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Veneto, “se critichi la gestione della pandemia rischi la querela”. Giornalisti in piazza a Venezia: “No al bavaglio sul Coronavirus”

Come accade in tempo di guerra, anche con il Covid l’informazione non può essere disfattista, altrimenti rischia di essere accusata dalle strutture di potere di fare l’interesse del nemico. In Veneto sembra essere vietato attaccare il sistema sanitario, raccogliere testimonianze di medici o infermieri, dichiarare che nelle Rsa si muore, che il personale ha attrezzature scadenti, oppure che nelle terapie intensive non c’è posto e qualche paziente è morto in corridoio. Si rischia la querela per diffamazione o addirittura che un servizio televisivo venga inviato alla Procura della Repubblica per procurato allarme.

Nella regione che fino a qualche mese fa era additata come un modello sanitario, adesso la recrudescenza del morbo sta colpendo più duramente che altrove. Ogni giorno il governatore Luca Zaia tiene conferenze stampa-fiume per fare il punto della situazione, ottenendo titoli e prime pagine, ovviamente giustificate dalla drammaticità della situazione. Ma se accade che qualche giornalista si avventuri fuori dal sentiero tracciato, ecco i guai. È per questo che il Sindacato giornalisti del Veneto, con il segretario Monica Andolfatto, e la Fnsi, con il presidente Giuseppe Giulietti, hanno manifestato a Venezia, davanti a Palazzo Labia, sede della Rai del Veneto.

Matteo Mohorovicich, giornalista Rai, il 14 dicembre ha intervistato a Verona un operatore sanitario, lo ha ripreso di spalle, alterandone la voce, perché il dipendente di Borgo Trento aveva paura di ritorsioni sul posto di lavoro. È stato lui a denunciare la morte di pazienti in corridoio perché in terapia intensiva non c’era più posto. In conferenza stampa, il commissario dell’azienda ospedaliera Francesco Cobello – smentendo la ricostruzione del dipendente – ha adombrato l’invio dell’intervista in Procura per procurato allarme.

Ingrid Feltrin, direttrice del giornale online OggiTreviso, ha raccolto in esclusiva una lunga intervista a medici e infermieri del San Valentino di Montebelluna. Dicevano che i nuovi malati di Covid venivano mandati a casa perché non c’era più posto, che il numero di infetti tra il personale era in crescita e che la situazione era fuori controllo. Anche in questo caso è arrivata la smentita della direzione sanitaria, seguita da una conferenza stampa on-line con primari e medici fatti sfilare per dire che tutto andava bene. E, come appendice, la minaccia di difendersi “nelle sedi opportune”. Peccato che due giorni dopo siano arrivati a Montebeluna sette ispettori mandati d’urgenza dal ministero della Salute.

A Verona, invece, la giornalista Alessandra Vaccari de L’Arena ha raccolto una testimonianza (protetta dall’anonimato) dall’interno di una casa di riposo che svelava l’esistenza di una situazione gravissima. Ha ricevuto una lettera della direzione della Rsa, con la richiesta di smentire tutto. La replica di poter entrare nella struttura per verificare la situazione non ha ancora avuto una risposta.

“No bavaglio” è il logo della protesta dei giornalisti che hanno raccolto la solidarietà delle forze politiche di minoranza in Consiglio regionale del Veneto. Il Pd: “Il diritto all’informazione non può andare in lockdown, diciamo no alle querele bavaglio. I cittadini non possono essere informati esclusivamente tramite comunicati o dirette sui social”. “No al pensiero unico sulla sanità veneta. Abbiamo presentato un’interrogazione per chiedere alla giunta Zaia, anche in nome della libertà di stampa, di verificare quanto denunciato dai giornalisti rispetto alle carenze segnalate”, hanno dichiarato i consiglieri Cristina Guarda (Europa Verde), Elena Ostanel (Il Veneto che Vogliamo) e Arturo Lorenzoni, portavoce dell’opposizione. Anna Maria Zanetti, Anna Lisa Nalin e Corrado Cortese di +Europa Veneto hanno invitato “tutta la stampa veneta a continuare ad essere presidio di informazione e verità in un momento in cui la politica sembra voler nascondere tutta la sua debolezza e impreparazione”. Erika Baldin, dei Cinquestelle: “I cittadini hanno il diritto ad essere informati, qualsiasi attacco nei confronti degli operatori dell’informazione si qualifica da sé e va respinto al mittente”.

