Archivio Tag: Palazzi & Potere

Dl Crescita, solo 30 deputati Pd in Aula per il voto: “Impegni per il weekend”. Zingaretti: “Qualcuno dovrà spiegare”

“È chiaro che qualcuno dovrà spiegare che cosa è accaduto ieri”. Nicola Zingaretti striglia il gruppo del Partito Democratico, assente in massa venerdì sera al momento del voto finale a Montecitorio sul dl Crescita. E non ottiene risposte. Silenzio totale. Con la sola eccezione di Ivan Scalfarotto (presente alla votazione), che giustifica i colleghi assenti: “Molti hanno lasciato la Camera prima del voto per non perdere l’ultimo aereo“.

Il richiamo del weekend ha spinto molti eletti dem a disertare il momento del ‘no’ al provvedimento, fissato nel giorno del solstizio d’estate. Ci sono i numeri a raccontare cosa è accaduto al penultimo tornante del decreto legge contro cui il Pd si è scagliato per mesi: l’approvazione della Camera è arrivata con 270 voti favorevoli, 33 contrari e 49 astenuti. L’annunciata astensione di Forza Italia, Fratelli d’Italia e di una parte del gruppo misto avrebbe garantito il via libera anche se fossero stati presenti tutti i 111 deputati democratici. Ma resta una questione di ‘forma’ sulla quale il segretario chiede chiarimenti al gruppo dem di Montecitorio, che aveva già commesso un passo falso imbarazzante sulla mozione pro mini-bot.

Fonti dem della Camera, oltre a rimarcare l’inutilità di presidiare l’Aula perché Lega e M5s non sarebbero inciampate, sottolineano a Ilfattoquotidiano.it come il voto sia “ripetutamente slittato nel corso della settimana”, durante la quale “per 5 giorni abbiamo dato battaglia in commissione e sui banchi, abbiamo fatto opposizione, cercando di evitare che bloccassero la discussione generale”. Di rinvio in rinvio, il voto sul dl Crescita è alla fine arrivato venerdì sera “e molti parlamentari avevano già preso impegni nel weekend”. La spiegazione non deve essere stata fornita a Zingaretti o non deve averlo convinto, visto che da Reggio Calabria, sabato mattina, ha sollecitato una spiegazione. Senza ottenere alcuna risposta ufficiale dal gruppo parlamentare.

E pensare che quando l’Aula ha dato l’ok alla fiducia, il dem Emanuele Fiano aveva trovato il modo di sottolineare su Twitter, rilanciato dal profilo ufficiale dei Deputati Pd: “Il governo raccoglie solo 288 voti sulla fiducia per il decreto Crescita (il via libera è poi arrivato con 270 sì, ndr), il più basso risultato dall’inizio della legislatura. Al voto di fiducia della nascita del governo erano 35o”. Quando però è arrivato il momento del voto finale a Montecitorio assieme a Fiano c’erano appena altri 29 dem: Annibali, Anzaldi, Bazoli, Borghi, Carnevali, D’Alessandro, Dal Moro, Di Maio, Ferri, Fregolent, Gadda, Gariglio, Gribaudo, Lepri, Marattin, Nobili, Orfini, Pezzopane, Piccoli Nardelli, Prestipino, Rizzo Nervo, Rotta, Scalfarotto, Schirò, Sensi, Siani, Topo e Ungaro. Più Francesca La Marca che ha segnalato che non è riuscita ad esprimere voto contrario.

Gli altri? Tolti 7 deputati in missione, tra i quali il capogruppo Graziano Delrio, restano 73 assenti, senza contare l’autosospeso Luca Lotti. È a loro che si rivolge Zingaretti chiedendo spiegazioni in un day after di bocche cucite nel Pd. L’assenza dei suoi due vice, Andrea Orlando e Paola De Micheli, è stata dettata da eventi di partito, fanno sapere dalla segreteria. Non presenti in Aula altri due ‘big’ come il presidente ed ex premier Paolo Gentiloni e la vice-presidente Debora Serracchiani. In buona compagnia, tra i volti noti, visto che erano vuoti anche i banchi di Maurizio Martina, Anna Ascani, Maria Elena Boschi, Piero De Luca, Piero Fassino, Marianna Madia, Alessia Morani, Giuditta Pini e Andrea Romano.

