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Bankitalia su riciclaggio e Recovery, forse i soldi cominciano ad avere un odore

La relazione annuale dell’Unità di informazioni finanziarie (Uif), presentata dal suo direttore Claudio Clemente, offre diverse conferme alle analisi allarmate che dall’esplosione della pandemia si sono rincorse, mettendo in evidenza una serie di rischi direttamente riconducibili alle attività della criminalità organizzata di stampo mafioso, ma anche no.

La relazione però suggerisce, forse, anche una pista che sarebbe interessante esplorare e di cui dirò alla fine. Ma andiamo con ordine.

Il primo dato che colpisce positivamente è l’aumento delle segnalazioni raccolte dalla Uif, può sembrare una contraddizione ma non lo è: l’aumento delle segnalazioni può in parte rappresentare un aumento dei comportamenti illeciti ed in questo senso non è una buona notizia, ma può anche rappresentare un aumento della capacità e della disponibilità dei soggetti legalmente obbligati a segnalare a fare per davvero le segnalazioni.

Da alcuni passaggi ripresi da ilfattoquotidiano.it della relazione di Clemente è ragionevole propendere per questa seconda interpretazione e non è una cosa da poco: i soggetti obbligati a fare le segnalazioni appartengono al variegato mondo della intermediazione finanziaria e le segnalazioni cui sono tenuti riguardano i loro stessi clienti, il che richiede ai soggetti segnalanti di scommettere su una opzione culturalmente non banale in un Paese come l’Italia e cioè che i soldi “abbiano odore” e che alla lunga convenga a tutti far circolare denaro pulito invece che denaro purchessia, basta che ce ne sia, il contrario del “pecunia non olet” con cui sono cresciute generazioni e generazioni di finanzieri.

Il secondo dato che emerge è che la possibilità ancora troppo grande di ricorrere al denaro contante, unita al depotenziamento delle norme di prevenzione e controllo nel ciclo del contratto pubblico, fa lievitare i rischi di riciclaggio di denaro sporco e di infiltrazione di soggetti criminali nelle forniture di beni e servizi, il tutto a discapito degli operatori economici onesti (oltre che delle casse dello Stato e dei cittadini tutti che finiscono per essere “cornuti e mazziati”). Gli operatori economici onesti infatti subiscono una concorrenza sleale implacabile che finisce col chiudere il cerchio del profitto criminale, perché, come emerge sempre dalla relazione Uif, sono spesso proprio i soggetti economici criminali che dopo aver contribuito alla crisi di quelli onesti attraverso la concorrenza sleale, si offrono di aiutarli con prestiti di denaro che non di rado si declinano in acquisizione di crediti deteriorati presso gli Istituti finanziari o nell’acquisizione di quote societarie.

Il terzo dato che emerge, ancora una volta (!), è l’urgenza manifestata da Clemente di un maggior flusso informativo, anche a livello europeo, tra i soggetti istituzionali preposti alla prevenzione ed al controllo e gli operatori finanziari. Su questa questione del flusso informativo ho già avuto modo di scrivere e ribadisco che diventa ogni giorno più insopportabile, considerate le tecnologie informatiche ormai a disposizione e considerato l’investimento che anche l’Italia ha fatto per attrezzarsi sul fronte della sicurezza digitale (è di metà giugno il decreto che ha posto le basi operative per l’Agenzia nazionale della sicurezza informatica). Se l’inefficienza è frutto di imperizia o negligenza è bene che paghi e venga rimosso chi ne ha la responsabilità, altrimenti sarà sempre più fondato il sospetto che l’inefficienza sia molto efficientemente perseguita da chi resta convinto, contrariamente a quanto auspicato sopra, che “pecunia non olet” e che togliere “lacci e lacciuoli” sia il modo migliore per far fiorire l’economia, grazie alle invisibili ma sapienti premure del mercato.

Infine, sullo sfondo, come dicevo, forse si intravvede un orizzonte rivoluzionario appena evocato dalla relazione di Clemente: rendere universale la tecnologia blockchain. Oggi questa tecnologia si applica per lo più alle così dette valute digitali o cripto valute e consiste in un meccanismo che garantisce il valore della moneta e quindi del passaggio di valore tra uno scambio e l’altro, fotografando in maniera indelebile il “prima” e il “poi” di ogni transazione: come se sulla moneta restasse l’impronta digitale di chi l’aveva prima e di chi l’ha presa poi. Rendere universale questa tecnologia sarebbe davvero un terremoto. Bisognerebbe però che lo capissero, in un modo o in un altro, i “signori delle monete” che a far da garanti hanno costruito imperi.

