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Scissione di Renzi dal Pd, Zingaretti: “Errore, mi dispiace”. Cuperlo: “M’hanno lasciato solo. Mi piacerebbe che Civati tornasse”

Per Nicola Zingaretti si tratta di un “errore”, che provoca dispiacere, soprattutto in un momento in cui la forza del Pd “è indispensabile per la qualità della nostra democrazia”. Dopo che la scissione di Matteo Renzi dal Partito democratico è diventata ufficiale (nonostante gli appelli fino all’ultimo perché ci ripensasse), il segretario democratico ha scelto Facebook per commentare la manovra degli ormai ex compagni di partito: un post di poche righe che, dopo aver liquidato la rottura, rilanciava sul “futuro degli italiani”, “lavoro, ambiente, imprese, scuola, investimenti”. In generale però, se nell’immediato il governo giallorosso non avrà particolari contraccolpi, i primi effetti saranno naturalmente all’interno del Partito democratico. Gianni Cuperlo per sdrammatizzare, ma neanche troppo, ha pubblicato una foto delle primarie 2013 e il commento: “M’hanno rimasto solo..”. A cui segue un post scriptum: “E mi piacerebbe che Pippo tornasse”. Il riferimento è a Civati, ora leader di Possibile e fuori dalla Parlamento, che starebbe addirittura valutando se presentarsi alle elezioni suppletive che ci saranno a fine ottobre per scegliere il sostituto di Paolo Gentiloni (ora commissario Ue). Insomma, è chiaro che l’uscita di Renzi provocherà movimenti dentro e fuori il Partito democratico.

Quella di Zingaretti è la stessa linea tenuta dall’ex premier Paolo Gentiloni: “Per me il Pd non è un episodio. È il progetto di una vita. Ci ho lavorato con Veltroni e Renzi, sono stato in minoranza con Bersani. Oggi è uno dei partiti progressisti europei più forti e aperti al futuro. In tempi così difficili, teniamocelo stretto. E guardiamo avanti”, ha scritto sui social il commissario europeo all’Economia. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, nonché il pontiere principale che ha portato alla nascita del governo Conte 2, in un dialogo rubato dalle telecamere de Ilfattoquotidiano.it con la sua omologa tedesca alla Triennale di Milano ha definito Renzi “un grosso problema” quando la ministra Michelle Müntefering gli ha chiesto chiarimenti sulla situazione attuale nel partito.

È il resto del Pd però ad affondare il colpo sull’ex segretario. Il ministro degli Affari Europei, Vincenzo Amendola, bolla l’operazione che ridà una leadership a Renzi come “temporanea”: “Un partito senza leadership non esiste, deve incarnare anche una comunità. Non serve solo un leader, serve una classe di governo. Una leadership senza una comunità diventa un po’ temporanea”. Mentre per Maurizio Martina si tratta di un “grave errore” perché “non ho mai visto il centrosinistra rafforzarsi con le divisioni” e anche sulla tenuta del governo “c’è il rischio di conseguenze non positive”. L’ex segretario del Pd, carica che Martina ricoprì proprio a seguito delle dimissioni di Renzi, non riesce a trovare delle ragioni a questa scissione, “tanto più dopo il percorso unitario compiuto in queste ultime settimane che ha consentito la svolta politica nel Paese”. E le motivazioni sentite fin qui, secondo lui, “sono fragili e per tanti aspetti davvero incomprensibili”.

Duro anche il commento di Stefano Vaccari, responsabile dell’organizzazione dem: “Un milione e seicentomila persone sono venute ai gazebo pochi mesi fa anche per chiedere unità al Pd. Per archiviare la stagione dell’egocrazia e dell’uomo solo al comando. Nessuno di loro capirà mai questa scelta personale di Renzi. Un errore madornale”. Mentre Walter Verini parla di “una ferita, però è una ferita che sta producendo a freddo; non vedo passione politica in questa uscita molto grave”. Il Pd, ricorda, “è nato per unire quindi credo che sia un errore; dividersi e la cosa più facile, meno impegnativa. Credo che il Pd debba reagire non chiudendosi ma aprendosi alla società”. Mentre è laconico un ex renziano di stretta osservanza come Emanuele Fiano: “Quel sogno infranto sempre di una sinistra unita”, scrive su Twitter.

