Archivio Tag: Sindacati di Polizia

Giornata contro la violenza sulle donne, anche la Polizia ha fatto grandi passi avanti

Il 25 novembre si celebra la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, una ricorrenza fondamentale per il progresso della nostra società. Sono stati fatti grandi passi avanti sul terreno dell’uguaglianza, ma continuano a esistere ahimè situazioni inaccettabili di violenza, sottomissione, disparità e discriminazione, anche sul luogo di lavoro. Certo le Forze Armate e le polizie non si possono ritenere esenti da questo genere di problemi. Ricordo bene il racconto di una mia amica che nei primi anni Ottanta, in una Polizia di Stato già smilitarizzata, era costretta incinta col pancione a fare le guardie al porto di Venezia.

Se oggi una barbarie del genere appare del tutto impensabile, questo è solo merito dei sindacati di polizia. Anche dopo la legge di riforma del 1981, non fu affatto semplice scardinare i retaggi di quella cultura maschilista imperante nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza. Le istanze di pari opportunità e di tutela della maternità delle donne in divisa hanno trovato ascolto con troppo ritardo e solo grazie alla tenacia delle poliziotte sindacaliste. Penso, per esempio, alle battaglie fatte dal Coordinamento donne del Siulp.

Negli anni Settanta, molte donne si erano ritagliate anche un ruolo attivo nel movimento per la riforma della Polizia. Nonostante il timore di ritorsioni e rappresaglie, fecero sentire forte la loro voce. Allora facevano parte di un corpo separato – il Corpo della Polizia femminile fu istituito il 7 dicembre del 1959 – che si occupava solo di reati dei minori e di prostituzione, con compiti da “assistenti sociali” malgrado titoli e preparazione specifica. “È ora che ci riconoscano per quello che siamo: funzionari di Pubblica sicurezza e non assistenti sociali“: le loro rivendicazioni finiscono su Panorama nella primavera del 1975.

Michele Di Giorgio, nel saggio Per una polizia nuova (Viella, 2019), riporta la missiva sofferta e ispirata che un’assistente della polizia femminile spedì al senatore Sergio Flamigni, convinto sostenitore della sindacalizzazione. Era la fine degli anni Settanta, la legge sulla smilitarizzazione tardava ad arrivare, la repressione da parte dei vertici era sempre dietro l’angolo e tra i “poliziotti democratici” cominciava a diffondersi un certo scoramento.

“Ho sempre tante cose da dire e problemi da porre – scriveva la poliziotta il 23 luglio del 1979 – d’altra parte cerco di portare un contributo d’informazione e di conseguente chiarezza, certa come sono che solo svelando meccanismi e marchingegni possiamo sventare e vanificare manovre e giochi anti-riforma, anti-progresso, anti-Paese. La situazione comunque permane grave. Ci siamo visti da poco, eppure in questo breve arco di tempo, ancora lutti, ancora dolori! L’assassinio di Giuliano, come l’omicidio di Ambrosoli ci ricordano che se lasceremo ancora gli onesti soli, isolati e identificabili, ne faremo dei facili bersagli. Credo che l’Italia abbia soprattutto ‘fame di onestà’; non resta che continuare la lotta”.

Ebbene oggi percepisco quella stessa passione nelle donne che si sono avvicinate ai nuovi sindacati militari, in un clima politico per nulla favorevole e con resistenze conservatrici molto forti. Le ragazze delle Forze armate chiedono di poter conciliare appieno l’attività lavorativa col diritto alla maternità. È vero che nei corpi militari il personale femminile è presente da vent’anni, ma persistono senza dubbio incrostazioni maschilistiche che devono essere finalmente rimosse.

Monica Giorgi, presidente del Nsc (Nuovo Sindacato Carabinieri), ne è convinta e ripone, come me, grande fiducia nel ruolo delle organizzazioni sindacali per le pari opportunità e per i diritti delle madri lavoratrici. In un webinar organizzato il 20 novembre scorso dalla senatrice Bruna Piarulli – che ha di recente presentato un buon disegno di legge sulla libertà sindacale dei militari – ha sottolineato come i vecchi organi di rappresentanza non abbiano mai dato molto spazio alle donne, mentre i sindacati hanno invece compreso che “laddove si deve scegliere e decidere per il futuro di tutti non è pensabile che non vi siano donne”. Come darle torto?