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Recovery, il Piano italiano è stato inviato alla Commissione europea. La scadenza era fissata al 30 aprile

A poche ore dalla scadenza – fissata per la mezzanotte del 30 aprile – il governo italiano guidato da Mario Draghi ha inviato alla Commissione europea la versione definitiva del Piano italiano di ripresa e resilienza, approvata dal Parlamento e bollinata giovedì dal Consiglio dei ministri. Lo apprende l’Ansa da fonti di Palazzo Chigi. Ora può finalmente partire il conto alla rovescia per ottenere i primi fondi del Recovery: la valutazione di Bruxelles ai vari Piani nazionali richiederà almeno due mesi, poi serviranno altre 4 settimane per l’ok del Consiglio Ecofin. Ma la presidenza portoghese vuole accelerare, e ha già indicato l’Ecofin del 18 giugno come la data per dare il via libera almeno ai piani arrivati per primi. Ciò significa che, se venisse rispettata questa tabella di marcia, l’Italia potrebbe avere il suo anticipo da 25 miliardi di euro già a luglio.

Difficile. Lo dimostra il fatto che la Commissione già da giorni sta cercando di frenare le aspettative degli Stati membri. Finora sono arrivati una decina di piani nazionali, e il numero di pagine da analizzare si avvicina già a 100mila. Una mole di lavoro a cui la task force dei 100 tecnici europei del desk Recovery promette di lavorare giorno e notte, ma senza garantire la tempistica. Gli Stati sostengono che la maggior parte del lavoro sia stata già fatta, visto che la preparazione dei Pnrr è avvenuta in stretta collaborazione con la Commissione. Bruxelles invece è convinta che il lavoro di valutazione andrà fatto con estrema attenzione, probabilmente coinvolgendo ancora i governi su alcuni dettagli.

I nodi irrisolti non riguarderanno soltanto le misure previste da ciascuno Stato membro – in teoria dovrebbero rispondere a tutti i criteri fissati dall’Ue su investimenti e riforme – ma anche il calendario con la scaletta degli obiettivi finali e di quelli intermedi, cioè quelle tappe che una volta raggiunte daranno diritto a chiedere nuove tranche di fondi. In pratica quello che Bruxelles dovrà preparare è la ‘road map’ di investimenti e riforme a cui ogni governo sarà vincolato per i prossimi sette anni. Per questo la task force, guidata dalla presidente Ursula von der Leyen, dai suoi vicepresidenti Dombrovskis e Vestager e dal commissario Gentiloni, vuole prendersi tutto il tempo necessario per evitare errori dovuti alla fretta. “L’importante è la qualità, che vince sulla rapidità”, ripetono da giorni i portavoce della Commissione. A rendere ancora incerta la tempistica legata all’arrivo dei fondi c’è anche il problema della ratifica della decisione sull’aumento delle risorse proprie del bilancio Ue, cioè quelle garanzie necessarie alla Commissione per andare sui mercati a raccogliere i 750 miliardi del Recovery. Manca ancora l’ok di dieci Paesi Ue per completare il processo, e l’auspicio è che arrivi entro maggio.

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Usiamo il Recovery fund per ricreare un patrimonio pubblico italiano

L’infezione da coronavirus torna a divampare in Germania, mentre da noi attenua molto lentamente. I tedeschi assumono provvedimenti restrittivi ulteriori. Noi aspettiamo cosa dirà il nostro Comitato Tecnico Scientifico.

Sul piano economico il tema più dibattuto dalla stampa odierna è quello relativo alla vendita di Piazza Affari (Borsa italiana), posta sul mercato dalla società inglese, sua proprietaria, London Stock Exchange. È il momento giusto per riappropriarci di questo importantissimo soggetto economico e la situazione è tale per cui il governo dovrebbe far ricorso al golden power e far tornare agli italiani questa fonte di produzione di ricchezza.

Sennonché questa saggia soluzione è stata respinta dalla Camera con uno scarto di 21 voti. Vedremo cosa dirà il Senato.

