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Enti di formazione: ecco a chi sono destinati i contributi pubblici

di Barbara Pigoli* e Giovanni Galvan**

La formazione continua e le politiche attive del lavoro sono risorse imprescindibili per accompagnare il sistema Paese nell’acquisire le competenze per affrontare la delicata fase di ripresa dall’emergenza epidemiologica da Covid-19. Per il pieno compimento della transizione digitale, dell’innovazione dei sistemi produttivi, a favore della competitività, della rivoluzione green, della transizione ecologica e della valorizzazione del capitale umano a favore dell’occupabilità.

Al netto di tanto pregevoli quanto sporadici casi in cui risponde ai concreti fabbisogni di sviluppo di imprese e lavoratori, troppo spesso la formazione è difficilmente oggetto di reale progettualità strategica e condivisione con le parti sociali. La tendenza da parte delle piccole imprese a non mettere in atto progettualità a lungo termine, quindi il rischio di non disporre di adeguate competenze in grado di innovazione e apprendimento, ed escludere sistematicamente dal processo di sviluppo di nuove competenze i lavoratori svantaggiati, è estremamente elevato.

I corsi di formazione vengono tipicamente organizzati per assolvere a un adempimento normativo, come risposta a fabbisogni di breve periodo, o, peggio, per “sfruttare” i finanziamenti disponibili con contenuti “a caso” proposti senza adeguata analisi della domanda da parte dell’ente di formazione di turno.

Ma come funziona il mercato degli enti di formazione, e da chi è composto? Le competenze statali in materia di formazione continua si basano sull’attività di soggetti privati, autorizzati dalle amministrazioni regionali (tramite formale procedura di accreditamento) ad erogare attività di formazione, pagata con finanziamenti pubblici.

Qui si innesta un problema strutturale, che merita di essere messo in luce: gli Enti cui è delegato il sistema di formazione nazionale (servizio pubblico) sono soggetti privati (tipicamente società di servizi), che operano con logiche di mercato, mentre, sul piano economico e finanziario, devono la propria sussistenza ai bandi delle regioni o dei fondi interprofessionali, la cui pubblicazione non ha data certa e la cui aggiudicazione non è garantita (ogni singolo progetto viene sottoposto a valutazione di finanziabilità o meno di volta in volta).

Da più di trent’anni il legislatore ha previsto uno strumento, poco noto ai più: la Legge 40 del 14 febbraio 1987, finalizzata a garantire continuità gestionale e di governance alle strutture di coordinamento nazionale degli Enti di formazione privati che operano a livello locale su più amministrazioni regionali. A partire dalla Legge 40/87, che prevedeva “norme per la copertura delle spese generali di amministrazione degli Enti privati gestori di attività formative”, e tramite una serie di provvedimenti successivi, di cui quello attualmente in vigore è il DM 107/2015, il Ministero del Lavoro concede agli Enti privati, che svolgono attività rientranti nell’ambito delle competenze statali sulla formazione, contributi per le spese generali di amministrazione relative al coordinamento operativo a livello nazionale degli Enti medesimi, non coperte da contributo regionale.

I contributi vengono erogati sulla base della capacità realizzativa degli Enti richiedenti. L’importo messo a disposizione dal Ministero del Lavoro per questo capitolo di spesa è indicato di anno in anno nella Legge di Stabilità (per l’anno 2020 sono stati stanziati 13 milioni di euro, a valere sul Fondo Sociale per Occupazione e Formazione – capitolo 2230 piano di gestione n. 2), e viene ripartito proporzionalmente al numero di Ore Formazione Allievo (denominate Ofa in gergo dagli addetti ai lavori) realizzate dagli Enti di formazione, attraverso le emanazioni regionali, durante l’anno precedente.

In passato il beneficio era concesso solo ai soggetti non profit, mentre oggi l’opportunità è aperta anche agli Enti profit (che operano con logiche di mercato), all’unica condizione che rendicontino ore di formazione pagate da finanziamenti pubblici, in modalità non profit, ovvero secondo la normativa prevista nei Regolamenti degli Accreditamenti regionali (Aiuti di Stato o De minimis).

Dato che si tratta di una normativa obbligatoria per la gestione dei finanziamenti, quanto sopra esposto equivale a dire che il contributo è “concedibile” a tutti i soggetti privati che utilizzano i finanziamenti pubblici per erogare la formazione, che operano in più di una regione e che sono dotati di struttura tecnica ed organizzativa idonea allo svolgimento delle attività formative.

