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Margaret Thatcher, trent’anni fa finiva l’era della lady di ferro ‘madrina’ della Brexit

di Eleonora Vasques

Esattamente trent’anni fa si concludeva l’ultimo mandato del governo di Margaret Thatcher, la “lady di ferro” che governò il Regno Unito dal 1979 al 1990. Leader del partito Conservatore dal 1975, Margaret Roberts, sposata Thatcher, rimane un personaggio controverso per la storia della Gran Bretagna. Infatti, molte delle sue scelte continuano a far discutere: per fare alcuni esempi, la guerra nelle Falkland del 1982, passando per il braccio di ferro con il sindacato dei minatori a metà degli anni Ottanta, fino al suo approccio molto duro nei confronti dell’allora Comunità economica europea all’inizio degli anni Novanta. Uno dei motivi principali per cui forse il “fenomeno Thatcher” fa ancora oggi così tanto discutere può essere legato agli effetti che il “thatcherismo” ha tuttora sulla nostra società.

Miss Thatcher ha determinato dei cambiamenti economici, sociali e politici che in parte erano già in atto: come afferma lo storico Dominic Sandbrook (specializzato in storia contemporanea post-guerre mondiali), in un’intervista per la Bbc, “la Gran Bretagna era chiaramente un paese molto diverso nel 1990 rispetto al 1979. Era più aperta, ambiziosa, cosmopolita e più progressista, ma anche molto più aggressiva, individualista e diseguale”.

Molti dei suoi sostenitori le hanno dato il merito di aver rivitalizzato il settore finanziario, dando un nuovo slancio internazionale alla City (e non solo) e hanno valutato positivamente la privatizzazione di diverse attività di matrice pubblica, e l’inserimento del concetto di “concorrenza” anche all’interno di settori rimasti pubblici. Al contrario, i suoi oppositori sottolineano gli effetti collaterali delle sue politiche, quali i tagli alla spesa pubblica, l’indebolimento del welfare state, il processo di de-industrializzazione del Centro e Nord del paese, che hanno portato ad un incremento del tasso di disoccupazione della Gran Bretagna (con un picco di quasi 3 milioni di disoccupati nel 1983) e a una configurazione economica del paese fortemente diseguale. Infatti, mentre il Sud cresceva e il Regno Unito si riposizionava come attore mondiale, il Centro e il Nord del paese entravano in recessione.

Molte politiche e idee thatcheriane sono ancora vive in Gran Bretagna, ma la cosa più curiosa e paradossale che i britannici hanno ereditato da quel periodo storico è forse ciò che più sta minacciando il settore finanziario da lei rivitalizzato: l’euroscetticismo britannico. Il biografo ufficiale della Iron Lady Charles Moore spiega in un’intervista all’Economist che è difficile ipotizzare la posizione di miss Thatcher nei confronti del referendum sulla Brexit (e a mio avviso, sarebbe anche scorretto cercare di dare una risposta).

Tuttavia, Moore stesso racconta che le scelte della Thatcher in politica estera hanno certamente ispirato una nuova generazione di euroscettici. Questo non significa che il Regno Unito fosse precedentemente un paese europeista: dalla nascita della Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) fino agli anni Ottanta, l’atteggiamento britannico è sempre stato interessato ma diffidente.

Miss Thatcher aveva ben presente i vantaggi economici che derivavano dal far parte del mercato unico, che non aveva intenzione di abbandonare, ma si è sempre opposta alla cessione di alcune parti di sovranità nazionale verso la Comunità. In un famoso estratto durante una seduta alla House of Commons, dove riportava i risultati del Consiglio europeo di Roma del 1990, la lady di ferro ha riferito ai suoi colleghi: “Il Presidente della Commissione, il signor Delors, ha detto, in una conferenza stampa l’altro giorno, che vorrebbe trasformare il Parlamento Europeo nel braccio democratico della Comunità, la Commissione nel suo potere esecutivo e il Consiglio dei Ministri nel suo Senato. No! No! No!“.

L’eco di quei “No” non si è mai fermata e non è rimasta inascoltata. Da allora l’euroscetticismo è cresciuto nel paese, soprattutto tra i giovani di quegli anni, diventati classe dirigente oggi. Ma prima di spiegare come questo sia stato possibile, bisogna ricordare che il dibattito sull’Europa in Gran Bretagna è stato impostato, sin dall’era Thatcher, nel seguente modo: essere favorevoli al libero scambio di merci e capitali, e ai vantaggi che esso comporta, senza però cedere ulteriore sovranità all’Europa. Questa posizione ha sempre rassicurato la City; quante volte abbiamo sentito dire, prima del referendum del 2016, che lo scenario della vittoria del Leave era quanto mai improbabile, poiché ai britannici “non conveniva uscire”? Questa sicurezza non ha tenuto conto dei voti di quelle zone del Centro e del Nord del paese de-industrializzate, impoverite e oserei dire, dimenticate: le stesse che si sono scontrate negli anni Ottanta con le politiche thatcheriane.

Di queste zone si sono ricordati alcuni partiti populisti, come l’Ukip sotto la leadership di Nigel Farage, il quale, sfruttando il sentimento dell’antipolitica, ha costruito una narrazione anti-establishment contro l’Europa; anche se solo di circa due punti percentuali, il Leave ha trionfato nel referendum sulla Brexit del 2016. Se si guarda infatti ai risultati dell’epoca, c’è una netta differenza tra i voti nella capitale (e nei dintorni) e i voti nelle midlands e nel Nord del paese (Scozia esclusa). Lo stesso Boris Johnson, nel dicembre 2019, è riuscito ad ottenere i voti delle ex “roccaforti Labour” del Nord, probabilmente proprio a causa di quel motto, Get the Brexit Done.

Certamente ci sono anche altre concause che hanno portato alla Brexit, e ci sarebbe molto altro da dire rispetto a Margaret Thatcher. Tuttavia, non si può escludere che la politica thatcheriana abbia rafforzato, soprattutto in ambito conservatore, un sentimento antieuropeista che può aver ulteriormente favorito il processo di uscita del Regno Unito dall’Ue. È interessante rilevare una saldatura creatasi tra un certo antieuropeismo del partito conservatore britannico di matrice thatcheriana con l’antieuropeismo anti-establishment proprio di quelle aree che la politica della Lady di Ferro ha sacrificato per perseguire la propria politica economica. E la Brexit, che è il risultato di tale saldatura, potrebbe contribuire in maniera significativa a rendere la Gran Bretagna un attore di minore importanza nello scacchiere internazionale nei prossimi decenni.