Allo stato attuale la soluzione più probabile è che Euronext (che costituisce il principale mercato finanziario e borsa valori pan-europeo nell’Eurozona) acquisti l’intero capitale di Piazza Affari, come si è detto posto in vendita dalla London Stock Exchange, e che l’Italia parteciperebbe al capitale di Euronext limitatamente a circa il 7,3%.

Altro caso rilevante è quello dell’Ilva, la quale, come è noto, è proprietà italiana di puro nome, poiché la gestione e i profitti di questa acciaieria sono stati dati in affitto alla società franco-indiana ArcelorMittal, ed ora l’Italia, che ha la veste di locatore (proprietario), assume anche quella di locatario (affittuario), partecipando alla società ArcelorMittal con la sottoscrizione del 38% delle azioni di quest’ultima ed ottenendo in tal modo un diritto di voto pari al 50%, che dovrebbe arrivare in seguito al 60% attraverso ulteriori acquisti di azioni.

Un mostro giuridico voluto dal ministro Giorgetti, che ancora una volta dimostra le oscure operazioni, attraverso le quali l’Italia dona i frutti delle proprie fonti di produzione di ricchezza agli stranieri, accontentandosi di piccole parti di quanto gli spetterebbe.

Molto problematica resta la situazione di Alitalia, la cui italianità è stata sempre richiesta dai lavoratori e da gran parte dell’opinione pubblica.

A riguardo il ministro Giorgetti ha precisato che si farà di tutto per acquisire la proprietà pubblica della società Ita che subentrerebbe ad Alitalia, ma tutto questo è subordinato, come prescrivono i principi neoliberisti, alle reali possibilità di questa nuova società di svolgere la sua attività in modo proficuo. In altri termini, come pretende indebitamente l’Unione europea, resta esclusa la possibilità di aiutare le imprese in difficoltà (specie le piccole e medie imprese), mentre sarebbero degne di aiuto quelle che già viaggiano con profitto in campo economico.

Il mio avviso è che i contributi del Recovery fund dovrebbero essere rivolti a ricreare un patrimonio pubblico italiano, appartenente al Popolo a titolo di sovranità, e quindi inalienabile, inusucapibile e inespropriabile. L’unico modo per superare l’assurdità del divieto degli aiuti di Stato (attraverso la nazionalizzazione) e difenderci dall’assalto economico del mercato generale e degli altri Stati anche europei.

Non resta che ribadire che la soluzione di tutto sta nell’attuazione degli articoli 1, 3, 11, 41, 42 e 43 della nostra Costituzione repubblicana e democratica.

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Recovery Plan, Franco: “Governance più snella, il Parlamento verrà coinvolto nella fase di definizione del piano e prima dell’invio all’Ue”

“Il lavoro di sintesi del Parlamento che confluisce nelle relazioni e nelle risoluzioni contribuirà decisamente alla fase finale di definizione del piano di qui alla fine del mese”. Così il ministro dell’Economia, Daniele Franco, intervenendo in Aula alla Camera sul Recovery Plan. Si tratta di “un lavoro ricognitivo approfondito che va assolutamente pienamente utilizzato” e, ha assicurato, c’è “l’impegno del governo di avvalersi della relazione e di coinvolgere il Parlamento prima della trasmissione alla Commissione europea“. Un impegno che “riguarda anche la successiva fase attuativa” del piano.

“I progetti che non sono inclusi nel piani – ha aggiunto il ministro – non sono necessariamente accantonati. Stiamo valutando se costituire una linea di finanziamento ad hoc per quei progetti che sono meritevoli di essere inclusi per spirito e finalità, ne siano esclusi perché non soddisfano alcuni criteri più stringenti”. Poi il capitolo della governance: “La definizione di una governance snella e ben definita è un nodo cruciale: la proposta finale di piano conterrà la descrizione di un modello organizzativo basata su una struttura di coordinamento centrale collegata a specifici presidi settoriali presso tutte le amministrazioni coinvolte unitamente a strutture di valutazione, sorveglianza e attuazione degli interventi”.

i chiederei se possibile di recuperare Franco alla Camera e di farci un videino. Io ci metterei “governance più snella + camere coinvolte prima dell’invio in Ue + fondi ad hoc per progetti esclusi” (titolo metterei governance e camere)

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Recovery fund ultima chiamata, PresaDiretta racconta il modello francese: “100 miliardi già a disposizione. Controllo a 50 viceprefetti”

Gestire il Recovery Plan e spendere i fondi messi a disposizione dal Next Generation EU è il primo dossier che si troverà l’appena nato governo Draghi. E mentre l’Italia cerca la strada da seguire, gli altri Paesi europei viaggiano spediti verso la presentazione dei loro piani. Sono 18 i paesi che hanno inviato a Bruxelles le bozze del piano di ripresa, tra questi la Francia.