Anche le condizioni di rappresentanza e legame con il mondo del lavoro da parte degli Enti beneficiari si sono completamente perse negli anni (l’Art 1 comma 2 della Legge 40/87 indicava come beneficiari del contributo gli enti privati emanazione o delle organizzazioni democratiche e nazionali dei lavoratori dipendenti, dei lavoratori autonomi, degli imprenditori, o di associazioni con finalità formative e sociali, o di imprese e loro consorzi, o del movimento cooperativo), tant’è che dal 2006 (Art 20bis del D.L. 30 dicembre 2005, n. 273, convertito dalla L. 23 febbraio 2006, n. 51) è stato soppresso ogni riferimento alle organizzazioni di rappresentanza.

Nel 2020 solo 33 soggetti, in rappresentanza delle rispettive Reti, hanno beneficiato dei 13 milioni di euro disponibili, sui circa 6.000 enti accreditati presso le regioni. Trattandosi di una leva strategica per la crescita e per il sostegno alle Reti di interesse nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, la Legge 40/87 meriterebbe una maggiore diffusione, in termini di comunicazione e assistenza tecnica all’accesso, e, perché no, qualche forma di recupero dalla ratio originaria, che incentivava logiche di servizio pubblico, e non di mercato, e diretta correlazione con i fabbisogni espressi dai corpi intermedi o dai rappresentanti delle parti sociali.

*Da sempre impegnata nel sistema della formazione continua e delle politiche attive per la formazione, per 11 anni ho diretto un ente di formazione di Confindustria. Attualmente opero come libera professionista.
**Autore del libro I Fondi Interprofessionali cosa sono, cosa offrono, come funzionano. Direttore Tecnico della rivista Forme. Dal 2004 ad oggi consulente di Fondolavoro, Fondoprofessioni, Fon.Ter, Fondo Pmi Confapi, e valutatore di Fonservizi e Fondoprofessioni.

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Decreto Rilancio, “per la cassa integrazione rischio buco da giugno”. Nuova cig in deroga con anticipo dell’Inps, tempi lunghi per l’avvio

Confermata la promessa di una svolta sulla cassa integrazione in deroga, che da ora in poi andrà chiesta non alle Regioni ma direttamente all’Inps che entro 15 giorni potrà anticipare il 40% della somma dovuta. Ma sul fronte della cig ordinaria per Covid la versione definitiva del decreto Rilancio appena pubblicato in Gazzetta ufficiale – una settimana dopo il varo in Consiglio dei ministri – non risolve il problema del “buco” che rischia di aprirsi a metà giugno, quando molte aziende finiranno le settimane di cassa e dovranno attendere settembre per chiederne altre. Il testo contiene poi, come previsto, la proroga del divieto di licenziare, che si allunga a cinque mesi a far data dal 17 marzo. Ma resta l’incognita dei tre giorni rimasti “scoperti” tra la scadenza del cura Italia e l’entrata in vigore del nuovo provvedimento.
Per gli ammortizzatori, chiesti finora per 7,2 milioni di persone, vengono stanziati in tutto oltre 18 miliardi. E la novità delle ultime ore è che per recuperare risorse a copertura del maxi provvedimento da 266 articoli il governo ha dato fondo ai 3 miliardi che erano stati stanziati l’anno scorso per il bonus Befana con cui avrebbe dovuto essere premiato chi paga con moneta elettronica.

La cassa ordinaria e il rischio buco a giugno – Ai datori di lavoro che hanno ridotto l’attività a causa della pandemia viene data la possibilità di chiedere altre nove settimane di trattamento di integrazione salariale o assegno ordinario con causale Covid, dopo le nove concesse con il cura Italia. Arriva uno stanziamento di 11,5 miliardi, che finalmente sbloccherà le domande rimaste incagliate causa esaurimento dei fondi. Ma c’è un altro problema, fa notare Vincenzo Silvestri, consigliere nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro: “La proroga prevede che altre 5 settimane possano essere chieste entro il 30 agosto e le successive quattro dall’1 settembre al 31 ottobre”. Risultato: “La stragrande maggioranza delle aziende, che ha iniziato la cassa a marzo, ha finito le prime nove settimane già ora. Chiedendone subito altre cinque, finirà anche quelle poco dopo la metà di giugno”. E a quel punto rimarrà a secco, perché per la nuova domanda si dovrà attendere settembre. Nel frattempo i licenziamenti sono giustamente bloccati, per cui l’impresa, anche se alle prese con un forte calo del fatturato, dovrà pagare i dipendenti con le proprie forze. L’unica deroga è prevista per le aziende dei settori del turismo, fiere, congressi e spettacolo, alle quali sarà consentito chiedere altre quattro settimane anche prima di fine agosto.