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Coronavirus, a Liverpool torna il lockdown: le immagini dall’alto della città semi-deserta

Ieri il governo britannico ha esteso i blocchi dovuti al coronavirus anche alla città di Liverpool, assieme a molte altre città del nord dell’Inghilterra. Più di un quarto del Paese si trova sotto regimi di restrizioni rigorose. Misure simili per limitare la socializzazione e gli spostamenti fuori casa sono state imposte nella vicina Warrington, nel nord-ovest, e nel Middlesbrough e Hartlepool nel nord-est. Prima dell’annuncio, circa 16 milioni di persone dei 66,8 milioni del Regno Unito erano già soggetti ad alcune restrizioni locali. Londra è attualmente esente ma la capitale è in allerta a causa dell’aumento dei casi e dei ricoveri ospedalieri. Le nuove regole a Liverpool vieteranno gli incontri sociali tra famiglie diverse, tranne che all’aperto. Inoltre, ai residenti è stato consigliato di evitare le case di cura e di viaggiare solo per motivi “essenziali”, che includono la scuola o il lavoro. Come si vede nel video, in città la circolazione delle persone è già estremamente ridotta.

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Coronavirus, picco di casi in Francia: 13.500 in 24 ore. La Germania torna ai numeri di aprile. Uk, Jonhson pronto a nuove restrizioni

In Francia i numeri sui contagi continuano a fare paura, con lo spetto di un nuovo lockdown che incombe sull‘Europa. Nelle ultime 24 ore sono stati registrati 13.498 nuovi casi, ha reso noto la sanità pubblica in serata. Per il secondo giorno consecutivo è stata così superata la soglia dei 13mila casi, quasi 300 in più rispetto a ieri, con 58 nuovi focolai segnalati.

Nell’ultima settimana i casi di coronavirus sono cresciuti esponenzialmente in praticamente tutti i Paesi del Vecchio Continente e la tanto temuta “seconda ondata” del virus sembra essere imminente oltre che, come ha rilevato il premier britannico Boris Johnson, inevitabile. Tanto che il premier si dice pronto a maggiori restrizioni, ma a Londra un migliaio di manifestanti contrari alle misure di lockdown, alle mascherine e al distanziamento sociale per l’epidemia di coronavirus, in nome dello slogan “Resist and Act for Freedom” (Resisti e agisci per la libertà) si è radunata a Trafalgar Square, dove ci sono state tensioni e qualche tafferuglio con la polizia. Ma i dati preoccupano, e per due giorni consecutivi si batte il record di contagi in 24 ore: sono stati registrati 4.422 nuovi casi, 100 in più rispetto al giorno precedente. È il numero più alto dall’8 maggio. Il bilancio complessivo è di oltre 390mila casi. Le nuove vittime sono 27, 41.759 in totale.

In Germania, intanto, sono stati registrati quasi 2.300 nuovi casi, come non accadeva da aprile, mentre in Francia i contagi e i decessi (balzati a 13.215 e 123, record di questa fase) sono tripli rispetto al Regno di Elisabetta. La Spagna è stata costretta ad annunciare un nuovo giro di vite persino nella capitale Madrid. Preoccupano anche la Repubblica Ceca, la Danimarca, l’Olanda: quest’ultima, ha detto il premier Mark Rutte, studia “misure regionali” dopo i quasi 2 mila casi di giovedì, molti dei quali nelle città più grandi, il quarto record consecutivo di contagi giornalieri. Anche la Grecia è pronta a una stretta su Atene.

A preoccupare non è solo l’aumento dei contagi ma soprattutto il numero di ospedalizzati, di ricoveri in terapia intensiva e di decessi. Per questo i governi stanno intervenendo con provvedimenti sempre più restrittivi delle libertà di movimento, incalzati dai moniti dellOrganizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che parla di “grave situazione contagi in Europa” chiedendo così ai vari Paesi un approccio diverso, prendendo come esempio positivo la Svezia, criticata nei mesi scorsi da numerosi esperti per le mancate restrizioni messe in campo dal governo, soprattutto in tema di sostenibilità e coinvolgimento dei cittadini: “Bisogna riconoscere – ha detto la funzionaria Catherine Smallwood – che la Svezia ha evitato l’incremento di casi” nell’ultimo periodo “che si sta verificando in altri Stati, in particolare in Europa occidentale, e penso che ci siano lezioni da imparare dall’approccio svedese, in particolare sulla sostenibilità e il coinvolgimento dei cittadini“.

E non va meglio oltre i confini europei: sono oltre 951mila i morti in tutto il mondo e più di di 30,5 milioni di casi confermati. Secondo gli ultimi dati della John Hopkins University sono stati altri 230.884 i contagi mondiali nelle ultime 24 ore. Il Brasile sale a 4,4 milioni di contagi – terzo dopo Usa (6,7) e India (5,3) – e Israele apre le celebrazioni del Capodanno ebraico sotto la cappa di un secondo lockdown nazionale già operativo (primo Paese del pianeta a ricorrervi), oltre che di dati da record mondiale di casi in rapporto alla popolazione.

Germania – Sono quasi 2.300 i nuovi contagi da coronavirus registrati nelle ultime 24 ore in Germania, il livello più alto dallo scorso aprile. Lo riferisce il Robert Koch Institut (Rki), il centro epidemiologico tedesco: si tratta di 2297 infezioni, portando il numero complessivo a 270 mila. Sono 6, sempre nelle 24 ore, i decessi registrati, per un totale di 9.384. I guariti, sempre stando al conteggio del Koch Institut, sono 239mila. Il livello più alto di contagi giornalieri era stato registrato tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, con circa 6.000 infezioni. In agosto solo una volta si era tornati a superare i 2.000 contagi al giorno.

Regno Unito – Boris Johnson trascorrerà il weekend valutando se decidere nuove restrizioni anti Covid dopo aver detto che il Regno Unito “ora sta assistendo ad una seconda ondata”. Negli ultimi giorni i contagi hanno sfiorato la quota di 5 mila al giorno (+32% dalla settimana scorsa) per la prima volta dallo scorso 8 maggio. Nelle ultime 24 ore i contagi hanno toccato quota 4.422. Per questo, secondo quanto riporta la Bbc, il governo britannico sta valutando il divieto degli incontri tra gruppi familiari diversi e la riduzione degli orari di apertura per pub e ristoranti. Al momento già 13,5 milioni di britannici, circa un quinto della popolazione, sono soggette a restrizioni varate nei giorni scorsi per cercare di rallentare la marcia del virus. Venerdì il premier aveva detto che non “vuole adottare misure di lockdown” ma che è necessario rafforzare quelle di distanziamento. “Chiaramente quando guardiamo a quello che sta succedendo ci si chiede se si debba fare di più della regola del sei fissata lunedì“, ha aggiunto riferendosi alla provvedimento che vieta le riunione di oltre sei persone.