Presadiretta con Elena Marzano è andata a Parigi per raccontare il Recovery Plan francese, il “France Relance”. Come l’Italia, anche la Francia è stretta nella morsa del virus, l’epidemia corre veloce e da mesi tutto il Paese è in lockdown. Molti i negozi chiusi, così come i musei, i cinema, i teatri, i caffè e le brasserie. Le università sono vuote e le lezioni si fanno a distanza. La Francia ha perso solo nel 2020 l’8% del PIL.

Anche in Francia, come in Italia, si punta sul Next generation EU per rilanciare l’economia. Ma se il Recovery plan italiano è ancora una bozza, la Francia ha presentato il suo “France Relance” il 3 settembre scorso. Un piano di ripresa da 100 miliardi – 40 miliardi arriveranno dall’Europa, 60 miliardi dal bilancio francese – ideato per rilanciare l’economia e riportare il Paese alla situazione economica pre-covid entro il 2022. Duecentonovantasei pagine in cui sono descritte tutte le misure settore per settore e per ogni intervento viene indicato l’impatto, la cifra stanziata, il beneficiario e il calendario di attuazione. Le linee strategiche sono quelle indicate da Bruxelles: 30 miliardi sono investimenti per transizione ecologica, 34 miliardi per competitività delle imprese e 36 miliardi per coesione sociale e territoriale.

“I due obiettivi di questo piano sono da un lato gestire l’emergenza e contrastare la crisi del 2021, dall’altro preparare la Francia del 2031” ha raccontato a Presadiretta Olivia Grégoire, sottosegretario di stato a Bercy, il ministero dell’Economia, che in onore del France Relance ha addirittura cambiato nome da “ministero dell’Economia” a “ministero dell’Economia e della Ripresa”. “Abbiamo cominciato a lavorare al piano sin dal primo lockdown, a primavera, nel mese di aprile. Durante l’estate lo abbiamo messo a punto e alcuni parti, come quella dedicata ai giovani, le abbiamo rese operative già da settembre del 2020”.

“I due obiettivi di questo piano sono da un lato gestire l’emergenza e contrastare la crisi del 2021, dall’altro preparare la Francia del 2031. Le faccio solo un esempio – aggiunge – ci sono 100 milioni di euro per finanziare le associazioni che lottano contro la povertà, che è un’emergenza assoluta. Ma ci sono anche 7 miliardi di euro per sviluppare la filiera dell’idrogeno perché l’idrogeno è l’energia del domani e non possiamo aspettare il 2030 per pensarci, è nel 2020 che dobbiamo gettare le basi per sviluppare questo settore”.

In Francia non c’è stato alcun dibattito o fibrillazione sulla scelta dei progetti da finanziare o sulla governance, solo un’unica scelta strategica: integrare i fondi europei con quelli nazionali. “Il fatto di aver messo insieme questi fondi ha permesso alla Francia di cominciare ad attuare i progetti già prima di Natale, ad esempio in novembre si sapeva già che per il commercio elettronico, per uno specifico progetto, c’erano 60 milioni a disposizione” spiega Sandro Gozi – ex sottosegretario agli affari europei nei governi Renzi e Gentiloni – oggi eurodeputato eletto in Francia nelle liste di Macron.

Non solo, aggiunge: “mentre in Italia si parlava di 300 consulenti, in Francia il primo ministro ha assunto un consigliere per seguire ora per ora, giorno per giorno, France Relance. Tutto il resto è stato gestito con il normale ordinario coordinamento interministeriale, tra primo ministro e i ministri principalmente competenti con un dialogo. C’è un comitato che si chiama Comité national de Suivì, che segue l’attuazione del progetto: a livello nazionale ci sono dei deputati europei, dei deputati nazionali, dei senatori, dei rappresentanti delle parti sociali, e rappresentanti di associazioni giovanili e la stessa struttura viene replicata regione per regione. Non è stata creata nessuna struttura ad hoc.”
E in effetti il governo francese ha già avviato progetti e pubblicato bandi.