Molti di questi sono stati tra le voci più critiche nei confronti delle politiche del governo durante le apparizioni in tv, o ringhiando con post su Facebook e su Twitter, salvo non essere in Aula nel momento più importante. Trasformando quasi in un boomerang le parole pronunciate dal loro collega Luigi Marattin durante l’intervento in cui ha annunciato il voto contrario del Pd: “O questo Paese comincia ad abbandonare la logica dell’inseguimento del consenso immediato, sui social magari, oppure davvero avremo problemi molto gravi”.

L’articolo Dl Crescita, solo 30 deputati Pd in Aula per il voto: “Impegni per il weekend”. Zingaretti: “Qualcuno dovrà spiegare” proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Pensioni d’oro, Calderoli: “Abbiamo tagliato quelle dei dipendenti del Senato dal 15 al 40%”

Dopo l’annuncio del taglio delle pensioni d’oro ai dipendenti della Camera, anche il Senato ha deciso di allinearsi. Come ha comunicato il vicepresidente, Roberto Calderoli, “oggi (6 giugno, ndr) in Consiglio di Presidenza del Senato abbiamo approvato all’unanimità il taglio dal 15 al 40% delle pensioni d’oro dei dipendenti“. A questo si aggiunge la conferma sul “taglio delle indennità e della diaria dal 10 al 20% dei senatori”. Inoltre, continua il senatore leghista, “sono stati approvati il rendiconto e il progetto di bilancio che confermano un andamento virtuoso nella gestione delle spese. Nel periodo 2012-19, l’impatto del Senato sulla finanza pubblica si è ridotto di 255,3 milioni di euro“. 

Una scelta, quella di palazzo Madama, che segue la strada tracciata da Montecitorio. Il taglio, aveva spiegato il presidente della Camera, Roberto Fico, nel giorno dell’annuncio, sarà “del 15% per chi percepisce pensioni tra 100 e 130mila euro all’anno, del 25% per le pensioni da 130 a 200mila euro, del 30% per le pensioni fra i 200 e i 350mila euro, del 35% per le pensioni tra 350 e 500mila euro e del 40% per pensioni superiori a mezzo milione di euro. Il taglio sarà applicato per cinque anni e determinerà un risparmio di 20 milioni all’anno, che sommati ai vitalizi danno un risparmio di 60 milioni all’anno attuato alla Camera”.

L’articolo Pensioni d’oro, Calderoli: “Abbiamo tagliato quelle dei dipendenti del Senato dal 15 al 40%” proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Il governatore Nicola Zingaretti nomina direttrice la funzionaria a processo per truffa ai danni della Regione Lazio

Dirigente della Regione Lazio, imputata nell’ambito di un processo per truffa nei confronti del suo stesso ente – che si è pure costituito parte civile – sulla cui testa pende una richiesta di condanna di 10 anni di carcere. Nonostante questo, il 22 gennaio 2019 Tiziana Petucci è stata nominata dal governatore Nicola Zingaretti a capo della Direzione regionale per lo Sviluppo Economico, le Attività Produttive e Lazio Creativo, incarico per il quale è previsto un compenso di circa 155mila euro l’anno più l’indennità di risultato. Ad accorgersi della possibile inopportunità della nomina è stata proprio la Lega, sulla scorta dei paragoni con il caso dell’ex sottosegretario Armando Siri che ha tenuto banco per giorni nella politica nazionale. Il capogruppo in consiglio regionale, Orlando Tripodi, il 3 maggio scorso ha depositato un’interrogazione urgente al presidente della Regione. “L’incarico è stato scelto su valutazione dei curriculum, si sarebbe andati incontro a possibili richieste di risarcimento danni in caso di assoluzione”, spiegano dalla Regione Lazio.