Foto d’archivio

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‘Essere donna nel 2020’: questo è il vero fenomeno Chiara Ferragni

di Silvia Grasso

Sarei molto curiosa, oggi, di sapere cosa pensano gli intellettuali che fino a ieri si scagliavano contro il fenomeno “Chiara Ferragni” dopo aver visto il video di poco più di 10 minuti che ha condiviso su Instagram, il suo social di riferimento, e che ha all’attivo più di 4 milioni di visualizzazioni.

Nel video, sapientemente intitolato “Essere donna nel 2020” si parla di slut shaming, victim blaming, revenge porn. Chiara Ferragni ne parla con davanti fogli di appunti scritti a penna, come si fa quando si studia per un esame, quando si deve comprendere a fondo una questione o, semplicemente, si deve capire e ricordare qualcosa che ancora non si conosce. Lo fa con una semplicità disarmante, ammettendo di avere ignorato la conoscenza di quei vocaboli fino a poco tempo prima pur avendo vissuto sulla propria pelle parte dei fenomeni di cui parla.

Come spesso accade a tutte le donne (e anche agli uomini), si è vittime (o artefici) di quello che non si sa ancora nominare, di ciò che non si conosce come fenomeno definito e processato ma solo come bagaglio esperienziale inconsapevole che ci investe e plasma ma che è invisibile. Tutte noi ci siamo sentite incolpate, direttamente o indirettamente, per i nostri comportamenti sessuali, per il fatto di essere soggetti desideranti e volitivi, per il fatto di essere disubbidienti rispetto a regole patriarcali che ci costringevano a educare la nostra natura, mentendo sulle nostre possibilità. A tutte noi è capitato di essere intimamente tradite e incolpate di essere causa del tradimento altrui e divorate dal senso di colpa in alcuni casi mortale.

Il senso di colpa dell’essere donna è radicato ed intrecciato alla paura di manifestarci fin dall’adolescenza. Agli e alle adolescenti si rivolge Chiara Ferragni: ad un pubblico vastissimo di ragazzi e, soprattutto, ragazze che fino a ieri come lei non sapevano il significato dei fenomeni sociali e culturali che investono e condizionano la nostra società e il nostro essere donne e uomini.

A 15 anni, certe cose io non le conoscevo: ci sono arrivata con il tempo, gli anni e lo studio. A 15 anni, oggi, certe cose ti possono arrivare attraverso uno smartphone e attraverso una influencer che esercita (bene) il proprio privilegio e il proprio potere, lavorando ad un investimento collettivo enorme: quello futuro. Questa è la pratica dei femminismi, anche se inconsapevole e non dichiarata. Questo è il vero fenomeno Chiara Ferragni.

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La scelta del Giornale di Brescia: se ne va da facebook. “Falsità e insulti: non vogliamo più essere corresponsabili, impossibile moderare”

Il Giornale di Brescia, nell’editoriale scritto dalla direttrice Nunzia Vallini, ha annunciato la “sospensione degli aggiornamenti sulla sua pagina Facebook”. A causa di “troppe parole in libertà, troppi insulti, troppo astio. E troppi profili fake, che – continua Vallini – se non generano notizie altrettanto false, si dilettano in manipolazioni neppure tanto dissimulate”. Il quotidiano ha scelto quindi di uscire dai social, anche perché ritiene ci sia una “corresponsabilità quantomeno morale se gli aggiornamenti di una pagina diventano, volenti o nolenti, pretesto per veicolare falsità o, peggio ancora, commenti che nulla hanno a che vedere con la pluralità delle idee e loro libera e sacrosanta espressione, e ancor meno con il diritto-dovere di informare ed essere informati”.

La direttrice Vallini racconta che la pagina Facebook del Giornale di Brescia era ormai infestata da “falsità, rabbia e frustrazioni”, al punto che la redazione evitava di pubblicare su Facebook le notizie più delicate, “perché diventava impossibile moderare il fiume dei commenti”. Il quotidiano di Brescia sarebbe stato infatti attaccato dalla precisa volontà di qualcuno di infiammare il dibattito online (in gergo viene chiamato flame), godendo dell’algoritmo di Fb che privilegia la visibilità dei contenuti che innescano più reazioni. “In azione sulla pagina – spiega Vallini – non erano ‘amici’ seppur falsi, bensì bot (robot) capaci di sparare messaggi a raffica con automatismi che hanno reso vano ogni tentativo di moderazione manuale. Ecco perché abbiamo messo in lockdowm la nostra pagina Fb: scendiamo da questa giostra, usciamo da questa piazza malsana che ci fa diventare quello che non siamo, che non siamo mai stati e che non vogliamo diventare, ovvero la piattaforma di lancio di chi sfrutta questo tipo di dinamiche alimentando scontri e tensioni, oltre che una vera e propria campagna di disinformazione spacciata per sedicente controinformazione”.