Più deciso l’intervento di Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e tra i volti più intraprendenti del renzismo che fu: “Un errore enorme la scissione di Renzi. Non credo nei partiti personali e le divisioni portano sempre male – commenta – I sindaci popolari aggregano, non dividono. Per questo credo rimarremo tutti nel Pd che, a maggior ragione, vogliamo riformista e maggioritario (non il Pds)”. Mentre Brando Benifei, capodelegazione Pd al Parlamento Europeo, parla di “atto incomprensibile e oggettivamente poco utile”. Su possibili scissioni a Strasburgo, Benifei aggiunge: “Ogni deputato è libero di fare le sue scelte, io non me lo auguro e lo ritengo improbabile”. E tante sue colleghe dem, da Simona Bonafè a Pina Picierno fino ad Alessandra Moretti, ammettono che “ci sarà una riflessione” ma “in questo momento prevale il dispiacere”.

“Ogni volta che fa un gesto buono, e sicuramente è stata una buona cosa il contributo che Renzi ha dato alla costruzione di questo Governo, poi è più forte di lui e ne fa sempre uno al contrario”, è il commento di Michele Emiliano. “Mi dispiace – ha aggiunto – Dal punto di vista umano, dal punto di vista politico mi sembra un gesto che indebolisce l’Italia in un momento in cui le cose importanti non sono chi sono io e chi sei tu e cosa faccio io e cosa fanno gli altri, ma è l’Italia stessa, le tante cose da fare. Il Governo stava per partire. Almeno un minimo di rispetto nei confronti del presidente del Consiglio avrebbe potuto utilizzarlo, invece non c’è niente da fare, è sempre lui e, come si dice, ce lo dobbiamo tenere così”.

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Roma, pacchi sospetti trovati a Palazzo Chigi e nella sede Pd del Nazareno. Uno conteneva liquido vinilico, il secondo eroina

Due pacchi sospetti, uno contenente liquido vinilico e l’altro eroina. Il primo è stato recapitato a Palazzo Chigi. Il secondo davanti all’ingresso del Nazareno, la sede del Partito democratico a Roma. Nella sede del governo è arrivata una busta gialla senza mittente e con un timbro presumibilmente del Galles. Le analisi sono state eseguite dal nucleo Nbcr dei vigili del fuoco: inizialmente è stato comunicato che la busta contesse eroina, in realtà al suo interno c’era un liquido non pericoloso. Stessa scena anche davanti alla storica sede dei democratici: gli artificieri della polizia hanno trovato in questo caso la droga all’interno di una busta analoga a quella trovata a Palazzo Chigi: era anch’essa senza mittente e indirizzata al segretario Pd Nicola Zingaretti. Su entrambi i casi è al lavoro la Digos.





Davanti all’ingresso del Nazareno sono intervenuti due mezzi dei vigili del fuoco: uno del nucleo speciale Ncbr che viene chiamato a intervenire in situazioni eccezionali: quando esiste un fondato pericolo di contagio da sostanze nucleari, biologiche, chimiche o radiologiche. A qualche decina di metri di distanza un’ambulanza, mentre l’area è stata transennata e sorvegliata dai militari. Fonti della Questura di Roma all’Ansa hanno rivelato che la sostanza rinvenuta in una busta era eroina. L’involucro e il suo contenuto sono stati sequestrati.