L’INCHIESTA SAN RAFFAELE – La vicenda che coinvolge la dirigente Petucci riguarda l’inchiesta della Procura di Roma sulla presunta truffa da 163 milioni di euro ai danni del sistema sanitario del Lazio. Fra i principali imputati per associazione a delinquere, ci sono il deputato di Forza Italia, Antonio Angelucci, e suo figlio Giampaolo. L’accusa è quella di aver dato vita a una complessa organizzazione mirata a garantire l’impunità della casa di cura San Raffaele di Velletri, convenzionata con la Regione. Oltre ad Angelucci padre e figlio, sono imputate altre 13 persone tra dirigenti della casa di cura e funzionari regionali e per ognuna di loro sono stati chiesti 10 anni di carcere. Fra questi c’è, appunto, Tiziana Petucci – all’epoca dei fatti dirigente dell’Area sistemi di finanziamento – che insieme ad altri due colleghi risponde di falso ideologico e abuso d’ufficio. La Regione Lazio si è costituita parte civile nel procedimento. La sentenza è prevista per il prossimo 26 giugno. Le circostanze penali sono state riassunte del capogruppo leghista nelle premesse dell’interrogazione, ma per “motivi di privacy” sul sito del Consiglio regionale del Lazio il testo presentato appare in parte omissato.

LA REGIONE: “C’E’ PRESUNZIONE INNOCENZA” – IlFattoQuotidiano.it ha chiesto conto della vicenda all’ufficio stampa della Regione Lazio. “La selezione per il posto da direttore Sviluppo Economico – spiegano da via Cristoforo Colombo – è avvenuta attraverso la valutazione dei curriculum. I criteri oggettivi del bando hanno determinato come la dottoressa Petucci fosse la più titolata ad occupare quel ruolo fra i dirigenti interni che hanno risposto. La dirigente è una dipendente della Regione Lazio e finché non si conclude il processo esiste la presunzione d’innocenza. Se l’avessimo discriminata per questo, in caso di assoluzione avrebbe potuto rivalersi sull’Ente aprendo anche scenari di danno erariale. Se la dottoressa Petucci dovesse essere condannata, la Regione prenderà tutti i provvedimenti di legge del caso”. La versione non convince il sindacato dei dirigenti, il Direr. “Ormai non si contano più i direttori apicali nominati da Zingaretti su cui pendono accuse in fase istruttoria o addirittura dibattimentale – dice la segretaria Roberta Bernardeschi – Anche l’Anac ha censurato le scelte del presidente, che ormai fa come gli pare. La Regione ha la facoltà di legge di tenere i dirigenti imputati per reati così gravi al minimo sindacale, con incarichi che comunque sfiorano i 100mila euro l’anno”. Critica anche la Lega, che ha presentato l’interrogazione: “Nicola Zingaretti si scopre garantista e giustizialista a seconda della convenienza. Qui c’è una dirigente imputata che rischia una condanna a 10 anni, contro cui la Regione si è pure costituita parte civile, che viene addirittura promossa. Noi siamo garantisti, ma non si poteva attendere la sentenza del 26 giungo? Perché le ha conferito un incarico quinquennale?”, attacca Tripodi, sollecitato dal responsabile regionale Sanità, Luisa Regimenti, e dal dirigente regionale del partito, Fabrizio Santori.

E IN CAMPIDOGLIO PRONTO NUOVO CASO SERINI – Intanto anche in Campidoglio sembra esserci un problema simile. Riguarda Fabio Serini, presidente dell’Ipa, Istituto Previdenza Assistenza del Comune di Roma, a processo per traffico d’influenze insieme al suo “sponsor”, Luca Lanzalone – entrambi hanno chiesto il rito abbreviato – nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio dell’As Roma. Dopo che nel marzo scorso la sindaca Virginia Raggi ha respinto le sue dimissioni, il 2 aprile scorso Serini ha firmato personalmente la determina che proroga l’impegno di spesa da 32.552 euro per il suo compenso fino al prossimo 25 maggio. E a quanto filtra da ambienti capitolini, l’incarico dovrebbe proseguire almeno fino a tutto il mese di luglio.