A dicembre 2020 dei 100 miliardi messi a disposizione dal piano di rilancio, 11 miliardi sono già stati impegnati per interventi mirati e 9 ne sono stati spesi. Per esempio sono 141 mila i proprietari di casa che hanno già usufruito del bonus per il rinnovamento energetico della propria abitazione. Quattro mila gli edifici pubblici per i quali è stato avviato un programma di ristrutturazione e efficientamento energetico. 815 le aziende che hanno ottenuto finanziamenti per l’ammodernamento degli impianti e si sono spartite un fondo da 710 milioni di euro che ha generato un investimento complessivo di 1.78 miliardi.

Al centro delle preoccupazioni della Francia ci sono i giovani, che come in Italia, sono quelli che stanno pagando il prezzo più alto della crisi economica.

Per l’occupazione giovanile la bozza del Recovery plan di Conte prevedeva di impegnare 6 miliardi e mezzo dei fondi speciali che ci arriveranno dall’Europa, poco più del 3% dei 200 miliardi previsti. Ancora troppo poco visto che abbiamo il più alto numero di giovani inattivi in Europa, oltre 2 milioni contro il milione della Francia.

Per aiutare gli oltre 750 mila ragazzi che, terminati gli studi, in piena crisi covid, stavano per entrare nel mercato del lavoro, la Francia all’interno del France Relance ha lanciato il piano “1 giovane, 1 soluzione”. Il piano vuole offrire una soluzione su misura per ognuno. Ci sono sia incentivi alle imprese che assumono o offrono contratti di apprendistato, sia percorsi retribuiti dallo stato per aiutare i giovani nello studio e in genere nel percorso di formazione. E finora ha funzionato. Sono più di 1 milione i giovani sotto i 26 anni che sono stati assunti tra agosto e dicembre 2020 con contratti di almeno tre mesi e 485 mila quelli assunti con contratto di apprendistato, pagato e anche bene.

Per assicurare l’arrivo a destinazione in tutto il territorio dei 100 miliardi stanziati per la ripresa, all’interno dell’amministrazione francese sono state scelte alcune figure che si occupano esclusivamente del Recovery plan. Sono 50 in tutto il territorio nazionale e si chiamano viceprefetti al piano di rilancio. Myriam Abassi è una di loro, sorveglia i progetti finanziati dall’Europa nella regione dell’Ile de France: “Noi viceprefetti siamo le sentinelle del piano di rilancio a livello locale. Ci sono due obiettivi molto importanti per il governo: primo, che si vada veloce, che i 100 miliardi del piano di rilancio siano stanziati rapidamente. Perché è adesso che dobbiamo frenare la crisi economica. E il secondo punto molto importante per il governo, è che il piano di rilancio sortisca i suoi effetti in maniera assolutamente chirurgica, nel modo più preciso e capillare possibile rispetto ai bisogni delle imprese, delle associazioni, delle collettività territoriali”.

E’ molto importante l’organizzazione territoriale, ci sono le regioni, gli eletti locali che vengono mobilitati per permettere l’arrivo a destinazione dei finanziamenti alle imprese nel territorio. La distribuzione dei fondi in maniera capillare sul territorio permette anche alla Francia di diluire i timori sul rischio di non riuscire a spendere i soldi dell’Europa così come avviene spesso in Italia.

“Questo è un rischio per tutti i Paesi europei, non soltanto per l’Italia ed è motivo di preoccupazione anche in Francia – precisa Oliva Gregoire a Elena Marzano”. “E’ per questo che abbiamo dato una grande responsabilità ai viceprefetti, sono loro l’ingranaggio che si dovrà occupare che i finanziamenti nazionali arrivino a buon fine su tutto il territorio”.

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Recovery plan, Landini a Sky Tg24: “Vogliamo valutare i progetti e vedere quanti posti di lavoro creano”

“Vogliamo valutare i progetti e vedere quanti posti di lavoro creano, quante cose affrontano ma vogliamo anche capire cosa si incentiva e quali vincoli ci sono”. Lo ha detto il segretario generale della Cgil Maurizio Landini a ‘L’ospite’ su Sky TG24 circa il Recovery plan, sottolineando che “ci attendiamo nei prossimi giorni che ci arrivi un calendario di incontri per confrontarci”.