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Ue, Zingaretti: “Voto M5s a von der Leyen? Scelta autonoma, condividiamo. Ma smentisco ipotesi governo Pd-5Stelle”

Il voto del M5s, come noi, per Ursula von der Leyen come presidente Commissione Ue? Scelta autonoma, condividiamo il giudizio positivo sulla piattaforma presentata da Von der Leyen sul rinnovamento delle istituzioni Ue, i migranti e l’ambiente”, ha spiegato il segretario Pd Nicola Zingaretti. Ma chiarendo: “Smentisco l’ipotesi di un governo Pd-M5s, come si teorizza. Se ci sarà una crisi di Governo, la nostra posizione è e rimane quella di ridare la parola agli italiani con le elezioni anticipate

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Rifiuti Roma, dalla chiusura di Malagrotta senza alternative al rogo del tmb Salario: come nasce la crisi e cosa può accadere

In principio era Malagrotta, 240 ettari. La discarica più grande d’Europa, nella periferia ovest della città di Roma. Un sito su cui si sono concentrate polemiche ambientaliste, inchieste giudiziarie e anche una procedura d’infrazione dell’Unione Europea. Per anni, a cavallo degli ultimi due decenni, si è cercato vanamente di trovare un sito alternativo alla “buca” di proprietà di Manlio Cerroni, il “Supremo”, il “re della monnezza” romana. Il quale, guarda caso, era proprietario e concessionario di gran parte delle aree ritenute idonee. Qui hanno fallito sindaci, governatori e perfino commissari governativi. E più i politici non decidevano, e più la buca si allargava, fra deroghe e ampliamenti. Finché nell’ottobre 2013, il sindaco Ignazio Marino, di concerto con l’allora neo presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, non fu costretto a cedere alle pressioni di Bruxelles e fermare definitivamente i conferimenti, nonostante da 6 anni il Colari di Cerroni ricordi al Comune di Roma come siano “altri 200.000 metri cubi disponibili”. La “chiusura” fu accolta trionfalmente dal Pd. Ma già serpeggiava un quesito: “E ora i rifiuti dove li portiamo?”. Bella domanda. Anzi “la” domanda. E la risposta è rimasta ancora inevasa. È quello l’esatto momento in cui la città di Roma non ha potuto più nascondere la polvere sotto il tappeto, semplicemente perché il tappeto non c’era più.

Ecco una ricostruzione delle tappe che hanno portato a questa crisi (e le ipotesi sul campo per risolverla).

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Libia, Pd diviso sul rinnovo degli accordi. Orfini: “Incredibili le assenze di Gentiloni e Minniti durante la discussione”

Il Partito democratico di fronte al rifinanziamento delle missioni, si trova a fare i conti con il suo più recente passato. È in programma tra domani e giovedì il voto sulla proroga degli accordi con la Libia sul tema dei migranti e gli aiuti alla cosiddetta guardia costiera libica. La maggioranza del segretario Nicola Zingaretti spinge per confermare l’accordo, ideato dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. “È una scelta di buonsenso”, afferma Francesco Boccia. Mentre una cospicua frangia di deputati dem, capeggiata da Matteo Orfini, spinge per rivedere la posizione. L’ex presidente critica duramente le assenze dell’ex premier Paolo Gentiloni e dello stesso Minniti nell’assemblea dei deputati democratici che si è tenuta oggi proprio per discutere sul tema: “Ho trovato incredibili le loro assenze. Il Libia oggi c’è la guerra e questa non è più la diciassettesima Legislatura. Non possiamo più portare avanti le posizioni che ci hanno fatto perdere le elezioni“.

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Dl Crescita, solo 30 deputati Pd in Aula per il voto: “Impegni per il weekend”. Zingaretti: “Qualcuno dovrà spiegare”

“È chiaro che qualcuno dovrà spiegare che cosa è accaduto ieri”. Nicola Zingaretti striglia il gruppo del Partito Democratico, assente in massa venerdì sera al momento del voto finale a Montecitorio sul dl Crescita. E non ottiene risposte. Silenzio totale. Con la sola eccezione di Ivan Scalfarotto (presente alla votazione), che giustifica i colleghi assenti: “Molti hanno lasciato la Camera prima del voto per non perdere l’ultimo aereo“.

Il richiamo del weekend ha spinto molti eletti dem a disertare il momento del ‘no’ al provvedimento, fissato nel giorno del solstizio d’estate. Ci sono i numeri a raccontare cosa è accaduto al penultimo tornante del decreto legge contro cui il Pd si è scagliato per mesi: l’approvazione della Camera è arrivata con 270 voti favorevoli, 33 contrari e 49 astenuti. L’annunciata astensione di Forza Italia, Fratelli d’Italia e di una parte del gruppo misto avrebbe garantito il via libera anche se fossero stati presenti tutti i 111 deputati democratici. Ma resta una questione di ‘forma’ sulla quale il segretario chiede chiarimenti al gruppo dem di Montecitorio, che aveva già commesso un passo falso imbarazzante sulla mozione pro mini-bot.

