonostante sussistano divergenze non marginali sul governo di importanti aspetti e comparti della regione, molte elettrici ed elettori sono orientati a votare per il centro sinistra, pur di evitare che questa destra, con inclinazioni razziste e xenofobe, governi la regione.

Sarà sufficiente il giusto sentimento di ripulsa e di paura a mobilitare l’elettorato, che alle precedenti elezioni disertò al 60% le urne, consentendo a Bonaccini una vittoria veramente striminzita? È l’interrogativo che si pongono le componenti più avvertite che guardano alle imminenti elezioni umbre, per capire dove soffia il vento, e guardano anche con analoga apprensione alle mosse che il “Giancattivo” di Rignano metterà in campo, che se dovessero causare un’emorragia di voti senza aumentare il totale complessivo sarebbero ancora una volta l’ennesima martellata sugli zebedei che Renzi affibbia al suo ex partito e all’intero campo democratico.

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Enrico Letta rilancia il voto ai 16enni, Conte, Di Maio e Zingaretti d’accordo: “A quell’età si è già maturi per andare al seggio”

La proposta di estendere il diritto di voto ai 16enni lanciata dall’ex premier Enrico Letta raccoglie non solo l’appoggio del Pd e del M5s, ma anche quello dell’attuale presidente del consiglio. “Negli ordinamenti giuridici si mette una convenzione anagrafica. Per me abbassarla a 16 anni ci sta benissimo, in altri ordinamenti è così”, dice Giuseppe Conte. “I nostri ragazzi credo che a 16 anni abbiano tutta la maturità psicofisica per votare”, aggiunge spiegando che comunque una riflessione nel governo a riguardo “non è ancora iniziata. Anzi, forse sarebbe più utile che la si facesse in sede parlamentare”. Anche il capo politico dei 5 stelle Luigi Di Maio è d’accordo con Letta: “E’ una proposta che portiamo avanti da sempre e che sosteniamo con forza”, ha scritto su Facebook. “I giovani in Italia vengono definiti, a seconda del momento, choosy, viziati, ‘gretini’: per noi vanno soprattutto messi al centro della nostra politica. Se a 16 anni un giovane può lavorare e pagare le tasse, dovrebbe almeno avere il diritto anche di votare e scegliere chi decide della sua vita”. Proprio il voto ai 16enne è da sempre una delle proposte portate avanti da Beppe Grillo in persona che, per primo ne ha parlato nel 2016 e nel 2019 ha rilanciato con la proposta di abbassare l’età minima addirittura a 14 anni.

Si trova in sintonia con Letta anche Nicola Zingaretti che su twitter scrive: “Sono da sempre favorevole al voto ai sedicenni. Bene oggi le parole di Enrico Letta. La passione civile di tante ragazze e tanti ragazzi che incontro tutti i giorni rafforzano questa idea. Ora è tempo“. Sempre in ambito Pd Graziano Delrio considera la proposta da valutare ma solo dopo aver dato “il voto al Senato ai 18enni. Siamo già impegnati su questo fronte, che mi pare già un grande passo avanti. Poi si potrà ragionare anche del voto ai 16enni”. È anche vero che nei paesi dove si può andare al seggio a 16 anni anche la maggiore età – e quella per guidare l’automobile – è abbassata a 16 anni.

Il primo a rilanciare l’idea nel dibattito politico è stato l’ex premier Letta che, intervistato da Repubblica, l’ha definita “la riforma costituzionale da fare in un anno” e ha chiesto ai suoi di “non esitare”: “Il Pd deve imporsi”, ha detto. Il ministro degli Esteri M5s ha replicato poco dopo: Il dem Letta, ora direttore dell’Istituto di Studi politici a Parigi, sempre nell’intervista a Repubblica, ha anche chiesto che il Parlamento lavori per l’approvazione dello “ius culturae”: la proposta però, incardinata a Montecitorio, si è di nuovo arenata perché considerata non prioritaria per la maggioranza. Secondo Letta l’esecutivo deve pensare ai più giovani e a come coinvolgerli: “Il mio lavoro sono i ragazzi, è a loro che bisogna pensare”, ha detto. Proposte che l’ex premier giudica urgenti e facilmente approvabili in Parlamento con questa maggioranza. “È un modo per dire a quei giovani che abbiamo fotografato nelle piazze, lodando i loro slogan e il loro entusiasmo: vi prendiamo sul serio e riconosciamo che esiste un problema di sottorappresentazione delle vostre idee, dei vostri interessi. Il momento è ora, non si aspetti per ottenere di più”.