L’articolo Il governatore Nicola Zingaretti nomina direttrice la funzionaria a processo per truffa ai danni della Regione Lazio proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Conflitto d’interessi, legge anti-milionari M5s: “Nessun incarico di governo per chi ha patrimoni sopra i 10 milioni di euro”

Tre bozze di legge che mettono nuovi paletti per gli incarichi governativi, parlamentari, nelle autorità di controllo e che limitano la possibilità di svolgere attività di lobbying nei primi anni dopo la fine del mandato. La nuova proposta sul conflitto d’interesse che il Movimento 5 Stelle porterà all’esame del Parlamento sarà un ddl anti-milionari. Infatti i soggetti con un patrimonio mobiliare o immobiliare superiore ai 10 milioni di euro, anche per interposta persona ma fatta eccezione per i titoli di Stato, non potranno ricoprire alcun incarico di governo statale o locale e nelle autorità di vigilanza. La bozza in questione fa anche riferimento alle partecipazioni superiori al 2% in imprese titolari di diritti esclusivi, monopoli, radio e tv, editoria, internet o imprese di interesse nazionale.

Ma le proposte restringono anche i criteri di candidabilità da parlamentare nazionale ed europeo: ogni cittadino candidato “si trova in una condizione di conflitto di interessi – si legge – qualora sia proprietario, possessore o abbia la disponibilità di partecipazioni superiori al 5% del capitale sociale, ovvero anche inferiore a tale percentuale in caso di società con un volume di affari superiore a 10 milioni di euro annui o comunque superiore al 3% del volume di affari complessivo nel mercato di riferimento in ambito nazionale”.

La terza proposta, invece, interverrà sull’attività di lobbying, puntando il dito soprattutto sul sistema cosiddetto delle porte girevoli: parlamentari, membri del governo, consiglieri regionali non potranno svolgere attività di rappresentanza di interessi per un certo periodo dopo la fine del mandato. “Tre proposte per regolare definitivamente il conflitto di interessi e fare quello che il Pd e la politica non sono mai riusciti a fare in 30 anni di governi”, hanno dichiarato fonti del M5s. Il vicepremier Di Maio ha annunciato che la proposta sarà presentata già nelle prossime ore: “Domattina presentiamo la legge sul conflitto di interessi – ha detto – Non voglio fare una legge contro qualcuno. Di solito si pensa a una sola persona e invece sono tanti, sono quelli che gli hanno fatto opposizione per anni. E lui sicuramente è quello che ha più paura di tutti”, ha detto con chiaro riferimento a Silvio Berlusconi.

Nessun incarico governativo on in authority per chi ha patrimoni sopra i 10 milioni
La norma, che dovrebbe essere inserita nella proposta sul conflitto d’interesse dei 5 Stelle, prevede nello specifico che le autorità di governo, statali, regionali e locali, e le autorità di garanzia, vigilanza e regolazione siano incompatibili con “la proprietà, il possesso o la disponibilità, anche all’estero” da parte di soggetti, anche coniuge o parenti di secondo grado o “persone stabilmente conviventi, salvo a scopo di lavoro domestico” o attraverso fiduciarie, “di un patrimonio mobiliare o immobiliare di valore superiore ai 10 milioni di euro”, ad eccezione dei contratti relativi a titoli di stato.

Incluse nel calcolo dei patrimoni saranno anche “la proprietà, il possesso o la disponibilità” di partecipazioni “superiori al 2%” in un’impresa che svolga la propria attività “in regime di autorizzazione o concessione rilasciata dallo Stato, dalle Regioni o dagli enti locali” o di imprese titolari di “diritti esclusivi” o “in regime di monopolio” o di aziende che operino nei settori “della radiotelevisione e dell’editoria” o della “diffusione tramite internet” nonché di altre imprese di “interesse nazionale”.

Incandidabilità dei parlamentari nazionali ed europei
Proprietari o chiunque sia nella disponibilità di partecipazioni superiori al 5 per cento del capitale sociale non potranno invece candidarsi per una poltrona nel Parlamento nazionale o a Bruxelles, si legge in una delle tre proposte pentastellate. La percentuale può scendere ulteriormente se il volume di affari della società supera i 10 milioni di euro o è “comunque superiore al 3 per cento del volume di affari complessivo nel mercato di riferimento in ambito nazionale”. Stesso limite imposto per coloro che vogliono ricoprire incarichi governativi o all’interno delle autorità di controllo.

