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Qatar 2022, due anni ai mondiali di calcio e sui diritti ancora non ci siamo

Dieci anni dopo l’assegnazione e due anni prima del calcio d’inizio dei mondiali di calcio del Qatar, Amnesty International è tornata a fare il punto sulla condizione dei lavoratori migranti, oltre due milioni, presenti nel paese, metà dei quali impegnata nel settore delle costruzioni e dunque degli impianti e infrastrutture necessari per lo svolgimento dell’evento.

La sintesi è: apprezzamento per le recenti riforme anche se permangono i rischi di mancati pagamenti, sfruttamento del lavoro domestico e scarso accesso alla giustizia.

A partire dal 2017 sono state introdotte alcune riforme a beneficio dei lavoratori migranti: l’orario di lavoro per le collaboratrici domestiche, tribunali del lavoro per facilitare l’accesso alla giustizia, un fondo da cui attingere per il mancato pagamento degli stipendi, il salario minimo, l’abolizione della normativa sullo sponsor (kafala), in vigore dal 2009, che prevedeva l’assenso del datore di lavoro, per cambiare impiego o lasciare il paese, e la ratifica di due importanti trattati internazionali. Non è stato invece riconosciuto il diritto ad aderire a un sindacato.

Se adeguatamente attuate, queste riforme potrebbero superare alcuni aspetti problematici rimasti in vigore del kafala e consentire ai lavoratori migranti di abbandonare condizioni di lavoro usuranti e chiedere risarcimenti. Ma, ancora, per migliaia di essi non ci sono stati passi avanti.

Ad esempio, un recente rapporto di Amnesty International ha rivelato che, nonostante la legge preveda un orario massimo di lavoro di 10 ore al giorno e una giornata di riposo, le lavoratrici domestiche continuano a lavorare 16 ore al giorno, sette giorni su sette, a subire violenza verbale e fisica e a non riuscire a portare davanti alla giustizia i loro datori di lavoro.

Un altro rapporto di Amnesty International ha denunciato che 100 lavoratori migranti impegnati nella costruzione di uno stadio di calcio non hanno ricevuto gli stipendi anche per sette mesi, nonostante le autorità fossero ampiamente a conoscenza di questa situazione. Dopo la pubblicazione del rapporto, quasi tutti hanno ricevuto buona parte delle somme dovute.

Per modificare gli impari rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori migranti e realizzare davvero gli impegni presi, è necessario che le autorità del Qatar applichino meglio le riforme esistenti e ne introducano altre, come ad esempio istituire meccanismi ispettivi per scoprire tempestivamente i casi in cui non vengono rispettate le norme, migliorare l’accesso alla giustizia e ai risarcimenti, porre fine alla cultura dell’impunità e rispettare il diritto di formare sindacati. In particolare, dovrebbero essere rafforzate le norme a protezione delle lavoratrici domestiche, trascurate da molte delle riforme.

Il Qatar ha ancora due anni di tempo per migliorare le cose prima che, fischietto in bocca, un arbitrio dia il via ai mondiali.

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Italia ’90, 30 anni dopo – Così il Paese arrivava all’evento: omicidi, scioperi, sommosse e tensione. La nazionale di Vicini doveva unire

Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Repubblica Ceca. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli che fischia l’Argentina, Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Azeglio Vicini ha una voce di pietra e un’espressione incredula stampata sul volto. Parla lentamente, senza neanche sforzarsi di nascondere il suo disappunto. Perché ha provato davvero a rintracciare una briciola di logica in quello che sta succedendo fuori dal ritiro degli Azzurri a Coverciano, ma si è dovuto arrendere quasi subito. “Capirei questa contestazione se giocassimo male – dice ai giornalisti – ma vorrei sapere cosa c’entrano certe cose con la Nazionale. Rischiamo di vincere già il Mondiale dell’imbecillità“. Perché sono due giorni che i tifosi si accalcano davanti al centro federale. E sono due giorni che scandiscono i loro cori contro i bianconeri.