Spagna – La Spagna rimane il Paese più in crisi: nelle ultime due settimane qui sono morte 825 persone, in media 60 al giorno, e i reparti di rianimazione ospitano già 1331 dei 10 mila ricoverati per Covid. A preoccupare è soprattutto l’area di Madrid: per questo da lunedì 37 distretti saranno soggetti al lockdown per frenare l’aumento del Covid-19. Il provvedimento riguarda oltre 850mila persone, che saranno sottoposte a restrizioni per i viaggi e agli assembramenti. I residenti potranno lasciare la loro zona solo per andare al lavoro, a scuola o per assistenza sanitaria. Gli incontri sociali saranno limitati a sei persone, i parchi pubblici saranno chiusi e le attività commerciali dovranno abbassare la saracinesca entro le 22. La Spagna ha il maggior numero di casi di coronavirus in Europa, e Madrid è di nuovo la regione più colpita. Secondo i dati della Johns Hopkins University, i nuovi casi sono 625.651 e i tassi di infezione nella regione di Madrid sono più del doppio della media nazionale, come afferma il governo spagnolo. Il Paese era già stato tra i più colpiti dalla prima ondata di infezioni con 30mila morti.

Francia – Cresce l’allarme Coronavirus in Francia, dove nelle ultime 24 ore sono stati individuati 13.215 nuovi contagi, una cifra record mai toccata dalla primavera scorsa quando il Paese era in pieno lockdown, a cui si aggiungono 123 morti. Positivo anche il ministro dell’Economia Bruno Le Maire, mentre continuano a esplodere mini focolai in tutto il Paese, in particolare nelle università. Macron: “Abbiamo una cosa sola da fare, batterci, batterci, batterci”, ma al momento si tende ad escludere un nuovo lockdown totale.

Russia – Il numero di casi di coronavirus rilevati nell’ultimo giorno in Russia ha superato le 6.000 unità per la prima volta dal 19 luglio. Lo ha detto il quartier generale operativo per combattere la diffusione del coronavirus. Secondo la sede centrale, la crescita giornaliera è stata dello 0,56%, il numero totale di persone infette ha raggiunto quota 1.097.251. Il numero di morti è invece aumentato di 144 casi contro i 134 del giorno precedente e ha raggiunto un totale di 19.339 persone. Secondo il centro il numero totale di morti è l’1,76% di tutte le persone infettate in Russia.

India – Per più di cinque settimane l’India ha segnato il record giornaliero dei casi nel mondo. Nelle ultime 24 ore sono stati registrati 93.337 nuovi casi, portando il totale a oltre 5,3 milioni contagi su quasi 1,4 miliardi di abitanti. Per quanto riguarda i decessi, sono stati 1.247 in un giorno. Gli studiosi prevedono che entro poche settimane diventerà il Paese più colpito dalla pandemia, superando gli Stati Uniti. Il governo del primo ministro Narendra Modi ha dovuto affrontare aspre critiche da parte dell’opposizione in Parlamento per la gestione della pandemia che ha lasciato milioni di persone senza lavoro. Più di 10 milioni di lavoratori migranti hanno abbandonato le grandi città e sono tornati nei loro villaggi con l’annuncio del lockdown, lo scorso 24 marzo. Questi spostamenti hanno causato la diffusione del virus in tutto il Paese, specialmente nelle zone rurali e più povere.

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Coronavirus, Johnson: “Lockdown prosegue. Quarantena per chi viaggia, tranne i francesi”

“Questo semplicemente non è il momento di mettere fine al lockdown”. Il premier britannico Boris Johnson allontana le riaperture nel Regno Unito, concedendo solo alcune possibilità di spostamento per lo più per lavoro e in famiglia. I negozi e le scuole, invece, non apriranno prima di giugno. Poi il primo ministro inglese ha annunciato che, “grazie ai vostri sacrifici siamo adesso in condizioni di iniziare a muoverci verso il livello 3″ di allerta dal livello 4 per l’emergenza coronavirus. Johnson ha quindi sottolineato che “tutti avranno un ruolo da giocare nel tenere il fattore R (l’indice di contagio) basso, restando attenti e seguendo le regole”.

“Dobbiamo rimanere allerta, controllare il virus e salvare vite”, ha aggiunto. Quindi, lui che a inizio emergenza aveva accarezzato l’ipotesi dell’immunità di gregge, ha detto: “È un dato di fatto che adottando le misure di contenimento abbiamo impedito a questo Paese di essere inghiottito da quella che avrebbe potuto essere una catastrofe in cui lo scenario ragionevole peggiore sarebbe stato mezzo milione di morti”.

Nei prossimi due mesi, poi, le decisioni del governo britannico saranno guidate “dalla scienza, dai dati e dalla salute pubblica, non dalla speranza o dalla necessità economica“. Dalla politica però si, visti i distinguo annunciati a stretto giro per i viaggiatori francesi che non saranno sottoposti alle restrizioni previste per gli altri. Quanto all’immediato, i piccoli alleggerimenti delle restrizioni, anche per lo svago, nel Regno Unito inizieranno da mercoledì. Le limitazioni cadono per l’esercizio fisico individuale all’aperto, si potrà prendere il sole nei parchi, guidare la macchina verso altre destinazioni cittadine, fare sport di gruppo ma solo con membri della stessa famiglia. Sempre “nel rispetto del distanziamento” e con controlli e multe più pesanti “per i pochi che violano le regole”.

Cambiano già da lunedì invece le indicazioni sul lavoro, in particolare nell’edilizia e nell’industria manifatturiera. Johnson ha precisato che la raccomandazione non sarà più di andare al lavoro solo se si deve e “lavorare da casa se si può”. Coloro che non possono lavorare da casa sono invece ora “incoraggiati” ad andare al lavoro, seppure evitando il trasporto pubblico, cercando di andare in bici o a piedi e con linee guida per le aziende su sicurezza e distanziamento.