Le novità per velocizzare la cassa in deroga… – Anche per la cig in deroga le settimane aggiuntive seguono lo schema “5+4”. La principale novità sta però nell’iter della richiesta e dell’erogazione, che ridimensiona il ruolo delle Regioni colpevoli secondo il governo di eccessive lentezze nell’autorizzazione delle domande: ad oggi meno di 200mila beneficiari sono stati pagati, un quinto di quelli per cui l’Inps ha ricevuto gli estremi. Da ora in poi i trattamenti in deroga saranno concessi direttamente dall’istituto previdenziale, “previa verifica del rispetto dei limiti di spesa“. La domanda andrà presentata entro 15 giorni dalla sospensione dell’attività lavorativa e l’Inps dovrebbe autorizzarla e disporre l’anticipazione del 40% delle ore autorizzate entro 15 giorni da quando la riceve.

…e il rischio di nuovi ritardi: “Acconto non prima di luglio” – L’avvio della nuova procedura sarà però tutt’altro che rapido: prima (entro 15 giorni) va emanato un decreto interministeriale di Lavoro ed Economia per regolare le modalità di attuazione e la ripartizione delle risorse. Inoltre l’Inps deve regolamentare le modalità operative del procedimento. E comunque per far partire le domande bisognerà aspettare 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto. Secondo il consulente del lavoro Enzo De Fusco, “le molte aziende che hanno già terminato le vecchie 9 settimane non potranno presentare le domanda prima di fine giugno” e “non è difficile prevedere che il pagamento del solo acconto delle prime 5 settimane non arriverà prima di metà luglio. Quindi i lavoratori anche con questa nuova procedura dovranno attendere due mesi prima di vedere una parte dei soldi della cassa integrazione”. Peraltro, con il metodo dell’acconto “i lavoratori potrebbero essere costretti a restituire le somme ricevute dall’Inps, visto che in questa fase di incertezza l’effettiva cassa integrazione utilizzata sul singolo lavoratore potrebbe risultare inferiore al 40% dell’acconto che è calcolato invece sulle ore programmate”.

Parte l’iter per i prestiti del fondo Sure – Il decreto fa anche partire l’iter per la partecipazione dell’Italia al fondo Sure, lo strumento di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione nello stato di emergenza che insieme ai prestiti della Bei e del Mes fa parte del primo “pacchetto” approvato dall’Eurogruppo e dai leader europei. Viene stanziato per ora un miliardo come “controgaranzia” per consentire la partecipazione dell’Italia sia al fondo di garanzia paneuropeo della Banca europea degli investimenti (Bei) sia al Sure. Quest’ultimo ha a disposizione 100 miliardi per concedere agli Stati membri che siano interessati dei prestiti a condizioni favorevoli e bassi tassi con cui finanziare schemi come la cig (“regimi di riduzione dell’orario lavorativo e misure analoghe, comprese quelle destinate ai lavoratori autonomi”). La relazione tecnica ricorda che in base al regolamento gli Stati membri possono controgarantire lo strumento prestando garanzie incondizionate per un importo parametrato al reddito nazionale. Dunque “qualora l’Italia optasse per la stipula dell’accordo, controgarantirebbe rischi per un ammontare pari a 3,184 miliardi di euro“. A firmare l’accordo di garanzia dovrà essere il Tesoro.

Gli aiuti di Regioni e Province per evitare licenziamenti – L’articolo 60 del capo II, dedicato agli aiuti di Stato, stabilisce poi che anche Regioni e province potranno muoversi autonomamente per riconoscere sovvenzioni con cui coprire i costi salariali ed evitare così i licenziamenti. Le sovvenzioni devono avere durata non superiore a un anno e non superare l’80% della retribuzione mensile lorda dei lavoratori beneficiari.

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Istat, a dicembre disoccupazione stabile al 9,8%. Calano gli indeterminati: -75mila. E i precari toccano un nuovo record

Tornano a calare gli occupati che a dicembre segnano una diminuzione di 75mila unità, dopo due mesi di crescita. Si tratta, secondo i dati dell’Istat, della contrazione più forte in termini assoluti da febbraio del 2016. A scendere, con un’inversione di rotta, è il numero di lavoratori dipendenti permanenti (-75mila), vale a dire coloro che hanno il posto fisso. Calano anche gli indipendenti (-16mila), con il totale che tocca il minimo storico dal 1977 di 5 milioni e 255mila mentre gli occupati aumentano tra i dipendenti a termine (+17mila). I precari arrivano a toccare quota 3 milioni 123mila. Si tratta di un nuovo massimo storico.