Fonti dem della Camera, oltre a rimarcare l’inutilità di presidiare l’Aula perché Lega e M5s non sarebbero inciampate, sottolineano a Ilfattoquotidiano.it come il voto sia “ripetutamente slittato nel corso della settimana”, durante la quale “per 5 giorni abbiamo dato battaglia in commissione e sui banchi, abbiamo fatto opposizione, cercando di evitare che bloccassero la discussione generale”. Di rinvio in rinvio, il voto sul dl Crescita è alla fine arrivato venerdì sera “e molti parlamentari avevano già preso impegni nel weekend”. La spiegazione non deve essere stata fornita a Zingaretti o non deve averlo convinto, visto che da Reggio Calabria, sabato mattina, ha sollecitato una spiegazione. Senza ottenere alcuna risposta ufficiale dal gruppo parlamentare.

E pensare che quando l’Aula ha dato l’ok alla fiducia, il dem Emanuele Fiano aveva trovato il modo di sottolineare su Twitter, rilanciato dal profilo ufficiale dei Deputati Pd: “Il governo raccoglie solo 288 voti sulla fiducia per il decreto Crescita (il via libera è poi arrivato con 270 sì, ndr), il più basso risultato dall’inizio della legislatura. Al voto di fiducia della nascita del governo erano 35o”. Quando però è arrivato il momento del voto finale a Montecitorio assieme a Fiano c’erano appena altri 29 dem: Annibali, Anzaldi, Bazoli, Borghi, Carnevali, D’Alessandro, Dal Moro, Di Maio, Ferri, Fregolent, Gadda, Gariglio, Gribaudo, Lepri, Marattin, Nobili, Orfini, Pezzopane, Piccoli Nardelli, Prestipino, Rizzo Nervo, Rotta, Scalfarotto, Schirò, Sensi, Siani, Topo e Ungaro. Più Francesca La Marca che ha segnalato che non è riuscita ad esprimere voto contrario.

Gli altri? Tolti 7 deputati in missione, tra i quali il capogruppo Graziano Delrio, restano 73 assenti, senza contare l’autosospeso Luca Lotti. È a loro che si rivolge Zingaretti chiedendo spiegazioni in un day after di bocche cucite nel Pd. L’assenza dei suoi due vice, Andrea Orlando e Paola De Micheli, è stata dettata da eventi di partito, fanno sapere dalla segreteria. Non presenti in Aula altri due ‘big’ come il presidente ed ex premier Paolo Gentiloni e la vice-presidente Debora Serracchiani. In buona compagnia, tra i volti noti, visto che erano vuoti anche i banchi di Maurizio Martina, Anna Ascani, Maria Elena Boschi, Piero De Luca, Piero Fassino, Marianna Madia, Alessia Morani, Giuditta Pini e Andrea Romano.

Molti di questi sono stati tra le voci più critiche nei confronti delle politiche del governo durante le apparizioni in tv, o ringhiando con post su Facebook e su Twitter, salvo non essere in Aula nel momento più importante. Trasformando quasi in un boomerang le parole pronunciate dal loro collega Luigi Marattin durante l’intervento in cui ha annunciato il voto contrario del Pd: “O questo Paese comincia ad abbandonare la logica dell’inseguimento del consenso immediato, sui social magari, oppure davvero avremo problemi molto gravi”.