Per Letta ora il premier Conte si gioca il tutto per tutto: “Fare bene con questo governo è nel suo interesse, non ha un terzo tempo da giocare. L’anno trascorso gli è valso come apprendistato. Ha capito che Matteo Salvini stava portando il Paese a sbattere”. E poi suggerisce: “Adesso bisogna accelerare sul green new deal, coniugarlo con la lotta alle diseguaglianze, non permettere che il ministro Sergio Costa metta la faccia su un testo vuoto. Aspettare magari, ma fare bene il decreto sul climate change, d’intesa con Bruxelles. Sono anche d’accordo con la lotta al contante: basta con la palla delle vecchiette che non sanno andare al bancomat”. E ancora: “Soprattutto serve una nuova legge elettorale che dia diritto di tribuna alle minoranze. Non un maggioritario all’inglese o alla francese. Quella giusta è il Mattarellum, i collegi con una quota proporzionale. Aggiungerei la sfiducia costruttiva: un governo casca perché ce n’è un altro pronto, sennò si va al voto. E secondo me le legislature dovrebbero essere più brevi, di tre, quattro anni”.

A La Repubblica poi promuove a pieni voti l’inizio al Viminale di Luciana Lamorgese: “Ha cominciato con il piede giusto. Il vertice di Malta è un passo avanti importante, ma non è la soluzione finale. Sull’immigrazione non ci si può nascondere, servono risposte strutturali. E occorre un trattato con i Paesi volenterosi, lasciando fuori quelli di Visegrad, e applicando regole chiarissime: voto a maggioranza e automatismi in tutte le scelte, a partire dalla redistribuzione”. Mentre boccia la scelta politica di Matteo Renzi: “Penso sia stato un errore per il modo e per i tempi, oltre che per la sostanza. Il Pd ha fatto un’operazione enorme costruendo il governo, aveva suscitato ammirazione in Europa, ma quella mossa ha fatto sì che pensassero: ‘Sono sempre gli stessi’. È una piccola mina messa sotto l’esecutivo, ma non penso abbia interesse a farlo cadere”.

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Sondaggi, per Swg Italia Viva vale oltre il 5% (e supera Forza Italia): recupera dall’astensione e permette al Pd di recuperare voti dal M5s

Italia Viva, il nuovo movimento di Matteo Renzi, per la prima volta nella sua brevissima vita supera il 5 per cento in un sondaggio. A dare maggiore credito alla forza politica dell’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd è l’istituto Swg nella rilevazione settimanale per il TgLa7. Secondo questi dati Italia Viva riuscirebbe perfino a superare Forza Italia e a tallonare i Fratelli d’Italia. Bisogna dire che è il primo e unico sondaggio a stimare così in alto il partito di Renzi. Tutti gli altri finora lo hanno valutato poco sopra il 3 per cento. Tra l’altro c’è un’altra forza politica che nei risultati di Swg ha maggiore forza rispetto ad altre rilevazioni: Cambiamo! di Giovanni Toti (che a primavera cerca la riconferma da governatore della Liguria) raggiunge il 2 per cento a petto degli zero virgola attribuiti in queste settimane da quasi tutti gli istituti.