Quanto alle tappe successive della road map verso la Fase 2, il premier britannico ha detto che saranno condizionate alla verifica scientifica della continuazione di un decremento di contagi da coronavirus e al ritorno del tasso d’infezione al livello 1 (ora nel Regno è fra 0,5 e 0,9, ha detto). Con una possibile “riapertura graduale dei negozi” e delle scuole, a partire dalle elementari, non prima di giugno. E, non prima di luglio, un’eventuale “riapertura di alcune strutture dell’industria dell’ospitalità, a patto che siano sicure e garantiscano il distanziamento sociale”.

L’inquilino di Downing Street ha anche annunciato l’intenzione di introdurre presto una quarantena obbligatoria per qausi tutti coloro che viaggeranno nel Regno Unito: la quarantena, che secondo le anticipazioni sarà di 14 giorni e riguarderà tutti i viaggiatori, con o senza sintomi, servirà a rafforzare la sicurezza ai confini man mano che si alleggerirà il lockdown sul fronte interno. Johnson non ha ancora precisato però una data d’entrata in vigore. L’unica certezza è che la misura non riguarderà i viaggiatori francesi nel Regno Unito e i britannici in Francia come ha annunciato Johnson in una nota congiunta con il presidente francese Emmanuel Macron in cui si precisa che “qualsiasi misura su entrambi i lati” della Manica sarà “presa in forma coordinata e reciproca”.

La novità che ha scatenato reazioni politiche più forti riguarda comunque la scelta di accantonare lo slogan “Resta a casa” con “Stai allerta”. Un cambiamento di cui Johnson e i suoi ministri minimizzano la portata (“stare allerta significa stare a casa per quanto più tempo possibile”, ha spiegato un portavoce di Downing Street); ma che non convince né l’opposizione laburista che parla di “scarsa chiarezza”, né i governi di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Da Edimburgo, Cardiff e Belfast, i responsabili locali, forti su questa materia dei poteri della devolution, hanno fatto sapere che nei rispettivi territori, dove il lockdown era già stato prorogato almeno fino al 28 maggio, rimarrà in vigore la raccomandazione di “stare in casa”. “Lo slogan stay alert è vago e impreciso”, taglia corto la first minister scozzese Nicola Sturgeon, leader degli indipendentisti dell’Snp.

Ad ammonire il governo centrale dai pericoli di una fuga in avanti, ci sono del resto i suoi consulenti scientifici, riuniti nel Sage (Scientific Advisory Group for Emergencies), sulla base di studi come quello della London School of Tropical Hygiene e dell’Imperial Collegesecondo il quale altre 100.000 persone potrebbero morire di Covid-19 nel Regno Unito prima di fine 2020 se il lockdown fosse alleggerito troppo in fretta. Lo sa bene la regina Elisabetta, 94 anni, confinata col quasi 99enne consorte Filippo nel castello di Windsor da marzo, intende dare il buon esempio e non riprendere gli impegni pubblici per mesi: in autunno al più presto. Il periodo d’assenza più lungo dei suoi 68 anni di regno.

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Coronavirus: Francia, deputato contagiato: è in rianimazione. Prima vittima in Uk. Usa, 14 morti. Infermieri americani: “Carenza di preparazione”. Costa Fortuna bloccata al largo di Phuket

Oltre 400 contagi in Germania e Francia, dove il deputato 68enne Jean-Luc Reitzer di Les Republicains – il partito dell’ex presidente Nicolas Sarkozy – è risultato infetto ed è stato ricoverato in terapia intensiva. Il 25 febbraio era in Aula mentre questa settimana era assente. Contagiato anche un barista dell’Assemblea, che si trova in auto-isolamento, mentre è sospetto un lavoratore del ristorante del Parlamento. Entrambi i locali, che sono in Rue de l’Université 101 a Parigi, oggi restano chiusi. E oltre ai passeggeri della Grand Princess, bloccati a San Francisco e in attesa dei risultati dei test per potere sbarcare, anche gli oltre duemila a bordo della Costa Fortuna restano al largo di Phuket, in Thailandia. Al momento il paese consiglia e non impone l’isolamento ai turisti italiani, ma gli ultimi giorni hanno visto una successione di messaggi contrastanti sul tema da parte del governo di Bangkok, sempre molto attento a preservare la propria immagine agli occhi dei turisti stranieri, dato che il settore turistico rappresenta una parte fondamentale del Pil. Sulla Costa Fortuna ci sono 64 connazionali.

Prosegue l’emergenza coronavirus nel mondo, mentre negli Usa dove le vittime sono finora 14, il contagio si è esteso a 14 Stati – il National Nurses United (Nnu), il più grande sindacato degli infermieri americano che conta 150mila iscritti, ha denunciato una carenza di preparazione ed equipaggiamento in molti ospedali e cliniche del Paese per fronteggiare l’emergenza del coronavirus. Da un sondaggio cui hanno risposto in 6500, sono emersi risultati “allarmanti”, ha detto la direttrice del Nnu, Bonnie Castillo: solo il 29% ha riferito che c’è un piano per isolare i potenziali pazienti contagiati nei loro posti di lavoro, il 23% ha ammesso di non sapere neppure se c’è un piano, oltre un terzo ha rivelato di non avere accesso alle maschere protettive e la metà non ha ricevuto alcuna informazione sul coronavirus dai datori di lavoro. Sul fronte istituzionale però Trump, oltre a smentire i dati dell’Oms sulla mortalità in base a una sua “impressione”, cerca di tranquillizzare: “Tutti devono state calmi. Andrà tutto bene, speriamo che non duri troppo a lungo”, ha detto in un dibattito su Fox News, dove ha però sottolineato, come elemento “che gli piace”, che “la gente ora sta negli Usa, spende i suoi soldi negli Usa“. La Corea del Sud, che ieri per l’Organizzazione mondiale della Sanità forniva dati incoraggianti e una curva in calo dei contagi, ne registrati altri 196 rispetto all’ultimo bollettino del pomeriggio di ieri, per un totale di infezioni salito a 6.284. I decessi sono saliti a 42. La Cina ha riportato 30 nuove vittime, 143 nuove infezioni e 16 cosiddetti “contagi di ritorno”, i casi importati da persone arrivate nel Paese. I 4 segnalati a Pechino arrivano tutti dall’Italia. Nel complesso, sono 3.042 le persone decedute in Cina per il Covid-19. Sono tutti collegati all’Italia i quattro nuovi casi “importati” di coronavirus segnalati a Pechino e confermati dalle autorità cinesi.