Complessivamente, a dicembre 2019 il tasso di occupazione scende al 59,2% (-0,1 punti percentuali). Il tasso di disoccupazione risulta tuttavia stabile al 9,8% per effetto del lieve aumento degli inattivi e rimane invariato anche il tasso di disoccupazione giovanile (28,9%). Una lieve crescita delle persone in cerca di lavoro si registra tra gli uomini (+2,2%, pari a +28mila unità) e tra gli under 50, a fronte di una diminuzione tra le donne (-2,2%, pari a -27mila unità) e gli ultracinquantenni. La crescita degli inattivi riguarda sia gli uomini sia le donne e tutte le fasce d’età a esclusione dei giovanissimi tra i 15 e i 24 anni. Il tasso di inattività sale al 34,2% (+0,1 punti percentuali).

Per quanto riguarda il quarto trimestre 2019, l’occupazione risulta in lieve crescita (+0,1%, pari a +13mila unità) tra le donne (+19mila) e i dipendenti (+43 mila); segnali positivi si osservano anche per i 25-34enni (+12mila) e gli over 50 (+48mila). In calo dello 0,6% gli indipendenti (-30mila). Nello stesso trimestre diminuiscono lievemente sia le persone in cerca di occupazione sia gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-32mila unità).

Rispetto a dicembre 2018 la crescita dell’occupazione (+0,6%, pari a +136 mila unità), coinvolge donne, uomini e tutte le classi d’età ad eccezione dei 35-49enni per i quali la diminuzione è imputabile al decrescente peso demografico. Aumentano anche i lavoratori dipendenti (+207mila unità), soprattutto permanenti (+162mila), mentre gli occupati indipendenti diminuiscono di 71mila unità. Nell’arco dei dodici mesi, l’aumento degli occupati si accompagna a un calo dei disoccupati (-5,3%, pari a -143mila unità) e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,9%, pari a -115mila).

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Occupazione, a ottobre 46mila posti in più: il traino sono gli indipendenti. Disoccupati al 9,7%, calo soprattutto tra i giovani dello 0,7

Il mercato del lavoro resta sull’altalena. A ottobre gli occupati, secondo gli ultimi dati dell’Istat, risultano in crescita di 46mila unità (+0,2%) rispetto a settembre e di 217mila unità su base annua (+0,9%). Il tasso di occupazione sale al 59,2%. Così, sottolinea l’istituto di statistica, a ottobre torna al livello massimo registrato quattro mesi prima, con un aumento rispetto a settembre, dovuto in particolare alla crescita dei lavoratori indipendenti” (+38mila). “Sostanzialmente stabili” i dipendenti permanenti. Aumentano i dipendenti a termine (+6mila). L’occupazione mensile è in incremento per entrambe le componenti di genere, cresce tra gli over 35 (+49mila), cala lievemente tra i 25-34enni ed è stabile tra gli under 25.

Su base annua l’occupazione risulta in crescita sia per le donne sia per gli uomini e per tutte le classi d’età tranne i 35-49enni. Al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età. La crescita nell’anno è trainata dai dipendenti (+231mila unità nel complesso) e in particolare dai permanenti (+181mila), mentre calano gli indipendenti (-15mila).

Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni a ottobre aumentano su base mensile (+0,2%, pari a +25mila unità), con una crescita della componente maschile e una diminuzione di quella femminile. Su base annua si riducono di 49mila unità (-0,4%). Il tasso di inattività è del 34,3%.

Il tasso di disoccupazione a ottobre scende al 9,7%, con un calo di 0,2 punti percentuali. L’Istat stima che le persone in cerca di occupazione sono in diminuzione dell’1,7%, pari a -44mila unità nell’ultimo mese. Nei dodici mesi, i disoccupati sono 269mila in meno (-9,7%). L’andamento congiunturale della disoccupazione è sintesi di un marcato calo per gli uomini (-3,9%, pari a -52 mila unità) e di un lieve aumento tra la donne (+0,7%, pari a +8mila unità), e coinvolge tutte le classi d’età tranne gli ultracinquantenni.

La diminuzione della disoccupazione rilevata all’Istat a ottobre che riguarda tutte le fasce di età e in particolare la buona notizia è nella fascia giovanile tra i 15 e i 24 anni si riduce al 27,8%. Su base mensile il calo è di 0,7 punti percentuali, su base annua di 4,8 punti.

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