Lega prima, M5s secondo (ma senza merito)
Ricapitolando, comunque, la Lega resta il primo partito nelle indicazioni di voto con il 33,6 per cento, sia pure in calo di quasi mezzo punto in una settimana. Il distacco è considerevole nei confronti della seconda forza: torna a esserlo il Movimento Cinque Stelle e questo accade nonostante un calo dei grillini di mezzo punto. Il “merito” del controsorpasso del M5s infatti è tutto del Pd che perde poco più di due punti e torna sotto la soglia del 20 per cento. E’ chiaro l’effetto drenante della scissione di Renzi. Stessa cosa d’altra parte accade con Forza Italia che in una settimana perde lo 0,8 e ormai galleggia a una cifra di poco oltre il 5 per cento. La quarta forza politica sono i Fratelli d’Italia che peraltro in quest’ultima settimana perdono qualcosa e soprattutto la base che aveva raggiungo del 7 per cento. Altri tre partiti del centrosinistra (Sinistra, Verdi e +Europa) restano tra l’1,7 e il 2,3 e quindi non superano la soglia di sbarramento prevista dal sistema elettorale.

Coalizioni: l’alleanza giallorossa è avanti
Anche Swg, come già ieri Quorum/YouTrend, ha provato a sperimentare una eventuale corsa bipolare di coalizione, cioè centrodestra e centrosinistra più M5s. Ne viene che è confermato che sarebbe un testa a testa ma con una punta significativa di vantaggio dell’alleanza giallorossa. E’ implicito che sarebbe l’unica speranza di arrivare al governo sia per il Pd sia per il M5s, visto che il centrodestra a oggi è a meno di 3 punti dal 50 per cento.

Com’è fatto l’elettorato di Renzi
Infine Swg ha indagato su com’è composto il “nuovo” elettorato di Renzi: da dove provengono i voti (virtuali) per Italia Viva? In maggioranza, come prevedibile, dal Pd (2,8 per cento). Non irrilevante (0,8) il contributo di +Europa (che spiega anche il ribasso del partito di Emma Bonino). Scontato l’arrivo di voti da Forza Italia, il cui elettorato moderato non ha altri punti di riferimento a destra. Colpisce il recupero dall’astensionismo che vale l’1,1 dell’elettorato di Italia Viva. In questo quadro l’ultima curiosità sottolineata dall’istituto di sondaggio triestino è che il Pd – con l’uscita di Renzi – recupera lo 0,7 per cento dai Cinquestelle.

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Governo, Bersani: “C’è un popolo disperso di sinistra, riprendiamocelo. Renzi? Ha governato con i miei voti sputandomi addosso”

“Renzi ha governato, sputandomi addosso, ma lo ha fatto con i voti miei”. Lo ha detto Pier Luigi Bersani, intervistato alla festa di Articolo Uno, a Roma. “Renzi ha governato con un nemico principale – ha aggiunto – il populismo e i 5 Stelle. Esito? Il Pd ha perso voti e i 5 Stelle sono aumentati. Poi si sono messi con la destra e in un anno si dimezzano”. Insomma, secondo l’ex ministro, “c’è un popolo disperso che si sente di sinistra: culture ambientaliste, cattoliche, culture sociali, che è ora di richiamare a raccolta per costruire un’alternativa alla destra. Questa alternativa fa parte delle forse che ci credono e che si sentono di sinistra, perché quella di là si chiama destra e questa di qua non può chiamarsi con un altro nome. Sarà una sinistra larga e plurale. E ci vorrà un tavolo per formulare un programma di svolta, e bisogna rompere il muro che c’è tra elettorati di centrosinistra e 5 Stelle”

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Scissione di Renzi dal Pd, Zingaretti: “Errore, mi dispiace”. Cuperlo: “M’hanno lasciato solo. Mi piacerebbe che Civati tornasse”