Francia – Parigi rinuncia alla maratona primaverile e la rinvia al 18 ottobre. Anche la mezza maratona, che doveva tenersi il primo marzo, è stata rinviata a dopo la pausa estiva, il 6 settembre.

Regno Unito – La prima vittima è un’anziana con patologie pregresse deceduta al Royal Berkshire Hospital di Reading.

Usa – Sono 14 i morti e 228 i casi. Secondo Cnn solo nello stato di Washington 13 persone sono morte causa della diffusione del nuovo coronavirus. Jeff Tomlin, dirigente dell’EvergreenHealth di Kirkland, ha confermato il decesso nella struttura di 11 pazienti risultati positivi ai test. In precedenza la Cnn aveva riferito anche di una 80enne morta a casa e un 50enne deceduto al Harborview Medical Center nello stato di Washington. Un’altra persona è morta due giorni fa in California. Primo caso anche in Colorado: si tratta di un uomo sui 30 anni arrivato a Denver da un altro Stato e che ha sviluppato i sintomi due giorni dopo. Ora è in isolamento mentre la sua fidanzata è in quarantena. In California i paracadutisti della Guardia nazionale hanno portato sulla nave da crociera Grand Princess i kit per sottoporre a test per il nuovo coronavirus alcuni dei 3.500 passeggeri a bordo. Il test è stato effettuato su 45 persone dell’equipaggio e passeggeri, dopo che una persona che aveva partecipato a un precedente viaggio è morta per Covid-19 e altre quattro persone sono risultate infette. Alla nave sono stati vietati attracco e sbarco per precauzione, mentre in California i casi di contagio sono 49, di cui una persona morta. La compagnia di navigazione Princess Cruises ha spiegato che i risultati dei tamponi sono attesi oggi. La compagnia è la stessa della Diamond Princess, che era stata messa in quarantena in un porto giapponese la scorsa settimana: oltre 700 persone a bordo erano state contagiate. gng

Corea del Sud – Conferma che ieri nel Paese si sono registrati 518 nuovi casi di coronavirus per un totale di 6.284 persone infettate e 42 morti. I dati sono stati diffusi dai Korea Centers for Disease Control and Prevention (Kcdc), come riporta l’agenzia Yonhap. La maggior parte dei nuovi casi si registrano nella sola città sudorientale di Daegu (367) e nella vicina provincia del Gyeongsang Settentrionale (123). Le vittime sono per lo più anziani con patologie pregresse.

Cina – Sono ormai 3.042 i morti in Cina a causa dell’epidemia di nuovo coronavirus. Nel gigante asiatico, come confermato dalle autorità sanitarie di Pechino, i casi di infezione sono in totale 80.552 (23.784 pazienti ancora ricoverati, 53.726 dimessi dagli ospedali e guariti più le vittime). Gli ultimi dati della Commissione nazionale per la salute relativi alla giornata di ieri parlano di 143 nuovi casi confermati e di altre 30 vittime, una nella provincia insulare di Hainan e 29 nella provincia di Hubei, la più colpita dall’epidemia. Ieri 1.681 persone sono state dimesse dagli ospedali della Repubblica Popolare. Al 5 marzo la Cina segnala 36 casi “importati” in totale: 11 nella provincia di Gansu, quattro a Pechino e uno a Shanghai.

Iran – Morto l’ex vice ministro degli Esteri, Hossein Sheikholeslam. Il diplomatico 67enne, numero due della diplomazia della Repubblica Islamica negli anni Ottanta, è deceduto in un ospedale di Teheran. Sheikholeslam è stato anche parlamentare, ambasciatore in Siria e consigliere per la politica estera del capo del Parlamento, Ali Larijani, e del ministro degli Esteri Javad Zarif.

Taiwan – Le autorità hanno chiesto a 103 persone di isolarsi in quarantena nelle loro abitazioni dopo essere state in contatto ravvicinato con un musicista australiano poi risultato positivo al coronavirus. L’uomo, arrivato il 23 a Taiwan da Londra via Singapore, ha suonato con l’orchestra nazionale per un evento in programma il 28 febbraio dopo essersi recato il 27 presso una clinica denunciando sintomi influenzali, febbre e tosse. Infine ha ripreso l’aereo per Adelaide via Brisbane. Quando è emersa la notizia del contagio, il Centro per il controllo delle epidemie ha stabilito che dovranno chiudersi in quarantena i 27 musicisti dell’Orchestra nazionale sinfonica di Taiwan, gli amici del musicista, gli spettatori, lo staff dell’albergo, equipaggio e passeggeri del volo che ha preso.

Argentina – Secondo caso “importato” di coronavirus in Argentina. Si tratta, si legge sul sito del Clarin, di un 23enne rientrato nel Paese il primo marzo da un viaggio nel nord Italia e attualmente ricoverato alla casa di cura Otamendi di Buenos Aires dopo aver manifestato il 3 marzo tosse, febbre e malessere generale. Al momento “le condizioni generali del paziente sono buone”, hanno fatto sapere i medici. Il 3 marzo l’Argentina ha confermato il primo caso di coronavirus, un uomo tra i 40 e i 45 anni rientrato da un viaggio in Spagna e Italia con un volo diretto da Roma a Buenos Aires.

Cisgiordania – Il presidente Abu Mazen ha proclamato lo stato di emergenza da questa mattina, dopo che ieri a Betlemme sono stati individuati 7 casi di coronavirus. Di conseguenza, scuole, località turistiche e luoghi di culto chiusi. Ai palestinesi è stato chiesto di ridurre gli spostamenti fra le città, in particolare a Betlemme. Il ministro israeliano della difesa Naftali Bennett ha imposto (“d’intesa con l’Autorità palestinese (Anp)”) il blocco cautelativo della città.: nessuno al momento può entrare o uscire, salvi casi di estrema necessità.

Filippine – Primo caso di trasmissione locale. Le autorità hanno confermato che è risultato positivo ai test per il nuovo coronavirus un 62enne che non ha lasciato mai il Paese. L’uomo è stato ricoverato il primo marzo per una “grave polmonite” e ieri è risultato positivo agli esami. Un altro filippino di 48 anni è risultato positivo dopo essere rientrato nel Paese da Tokyo. Entrambi sono ricoverati in ospedale in isolamento. In precedenza le Filippine avevano già confermato tre casi di contagio: tutti viaggiatori cinesi, uno dei quali è poi morto a causa dell’epidemia.