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Pd, Giachetti: “Noi arrabbiati per segreteria? Macché. Non ci siamo perché non condividiamo la linea”

“Da sempre la responsabilità della segreteria è una scelta del segretario, che il segretario amministra come vuole. E’ del tutto evidente che noi abbiamo tutto il diritto di giudicarla e nessuno dovrebbe scandalizzarsene. Noi non siamo entrati in segreteria non per un capriccio o uno sgarbo, ma perché non abbiamo condiviso la linea politica del segretario dopo le primarie. Siamo minoranza e abbiamo il diritto di farlo senza che ci venga imputato di essere il ‘fuoco amicò”. Lo ha detto Roberto Giachetti, commentando, al convegno a Assisi di ‘Sempre avanti’, l’area politica ‘renziana’ del Pd, la composizione della segreteria nominata ieri dal segretario.

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Pd, Boschi: “Segreteria? Buon lavoro a Zingaretti. Da toscana mi sarebbe piaciuto ci fosse un toscano”

“Dentro il Pd ci sono tante anime che speriamo possano essere ascoltate e anche valorizzate. Il nostro segretario ora è Zingaretti, rispettiamo il suo lavoro ma ci aspettiamo di avere qualche proposta nuova”: così Maria Elena Boschi prima di intervenire al primo incontro nazionale della mozione “Sempre Avanti“, guidata da Roberto Giachetti e dalla deputata democratica umbra Anna Ascani, che si sta svolgendo ad Assisi.

La segreteria, dice poi Boschi, “esprime il segretario ed è scelta legittimamente tra chi lo ha sostenuto. Da toscana, visti i risultati che abbiamo riportato alle europee e alle amministrative, mi sarebbe piaciuto qualche toscano in segreteria ma auguro buon lavoro ai colleghi che dovranno impegnarsi. Però noi ci siamo e tante persone nel Pd possono dare una mano. Anche Renzi c’è – conclude Boschi – visto che sta facendo il suo lavoro da senatore, sta lavorando in Parlamento e ha fatto campagna elettorale per i nostri sindaci anche a Firenze”.

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Pd, Zingaretti tiene fuori i renziani dalla nuova segreteria. Gli esclusi: “Così non è il partito del noi”

Mentre il Pd è travolto dallo scandalo del Csm e dopo l’autosospensione tra le polemiche di Luca Lotti dal partito, il segretario Nicola Zingaretti ha deciso di nominare e ufficializzare la nuova segreteria. Dalla quale sono scomparsi praticamente tutti gli esponenti riconducibili alla corrente renziana e vicina all’ex ministro Lotti. Il coordinatore sarà Andrea Martella, i vicesegretari Andrea Orlando (vicario) e Paola De Micheli. Una decisione che rappresenta un nuovo strappo in una situazione già molto tesa. “Non assomiglia al partito del noi”, ha scritto su Twitter il capogruppo Pd al Senato e da sempre vicino a Renzi Andrea Marcucci. “Vedo un’unica matrice identitaria in un partito che è nato per valorizzare i riformismi. È una scelta che non condivido”.

In serata fonti del Pd all’agenzia Ansa hanno sostenuto che l’offerta era stata avanzata a tutte le minoranze. E il segretario nei giorni scorsi ha visto Roberto Giachetti, Maurizio Martina e Lorenzo Guerini. “Giachetti -proseguono le stesse fonti- ci ha detto un no categorico mentre con Martina e Guerini ci si era lasciati con l’intesa di una possibile partecipazione” agli organismi “non così diretta, come la segreteria, ma magari nei forum e dipartimenti”, hanno dichiarato dal Nazareno. All’ex segretario reggente Martina è andata la presidenza della commissione per la riforma del partito e dello statuto del Pd.

Il segretario, in una nota diffusa poco dopo, ha lasciato intendere che ci sarà spazio di mediazione nella gestione dei singoli dipartimenti. “Una bella segreteria, con donne, giovani, gente di esperienza, tutti appassionati e amanti della bella politica“, ha scritto Zingaretti. “Si compie un altro passo dopo il congresso e le elezioni europee e amministrative per la costruzione dell’alternativa. Con il lancio dei forum apriamo il partito a settori nuovi e vivi della società. Ora organizzeremo i dipartimenti: sono aperto al confronto e mi auguro, nel rispetto dell’autonomia di ognuno, si possa allargare il coinvolgimento anche alle sensibilità diverse delle minoranze congressuali”. Una piccola concessione che, molto probabilmente, non soddisferà i renziani già sul piede di guerra per il caso Lotti.