Per Nicola Zingaretti si tratta di un “errore”, che provoca dispiacere, soprattutto in un momento in cui la forza del Pd “è indispensabile per la qualità della nostra democrazia”. Dopo che la scissione di Matteo Renzi dal Partito democratico è diventata ufficiale (nonostante gli appelli fino all’ultimo perché ci ripensasse), il segretario democratico ha scelto Facebook per commentare la manovra degli ormai ex compagni di partito: un post di poche righe che, dopo aver liquidato la rottura, rilanciava sul “futuro degli italiani”, “lavoro, ambiente, imprese, scuola, investimenti”. In generale però, se nell’immediato il governo giallorosso non avrà particolari contraccolpi, i primi effetti saranno naturalmente all’interno del Partito democratico. Gianni Cuperlo per sdrammatizzare, ma neanche troppo, ha pubblicato una foto delle primarie 2013 e il commento: “M’hanno rimasto solo..”. A cui segue un post scriptum: “E mi piacerebbe che Pippo tornasse”. Il riferimento è a Civati, ora leader di Possibile e fuori dalla Parlamento, che starebbe addirittura valutando se presentarsi alle elezioni suppletive che ci saranno a fine ottobre per scegliere il sostituto di Paolo Gentiloni (ora commissario Ue). Insomma, è chiaro che l’uscita di Renzi provocherà movimenti dentro e fuori il Partito democratico.

Quella di Zingaretti è la stessa linea tenuta dall’ex premier Paolo Gentiloni: “Per me il Pd non è un episodio. È il progetto di una vita. Ci ho lavorato con Veltroni e Renzi, sono stato in minoranza con Bersani. Oggi è uno dei partiti progressisti europei più forti e aperti al futuro. In tempi così difficili, teniamocelo stretto. E guardiamo avanti”, ha scritto sui social il commissario europeo all’Economia. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, nonché il pontiere principale che ha portato alla nascita del governo Conte 2, in un dialogo rubato dalle telecamere de Ilfattoquotidiano.it con la sua omologa tedesca alla Triennale di Milano ha definito Renzi “un grosso problema” quando la ministra Michelle Müntefering gli ha chiesto chiarimenti sulla situazione attuale nel partito.

È il resto del Pd però ad affondare il colpo sull’ex segretario. Il ministro degli Affari Europei, Vincenzo Amendola, bolla l’operazione che ridà una leadership a Renzi come “temporanea”: “Un partito senza leadership non esiste, deve incarnare anche una comunità. Non serve solo un leader, serve una classe di governo. Una leadership senza una comunità diventa un po’ temporanea”. Mentre per Maurizio Martina si tratta di un “grave errore” perché “non ho mai visto il centrosinistra rafforzarsi con le divisioni” e anche sulla tenuta del governo “c’è il rischio di conseguenze non positive”. L’ex segretario del Pd, carica che Martina ricoprì proprio a seguito delle dimissioni di Renzi, non riesce a trovare delle ragioni a questa scissione, “tanto più dopo il percorso unitario compiuto in queste ultime settimane che ha consentito la svolta politica nel Paese”. E le motivazioni sentite fin qui, secondo lui, “sono fragili e per tanti aspetti davvero incomprensibili”.

Duro anche il commento di Stefano Vaccari, responsabile dell’organizzazione dem: “Un milione e seicentomila persone sono venute ai gazebo pochi mesi fa anche per chiedere unità al Pd. Per archiviare la stagione dell’egocrazia e dell’uomo solo al comando. Nessuno di loro capirà mai questa scelta personale di Renzi. Un errore madornale”. Mentre Walter Verini parla di “una ferita, però è una ferita che sta producendo a freddo; non vedo passione politica in questa uscita molto grave”. Il Pd, ricorda, “è nato per unire quindi credo che sia un errore; dividersi e la cosa più facile, meno impegnativa. Credo che il Pd debba reagire non chiudendosi ma aprendosi alla società”. Mentre è laconico un ex renziano di stretta osservanza come Emanuele Fiano: “Quel sogno infranto sempre di una sinistra unita”, scrive su Twitter.