Guatemala – Dichiarato lo stato di emergenza a causa dell’epidemia di coronavirus, nonostante qui non si sia registrato sinora nessun caso di Covid-19. “Durante il Consiglio dei ministri abbiamo deciso di dichiarare lo stato di calamità pubblica su tutto il territorio nazionale”, ha confermato via Twitter il presidente Alejandro Giammattei. Il relativo decreto entrerà “immediatamente” in vigore con la pubblicazione e, ha assicurato il presidente, “aumenteranno i controlli alle frontiere”. “Chiarisco che nel Paese non c’è un solo caso” di coronavirus, ha aggiunto. Nel vicino Messico sono cinque i casi.

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Erasmus+ in Uk, cosa vuol dire interromperlo? L’ho chiesto alle mie coinquiline londinesi

Il progetto Erasmus + nel Regno Unito verrà probabilmente interrotto dopo il 2020: questa la decisione presa mercoledì sera dalla Camera bassa. Ho chiesto alle mie coinquiline cosa ne pensassero: Loredana, 22 anni, mi ha risposto che togliere la possibilità agli studenti inglesi di studiare all’estero – e di conseguenza, agli studenti europei di studiare nelle Università inglesi – sia una scelta tremendamente sbagliata.

Lei adora viaggiare e considera questo passo indietro del Regno Unito una perdita di opportunità per milioni di studenti e studentesse. Jessica, classe 98, mi dice che questa decisione rischia di limitare le scelte dei giovani, “costretti” nei loro paesi. Aggiunge anche che tale scelta può avere uno spiacevole impatto anche su ragazzi e ragazze che non necessariamente studiano all’Università, ma che desiderano comunque lavorare e studiare l’Inglese nel Regno Unito.

Voi adesso penserete che le mie coinquiline siano le “tipiche” studentesse italiane fuori sede mantenute dai genitori. Non è così (anche se comunque, non ci sarebbe nulla di male). Loredana e Jessica dopo il liceo non si sono iscritte all’Università, ma hanno preferito lavorare e viaggiare. Loredana ha fatto un corso per diventare barmaid e serve cocktails da anni. Ha vissuto a Barcellona, a Ca’n Picafort (a Nord di Palla De Mallorca) e ora vive a Londra per migliorare l’inglese, lavorando in un club nel quartiere centrale di Soho.

Jessica è venuta qui per imparare l’inglese, va a lezione ogni pomeriggio. Da qualche settimana ha deciso di andare prima a scuola per incontrarsi con i suoi compagni di classe – tutti di nazionalità diverse – per ripassare con loro i compiti assegnati. Tornerà ad Aosta a fine mese per poter ricominciare la sua vita in Italia cercando un nuovo lavoro.

Ho voluto coinvolgere le mie coinquiline perché hanno un background diverso dal mio. Ho deciso di riportare i loro commenti ed esperienze per sottolineare il fatto che la libertà di movimento, la possibilità di poter studiare per un semestre o due con un progetto Erasmus + nel Regno Unito (senza dover spendere migliaia di sterline di iscrizione) sono delle opportunità che riguardano la società intera, non solo gli studenti e studentesse.

Da questo punto di vista, la rinuncia al progetto e più in generale la Brexit, non rappresentano la ripresa della sovranità da parte dei cittadini britannici; questo processo di uscita si traduce all’atto pratico con la trasformazione dei diritti in privilegi (per cittadini britannici e non). Per esempio, saranno sempre meno le persone che potranno impiegare soldi e tempo per il visto o che potranno mandare i propri figli e figlie a studiare nelle Università inglesi (considerando anche il progressivo e continuo aumento delle tasse già in atto).

L’eventuale addio all’Erasmus + dopo il 2020 rappresenta la rinuncia a una società aperta e inclusiva, in linea con le proposte che Boris Johnson porta avanti da mesi sul fronte della futura gestione delle frontiere britanniche per esempio.

Il 31 gennaio il divorzio dall’Ue si compirà e inizierà il conto alla rovescia per gli undici mesi a disposizione per il negoziato. Nessuno può prevedere cosa succederà di preciso. Dopo il voto di ieri della camera dei comuni però c’è una certezza in più: è molto probabile che il Regno Unito uscirà dal progetto Erasmus + di cui migliaia di europei – me inclusa – hanno potuto usufruire nel corso degli ultimi decenni.

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Elezioni Regno Unito, hanno vinto le balle: essere bene informati ormai non conta più

Hanno vinto le balle: inutile segnalarle, confrontarle con i fatti, indicarne le contraddizioni, esporre la realtà. Fatica inutile. Neppure l’articolo 656 del Codice penale italiano, che punisce il reato di “pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico”, di cui ha scritto sul Fatto Quotidiano Giovanni Valentini, potrebbe rivelarsi utile.

Il punto è che il diritto di essere informati correttamente pare non interessare agli elettori italiani, né agli americani né ai britannici, come dimostrato ieri con chiarezza indiscutibile dai risultati delle elezioni nel Regno Unito.

Un elettore deluso, preoccupato, impoverito, disperato cerca un colpevole, un capro espiatorio e la strada più veloce per recuperare le posizioni perdute. Non trovandola nella realtà, che è complicata e non è rosea, comincia a sognare e a cercarla altrove, anche nelle fantasie, se trova qualcuno abbastanza cinico da inventarsene di semplici e risolutive, spacciate per uovo di Colombo e ripetute ovunque in campagne elettorali permanenti.

Ha scritto William Davies sul Guardian che nel Regno Unito si sta assistendo ad una specie di “berlusconificazione” della vita pubblica, dove le distinzioni fra politica, media e affari hanno perso ogni credibilità a favore della nascita di un unico centro di potere in cui i protagonisti si spostano disinvoltamente da un campo all’altro, interpretando ruoli diversi, un giorno politici, un altro giornalisti, il tutto a scapito dell’indipendenza e della competenza. È sempre utile, ma non più indispensabile, possedere e controllare giornali, riviste, reti tv: il nuovo ecosistema dell’informazione, grazie a Facebook e Twitter, ha dato origine ad un nuovo tipo di figura pubblica che non appartiene a nessuna delle vecchie categorie ma che, per conquistarsi il consenso, può essere contemporaneamente un attore, un intrattenitore, un politico e un giornalista.