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Aggressione a un giornalista di Rete 4? Beppe Grillo pubblica il video di ciò che è realmente successo: “Guardate, resta in piedi”

Il giornalista che incespica per le scale – non si capisce se qualcuno dall’interno del locale lo abbia spinto – ma subito si gira e continua a riprendere Beppe Grillo con il suo telefonino. Il video, pubblicato sul blog del cofondatore del Movimento 5 Stelle, mostra l’episodio che l’inviato della trasmissione di Rete4 Dritto e rovescio aveva denunciato come un’aggressione, sostenendo poi di aver riportato distorsioni e una prognosi di cinque giorni e incassando la solidarietà di Associazione Stampa Toscana e Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Mentre Paolo Del Debbio aveva aperto la puntata della sua trasmissione dicendo che “Francesco Selvi non meritava di essere buttato giù dalle scale da un leader politico”.

“Le immagini che seguono potrebbero urtare la sensibilità dei giornalisti onesti“, commenta Grillo. Nel video della scena, ripreso il 7 settembre da una telecamera della reception del locale sulla spiaggia di Marina di Bibbona, Selvi non cade ma “scivola” sui cinque gradini di legno. Arrivato in fondo, barcolla ma subito si gira e continua a riprendere. Il comico commenta con la canzone Cinque giorni di Michele Zarrillo: un riferimento ironico alla prognosi che la spinta di Grillo avrebbe causato all’inviato.

La presunta aggressione era stata stigmatizzata da Del Debbio che in tv aveva fatto una lunga requisitoria contro Grillo, accusato di esibire una mentalità “fascista”, “ignorante” e di essere affetto da “senilità precoce” e pure di “tirchiaggine“. “Un leader politico non tira giù dalla scala un giornalista. Perché ce l’hai con i giornalisti? Fattela con me, vengo da un quartiere popolare di Lucca a me non fai paura, non ti sto minacciando perché sei un poveretto” aveva aggiunto.

E subito si erano affrettati a manifestare solidarietà la candidata del centrodestra alla presidenza della Regione Toscana Susanna Ceccardi – “La liberta’ di stampa e’ il fondamento di ogni democrazia, è vergognoso che chi inneggia alla democrazia diretta si permetta poi di aggredire un giornalista nell’esercizio della propria professione” – e Matteo Renzi che aveva definito Grillo “inqualificabile”. L’Associazione Stampa Toscana e la Fnsi erano intervenute esprimendo indignazione: “Non è tollerabile che un personaggio impegnato in maniera diretta o indiretta in politica, quindi un uomo pubblico a tutti gli effetti, reagisca in maniera violenta davanti a un giornalista che sta solo esercitando la sua professione”.

Video Il blog di Beppe Grillo

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Boicottaggio Facebook, prima di sparare sul social prendete bene la mira

Se io fossi al posto di Nick Clegg, non perderei tempo a spiegare al mondo che è più importante la libertà di espressione della censura. Sono settimane in cui è in atto una sorta di boicottaggio delle aziende nel confronti di Facebook. E nelle ultime ore è arrivata la replica del vice presidente degli affari globali e della comunicazione di Menlo Park, Nick Clegg, che dice in sostanza che “l’odio non ci avvantaggia”.

L’odio in rete non si combatte rimuovendo un tweet del presidente degli Stati Uniti. E su questo non posso che essere d’accordo, La mossa del concorrente Twitter è stata solo mediatica, potevi copiare e incollare quello stesso messaggio e rilanciarlo con altri 100 account diversi e il messaggio sarebbe stato lì, altri avrebbero potuto rilanciarlo e condividerlo, nessun automatismo l’avrebbe rimosso, nessun automatismo è stato in grado di rimuoverlo. Lo testimonia il mio tweet ancora on line, come potete vedere.