Più deciso l’intervento di Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e tra i volti più intraprendenti del renzismo che fu: “Un errore enorme la scissione di Renzi. Non credo nei partiti personali e le divisioni portano sempre male – commenta – I sindaci popolari aggregano, non dividono. Per questo credo rimarremo tutti nel Pd che, a maggior ragione, vogliamo riformista e maggioritario (non il Pds)”. Mentre Brando Benifei, capodelegazione Pd al Parlamento Europeo, parla di “atto incomprensibile e oggettivamente poco utile”. Su possibili scissioni a Strasburgo, Benifei aggiunge: “Ogni deputato è libero di fare le sue scelte, io non me lo auguro e lo ritengo improbabile”. E tante sue colleghe dem, da Simona Bonafè a Pina Picierno fino ad Alessandra Moretti, ammettono che “ci sarà una riflessione” ma “in questo momento prevale il dispiacere”.

“Ogni volta che fa un gesto buono, e sicuramente è stata una buona cosa il contributo che Renzi ha dato alla costruzione di questo Governo, poi è più forte di lui e ne fa sempre uno al contrario”, è il commento di Michele Emiliano. “Mi dispiace – ha aggiunto – Dal punto di vista umano, dal punto di vista politico mi sembra un gesto che indebolisce l’Italia in un momento in cui le cose importanti non sono chi sono io e chi sei tu e cosa faccio io e cosa fanno gli altri, ma è l’Italia stessa, le tante cose da fare. Il Governo stava per partire. Almeno un minimo di rispetto nei confronti del presidente del Consiglio avrebbe potuto utilizzarlo, invece non c’è niente da fare, è sempre lui e, come si dice, ce lo dobbiamo tenere così”.

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Cari elettori ed eletti cinquestelle, rallegratevi! Per lo Psicoanalista siete guariti

Caro elettore e caro onorevole pentastellato, mi rivolgo a te felice per il tuo rinsavimento. Probabilmente, non essendo Repubblica tra le tue prime letture mattutine, non sapevi di aver attraversato un momento psicologicamente difficile. E manco immaginavi che il tuo partito fosse reduce da una tremebonda fase puberale a causa della quale pareva spacciato, come ci ricorda lo Psicoanalista amico di Renzi.

Anzitutto, partiamo da qualcosa che ha più del miracolo che della guarigione: Beppe Grillo, il fondatore, non è più “bipolare”! Sì, perché il disturbo bipolare diagnosticato via Facebook dallo Psicoanalista quando vinceste le elezioni (“il nostro paese sarà consegnato nella mani di una srl guidata da un comico bipolare“) è stata superata. Nell’articolo del 22 non vi è più traccia dello squilibrio che affliggeva il tuo capo. Dunque non sei più alla mercé di un oscillante figuro che oggi dice una cosa, domani ne pensa un’altra. Al contrario, egli si è rimesso perfettamente e può persino guidare.

Deve altresì farti gioire il fatto che oggi puoi chinarti a terra tra i tuoi consimili, senza il timore che qualcuno si approfitti di te o peggio ti trascini in una qualche rituale orgiastico.

Solo due anni fa, tu non lo ricordi, il movimento al quale hai dato il voto e per il quale ti sei candidato si sosteneva su un “mito incestuoso”. Non sai a quali tremende conseguenze può portare accoppiarsi tra consanguinei come le case reali? Beh, non ti preoccupare. Nel suddetto ultimo bollettino diagnostico emesso su Repubblica, non vi è più traccia di questa insidia.

Se non bastasse, sei anche immune dagli attacchi di panico. A suo tempo, quando Di Maio accettò di andare a Roma la sentenza era senza scampo: “Lo sgomento di fronte all’ipotesi di Di Maio premier non è per me tanto relativo alla sua incompetenza tecnica (…). Mi chiedo: ma avrà avuto o avrà almeno una crisi di panico, un momento di vertigine o di angoscia? Glielo auguro”. Non essendo stato colpito lui che era in prima fila, sei al sicuro anche tu. Anche perché dopo un anno con Salvini, hai voglia a farti venire il panico…

Credimi, sei poi stato incauto a militare dentro ad un partito dove c’era un “polo chiaramente maniacale (…) e un fantasma di onnipotenza”. Beh, oggi è tutto a posto, tutto sanato. Non corri il rischio di trovarti Fico che corre col cappello di Napoleone in testa.