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Conte: “Lavoro per coesione maggioranza e solidità governo. Il Recovery è un obiettivo che non consente distrazioni. Sono impaziente”

“Serve un grande sforzo collettivo per realizzare al più presto un Recovery Plan che garantisca al nostro Paese una pronta ripartenza e una più elevata resilienza”. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte richiama le forze di maggioranza alla collaborazione per arrivare a un accordo sul piano di spesa dei fondi europei per il rilancio post-pandemia da presentare a Bruxelles. Mette alcuni punti fermi, spiegando che la “coesione” e la “solidità” sono “premesse” senza le quali “diventa arduo perseguire obiettivi che richiedono piena dedizione e acuta lungimiranza”. E sottolinea: “In questi giorni sto ricevendo molti inviti, anche autorevoli, ad essere ‘paziente’. Ma io non sono affatto paziente. Al contrario. Sono impaziente. Perché il Paese sta soffrendo e abbiamo una chance storica di poterlo rilanciare e ricostruire ancora migliore di prima. Abbiamo così tanti problemi da risolvere e così tante soluzioni da offrire, soluzioni a cui hanno contribuito tutte le forze di maggioranza e che ritengo valide ed efficaci, che non vedo l’ora di poter superare le fibrillazioni in corso”. Senza tacere le turbolenze causate da Italia Viva, il presidente del Consiglio richiama quindi più volte quel “tutte le forze di maggioranza”, che – rimarca – hanno “convenuto” sui prossimi step.

Ovvero: “Portare al prossimo Consiglio dei Ministri la nuova bozza aggiornata del Piano, in modo da poter proseguire le interlocuzioni con il Parlamento e le parti sociali e poi passare alla stesura dello schema definitivo”. E aggiunge: “In questi giorni sto preparando una lista di priorità che valgano a indirizzare e a rafforzare l’azione del governo sino alla fine della legislatura. Un programma da poter discutere e condividere con tutte le forze di maggioranza”. Uno ‘schema’ di lavoro che sembra trovare d’accordo anche il Pd, che in giornata con due big come Dario Franceschini e Graziano Delrio ha sottolineato l’urgenza di approvare subito il Recovery e definire un “patto di legislatura”. Mentre Matteo Renzi, accusando i giornali di “chiacchiericcio”, ha convocato una riunione con tutti i parlamentari di Iv per la serata di sabato per fare il punto sulla “situazione politica”.

Conte affida il suo lungo messaggio – dopo l’ultimo difficile faccia a faccia nella riunione di venerdì a Palazzo Chigi con M5s, Pd, Italia Viva e Leu – a un lungo post su Facebook: “Il Paese sta attraversando un periodo difficilissimo. L’intera comunità nazionale appare sfibrata da questo lungo periodo (ormai quasi un anno) di pandemia, che sta mettendo a dura prova la nostra economia, la nostra tenuta sociale, persino la nostra tenuta psicologica”, esordisce il presidente del Consiglio ricordando l’importanza di ” concentrarci, con la massima attenzione, alla realizzazione del piano di vaccinazione”. Ma non solo: “Mai come adesso dobbiamo lavorare per introdurre nuove misure di sostegno alle famiglie, ai lavoratori, alle imprese. A questo riguardo già la settimana prossima porteremo al Consiglio dei Ministri la richiesta di scostamento su cui poi il Parlamento sarà chiamato a esprimersi, così da poter varare un nuovo decreto-ristori per alleviare le difficoltà in particolare degli operatori economici”.

Quindi entra nel merito delle fibrillazioni che stanno interessando la maggioranza, con Italia Viva che settimane tira la corda, minaccia e lancia ultimatum sulle modalità di spesa dei fondi europei: “Mai come adesso serve un grande sforzo collettivo per realizzare al più presto un Recovery Plan che garantisca al nostro Paese una pronta ripartenza e una più elevata resilienza – scrive Conte – Parliamo di un piano che non appartiene a questo governo o alle forze di maggioranza che lo compongono, ma all’Italia intera“. Ed entra nel merito, spiegando che durante la riunione di venerdì sera a Palazzo Chigi “con tutte le forze di maggioranza abbiamo convenuto di portare al prossimo Consiglio dei Ministri la nuova bozza aggiornata del Piano, in modo da poter proseguire le interlocuzioni con il Parlamento e le parti sociali e poi passare alla stesura dello schema definitivo”. Passo che, dopo la richiesta delle scorse ore, torna a chiedere anche il Partito Democratico. “Credo bastino un po’ di buonsenso e di buona volontà per evitare una crisi di governo in piena pandemia – dice il ministro della Cultura, Dario Franceschini – Martedì mandiamo il Recovery in Parlamento e subito, come ha proposto Nicola Zingaretti, avviamo un confronto nella maggioranza per un patto programmatico di legislatura”.