E allora a che punto siamo della storia? Il social network di Zuckerberg è sotto accusa su più fronti: di fare poco e niente per combattere Donald Trump, le fake news, i nazisti dell’Illinois, l’odio in rete, le cavallette, la povertà, la fame nel mondo, etc…

Più di 3 miliardi di persone usano Facebook (si sono iscritti in maniera consapevole e volontaria), dicevano che sarebbe durato poco, ricordo un articolo dell’Espresso del 2014 – Facebook non va più di moda tra i giovani “Ora cercano più intimità e riservatezza”. Certo, è vero, poi però diventano grandi e si iscrivono a Facebook, come iscriversi all’anagrafe degli adulti, di coloro che partecipano alla società, le cose che accadono su Facebook fanno notizia.

Ora tutto questo può anche non piacerci, che i nostri dati, i nostri desiderata, i nostri gusti, le nostre fantasie, le nostre abitudini vengano vendute anonimamente ad aziende che ci propinano la loro merce. Ma non è altro che lo specchio di come ha sempre funzionato la società dei consumi, solo che Facebook ha reso efficiente quei meccanismi che offline era più difficile attuare.

Tornare indietro significa spegnere la pur piccola voce che ha il cittadino, il consumatore, il piccolo utente, la piccola azienda, la piccola realtà economica, chi sa esprimersi senza conoscere un minimo di codice ha la possibilità di comunicare a migliaia e milioni di persone, ha la possibilità di organizzare una rete politica, sociale, di solidarietà, è in grado di promuovere valori positivi che aiutano gli altri.

E poi ci sono le grandi compagnie, i grandi gruppi mediatici, che hanno scambiato Facebook per l’ennesimo canale broadcast dove poter scaricare la stessa merda che hanno propinato per anni in radio e in tv. E poi sì, ci sono anche i nazisti, i gruppi di odiatori, i promotori dei peggiori istinti in rete e fuori dalla rete.

Ecco, Nick Clegg sta spiegando in queste ore che ci sono tutti i meccanismi per denunciare e limitare questo tipo di messaggi di odio, ma che è molto difficile, “come cercare un ago in un pagliaio”, anche con l’enorme dispiegamento di mezzi tecnologici e umani che il social network mette a disposizione. La censura: quella sì che potrebbe decretare la fine di Facebook, ma questo non significherebbe che l’odio in rete verrebbe sterminato, ma solo nascosto.

E allora ben vengano tutte le nuove iniziative che il social network sta mettendo in campo: le informazioni sul Covid che ha messo a disposizione durante l’emergenza, promuovendo le fonti autorevoli e istituzionali; negli Stati Uniti in queste ore sta offrendo informazioni chiare su come registrarsi per votare alle presidenziali del 4 novembre, ha cambiato l’algoritmo del suo newsfeed (per ora solo per la lingua inglese) che premia il giornalismo di qualità a discapito delle tante trash-news che circolano in rete.

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Algero Corretini, dal muro a star del web: l’influencer marketing ai tempi del 1727

Il 17 maggio 2020 in Italia esplode la chiave di ricerca “ho preso il muro fratellì”. L’espressione fa il giro di Roma, prima, e dell’Italia intera, poi, a seguito di un incidente in macchina ripreso in diretta su Instagram. Alla guida dell’automobile, e alla direzione del video in tempo reale, c’è Algero Corretini.

Romano, classe 1996, Algero intraprende sin da giovane la carriera di rapper sotto il nome di Esak. Poi diventa 1727wrldstar, e inizia a conquistare popolarità su Internet grazie a una serie di dirette su Instagram e Twitch in cui discute in modo animato con altri artisti e personalità del web.

Il video del suo incidente in macchina, avvenuto per via di un’inversione a U a tutta velocità in zona Ponte Galeria-Magliana Vecchia, diventa virale in pochi giorni. La viralità si traduce in un aumento di visibilità per Algero, che ingigantisce il proprio seguito e la propria copertura mediatica.

Lato utenti, Algero passa in poco più di un mese da 79mila a 205mila f0llower su Instagram. Lato media, Algero viene intervistato prima da La Zanzara, trasmissione radiofonica di Radio 24 che concederà al 1727 più di un intervento nelle settimane successive all’incidente. Poi Algero diventa protagonista anche a Le Iene. Il servizio de Le Iene, andato in onda il 23 giugno, svela uno dei particolari meno noti della storia di Algero. Se è vero che l’incidente in auto è costato al 1727 il ritiro della patente e il sequestro del mezzo, è altrettanto vero che Algero ha saputo convertire la propria popolarità in opportunità di business.