La proposta entra nello specifico delle restrizioni spiegando che queste comprendono anche soggetti legati a una “società o impresa che: ha rapporti contrattuali o negoziali di qualsiasi natura con una pubblica amministrazione; svolge la propria attività in regime di autorizzazione, accreditamento o concessione, licenza d’uso o comunque in base a titoli della stessa o analoga natura, rilasciati o conferiti da un’amministrazione pubblica statale, da istituzioni o enti pubblici nazionali ovvero da una Regione o da una Provincia autonoma, nonché da qualsiasi organo o ente della pubblica amministrazione; svolge la propria attività in forza di un contratto disciplinato dal codice dei contratti pubblici; è titolare di diritti esclusivi o opera in regime di oligopolio o monopolio; opera in settori strategici per l’interesse nazionale, quali la comunicazione, l’informazione, l’energia, le infrastrutture, i trasporti, gli altri servizi pubblici o la difesa”.

Il conflitto di interessi si concretizza anche nel caso in cui la “proprietà, il possesso o la disponibilità di partecipazioni siano relative a una società o impresa che: ha sede all’estero o appartiene a un gruppo multinazionale; è controllata o gestita per interposta persona o attraverso società fiduciarie, nonché enti di gestione finanziari, operativi e non operativi; l’interposizione di persona sussiste quando il soggetto controllante o gestore è il coniuge, il convivente di fatto, un parente fino al quarto grado o un affine fino al secondo grado; è costituita con capitale privato o misto; è stata istituita, acquisita o costituita mediante fusione per accorpamento con atto normativo statale o regionale; è costituita in forma cooperativa o consortile, compresa l’associazione temporanea di imprese come disciplinata dal codice dei contratti pubblici”.

Limite dei due mandati e niente stipendio per due anni per magistrati non eletti
L’art. 3 della proposta di legge si concentra anche sul limite dei due mandati per i parlamentari, cavallo di battaglia dei pentastellati fin dalle origini del Movimento. Nello specifico si legge che “non sono eleggibili coloro che hanno esercitato per due mandati, anche non consecutivi, la carica di membro del Parlamento”.

E il testo prevede anche delle conseguenze per i magistrati che decidono di scendere in politica. Nella bozza è scritto infatti che i magistrati che non dovessero essere eletti dovranno rinunciare a due anni di stipendio: “I magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, esclusi quelli in servizio presso le giurisdizioni superiori, anche in caso di scioglimento anticipato della Camera dei Deputati e di elezioni suppletive – scrivono – non sono eleggibili se hanno svolto le loro funzioni in un periodo compreso nei sei mesi antecedenti alla data di accettazione della candidatura. Non sono in ogni caso eleggibili se, all’atto dell’accettazione della candidatura, non si trovino in aspettativa non retribuita” e inoltre “i soggetti di cui al comma 1 che sono stati candidati e non sono stati eletti non possono esercitare le loro funzioni per un periodo di ventiquattro mesi, né percepire alcuna retribuzione ad esse relativa”. Infine, “i soggetti di cui al comma 1 che sono stati candidati e sono stati eletti non possono esercitare, dopo la cessazione dal mandato elettivo, le loro funzioni né percepire alcuna retribuzione ad esse relativa, per un periodo di cinque anni”.

Lobby, stop alle porte girevoli
Dopo essere stata affossata nella scorsa legislatura, il Movimento in questi giorni è tornato a lavorare sulla proposta che dovrebbe intervenire anche sull’attività di lobbying. La Lega non ne ha mai fatto una delle sue priorità, me nelle scorse settimane il vicepremier Luigi Di Maio l’ha inserita tra le cinque leggi da far approvare entro il 2019, insieme alla legge per togliere la sanità dai partiti, quella sull’acqua pubblica, il salario minimo e il taglio dei parlamentari. “E’ il momento di andare avanti“, ha scritto sul Blog delle Stelle il ministro del Lavoro.

Un articolo è dedicato al fenomeno delle cosiddette “porte girevoli” (revolving doors). I 5 stellepropongono di introdurre per i parlamentari, i membri del governo, i consiglieri regionali “un periodo di attesa” dopo la cessazione del mandato prima che possano svolgere attività di rappresentanza di interessi.

L’articolo Conflitto d’interessi, legge anti-milionari M5s: “Nessun incarico di governo per chi ha patrimoni sopra i 10 milioni di euro” proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Translate »