Baggio senti che puzza, senti che puzza”, urlano. “Ritira la firma, Baggio ritira la firma”, gridano. Mancano più di due settimane all’inizio del Mondiale italiano, ma Azeglio Vicini è già stanco. Così il 21 maggio chiede alla sicurezza di mettere a tacere quelle grida. Tutte. Anche quelle di incitamento. Solo che ormai è troppo tardi. La voce si è già trasformata in notizia. Il conte Pontello ha ha venduto Roberto Baggio. E l’ha ceduto alla Juventus. A meno di dieci chilometri di distanza Firenze brucia di rabbia. Un amore tradito che puzza di gas lacrimogeni e di cassonetti incendiati. Fino alle tre di notte la città è in subbuglio. Scendono in strada in mille. Abbattono semafori, distruggono auto, rovesciano bidoni dell’immondizia. Sputano frasi agghiaccianti come “Uccidere Pontello non è reato”, come “Pontello devi morire”.

Qualcuno ha in mano una spranga, altri si arrangiano come possono. E quando la polizia prova a caricarli, ecco che dai balconi piovono giù vasi contro le teste degli agenti. Alla fine in cinquanta finiscono su un’ambulanza, quindici su una volante della polizia. Notti drammatiche che precedono le Notti Magiche. Perché nel maggio del 1990 l’Italia è attraversata da una scarica elettrica continua. Da nord a sud. Un giorno dietro l’altro. Una cicatrice dietro l’altra. È il 9 maggio quando nell’abitazione palermitana del ministro della Pubblica Istruzione Sergio Mattarella inizia a squillare il telefono. A rispondere è il figlio. Ha appena venti anni ma ha già conosciuto la ferocia della mafia. Perché dieci anni prima suo zio Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, era stato ucciso in un agguato. Il ragazzo ha giusto il tempo di dire ‘pronto’ prima che il cuore inizi a rimbombargli nel petto. “Lei farà la morte che diremo noi”, sentenzia una voce anonima dall’altro capo della cornetta. Una minaccia che ha il suono sinistro di una promessa.

Poco prima, alle 8,30, un uomo compra un quotidiano in via Alessio Di Giovanni. Si chiama Giovanni Bonsignore ed è un funzionario dell’assessorato alla Cooperazione che con la sua inflessibilità si è fatto più di un nemico a Palermo. Soprattutto a causa delle sue obiezioni al finanziamento del mercato agroalimentare di Catania. Bonsignore sta andando a prendere la macchina in garage quando viene centrato da cinque proiettili. Sangue che bagna un marciapiede, bossoli che trasformano un uomo in un simbolo. Ma c’è un’altra lotta che unisce tutto lo Stivale. Ed è quella per il lavoro. La lista delle categorie pronte a scioperare è sterminata. E tutte si dicono disposte a farlo durante il Mondiale. Impiegati di banca, assicuratori, tabaccai, guardie mediche, medici di famiglia e ambulatoriali, autoferrotranvieri minacciano di incrociare le braccia e di scendere il piazza.

Addirittura, a Milano, metalmeccanici e operai chimici hanno annunciato di voler sfilare in corteo fin sotto ai cancelli del Meazza prima della gara inaugurale fra Argentina e Camerun. La situazione più pesante è quella dei trasporti. I Cobas dei capistazione, dei capigestione, del personale viaggiante e dei manovratori hanno indetto una decina di scioperi fra l’8 e il 25 giugno. E senza treni su cui far viaggiare turisti e tifosi, il Mondiale rischia di trasformarsi in un clamoroso e costoso flop. I macchinisti chiedono due giorni di riposo consecutivi almeno due volte al mese, la bonifica dei locomotori dall’amianto e, per la sicurezza dei passeggeri, la presenza di due operatori alla guida delle motrici. Ma, soprattutto, presentano un dato inquietante. Perché lo stress accumulato in una vita fatta di turni da 14 ore al giorno senza la possibilità di conoscere in anticipo i turni ha fatto crollare la loro speranza di vita a 64 anni.

Il ministro dei Trasporti Bernini, però, non ha nessuna voglia di cedere. Anzi, parte al contrattacco precettando 100mila lavoratori delle FS. E non è ancora finita. Perché mentre a Roma circa 5mila poliziotti assediano il Viminale per protestare contro la mancata applicazione del contratto firmato nel 1989, la Pinacoteca di Brera chiude i cancelli addirittura per qualche giorno. Colpa della mancanza cronica di personale che costringe i custodi a svolgere anche altre mansioni non di loro competenza come staccare i biglietti e custodire il guardaroba. E se prima i dirigenti potevano obbligarli ad obbedire tramite un ordine di servizio quotidiano, ora il Tar ha dato ragione agli impiegati. La tensione si trasforma in violenza alla fine del mese. E per motivi molto diversi.