Un cronoprogramma identico a quello proposto dal capogruppo alla Camera dei dem, Graziano Delrio: “È urgente che prenda il via il piano per il futuro dei nostri figli, non si può più aspettare e perciò è una buona notizia che il Recovery Plan approdi in Consiglio dei ministri così da aprire subito il confronto in Parlamento e nel Paese. Subito dopo il presidente Conte metta mano, convocando la coalizione, alla definizione del patto di legislatura, come richiesto più volte dal segretario Zingaretti, per rafforzare orizzonte del governo e affrontare i nodi ancora aperti”. Il deputato sottolinea che “serve completare molto rapidamente la verifica avviata ormai da tempo definendo le priorità, a partire dal lavoro, dalla sanità, dalla transizione ecologica, dalla sostenibilità sociale e ambientale che sono il presupposto per uno scatto dell’azione del governo in risposta ai bisogni delle persone, delle famiglie e delle imprese”. Mosse sulle quali Conte sembra concordare: “Sto lavorando anche a rafforzare la coesione delle forze di maggioranza e la solidità della squadra di governo. Senza queste premesse diventa arduo perseguire obiettivi che richiedono piena dedizione e acuta lungimiranza. E non consentono distrazioni, per rispetto dei cittadini e del momento che stiamo vivendo”. In questi giorni, sottolinea, “sto preparando una lista di priorità che valgano a indirizzare e a rafforzare l’azione del governo sino alla fine della legislatura. Un programma da poter discutere e condividere con tutte le forze di maggioranza”.

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Recovery plan, se tornano le trivelle vuol dire che qualcosa potrebbe andare storto

Lo stesso Giuseppe Conte ha detto che se falliamo sul Recovery Fund il governo deve andare a casa con ignominia. Beh, siamo al bivio: se il governo è quello che permette di nuovo le trivellazioni in mare il segno è quello del ritorno allo sciagurato “Sblocca Italia” di Matteo Renzi.

Ripetiamo: i 210 miliardi per l’Italia legati al Recovery Fund dell’Ue sono vincolati in gran parte al Green New Deal e in linea con il Just Transition Fund (JTF) e con il Cohesion Fund (CF) non potranno prevedere né finanziamenti agli inceneritori, né alla produzione di carburanti (come previsto, invece, dal PNRR del governo) da rifiuti e plastiche in omaggio ai progetti Eni come quello di Livorno-Stagno.

Per quanto ci riguarda abbiamo addirittura lanciato un monito politico di fronte a questa unica opportunità di riconversione ecologica promuovendo il movimento politico “Terra-Terra per la Rivoluzione Ecologica” che se le forze politiche esistenti non saranno in grado di comportarsi coerentemente con la sfida della priorità ambientale è pronto a scendere anche in politica elettorale per non permettere che i soldi finiscano nelle mani delle multinazionali del petrolio, del gas e dell’industria sporca. Staremo a vedere pronti a scattare.

Intanto cominciamo a mettere nero su bianco le proposte concordate da Terra-Terra con Zero Waste Italy relative ai progetti da finanziare con il “Next Generation Plan” e riferite all’applicazione dei 10 passi Rifiuti Zero:

1- Passare in tutta Italia con particolare riferimento a tutto il Mezzogiorno ai sistemi di raccolta porta a porta. Non solo per traguardare livelli di raccolta differenziata superiori al 70 per cento ma anche per garantire materie prime-seconde pulite ai comparti economici quali l’agricoltura (con il compost dalla raccolta di flussi puliti di Forsu) e l’industria manifatturiera nell’epoca della “Raw Material Scarcity” (la scarsità delle materie prime). Questo sistema di raccolta dimostra livelli occupazionali altissimi pari ad almeno un nuovo addetto ogni 1200 abitanti serviti. Stiamo parlando di circa 25.000 nuovi posti di lavoro;

