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Amato: “Oggi il Pd non è più un partito ma una dirigenza”. Prodi: “Democrazia vuol dire popolo, vanno mobilitale le persone”

“Il pd” oggi “non è più un partito ma una dirigenza. Esistono ancora i circoli, ma io ne ho uno vicino a casa è sempre chiuso”. A dirlo è Giuliano Amato ex presidente della Corte Costituzionale durante la presentazione del libro di Carlo Trigilia La sfida delle disuguaglianze. Contro il declino della sinistra. “Il pd avrebbe bisogno di essere un partito come i partiti di una volta per radicare le sue politiche e trasformarle in qualcosa che tutti sentono – ha aggiunto l’ex politico – In una politica, fatta dai comunicatori e non più dai partiti, grandi slogan contro funzionano, mentre politiche riescono a radicarsi molto meno. Io avevo pensato che la flat tax potesse essere una potenziale autostrada per un partito di sinistra che si rivolge ai lavoratori dipendenti e pensionati dicendo loro che nel loro paese la progressività delle imposte è rimasta solo per loro. Su questo si può costruire una politica, ma la fanno tanti piccoli uomini che parlano con altrettanti piccoli uomini”.

All’incontro era presente anche Romano Prodi. L’ex premier dem ha seguito il discorso di Amato e ha aggiunto: “Democrazia vuol dire popolo e il dialogo lo si può ripristinare. Prima si girava in autobus, ora, ho suggerito, se prendiamo i 15 problemi che interessano alle famiglie e prendiamo 20 persone nel Pd o vicine e per una settimana in rete discutono e al sabato il segretario del partito va in una citta simbolica per ciò che si è discusso e preparano una pagina…Dopo con quelle 15 pagine si vince, non c’è alcun dubbio”. Ma, ha aggiunto, persone vanno mobilitate: “Quando hai consultato 500mila persone, tu hai vinto”.

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Cortocircuito FdI: la deputata Varchi vota la rottamazione delle cartelle, l’assessora Varchi a Palermo vuole fermarla. “I soldi ci servono”

Cartelle sì, cartelle no. È la doppia faccia di Fratelli d’Italia, che a Roma rottama le cartelle esattoriali sotto i mille euro, ma fa l’esatto opposto a Palermo dove invece l’assessora di Fdi chiede di frenare la rottamazione. In ballo ci sono, d’altronde, più di 222 milioni di euro, una somma troppo ghiotta per un ente indebitato come quello di Palermo. Per questo, l’assessora al Bilancio, anche vice sindaca e deputata Carolina Varchi, dopo avere votato in parlamento a favore della rottamazione, ha chiesto lo stop della stessa nel capoluogo siciliano. Una mossa che ha mandato in tilt la sua stessa maggioranza: per giovedì mattina era prevista la discussione sullo stop alla rottamazione in aula, ma dopo una riunione tra giunta e consiglieri di centrodestra, la discussione in consiglio è saltata per assenza della stessa maggioranza. Segno che a Palermo i nervi nella coalizione sono già molto tesi.

Ma cos’è successo esattamente? Lo scorso 17 gennaio Varchi ha firmato di suo pugno una nota (nr. 37131, del 2023), inviata alla capo area entrate e tributi, Maria Mandalà, per chiedere di formalizzare una proposta per bloccare la rottamazione delle cartelle sotto i mille euro, quello che cioè prevede la legge di bilancio appena varata dal suo governo e da lei stessa firmata in qualità di deputata: “Alla luce dell’attuale situazione finanziaria dell’Amministrazione in piano di riequilibrio – scrive Varchi nella nota – ed al fine di consentire all’Ente comunale la valutazione dello stralcio delle cartelle esattoriali (per cumulo delle partite confluite in uno stesso ruolo) fino a 1000, quantificate dalla società Sispi Spa per un ammontare complessivo di 222. 206.561,66 euro la si invita a formalizzare proposta di delibera consiliare di diniego stralcio parziale delle cartelle in esame”.