Algero Corretini oggi guadagna circa 5mila euro a settimana per promuovere prodotti legati al mondo dell’abbigliamento, della musica, delle scommesse, del gaming online e di tanti altri settori che trovano valore nel farsi sponsorizzare dal 1727. Ho dunque contattato Algero per ottenere qualche dettaglio aggiuntivo.

Innanzitutto è emerso che il 46% dei suoi follower ha tra i 18 e i 24 anni, mentre il 33% rientra nella categoria 25-34. “L’incidente ha solo consolidato un pubblico che già avevo”, afferma Algero. “Parliamo di un profilo da oltre 20 milioni di impression, con 2 follower su 3 che mi guardano le stories”.

“Devi capire che i numeri che faccio li fanno solitamente profili Instagram con milioni di follower, nella maggior parte dei casi comprati palesemente”, prosegue Algero. “Le aziende mi contattano perché sanno che ho gli occhi puntati addosso. Io muovo le acque, ho una presa sul pubblico che non ha nessuno”.

Importante a questo punto fare una precisazione. Non si sta entrando nel merito se questo fenomeno sia giusto o sbagliato. Si tratta qui di fotografare in modo chirurgico e asettico un fatto. Il fatto è che Algero Corretini garantisce al suo pubblico uno show quotidiano che poi monetizza in modo strategico.

Soprattutto sul territorio capitolino molti brand locali interessati a un’audience romana e attiva come quella di Algero hanno reputato più strategico dare un compenso e regalare prodotti al 1727 in cambio di visibilità sulle sue Instagram stories piuttosto che attivare altri canali di marketing. “Questo è proprio il mio sport – prosegue Algero – Oggi faccio selezione delle aziende per quante proposte ricevo. Questi brand non pretendono clausole di non concorrenza con altri brand dello stesso settore, né hanno richieste particolari sui contenuti da produrre”. Di fatto Algero promuove questi prodotti come vuole.

Assistiamo in prima persona a uno dei fenomeni più particolari della storia del web in Italia. Una personalità controversa sta utilizzando in modo anticonvenzionale i principi basilari dell’influencer marketing per generare introiti da top manager.

Algero Corretini non sta violando i sistemi informatici di un alcun sito web. Eppure ci sono tutti i presupposti per classificare il 1727 come un hacker, che sta scardinando le regole precostituite del web per sete di gloria, e di successo economico. Che ci piaccia o no, Algero ha deciso di salire sul palco e noi abbiamo accettato di guardare.

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Silvia Romano si è convertita? Non ci riguarda. Piuttosto basta con gli odiatori anonimi in rete!

Silvia Romano si è convertita. Noi non possiamo sapere quanto le circostanze della prigionia abbiano influenzato la decisione: scelta libera? Sindrome di Stoccolma? Non solo è assurdo esprimere giudizi senza sapere nulla, ma è anche profondamente ingiusto: è una scelta che riguarda lei, che lei ha valutato e magari cambierà o manterrà. Personalissima.

Non sappiamo, ma una selva di vigliacchi pensa di sapere, e la insulta, mostrando tre caratteristiche; essere incapaci di prendersi un momento di riflessione prima di giudicare; essere incapaci di rendersi conto che non spetta a nessuno giudicare le scelte di chiesto tipo; essere incapaci di gioire per la liberazione di una connazionale, avvelenati da un odio assoluto per tutto ciò che non rientra nel loro modo di vivere vedere il mondo. Passa subito in second’ordine che la ragazza sia una cooperante che si da fare per migliorare il mondo.

Forse sarebbe l’ora di ridiscutere questo diritto all’anonimato in rete. Chi insulta lo faccia a viso aperto, con nome e cognome. Quando una cretina insultò pesantemente Laura Boldrini, fu individuata. Queste persone che amano mettere alla gogna, si facciano vedere, corrano il rischio di essere contestati, di discutere in tribunale richieste di danni per diffamazione, se non peggio.

Ogni volta che leggiamo un articolo o cerchiamo un’auto siamo profilati, come si dice, sanno chi siamo e non possiamo più aprire un sito senza essere inondati di pubblicità mirate: sanno chi siamo, cosa ci piace, quanti soldi abbiamo, orientamento politico e sessuale, vizi e virtù. La legge sulla privacy è una foglia di fico che non copre nulla ma produce burocrazia a iosa.