Vince chi mente nel modo più convincente, chi non si vergogna di ingannare il prossimo e, se contestato, rilancia con la “faccia di tolla” più seducente, dichiarando di volere quello che il popolo vuole, un popolo ormai acritico e riplasmato da chi sostiene di essere dalla sua parte.

A questo punto si può ancora considerare un paradosso la domanda di Brecht nella poesia scritta dopo la rivolta del 17 giugno 1953 in Germania Est? Il segretario dell’Unione degli scrittori aveva fatto distribuire dei volantini spiegando che il popolo aveva perso la fiducia del governo e avrebbe potuto riconquistarsela solo lavorando ancora più duramente. “In quel caso non sarebbe stato più semplice per il governo sciogliere il popolo ed eleggerne un altro?” chiedeva Brecht. Ecco: ormai ci siamo arrivati.

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Elezioni Regno Unito: non amo le idee di Boris Johnson, ma la sua vittoria è un bene per tutti

Personalmente, da allievo indipendente di Marx e di Gramsci, non amo Boris Johnson il liberista thatcheriano. Se fossimo nel quadro dello Stato sovrano nazionale pre-1989, lo riterrei anzi un nemico da combattere, contrapponendo al suo sovranismo liberista un sovranismo socialdemocratico.

Eppure, nel quadro dei reali rapporti di forza esistenti, ritengo sia un bene che Johnson abbia vinto. Con lui, ha vinto il partito del Brexit. E che, a sua volta, abbia vinto il partito del Brexit è un bene, dacché è 1. condizione di recupero della sovranità nazionale come base per risocializzare l’economia e 2. splendido esempio per tutti i popoli d’Europa, nonché prova del fatto che la Ue non è irreversibile.

Se, anziché urlare e ridurre tutto a slogan, si pensasse pacatamente, allora apparirebbe chiaro un punto incontrovertibile: ossia che la riconquista della sovranità nazionale è la base necessaria per la ripresa del conflitto di classe biunivoco e per la risocializzazione dell’economia.

Per questo, il Brexit, sia pure attuato da un liberista come Johnson, è un bene. Lo Stato sovrano nazionale può essere democratico e socialista: l’economia globalizzata e senza sovranità nazionali non potrà mai esserlo. Per questo, la lotta di classe in Europa è oggi anzitutto lotta contro l’Unione europea.

Le sinistre fucsia non lo capiscono, o fingono di non capirlo, e si arroccano nell’antifascismo di maniera, per nascondere la propria perdita di identità, nonché la propria connivenza con il sistema dell’apartheid globale detto capitalismo.

La fine della Ue è condizione necessaria, sia pure non sufficiente, per tornare a una possibile politica democratica e socialista, dove cioè lo Stato governi il mercato in nome della comunità e dei suoi obiettivi interessi.

L’idea delle sinistre fucsia di una global democracy senza sovranità nazionali è un puro non sequitur degno della più utopica delle anime belle: come può esservi il socialismo democratico se manca la sua condizione di attuazione, ossia la possibilità per lo Stato di intervenire nell’economia? Il liberismo cosmopolitica mira esattamente a quello: a desovranizzare l’economia, per impedire interventi politici e per garantire la lex neocannibalica del più forte.

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Regno Unito, Johnson trionfa: ha maggioranza. “Il 31 gennaio sarà Brexit, senza se e senza ma” Corbyn: ‘Lascerò la guida del Partito laburista’

“È la più grande vittoria dagli anni ’80“, ha detto il premier festeggiando il risultato ormai consolidato con i suoi sostenitori a Londra. Il risultato migliore dei Tory dal 1987, dai tempi di Margaret Thatcher, secondo la Bbc. Boris Johnson conquista la maggioranza del seggi alla Camera dei Comuni (quando mancano i risultati di 2 circoscrizioni su 650 i Tory hanno conquistato 364 seggi, ben oltre la soglia dei 326 necessari per governare senza necessità di alleanze con altri partiti, mentre il Labour si è fermato a 203) e si appresta a completare il progetto per il quale aveva convocato le elezioni: portare a termine la Brexit. Sono elezioni che segnano anche un nuovo record nella storia del Regno Unito per il numero di donne al Parlamento: 218 deputate, un terzo del totale. Il Labour si conferma il partito più al femminile con 104 elette, anche se in calo rispetto al 2017 quando furono 119. Tra i Tory sono invece 86 le deputate, in significativo aumento rispetto alle 67 del 2017.

“Realizzare la Brexit è una decisione inconfutabile, indiscutibile” del popolo britannico, ha scandito il primo ministro, rieletto nel collegio di Uxbridge sia pure con un margine limitato a 7mila voti. “Con questo voto, credo che abbiamo messo fine a tutte quelle miserabili minacce di un secondo referendum”, ha proseguito in riferimento alla promessa di una nuova consultazione sull’uscita dall’Ue fatta in campagna elettorale dal leader labourista Jeremy Corbyn. Quindi la promessa: “Metterò la parola fine a tutte le assurdità di questi tre anni e realizzerò la Brexit entro gennaio, senza se e senza ma”. “Facciamo la Brexit, ma adesso facciamo colazione”, ha concluso Johnson con una battuta.

Immediato è arrivato il commento di Bruxelles: “Mi congratulo con Boris Johnson e mi aspetto che il Parlamento britannico ratifichi il prima possibile l’accordo” negoziato sulla Brexit, ha detto il presidente del Consiglio Ue Charles Michel. La Ue “è pronta a discutere gli aspetti operativi” delle relazioni future, ha aggiunto, spiegando che i leader avranno una discussione sulla Brexit oggi.

Con il voto di ieri “abbiamo provocato un terremoto, ora dobbiamo raccogliere la sfida”, aveva detto Johnson nella notte in un discorso pronunciato davanti ad alcuni suoi collaboratori, secondo quanto riportato dalla Bbc. “Dobbiamo capire adesso che terremoto abbiamo provocato – aveva affermato – Abbiamo cambiato la mappa politica di questo Paese. Dobbiamo affrontare le conseguenze, cambiare il nostro stesso partito, essere all’altezza degli eventi. Dobbiamo raccogliere la sfida che il popolo britannico ci ha consegnato”.

Il grande sconfitto, Jeremy Corbyn, non annuncia le dimissioni immediate da leader del Labour dopo quello che ammette essere stato un risultato “molto deludente“. Corbyn, rieletto deputato per la decima volta nel collegio londinese di Islington Nord, annuncia che non guiderà più il partito “in un’altra elezione”, ma che resta in Parlamento e per il momento si propone di “guidare il Labour in una fase di riflessione” sull’esito del voto, in vista di una prevedibile rinnovamento dei vertici.