Il capo politico del tuo Movimento era, scusa se te lo dico, un po’ sfigato. Ehi sì, perché la valutazione dell’analista lo tratteggiava come affetto da: “evidenti difficoltà di ragionamento e lessicali”. Non solo passando il fiume della pubertà egli è guarito da ogni turba, acne compreso ma, con ogni probabilità si è acculturato nottetempo, senza che tu te ne accorgessi. Non è dato sapere se alla scuola serale o con l’università telematica. Ma a te che importa? Ora puoi vederlo cresciuto e dottore. Certo, resta lo scheletro ingombrante dell’essere stato “stewart allo stadio”, ma quello fa molto radical chic e, con i tempi che stanno per venire, forse lo aiuterà.

Va molto peggio per i tuoi futuri alleati di governo, quelli di Leu. Tu pensa che la diagnosi verso loro fu pesantissima: mummie con tendenza al masochismo. Una roba che te li immagini lì a frustrarsi l’un l’altro gridando di piacere. Consiglio di starne lontani, almeno finché non verranno dichiarati guariti, il che avverrà probabilmente se verrà loro concesso un ministero.

Caro amico, sei rinsavito a tal punto che non ricordi nemmeno di aver fatto parte di un partito dove “si adotta l’insulto al posto del dialogo” e “si proibisce che ciascuno parli e pensi con la propria testa, si esige una sorveglianza su ogni rappresentante (…) come in un culto stalinista“. Inoltre la Casaleggio non è più additata come una sinistra srl perché, a tua insaputa, ha mutato ragione sociale in una cooperativa rossa. Cosa dici? Non ci credi? Non hai dimenticato che questa roba viene da chi a suo tempo definiva Renzi il “nuovo” rottamatore facendosi fotografare al fianco della Boschi? Mica vorrai prestare fede alle parole di Travaglio che osa insinuare come questo articolo latte e miele sia stato scritto in fretta e furia per ingraziarsi il tuo partito e auto segnalarsi per una cadrega ministeriale? Questo pensi? Sbagli!

La psicoanalisi è una roba seria, mica una saponetta che si mette in ogni dove. E stai attento perché se pensi questo significa che sei scivolato nella paranoia. E da lì è dura uscirne, salvo che tu non vinca le elezioni.

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Crisi di governo, ci meritiamo questa politica della mediocrità

Ci meritiamo la crisi di governo. Anzi, a essere più severi meritiamo questa classe politica litigiosa che guarda al proprio orto piuttosto che al paese. D’altra parte abbiamo barattato la ragion collettiva per quella del singolo, accontentandoci della mediocrità.

Tale scambio deve essere avvenuto con la fine dei partiti e dei sindacati di massa che erano il luogo d’incontro socio-politico. Al tramonto di questi aggregatori abbiamo pensato che i social network potessero diventare uno strumento alternativo, invece hanno solo accentuato l’individualismo: dico la mia e non ti ascolto. La classe politica italiana ne è lo specchio.

Per definire chi siede a palazzo Chigi e a palazzo Madama possiamo infatti usare l’aggettivo mediocre. Quando Matteo Salvini si è fatto fotografare intento a ballare in spiaggia con avvenenti signorine, ha cominciato a girare una foto che faceva il parallelismo fra lui e la compostezza di Aldo Moro. “Doveva essere sempre dignitoso e presentabile” perché, ricordava Agnese Moro parlando del padre, “rappresentante del popolo italiano”. Oggi no: abbiamo premiato chi urla, come Paola Taverna o Giorgia Meloni, perché riteniamo leader chiunque abbia le capacità di alzare la voce più degli altri o di fare il post migliore su Facebook.