L’anomimo hater, che insulta nascosto da uno schermo, è la versione in rete di quel vigliacco egoista che mette nella cassetta dell’infermiera una lettera anonima che la accusa di portare il virus nello stabile. Quando avrà bisogno di un’infermiera, capita a tutti noi, ci ripensi.

La donna ha reso pubblica la cosa. Immagino che quando incontra per le strade i condomini si chieda chi è il vile.

Hater, colui che odia, chiamiamoli odiante e l’inglese non lo nasconda: una brutta persona. In Anatomia della distruttività umana, Eric Fromm analizza come l’incapacità di amare si traduca in una smania di potere distruttivo sugli altri. Il bullismo cibernetico fa molto male, talvolta perfino uccide; l’istigazione al suicidio è un reato penale e va punita.

La domanda è: perché non ti firmi? Non siamo in Cina o in Russia. Di cosa hai paura, odiante?

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Guardian, “non accettiamo più pubblicità dalle compagnie petrolifere. La sfida al riscaldamento globale è più importante”

Una decisione inedita per un grande giornale e che entra in vigore da subito: il Guardian, quotidiano britannico progressista, ha deciso che non accetterà più la pubblicità dalle compagnie petrolifere e del gas. “Servirà a contrastare gli sforzi fatti per decenni da molti attori in questo settore per impedire ai governi di tutto il mondo di intraprendere azioni significative sul clima”, precisano in una nota il direttore generale Anna Bateson, e il suo revenue manager Hamisch Nicklin, ripetendo più volte che la risposta al riscaldamento globale rappresenta “la sfida più importante dei nostri tempi”. Una scelta che trova la totale approvazione della giovane attivista svedese Greta Thunberg che sulla sua pagina Twitter ha augurato “un buon inizio, chi andrà oltre?”.

Mai nessuno quotidiano prima aveva fatto una scelta simile. Le conseguenze, tuttavia, non saranno tutte positive: la strategia scelta di rifiutare il denaro pubblicitario delle aziende produttrici di combustibili fossili arriva in un momento difficile per l’industria dei media e anche per il giornale. La pubblicità rappresenta il 40% delle entrate del Guardian Media Group: questo vuol dire che “i finanziamenti saranno incerti nei prossimi anni – spiegano Bateson e Nicklin -. È vero che rifiutare alcune pubblicità potrebbe rendere le nostre vite un po’ più difficili a breve termine, ma pensiamo che la costruzione di un’organizzazione in difesa del clima e il mantenimento della sostenibilità finanziaria debbano andare di pari passo”. Il Guardian ora spera di attirare l’attenzione di alcuni investitori “green”: “Riteniamo che molti marchi saranno d’accordo con la nostra scelta e magari sceglieranno di lavorare con noi. Il futuro della pubblicità sta nel costruire la fiducia con i consumatori e nel dimostrare un reale impegno nei confronti dei valori e degli obiettivi “.

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Che aria tira qui in Emilia-Romagna

Mancano poche ore alle regionali in Emilia-Romagna: giusto in tempo per fare un bilancio di questa campagna elettorale e dare qualche ragguaglio sull’atmosfera che si vive da queste parti. Su ciò che si sente girando per strada, prendendo l’autobus, facendo la fila al supermercato, ascoltando le chiacchiere nei locali pubblici, da quelli più chic dell’aperitivo in centro, ai bar di periferia. Vado per punti.

(1) La paura di perdere. A differenza che in passato, stavolta chi vota per il centrosinistra in questa regione non è affatto sicuro di vincere. C’è tensione in giro, c’è timore, a volte persino paura. Tutti hanno un’amica, un conoscente, una parente che per anni o decenni ha votato convintissima o convintissimo a sinistra, ma “l’ultima volta non ha proprio votato”, “stavolta lascerà scheda bianca”, o addirittura “voterà dall’altra parte”. Per non parlare di quelli che “io per carità voto Bonaccini, cos’altro potrei fare”, ma poi all’ultimo chissà. Non c’è conversazione in cui io non abbia sentito dubbi, scontento, delusione da parte di chi ha sempre votato a sinistra, centrosinistra, quel che è. Non c’è scambio in cui io non abbia percepito il sospetto verso qualcuno che “chissà cosa farà”. Non ci si fida più di nessuno, fra gli elettori e le elettrici del centrosinistra, nemmeno di se stessi.