I renziani esclusi all’attacco: “Hanno fatto la loro segreteria”. “Allontanano la minoranza”
La minoranza renziana oggi era radunata ad Assisi con Luciano Nobili, Roberto Giachetti e Anna Ascani. E se fino al primo pomeriggio smentivano di essere una corrente a parte, dopo l’annuncio della nuova segreteria il clima si è fatto ancora più glaciale. E a protestare non è stato solo il capogruppo al Senato Marcucci. “Dicevano ‘partito unitario’ nel ‘rispetto del pluralismo’. Poi però hanno fatto la segreteria. La loro. Buon lavoro alla segreteria di Zingaretti”, ha scritto su Twitter la senatrice Pd Simona Malpezzi. Simile la posizione del deputato Carmelo Miceli: “Pessima scelta quella di Zingaretti di fare una segreteria nazionale a maggioranza. Una scelta che, legata alle richieste di autosospensione formulate dagli uomini a lui vicini, sa tanto di tentativo di allontanamento della minoranza dal Partito. Incomprensibile, poi, la decisione di non nominare in segreteria un responsabile alla Giustizia, alla Cultura e all’Università. La mancanza di attenzione su questi temi lascia trasparire un certo distacco dalla realtà e una eccessiva propensione al galleggiamento”. Poi Alessia Morani su Twitter: “Il partito del noi, diceva, che includa. La stagione delle belle parole si frantuma sulla segreteria di maggioranza di #Zingaretti. Che, anziché rivendicare la scelta, scarica la responsabilità su #minoranza. E poi offre le briciole. Buone cose”.

Da Martella alla Pinotti, tutti i nuovi incarichi di Zingaretti
Il coordinatore Martella è attualmente vicepresidente del gruppo Pd alla Camera. Nel 2008 e 2009 era stato responsabile della segreteria Nord nell’epoca Veltroni e poi ministro ai Trasporti del governo ombra dei dem. Il vice vicario è invece il deputato Andrea Orlando, ex ministro dell’Ambiente nel governo Letta e poi della Giustizia con Renzi e Gentiloni. L’altra vice segretaria è la deputata Paola De Micheli, ex lettiana, sottosegretaria con Gentiloni e già commissaria straordinaria per la ricostruzione dopo il sisma. Il capo della segreteria è invece Marco Miccoli. Zingaretti ha invece affidato all’ex ministro Maurizio Martina la presidenza della Commissione per la riforma del partito e dello statuto del Pd. L’ex segretario reggente, sconfitto al congresso, fa sapere che la riforma “è una sfida decisiva. Bisogna che le energie Pd ci lavorino insieme; maggioranza e minoranze, circoli, amministratori locali e tutte le forze disponibili”. Ma non entra in maggioranza o segreteria, hanno detto i suoi.

Nell’elenco dei nomi che hanno ricevuto altri incarichi spiccano due ex membri dell’esecutivo uscente: l’ex ministra della Difesa Roberta Pinotti, che si occuperà di Politiche della sicurezza; l’ex ministra all’Istruzione Marina Sereni, assegnata agli Enti Locali/Autonomie. Le altre investiture sono: l’ex sottosegretario agli Esteri sotto il governo Renzi Enzo Amendola (Esteri e Cooperazione internazionale); la deputata lombarda e urbanista Chiara Braga (Agenda 2030/Sostenibilità); il consigliere regionale della Lombardia Pietro Bussolati (Imprese e professioni); il professore di diritto costituzionale e deputato Andrea Giorgis (Riforme istituzionali); la deputata ed ex vicepresidente della provincia autonoma di Bolzano Maria Luisa Gnecchi (Welfare); il deputato Roberto Morassut (Infrastrutture Aree urbane e periferie); l’ex candidato alla segreteria di Napoli Nicola Oddati (Mezzogiorno); l’economista e già membro della direzione Pd Giuseppe Provenzano (Politica del Lavoro); la professoressa ed ex deputata Camilla Sgambato (Scuola); l’ex senatore emiliano Stefano Vaccari (Organizzazione); la sindaca pugliese Antonella Vincenti (Pubblica amministrazione); l’assessora alle Politiche sociali del Lazio Rita Visini (Terzo settore/Associazionismo).