2- A questo passaggio si collega poi la progettazione di almeno una piattaforma regionale per il recupero dei RAEE (rifiuti elettrici ed elettronici) ma il provvedimento dovrebbe essere esteso anche ai rifiuti speciali elettromedicali ed in particolare dei metalli preziosi e rari da essi contenuti che al momento non vengono recuperati in modo significativo. Trattasi non solo di oro, argento, rame, alluminio (basti pensare che una lavatrice contiene almeno mezzo kilo di rame e di alluminio al momento scartati) ma anche delle famigerate terre rare (817 elementi della tavola chimica) alla base della guerra commerciale Usa- Cina che detiene il 90% della commercializzazione di questi preziosi elementi posti anche in Occidente alla base della Rivoluzione industriale 4.0;

3- Messa a sistema dell’insieme di esperienze della riparazione-riuso che già oggi, senza alcun aiuto pubblico, rappresentano un indotto di 90.000 addetti che potrebbe triplicare anche attraverso interventi integrati con la digitalizzazione inclusi nel Recovery Plan. Solo Zero Waste Italy ha censito almeno 60 imprese del genere;

4- Riconversione degli attuali obsoleti impianti di trattamento meccanico-biologico finalizzati quasi sempre a produrre combustibile solido secondario in “impianti ponte” denominati “fabbriche dei materiali” in grado di recuperare ancora materiali minimizzando ulteriormente gli smaltimenti da conferire in discarica. Ciò, addirittura in anticipo rispetto alle direttive europee permetterebbe di raggiungere gli obiettivi di conferimento in discarica stabiliti a meno del 10 per cento ben prima del 2035 e senza ricorrere agli inceneritori.

Questi progetti a loro volta hanno bisogno di “riforme strutturali” (a costo zero) in realtà almeno sulla carta molto semplici ed in mano ai ministeri relativi agli acquisti verdi per favorire un mercato protetto a manufatti da materiali riciclati e comunque di seconda vita o alternativi alle plastiche che senza la “mano pubblica” rischiano di rimanere marginali.

In merito dovrebbero essere intensificati e accelerati i CAM (Criteri Minimi Acquisti), l’applicazione dell’ “end of waste” per materiali come ad esempio gli scarti verdi che se raccolti in raccolta differenziata ed inviati a comprovato compostaggio non si capisce perché non possano essere sottratti alla nozione di rifiuto ed inclusi in quella di materia prima. Inoltre, finalmente occorre attuare quel tristemente mitico decreto attuativo (mai arrivato e che sarebbe dovuto arrivare dopo i 6 mesi dall’approvazione del DLGS 152 del 2006) che normi le modalità della preparazione per il riutilizzo per permettere a prodotti conferiti nelle isole e/o stazioni ecologiche di essere riparati e commercializzati come nuovi prodotti. Infine, questo sì, starebbe al Parlamento approvare una normativa che consenta significativi sconti fiscali o crediti d’imposta per chi certifica operazioni di riparazione di beni e prodotti sull’esempio di una già funzionante normativa svedese.

Tutto questo è senza ombra di dubbio nel solco della Economia Circolare riconfermate dalla UE quale asse per gli investimenti per il Recovery Plan.

Su questi punti e non solo vogliamo essere consultati vantando già sinergie pubbliche e private (con i 311 comuni Rifiuti Zero e con aziende e distretti del settore).

Non si ignori questa disponibilità!

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Recovery Fund, Salvini: “A gennaio le proposte del centrodestra. Intanto Conte e Renzi litigano, vogliamo limitare i danni fatti dal Governo”

“Le idee le abbiamo chiare. Lavoreremo per presentare a gennaio un piano per i fondi Ue. Riforma fiscale, cancellazione delle cartelle esattoriali, rilancio delle infrastrutture ferme – oggi il M5s voleva bloccare di nuovo la Tav, siamo all’assurdo -, poi un’idea di Paese fondato sulla crescita. Non ci sono i fondi per la sanità, non c’è nulla per la disabilità e per le famiglie. Intano Conte e Renzi litigano. L’unica fretta che abbiamo è quella di limitare i danni fatti dal Governo”, così Matteo Salvini, leader della Lega, fuori dalla Camera.

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Recovery Fund, Conte al Senato: “Si intravede uno spiraglio positivo nel negoziato con Polonia e Ungheria”

“Vi anticipo, doverosamente ma con la massima cautela, che nelle ultimissime ore sembrerebbe che si intraveda uno spiraglio positivo nel negoziato” con Polonia e Ungheria sul Recovery fund. Lo dice il premier Giuseppe Conte nel suo intervento in Aula al Senato in vista del Consiglio europeo

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