(2) La distanza dal dolore. Nonostante le mille dichiarazioni e rassicurazioni – a parole – sulla presunta vicinanza di Stefano Bonaccini al popolo, alle periferie, ai poveracci insomma, che la sinistra di principio dovrebbe difendere, l’impressione generale è che un contatto diretto, autentico, capillare fra il candidato e le persone in carne e ossa sia ancora una volta mancato. Lo dico meglio. Più che distanza dal popolo, c’è ancora troppa distanza fra il ceto politico che Bonaccini rappresenta e gli aspetti più dolorosi e negativi della vita delle persone meno abbienti, degli imprenditori che la crisi ha massacrato, degli anziani che soffrono, dei giovani che se ne vanno. L’impressione è che questa distanza non tocchi quelli che sono soddisfatti della loro situazione, e perciò stringono volentieri la mano a Bonaccini. Ma è una distanza incolmabile rispetto alle persone che per qualche ragione soffrono: per malattia (vedi problemi della sanità), per vecchiaia (vedi welfare), perché non ce la fanno a seguire i bimbi piccoli (vedi ancora welfare), per povertà (vedi precari, migranti, imprenditori in crisi). È una distanza che – ovviamente – non riguarda solo l’Emilia-Romagna, ma tutta Italia, molti paesi in Europa, gli Stati Uniti. Insomma, in questo momento le destre riescono a superare questa distanza molto più delle sinistre in molti paesi del mondo. È un fatto. E l’Emilia-Romagna non fa eccezione.

(3) La comunicazione. Dal punto di vista puramente comunicativo, Bonaccini era partito in grande vantaggio: aveva molta più esperienza dell’avversaria, non solo politico-amministrativa, ma comunicativa, appunto. Ma Lucia Borgonzoni, che pur ha disseminato di gaffe e svarioni tutta la sua campagna elettorale, nei mesi è migliorata. Al punto che, nell’ultimo faccia a faccia organizzato dal Resto del Carlino, i due candidati sono apparsi in perfetto equilibrio comunicativo. Fair play, capacità di stare nei tempi, linguaggio appropriato, abbigliamento adeguato per entrambi. 1 a 1 insomma, in un confronto che non ha spostato nulla: chi era già per Bonaccini continuerà a esserlo, chi pensava di votare Borgonzoni non ha certo cambiato idea, chi era incerto/a ci rimane.

(4) Le Sardine. Il movimento delle Sardine ha scaldato i cuori degli elettori e delle elettrici di centrosinistra. È innegabile. Puntualmente le Sardine sono nominate in tutte le conversazioni dei/delle simpatizzanti di sinistra. Hanno tutti ben presente, però, la distanza che le Sardine esprimono rispetto ai partiti, la loro fermezza nel non volersi identificare con nessun partito. Non c’è apparizione sui media in cui i portavoce del movimento non ribadiscano la loro lontananza dalla politica, il loro non volersi mischiare. Una distanza che conferma e rinforza quella di cui dicevo al punto (2). E poi, quanti di coloro che sono scesi in piazza come Sardine – decine di migliaia – di fatto poi voteranno Bonaccini? Anche di fronte a questa domanda, le reazioni sono sempre dubbio, timore, sgomento. Molti voteranno a sinistra, certo. Ma quanti si asterranno o voteranno “dall’altra parte”?

(5) La ribalta nazionale. Le regionali dell’Emilia-Romagna sono state (e sono) strumentalizzate in chiave nazionale, lo sappiamo. “Se in Emilia vince la Lega, allora il governo deve andare a casa”, “Se in Emilia la Lega perde, allora il governo si rinforza” sono frasi sulla bocca di tutti. Dal più piccolo paesino dell’Emilia e della Romagna ai media nazionali. Questa strumentalizzazione non ha fatto bene ai due candidati locali, né a Bonaccini né a Borgonzoni. Non ha fatto bene a Bonaccini, perché lo associa troppo al Pd, da cui invece lui voleva smarcarsi, visto che il Pd da tempo non gode di grandi favori. Non ha fatto bene a Borgonzoni, perché tutti le rimproverano di stare all’ombra di Salvini, di avergli lasciato fare campagna al posto suo.