Partecipano alla segreteria per funzione: Paolo Gentiloni, Presidente del Pd; Gianni Cuperlo, Fondazione Nazionale, oltre a Orlando e De Micheli. Inoltre la responsabile donne del Pd, che verrà eletta dalla Conferenza Nazionale delle donne; i Capigruppo di Camera e Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci; il tesoriere Luigi Zanda; il Rappresentante dei Giovani Democratici.

E’ istituito il Dipartimento Economia e Sviluppo diretto da Antonio Misiani. Nei prossimi giorni verranno affidati gli incarichi dei nuovi Responsabili dei Dipartimenti.
Si avvia inoltre la costituzione di “Forum Aperti” alla partecipazione di personalità e rappresentanti del mondo dell’associazionismo, del volontariato, delle imprese, delle forze sindacali e degli amministratori, delle professioni. Coordinatore: Marco Furfaro. I primi tre Forum saranno presieduti e coordinati da Giorgio Gori (Forum Amministratori Centrosinistra); Alessandra Bailo Modesti (Forum Sostenibilità Ambientale e sviluppo); Elisabetta Nigris (Forum Conoscenza).
E’ stato affidato l’incarico di responsabile dell’ufficio stampa del Partito Democratico a Luigi Telesca.

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Csm, sul caso Lotti Zingaretti continua a invocare il “garantismo”. M5s: “Silenzio gravissimo e imbarazzante”

Mentre il procuratore della Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio, nell’atto di incolpazione con cui ha avviato l’azione disciplinare nei confronti di cinque consiglieri del Consiglio Superiore della Magistratura, sostiene che “un imputato (Luca Lotti, ndr) ha contribuito alla scelta del futuro dirigente dell’ufficio di procura deputato a sostenere l’accusa nei suoi confronti”, l’attesa è per le parole di Nicola Zingaretti. Un silenzio, quello del Segretario del Partito Democratico, che Michele Gubitosa, portavoce del Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati, ha definito “gravissimo e imbarazzante” e che verrà rotto solo nel tardo pomeriggio di giovedì. Ma con le stesse parole della settimana precedente: “Se emergeranno rilievi penali, mi atterrò sempre al principio garantista“, ha scritto in una nota. E Lotti lo ringrazia: “Ha ricordato che non ho commesso alcun reato”.

Per il momento, quindi, il segretario dei Dem ha deciso di non intraprendere alcuna azione disciplinare nei confronti del braccio destro di Matteo Renzi. Il rischio non dichiarato è quello di creare un’ulteriore frattura interna al Pd proprio quando la formazione sembrava essere uscita dalla bufera del post-Renzi. Ed è anche per questo che nei giorni scorsi Zingaretti si è ben guardato dal prendere una posizione decisa sulla vicenda, limitando le proprie dichiarazioni a un “per adesso non ci sono indagati”. Vero è che i suoi timori di dividere il partito sono confermati dalla reazione della compagine renziana quando il segretario Dem ha tentato di chiedere spiegazioni all’ex ministro per lo Sport: “Parte del Pd è geneticamente manettara”, hanno commentato i membri di ala renziana.

Per questo, giovedì Zingaretti si è limitato a diffondere una nota in cui si precisa che “di fronte all’indagine relativa al Csm, data la delicatezza del tema, ritengo che occorrano la massima franchezza e precisione di giudizio. Se emergeranno rilievi penali, mi atterrò sempre al principio garantista e di civiltà giuridica secondo il quale prevale la presunzione di innocenza fino alle sentenze definitive. L’oggetto delle indagini non sono le frequentazioni, ma il loro merito. Attendiamo per questo che si faccia piena luce. Agli esponenti politici del Pd protagonisti di quanto è emerso non viene contestato alcun reato. Per questo, ogni processo sommario celebrato sulla base di spezzoni di intercettazioni va respinto. Ma il Pd non ha mai dato mandato a nessuno di occuparsi degli assetti degli uffici giudiziari”.