L’articolo Giornata contro la violenza sulle donne, anche la Polizia ha fatto grandi passi avanti proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Il razzismo è tipico di una certa politica, ma non dovrebbe entrare in caserma

Il 2019 si è concluso a dicembre con la cronaca giudiziaria che ci racconta di due casi di razzismo in caserma. Il Tribunale militare di Verona condanna per diffamazione militare aggravata dalla discriminazione etnica un sergente che avrebbe insultato un ufficiale di origini marocchine. Il Tribunale di Torino condanna invece un maresciallo per insulti razzisti a un giovane soldato di origini maghrebina, chiamandolo con epiteti come “negro”, “spaccino”, “beduino”, ecc.

“Perché canti l’inno nazionale? – pare gli chiedesse – Credi di essere italiano?”. Ora attendiamo le sentenze definitive, ma certo non è accettabile che chi ha solennemente giurato fedeltà alla Costituzione calpesti il fondamentale principio di uguaglianza ed eserciti forme di discriminazione persino di tipo razziale.

Il razzismo fu una delle aberrazioni del regime fascista. Mi torna in mente quel libretto dal titolo Il primo e il secondo libro del fascista (Mondadori, 1941) su cui mio padre fu costretto a studiare alle scuole medie “perché ogni italiano deve vivere consapevolmente nel tempo fascista e l’ignoranza di tali basi della nostra esistenza è inammissibile”.

Su quel manuale si possono leggere sciocchezze come: “L’evidente inferiorità di alcune razze, e specialmente di quella che si è convenuto chiamare negroide, viene attribuita a una decadenza progressiva nel corso di lunghissimi periodi di tempo; altri scienziati attribuiscono tale inferiorità a un arresto di sviluppo”. O come: “Il meticcio, ossia il figlio di due individui dei quali uno di colore, è un essere moralmente e fisicamente inferiore, facile vittima di gravi malattie e inclinato ai vizi più riprovevoli”. E anche: “La vasta e subdola opera di corruzione svolta tenacemente dagli ebrei, con tutti i mezzi, nella vita politica, sociale, economica, nei campi dell’arte, della letteratura, della scienza, rappresenta un pericolo per il domani dell’Italia”.

Immaginiamo quanto sia stato dannoso quel catechismo fascista per tutti quei ragazzini e per le generazioni successive. È un fatto che oggi, dopo oltre settant’anni di democrazia, le cronache quotidiane ci mostrano che nel Belpaese il razzismo è ancora vivo e vegeto, alimentato da una “demagogia nazionale” (“Prima gli italiani!”) che come la “difesa della razza” del ventennio non si concilia affatto con le nostre radici cristiane.

Ebbene l’aizzamento di massa contro gli immigrati-cattivoni ha il malcelato scopo di raccogliere consenso a mani basse, facendo leva sui nostri peggiori istinti per poi praticare politiche di compressione dei diritti civili e sociali di tutti. Non certo per affrontare i problemi collegati ai flussi migratori, che sono problemi reali da affrontare seriamente, e non “alzando il ponte levatoio” o aprendo il fuoco contro le navi della disperazione.

In più la furba demagogia anti-migranti ottiene il risultato di distrarre l’opinione pubblica da questioni altrettanto importanti: mafia, corruzione, inquinamento, morti per inquinamento, morti sul lavoro, disoccupazione, sfruttamento dei lavoratori, precariato, evasione fiscale, debito pubblico, ecc.

Raccontare ai più deboli (e ingenui) che i colpevoli dei loro disagi sono gli stranieri che “ci tolgono il lavoro” – per poi magari approvare normative contro i più deboli – è eticamente deplorevole. Combattere la xenofobia, spezzare la “guerra tra poveri” e svelare l’inganno dei seminatori di odio sarebbe invece una nobile battaglia di organizzazioni sindacali che abbiano davvero a cuore gli interessi dei lavoratori e il bene della società.

Nel mondo militare arginare quei sentimenti antidemocratici, magari coltivati anche a causa di una perdurante condizione di “separatezza” dal resto della società, dovrebbe essere tra le priorità delle nascenti organizzazioni sindacali. Alle frescacce del nazionalismo vanno contrapposti i valori del “patriottismo costituzionale”. Mi auguro che le anime progressiste che rivendicano a gran voce i diritti sindacali anche in caserma non siano affette da “strabismo costituzionale”, che è meno affascinante di quello di Venere, e ricordino ai colleghi che bisogna rispettare anche l’art. 2 Cost. (principio di solidarietà), l’art. 3 Cost. (principio di uguaglianza) e l’art. 10 Cost. (diritto di asilo).

Al sergente, al maresciallo o all’ufficiale che non ricordi di aver giurato di difendere la Costituzione potremmo regalare un biglietto per Tolo Tolo: un bel film, che ci suggerisce che persino dal razzismo possiamo guarire: con l’amore.

L’articolo Il razzismo è tipico di una certa politica, ma non dovrebbe entrare in caserma proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Translate »