(6) L’imprevedibilità del risultato. Per tutti questi motivi (e molti altri), il risultato delle elezioni di domenica 26 gennaio è davvero imprevedibile. Molto più che in passate competizioni elettorali. I sondaggi di opinione, poi, sono ancora più aleatori e fallibili di quanto lo siano stati in passato, che già avevano dimostrato di sbagliare parecchio (vedi le politiche del 2013, in cui il boom dei Cinque Stelle fu nettamente sottostimato). La decisione di voto (o non voto) di moltissime persone sarà presa all’ultimo momento, la domenica stessa, un attimo prima di mettere (o non mettere) la X sulla scheda. La tentazione di mentire, confondere le acque, provocare amici e parenti con la propria dichiarazione di voto è ancora più alta in queste elezioni che in passato. Che si sia arrivati a questo punto, in una regione che, nonostante tutto, è ancora all’avanguardia nazionale (e spesso anche europea) per benessere, cultura, salute, civiltà, dovrà essere un punto di serissima riflessione, anzi il punto principale da cui partire, per chiunque vincerà.

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Rai, tentata truffa ai danni del presidente Foa: falso Tria chiede soldi all’azienda per mail

Una truffa ai danni della Rai e del presidente del Consiglio di amministrazione, Marcello Foa. È questa la ricostruzione fornita dall’Adnkronos riguardo a una mail ricevuta dal giornalista prima dell’estate a nome di un finto Giovanni Tria, allora ministro dell’Economia del governo gialloverde. Nel messaggio recapitato all’indirizzo di posta elettronica di Foa, il falso titolare del dicastero chiedeva fondi per sviluppare un progetto all’estero, lasciando anche gli estremi di un conto corrente sul quale sarebbero dovuti finire i soldi.

Foa ha così messo al corrente della vicenda l’amministratore delegato Fabrizio Salini che ha fatto svolgere dei controlli. È solo a quel punto che si è deciso di non procedere con il pagamento e di segnalare la vicenda alle forze dell’ordine, con Foa che sarebbe già stato sentito dagli inquirenti. Una versione, però, che necessita di conferme, viste le parole del segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi (Italia Viva), dopo la rivelazione dell’Adnkronos: “Da quello che leggo e da quello che ho saputo ora da alcune telefonate – ha spiegato -, la situazione mi pare assai più grave. Il presidente della Rai Marcello Foa, una volta ricevuta l’e-mail, si è spinto molto avanti, proponendo all’ad Salini di siglare il contratto proposto dal finto Tria e sborsare del denaro”. Non una semplice verifica quindi, dice Anzaldi, ma un tentativo di Foa di portare avanti la questione.

“La cosa appare gravissima dal punto di vista sia amministrativo che legale perché – continua Anzaldi – non è chiaro per quale ragione un presidente del consiglio di amministrazione della Rai abbia intrattenuto rapporti di questo tipo con il governo, per quale ragione un contratto del genere venga preso in esame da un presidente della Rai senza fare un bando. Che una cosa del genere sia stata proposta poi all’ad Rai senza prima fare una semplice telefonata al ministero dell’Economia o un’istruttoria, che avrebbe fatto un’azienda anche di piccole dimensioni, è davvero grave”.

Anche Vittorio Di Trapani, segretario dell’Usigrai, ha dichiarato che “ci sarebbe da ridere, se la cosa non fosse inquietante. Se confermata, la notizia sulla tentata truffa ai danni della Rai apre scenari sui quali bisogna fare chiarezza con urgenza e massima trasparenza. Cosa c’era scritto nella mail ricevuta dal Presidente della Rai Marcello Foa da parte del finto ministro Tria? E perché Foa avrebbe abboccato? Tutti noi riceviamo decine di mail truffa. Alla guida della Rai c’è una persona talmente sprovveduta da cascarci così, mettendo a rischio l’azienda di Servizio Pubblico? O nella mail c’è scritto qualcosa che ha fatto ipotizzare a Foa che fosse vera? E, nel caso, che cosa? Serve chiarezza perché in ballo c’è l’azienda di Servizio Pubblico, che ha un ruolo strategico dal punto di vista della sicurezza e la credibilità di chi siede sulla poltrona di Presidente”.

Una vicenda, quella di Foa, che si ricollega ad altri due episodi: quello che ha coinvolto il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, e, secondo quanto rivelato da Repubblica, altri vertici aziendali, anch’essi oggetto di attacchi informatici prontamente denunciati alle autorità competenti. Non è chiaro se gli episodi siano collegati.

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