Il 28 maggio, a Genova, un tunisino di 31 anni che da tempo dormiva su una vecchia 132 in via San Donato afferra una mannaia e aggredisce 9 persone. La più grave è una bambina di 2 anni e mezzo che viene portata al Gaslini con il cranio aperto. La folla prova a linciare l’aggressore, che qualche mese prima era uscito dal manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, poi si riversa nelle strade. Qualcuno urla “Morte al nero”, altri rispondono con un “Chi non salta marocchino è” e “Arabo infame”. Una delegazione di 15 persone riesce a farsi ricevere dal prefetto Mario Zirilli e, senza troppi giri di parole, spiega che il centro storico sta per esplodere, che la gente è pronta a organizzarsi in squadracce. Altri passano direttamente all’azione. Alcune bande di ragazzi pestano degli immigrati, mentre altri stranieri vengono picchiati addirittura con un pezzo di grondaia. Tutti si dicono esasperati, tutti giurano di non essere razzisti.

Il 30 maggio, invece, Napoli diventa un campo di battaglia. La mattina, quando gli abitanti dei quartieri Barra, Ponticelli e San Giovanni hanno aperto l’acqua hanno visto una melma marrone e maleodorante uscire dal rubinetto. La municipalizzata che gestiste l’acquedotto di Napoli dice che si tratta di un guasto alla conduttura, prontamente riparato. Eppure dopo tre giorni la situazione è sempre la stessa. Così gli abitanti esasperati hanno detto di essere pronti a bloccare il Mondiale. In alcune zone della città il costo di una bottiglia di minerale è raddoppiato. Qualcuno conserva per la sera l’acqua in cui ha cotto la pasta a pranzo. Per le strade inizia una vera e propria guerriglia. E dura giorni interi. Il 1° giugno cinquanta dimostranti entrano un un deposito e sequestrano due autobus. Dopo una ventina di minuti sono sotto il palazzo del Comune. E il primo cittadino Pietro Lezzi decide di ricevere venti rappresentati del commando improvvisato. “Sindaco lo vedi questo pane? – urla una donna – è fatto con l’acqua nera te lo mangi tu e tua moglie”. Il sindaco si infuria e risponde: “Io servo lo Stato!”. Ma la donna continua: “E il pesce puzza dalla testa!”. Tutti gli occhi sono fissi sul primo cittadino che grida: “La testa mia profuma”.

In un Paese così lacerato e contraddittorio, la squadra di Azeglio Vicini finisce per caricarsi sulle spalle un significato che va oltre il calcio. Deve incarnare l’unità nazionale, dimostrare (o almeno diffondere l’idea) che l’Italia è pronta a rilanciarsi, a ritagliarsi un ruolo ancora più di peso nella geopolitica internazionale. Diventa uno spot in maglietta e calzoncini, un manifesto animato capace di conquistare ogni città. Anche perché gli azzurri arrivano al Mondiale casalingo con l’etichetta di favoriti. Solo un paio di settimane prima i club tricolori si erano aggiudicati le tre coppe del Vecchio Continente: la Juventus aveva battuto la Fiorentina nella finale di Coppa UEFA, la Sampdoria aveva conquistato la Coppa delle Coppe (battendo l’Anderlecht grazie a una doppietta di Gianluca Vialli) e il Milan aveva messo in bacheca la Coppa dei Campioni. Un tris che aveva acceso le speranze di una popolazione intera. Forse anche oltre il lecito.

Baggio e Schillaci sono la coppia più bella del Mondo. Vialli e Mancini la coppia più bella d’Italia”, dice il commissario tecnico in un’intervista. Eppure nelle ultime sette partite internazionali prima del Mondiale gli azzurri hanno segnato soltanto due gol (Serena contro l’Algeria e De Agostini contro la Svizzera). Un paradosso che però diventa la cifra di una squadra ricca di contraddizioni, dove Baggio e Schillaci partono dalla panchina per poi diventare protagonisti assoluti, beniamini di una Nazione che insegue un gol. “Dopo ogni partita che abbiamo giocatore nella Capitale – ha raccontato Vicini – lungo tutto il percorso che facevamo in pullman viaggiavamo in mezzo a due ali di folla che ci applaudiva. Una cosa mai vista, considerato che arrivavamo in albergo dopo l’una di notte”. Una squadra troppo amata per essere anche vincente, una Nazionale che è riuscita a trasformare in una favola un Mondiale che doveva far finire sotto al tappeto molti problemi del Paese. Anche senza lieto fine.