La dialettica politica odierna non è paragonabile neanche a quella degli esponenti da Prima repubblica – alcuni ladri – generalmente acculturati, divoratori di libri. Non come Antonio Razzi, esperto di turpiloquio e divoratore in cucina, o Matteo Renzi che, insieme a Salvini e Luigi Di Maio in questi anni hanno insegnato il teorema della destrezza dialettica da talk show: chi la spara più grossa vince.

Ci siamo accontentati del meno peggio. La strategia del “meglio il male minore” non è assolutamente quella vincente perché ci lascia in balia degli stregoni della demagogia e del populismo; di tutti quelli che gridano “al lupo!” quando non c’è nessun pericolo. Un esempio? I migranti della Open Arms strumentalizzati all’inverosimile e diventati, loro malgrado, il terreno di scontro della politica. In controluce, l’immigrazione delle centinaia di migliaia di italiani che lasciano il paese ogni anno – la maggior parte con laurea in tasca –, in cerca di fortuna all’estero, non viene presa in considerazione.

La crisi di questi giorni deve farci pensare a noi: come può questo popolo di navigatori, poeti e ristoratori smettere di accontentarsi?

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Renzi e M5S, pro e contro dell’intesa anti-voto

Inutile girarci intorno: l’unica domanda a cui rispondere in queste ore è se i Cinque Stelle e il Partito democratico, nello specifico l’ala parlamentare che risponde ancora Matteo Renzi, faranno un governo alternativo a quello Conte. Ci sono molti pro e contro. Vediamoli in sintesi e partiamo dagli aspetti critici.

Legittimità Matteo Salvini ha stravinto le elezioni europee, con oltre il 34 per cento. È vero che l’Italia è una Repubblica parlamentare e quindi sondaggi, elezioni locali e pure quelle europee non influenzano la composizione di Camera e Senato, i cui membri hanno piena facoltà di sfiduciare un governo e appoggiarne un altro. Ma si è affermata l’idea – anche corretta in tempi di bipolarismo, meno col proporzionale – che presidente del Consiglio e maggioranza si decidono nelle urne, non nei palazzi. E un governo sorretto da due partiti che sono minoranza nelle urne e nei sondaggi nascerebbe sotto i peggiori auspici. Ci sarebbe Matteo Salvini in piazza – o in spiaggia – tutti i giorni a gridare al golpe. Così come i Cinque Stelle hanno condannato per anni l’intesa Pd-Forza Italia – Nuovo centro destra ecc. che ha governato dopo il 2013 quando il Movimento era già il primo partito.

Manovra A settembre c’è da fare una legge di Bilancio spiacevole. Servono almeno 23,7 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva da gennaio 2020, poi ci sono tutti i buchi lasciati da quella sul 2019 (dove sono le privatizzazioni da 18 miliardi?), la recessione globale che incombe e tante altre minuzie che rendono radioattiva la manovra d’autunno. Chi la farà, è destinato a perdere consensi, a meno di non drammatizzare la situazione in stile 2011, con l’Apocalisse imminente tutto diventa più accettabile. Pd e M5S potrebbero sicuramente fare e votare una legge di Bilancio, ma se si votasse a marzo-aprile pagherebbero quasi certamente un duro prezzo.

Mercati Per quanto possa sembrare strano, da tempo i grandi fondi di investimento hanno deciso che è più affidabile e rassicurante una Lega forte, anche se include esponenti fuori controllo che vogliono uscire dall’euro, piuttosto che gli indecifrabili Cinque Stelle. È vero che Matteo Renzi ha ancora una certa credibilità internazionale, molto superiore a quella domestica, ma un governo M5S-Pd assediato da una Lega vicino al 40 per cento verrebbe guardato con sospetto, almeno all’inizio, soprattutto se non avesse un presidente di grande caratura (non ci sono molti Draghi o Monti disponibili, al momento). Ci sono però anche molte ragioni che rendono l’accordo possibile e forse inevitabile.