Uno stop alla rottamazione, dunque, firmato da una deputata di Fdi che ha votato a favore della rottamazione. Ma perché a Roma sì e a Palermo no? “Io condivido pienamente la ratio della legge nazionale che ho anch’io firmato – spiega Varchi a ilfattoquotidiano.it – ma la stessa legge prevede per i comuni la possibilità di deliberare diversamente proprio perché un provvedimento così ampio non ricadesse su questioni così specifiche. Il comune di Palermo per il periodo interessato potrebbe recuperare una somma di 222 milioni di euro che è una cifra spaventosa, ancor di più per un comune che non gode di buonissima salute: non son cifre equiparabile ad altre città di Italia, quella di Palermo è altissima”.

La delibera di Varchi però ha provocato molti malumori nella sua stessa maggioranza, mentre all’opposizione c’è chi parla di schizofrenia: “Di che Varchi stiamo parlando? Perché con tutta evidenza ce ne sono due: una sta a Roma e una a Palermo”, ironizza Carmelo Miceli, ex parlamentare, ora consiglieri comunale del Pd. Di “grande contraddizione” parla anche Mariangela Di Gangi, consigliera comunale di opposizione per Progetto Palermo, che continua: “A Roma perora una causa, e poi a Palermo si contraddice non volendo procedere secondo quanto il suo governo ha legiferato. I numeri che ci ha consegnato non sono quelli reali, da altri approfondimenti è stato chiaro che la possibilità di riscuotere i crediti non arriva ai due milioni di euro, perciò se ci fosse un vantaggio rilevante allora si potrebbe giustificare ma se di fatto l’importo che riguarda la delibera di specie è solo di un milione e 800mila euro allora non capiamo il perché di questo doppio binario Roma – Palermo. Fratelli d’Italia deve chiarire con se stessa se vuole o no una rottamazione e se rottamazione deve essere che sia allora automatica”.

La legge nazionale infatti prevede la possibilità per i comuni di “diniego”, ovvero di rinunciare con apposita delibera alla rottamazione per le cartelle sotto i mille euro. Secondo quanto riferito da Varchi, la somma delle cartelle sotto i mille euro è di 222 milioni, una cifra di certo notevole per un comune che ogni anno presenta uno squilibrio di bilancio di 55 milioni di euro e che vanta un miliardo di crediti da Riscossione Sicilia, ora Ade- R (agenzia delle entrate). “Non è quella la cifra”, ribatte però Miceli: “Intanto partiamo dal fatto che sono cartelle non movimentate da tre anni, ed essendo cartelle non movimentate, non sono di certa esigibilità. Per le cartelle di dubbia esigibilità bisogna accantonare l’82 per cento: vuol dire che su mille euro 820 vanno accantonati e non possono essere quindi inseriti in bilancio. Per la restante parte, invece, è impossibile sapere adesso quanto di queste verrà effettivamente riscossa: i numeri dunque sono nettamente inferiori”.

“Ho chiesto una ricognizione alla partecipata del comune e a questo mi attengo, se ci fossero altri approfondimenti però non mi sottraggo di certo al dibattito”, ribatte Varchi. I numeri perciò sono ancora tutti da verificare. Nel frattempo però resta aperta la possibilità per i singoli cittadini di richiedere la rottamazione anche in quei comuni in cui la rottamazione nazionale fosse stata rifiutata. Per Varchi il segno di una coerenza, mentre per i suoi oppositori ancora il segno di una contraddizione: “Così avrà la possibilità di rottamare solo chi saprà come farlo, chi avrà un commercialista, per intenderci – sottolinea ancora il consigliere del Pd – mentre per i poveri cristi la rottamazione non avverrà: questo governo faccia pace con se stesso”. “Fratelli d’Italia deve chiarire se vuole o no una rottamazione e se rottamazione deve essere che sia allora automatica, così da evitare che a non utilizzarla siano proprio le persone meno abbienti, quindi meno attrezzate per poter fare istanza o meno informate”, conclude anche Di Gangi.

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