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Italia ’90, 30 anni dopo – L’hotel di Milano mai aperto, la stazione di Roma usata una sola volta, gli stadi inutili: il mondiale dello spreco

Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Repubblica Ceca. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli che fischia l’Argentina, Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

8 giugno 1990: esattamente trent’anni fa a San Siro iniziavano i Mondiali di calcio di Italia ’90, un mese di notti magiche, sogni infranti, spese folli. C’è una frase, che ilfattoquotidiano.it è andato a ripescare negli archivi della Camera dei deputati, che descrive alla perfezione quella stagione indimenticabile, nel bene e nel male. “Oggi vengono messi in cantiere lavori che, probabilmente, nulla hanno a che fare con i campionati in questione. Ho visto la mascotte dei mondiali di calcio perfino in certe aree del raccordo anulare dove erano in costruzione nuovi impianti per la distribuzione della benzina!”. Alla partita inaugurale mancavano poche settimane e a parlare, in audizione a Montecitorio, era Luca Cordero di Montezemolo, direttore generale del Comitato organizzatore, manager rampante già allora bravissimo a raccogliere gli onori e schivare gli oneri di un’organizzazione che ormai veniva pubblicamente riconosciuta come fallimentare. Con la scusa della Coppa del Mondo di calcio, a cavallo tra la fine degli Anni Ottanta e Novanta, l’Italia avviò una sfilza infinita di investimenti, lavori, cantieri che coinvolsero i principali stadi del Paese e non solo. Sono passati tre decenni, non ne rimane quasi nulla.

Quel mondiale figlio dell’Italia di Craxi – 7.230 miliardi di lire, di cui oltre 6mila di soldi pubblici: tanto costò all’Italia l’organizzazione di quel mondiale, secondo una stima precisa comunicata dal governo solo dopo molti anni. Una cifra spropositata, fuori da ogni logica, persino quella dell’Italia degli Anni ’80 e di Craxi (fu lui a volere la manifestazione e a firmare la lettera di garanzie nell’84 da presidente del Consiglio), in cui nessuno sembrava preoccuparsi del debito pubblico galoppante. Figuriamoci di qualche spicciolo per il torneo più bello del pianeta. Di recente, qualcuno si è anche divertito a fare il calcolo in euro: 3,74 miliardi, che rivalutati secondo l’indice Istat oggi sarebbero più di sette. Valute diverse, epoche diverse: anche senza queste operazioni, ce n’era abbastanza per renderlo il Mondiale più costoso di sempre. Bisognerà aspettare le follie di Brasile 2014 (che hanno contribuito a mandare in crisi il Paese) o il gigantismo di Putin e di Russia 2018 per battere quel record.

Il trucco della separazione dei conti – Nel calderone ci finì di tutto. I 7mila miliardi comprendono non solo i costi organizzativi e degli impianti, anche tutte le spese che furono sostenute a vario titolo per la manifestazione, su cui Montezemolo in audizione alla Camera declinava ogni responsabilità. Almeno su quel punto, non aveva tutti i torti. Quello delle perdite del Comitato è un falso storico, smentito di recente anche da Franco Carraro, all’epoca dei fatti presidente Figc (e quindi del comitato, prima di lasciare per buttarsi in politica): nella sua biografia ha raccontato che il “Col” si basò su un contributo iniziale della Federcalcio e sulle sovvenzioni private delle principali aziende del Paese (dalla Olivetti alla Fiat, passando per Alitalia), e che chiuse formalmente in attivo.

La colpa dunque non fu (solo) del Comitato, anche perché non si occupò praticamente di nulla, né degli stadi, né tantomeno delle opere pubbliche. È il solito trucchetto della separazione fra il conto dell’evento in quanto tale (di competenza del Comitato, privato e quasi sempre in utile) e quello delle opere, che spesso sono solo accessorie e vengono caricate su un’Agenzia (pubblica, o direttamente sullo Stato). Lo scudo dietro cui si difendono tutti gli organizzatori. Da sempre, però, i grandi eventi, i Mondiali, le Olimpiadi, sono il cavallo di troia con cui far passare spese faraoniche e infrastrutture che poco c’entrano con l’evento. Probabilmente non è nemmeno colpa dello sport, ma è la storia di quasi tutte le manifestazioni. Anche di Italia ‘90. Lo dimostrano alcune follie divenute simbolo di quello spreco: la famosa stazione di Roma-Farneto, costata 15 miliardi di lire, utilizzata solo una volta, poi abbandonata e occupata per anni da gruppi di estrema destra; oppure l’Hotel Mundial tra Milano e Ponte Lambro, un ecomostro da 10 miliardi di lire, mai inagurato, abbattuto nel 2012. La lista è lunga.