A chi gli fa notare, però, che più che una questione di legalità si tratta di opportunità politiche, il segretario risponde che “dal punto di vista dell’opportunità politica, il partito che ho in mente non si occupa di nomine di magistrati. La politica valuta, interloquisce, si confronta, esprime opinioni ma non dà consigli, né si dedica ad organizzare maggioranze nell’organo di autogoverno della Magistratura”. 

L’atteggiamento del segretario Pd ottiene in serata i ringraziamenti da parte proprio di Luca Lotti che, in una nota, ha fatto sapere: “Ringrazio Zingaretti per aver ricordato che non ho commesso alcun reato e che va respinta e condannata ogni forma di processo sommario. Detto questo, senza fare nessuna polemica con Nicola, sono un po’ sorpreso che lo stesso segretario abbia sentito poi la necessità di dire che il ‘suo’ Pd non si occupa di nomine di magistrati. Perché anche io faccio parte del ‘suo’ Pd e, come ho personalmente detto a lui e spiegato oggi in una nota, non ho il potere di fare nomine che, come noto, spettano al Csm”.

Forza Italia e FdI: “Sciogliere Csm”. M5s: “Silenzio gravissimo e imbarazzante”
Le posizioni garantiste di Zingaretti e le mancate risposte da parte di tutti i vertici Dem hanno scatenato le reazioni degli altri partiti. Il Movimento 5 Stelle, per bocca del portavoce alla Camera Gubitosa, sostiene che l’atteggiamento del partito dimostrerebbe che Zingaretti è un “segretario fantasma”: “Emergono inquietanti intercettazioni sulla bufera che sta coinvolgendo Csm e Pd – ha detto – Negli atti si parla di ‘interferenze illecite’ di Luca Lotti in ‘un centro di potere’ esterno al Csm che decideva sulle nomine. In particolare tra le manovre ‘palesi quanto illecite da parte di soggetto rivestente la qualità di imputato’, scrive il Gico, quella per la Procura di Roma dove, dice Lotti, ‘si vira su Marcello Viola. Lotti avrebbe quindi provato a condizionare le nomine dei Procuratori e, in particolare, del Procuratore di Roma che sosterrà l’accusa nei suoi confronti nel caso Consip. E Zingaretti che fa? Lo tiene ancora dentro al Partito? Il Pd c’è dentro fino al collo ma nessuna parola da parte di un segretario fantasma che non ci vuole né vedere né sentire. Questo silenzio è gravissimo e imbarazzante”.

Da destra Forza Italia e Fratelli d’Italia chiedono in coro l’azzeramento del Csm. Ipotesi scartata dal Colle che motiva la scelta affermando che uno scioglimento immediato comporterebbe la rielezione dei suoi membri con i criteri attuali, mentre diverse forze politiche auspicano un cambiamento e chiedono una riforma delle norme di elezione.I due partiti hanno anche chiesto subito l’avvio di una commissione parlamentare d’inchiesta.

“Liberare la magistratura dallo strapotere delle correnti per restituire agli italiani la certezza dell’imparzialità della magistratura”, dice Alberto Balboni, capogruppo in commissione Giustizia che parla “del più grande scandalo che coinvolge la magistratura dal dopoguerra a oggi” e puntando l’indice sullo “strapotere delle correnti del Csm su nomine, promozioni e trasferimenti”. A rivendicare che “FdI è l’unico movimento politico che ha preso una posizione netta e chiara” è Daniela Santanché che dichiara di “volere procure pulite”.

Silvio Berlusconi, annunciando che chiederà udienza al Capo dello Stato, dice: di fronte a “un’immagine fortemente negativa del Csm che ha delle funzioni delicatissime” e invece “sta facendo emergere la politicizzazione e il correntismo dell’ordine giudiziario, si impone finalmente una profonda riforma dell’ordinamento giudiziario. A questo proposito, da domani sono autorizzato a chiedere un’udienza al capo dello Stato per manifestare tutto ciò che noi pensiamo in ordine a una profonda riforma della giustizia che credo sia assolutamente importante”.

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