La tattica Se si va al voto, Pd e Cinque Stelle sono destinati a vedere i loro parlamentari falcidiati. Il M5S non sa ancora se deve rivendicare la dimensione “governista”, quella di Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, o quella di piazza urlata e massimalista di Alessandro Di Battista. Cercare di tenere tutto insieme è garanzia di messaggi confusi e pasticciati. Il Pd ha un segretario così debole, Nicola Zingaretti, che manco è disposto a candidarsi premier, che non ha ancora deciso se il nemico è Salvini o Di Maio, che non ha mai detto una sola cosa netta. Stare in Parlamento conviene a entrambi i partiti, essere attaccati per “l’inciucio” sarebbe spiacevole, ma anche i dibattiti sulla fine politica del Movimento e sulla caduta di Zingaretti dopo risultati elettorali deludenti sarebbero altrettanto sgradevoli.

I passaggi C’è poi un aspetto che rende l’intesa, in un certo senso, quasi inevitabile. Prima o poi sarà votata la mozione di sfiducia della Lega a Conte, prima o dopo quella del Pd a Salvini. Qualunque sia la sequenza, presto o tardi i membri leghisti lasceranno l’esecutivo perché nessuno accetterà che sia il candidato premier Salvini a gestire le elezioni dal ministero dell’Interno. A quel punto servirà un rimpasto, anche solo per gli affari correnti. Si può anche procedere con un governo sfiduciato, ma se i tempi si allungano al punto che il governo in carica dovrà almeno impostare anche la legge di Bilancio, per evitare l’esercizio provvisorio (gestire il 2020 con lo stesso bilancio 2019), ci vorrà un premier con un minimo di legittimità. Che si chiami governo di transizione, di garanazia o di scopo, il principio è lo stesso: servirà un voto di fiducia con una maggioranza e, se si farà la legge di Bilancio, un voto su quel provvedimento. Ha senso per Pd e M5S votare un governo per passare mesi poi a prenderne le distanze? O è meglio per loro sfruttare il tempo – e quello che sembra un errore di tempistica da parte di Salvini – per limitare i danni?

I temi Lo scenario più probabile è che i parlamentari non verranno mai tagliati a 600: anche ammesso che si arrivi al quarto e ultimo voto della riforma costituzionale, poi incombe il possibile referendum, i tempi si allungano al punto da rendere l’esito incerto. Ma i Cinque Stelle potrebbero rivendicare almeno il successo del via libera parlamentare, se il Pd coopera. Renzi, in quanto dominus del gruppo parlamentare del Pd, propone di salvare reddito di cittadinanza, di evitare l’aumento dell’Iva e di confermare la riforma della prescrizione che i pentastellati hanno ottenuto ma differita dalla Lega. Tutte cose che Salvini vuole smantellare. Rischia di essere difficile spiegare agli elettori che in nome di una battaglia di principio – mai “inciuci” – i Cinque Stelle sono disposti a sacrificare tutte le loro conquiste concrete.

Le poltrone In queste vicende non sono mai dettagli triviali quelli sulle poltrone. Con un accordo Pd-M5S, i senatori del Pd destinati a vedere il loro posto a rischio guadagnano tempo, stipendi e nuova centralità. Zingaretti rinuncia di fatto alla sua leadership, ma conserva la guida della Regione Lazio e può comunque influire su un nuovo governo, cosa che mai avrebbe ipotizzato visto che il suo destino è un’opposizione molto minoritaria. I Cinque Stelle rimandano l’annosa questione del limite dei due mandati, hanno tempo di costruire un nuovo leader dopo Di Maio (o di rigenerare la sua figura) e possono incassare un presidente del Consiglio in quota loro. Uno schema possibile, se l’accordo arrivasse in tempi brevi, potrebbe essere quello che vede Conte commissario europeo e un esponente di spicco M5S a palazzo Chigi (Bonafede?). Le carte sono in tavola. Da domani si capisce che piega prenderà la partita.

L’articolo Renzi e M5S, pro e contro dell’intesa anti-voto proviene da Il Fatto Quotidiano.

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