Da Bari a Torino, gli stadi monumento dello spreco – L’organizzazione fu un autentico disastro, a partire dalla mascotte Ciao, quel pupazzetto stilizzato dal nome banale che ancora oggi resiste su qualche vecchio rudere o cartellone. Al danno dello sperpero si aggiunse la beffa dei soliti, proverbiali ritardi all’italiana: l’assegnazione c’era stata nell’84, ma il decreto decisivo per l’attuazione dei lavori fu varato solo nel marzo dell’87. La consegna doveva avvenire a fine ’89: nessuna delle opere fu ultimata entro quel termine, e il ritardo accumulato segnò negativamente l’inizio della manifestazione, con una corsa contro il tempo imbarazzante. Il capolavoro, però, fu raggiunto proprio su ciò che avrebbe dovuto rappresentare il torneo e costituire la sua eredità: gli stadi. Solo per la costruzione e la ristrutturazione di impianti sportivi, la spesa fu di 1.248 miliardi di lire (quasi 650 milioni di euro al cambio dell’epoca), l’84% in più del budget stimato al momento dell’assegnazione, secondo la relazione dell’allora ministro Carmelo Conte. Tra ritardi, errori di progettazione o costruzione, i lavori andarono male praticamente ovunque.

A San Siro, la “Scala del calcio” ridotta a sede quasi marginale del torneo, fu costruito il terzo anello che per anni ha creato problemi al manto erboso. Nella Capitale, già allora i piani di un nuovo stadio furono inghiottiti dalle sabbie mobili della burocrazia romana: così fu riammodernato l’Olimpico alla modica cifra di 225 miliardi di lire. Le costruzioni ex novo furono invece un piccolo manuale di come non si fanno gli stadi. A Bari nacque il San Nicola, gioiello architettonico firmato dal grande Renzo Piano ma cattedrale nel deserto se ce n’è una: costruita nella periferia, anzi proprio nel nulla, di una città meridionale che ha saputo spesso riempirlo ma mai valorizzarlo, oggi l’astronave è scalcagnata e continua a rappresentare soprattutto un problema per il Comune. Infine il Delle Alpi di Torino, che è sempre stato una sciagura per la sua città e le sue squadre: costato oltre 200 miliardi di lire, con il più alto tasso di rincaro (+214% rispetto al preventivo), è stato abbattuto nel 2009.

I ricordi di un’estate italiana – Così l’Italia arrivò a spendere, anzi a bruciare, 6mila miliardi di lire di soldi pubblici. Per nulla. Il lascito di quella manifestazione è inesistente sul piano storico, economico, sportivo. Grande entusiasmo, fiumi di denaro pubblico, anche qualche opera preziosa: a Bari ad esempio ringraziano per la tangenziale, diversi vecchi impianti (dall’Olimpico al San Paolo) si sono retti per anni su quei lavori di ristrutturazione, al Sant’Elia di Cagliari invece non sono bastati per evitare un rapido decadimento dopo pochi anni e la definitiva chiusura nel 2017. Si perse l’occasione di dotare il Paese di una vera infrastruttura sportiva (era troppo presto, i primi stadi di nuova generazione sarebbero nati solo un decennio dopo), e la Serie A all’epoca non aveva bisogno di rilancio, sembrava non aver bisogno di nulla. Italia ’90 doveva essere il Mondiale che avrebbe fatto grande il Paese ed il suo calcio. Col senno di poi, si può dire che non è riuscito a fare né una cosa, né l’altra: gli investimenti abbiamo visto come sono andati, il sogno mondiale si infranse ai rigori contro l’Argentina. Di quel mese stupendo alla fine restano solo i ricordi di un’estate italiana. Con quello che ci sono costati, teniamoceli stretti.

Twitter: @lVendemiale

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