Nel tradizionale discorso seguito alla sua proclamazione, Corbyn, 70 anni, difende il manifesto elettorale laburista presentato sotto la sua leadership come un programma “di speranza, di cambiamento e contro l’ingiustizia”. E si dice convinto che le soluzioni radicali indicate in quel programma siano “popolari” e siano destinate a tornare al centro del dibattito politico. Nello stesso tempo spiega il risultato elettorale di ieri come una conseguenza della “polarizzazione” del consenso determinata dalla Brexit. Non senza aggiungere che tuttavia la Brexit “che Boris Johnson si propone” di realizzare non potrà risolvere i problemi né cancellare le istanze di giustizia sociali nel Paese.

La leader dei LibDem Jo Swinson, che non è stata rieletta nel collegio di Dumbartonshire East, in Scozia, ha annunciato le sue dimissioni dalla guida del partito. Lo ha annunciato la presidente dei liberaldemocratici Sal Brinton che assumerà la leadership assieme a Ed Davey fino alle elezioni di un nuovo capo il prossimo anno. “Voglio ringraziare Jo Swinson per la sua guida onesta e coraggiosa”, ha scritto Brinton sottolineando che i Libdem hanno “preso più voti del 2017”.

Disfatta anche per altri leader anti Brexit. Nigel Dodds, il leader di Westminster del Democratic Unionist Party (Dup) dell’Irlanda del Nord, che sostenne il precedente governo conservatore, ha perso il suo posto a Belfast. L’ex procuratore generale conservatore Dominic Grieve, che ha guidato i tentativi di dare più voce al Parlamento su come e quando la Gran Bretagna deve lasciare l’Unione europea, non ha ottenuto il seggio da parlamentare indipendente. Grieve era stato espulso dal partito conservatore per essersi ribellato alla Brexit. Anche altri due espulsi, l’ex ministro del governo David Gauke e Anne Milton, non sono stati rieletti come indipendenti. Un’altra importante avversaria della Brexit all’interno dei conservatori, Anna Soubry, non è riuscita a vincere le elezioni come membro del suo nuovo partito. Infine l’ex candidato conservatore a sindaco di Londra Zac Goldsmith, fratello di Jemimah Goldsmith, ex moglie del primo ministro pakistano Imran Khan, ha perso il suo seggio nella capitale.

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Brexit, cosa cambia per i cittadini Ue su passaporti e visti: addio ai last minute e via libera all’ingresso come in Usa

Regole di ingresso simili a quelle per gli Stati Uniti. Un preavviso di almeno tre giorni per entrare nel Regno Unito e visti di lavoro necessari se si resta sul suolo britannico per più tre mesi. Il premier tory Boris Johnson, a meno di due settimane dalle elezioni, annuncia le nuove regole su passaporti e ingressi che entreranno in vigore il 1 gennaio 2021 – al termine del periodo di transizione nel rispetto dello status quo previsto per ora al 31 dicembre 2020 – e varranno per tutti i cittadini stranieri, inclusi quelli dei Paesi Ue. Lo fa in piena campagna elettorale, in nome del “riprendere il controllo dei nostri confini” che è stato uno dei leit motiv delle campagne pro-Brexit, e che resta uno slogan con cui tentare di rafforzare la posizione dei Tory in vista del voto del 12 dicembre. Parliamo di norme che entreranno in vigore in caso di vittoria dei conservatori, che hanno intenzione di portare a compimento l’uscita dall’Ue entro il 31 gennaio 2020. In caso contrario un secondo referendum – nell’ipotesi di un governo di coalizione guidato dal leader laburista Jeremy Corbyn – potrebbe segnare la parola fine al divorzio tra Londra e Bruxelles. In questo caso le regole annunciate dal premier britannico non entrano in vigore.

Le regole in caso di Brexit – Se verrà confermato il primo scenario, si entrerà nel Regno Unito con un sistema elettronico di controllo degli ingressi simile all’Esta, cioè quello per i visti di accesso negli Usa. Un documento che negli Usa costa 14 dollari, mentre in Uk, scrive il Corriere, “si era parlato in passato di 7 euro”. Si chiamerà Eta (Electronic Travel Authorisation), si farà online e sarà necessario ottenerlo almeno tre giorni prima della partenza. Avrà una scadenza, entro la quale potranno essere effettuati ingressi multipli. Sfumano così le partenze last minute e le trasferte di lavoro decise all’ultimo. Non si potrà poi più entrare in Uk con la carta di identità e servirà il passaporto elettronico. Inoltre Londra potrà respingere i viaggiatori europei con precedenti penali e, diversamente da quanto accade oggi, saranno conteggiati tutti i turisti in entrata e in uscita.

Il giro di vite al flusso migratorio – L’obiettivo del governo in carica britannico, già ripetutamente annunciato da Johnson nella campagna elettorale in vista del voto del 12 dicembre, è quello d’imporre un giro di vite al flusso migratorio, secondo il modello di filtri adottato per esempio dall’Australia. Un modello che per i cittadini Ue significherà – se i conservatori vinceranno – l’equiparazione al trattamento riservato agli extracomunitari. Anche con l’introduzione, confermata oggi da Patel, esponente euroscettica della destra più radicale in casa Tory, di un meccanismo in base al quale europei che dal primo gennaio 2021 visteranno il Regno Unito, pure da semplici turisti, dovranno compilare in anticipo moduli analoghi a quelli dell’Esta americano: e attendere il via libera delle autorità di frontiera britanniche all’ingresso tre giorni prima dell’arrivo in qualsiasi aeroporto o porto dell’isola. “A causa delle leggi Ue – afferma la ministra dell’Interno di Johnson – droga e armi entrano ora nel nostro Paese dall’Europa, accrescendo il rischio di violenze e tossicodipendenze. Dopo la Brexit i nostri confini saranno molto più sicuri”. Parole propagandistiche, replica Diane Abbott, ministra dell’Interno ombra del Labour di Jeremy Corbyn, secondo cui la “hard Brexit” di BoJo e di Priti Patel indebolirà al contrario la cooperazione investigativa e d’intelligence con i 27 e di conseguenza “la sicurezza” del Regno. Infatti Londra, dopo Brexit, sarà fuori dai database europei e dal sistema dell’European Arrest Warrant.

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