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Elezioni Catalogna, vincono di nuovo gli indipendentisti: solo loro possono formare una maggioranza. Giù l’affluenza (causa Covid)

La Catalogna non cambia pelle alle urne. La fisionomia del nuovo Parlamento che nascerà dalle elezioni di questa domenica secondo exit poll e proiezioni somiglia parecchio a quella dell’assemblea uscente: gli indipendentisti avranno la maggioranza. Non l’hanno cambiata la ferita delle botte ai seggi del referendum del 2017, né gli arresti e il processo ai leader e infine nemmeno una pandemia mondiale che ha messo in ginocchio la Catalogna più di altre regioni della Spagna e di Europa. Le elezioni sono state segnate da un crollo dell’affluenza rispetto al 2017 soprattutto a causa del coronavirus che in Catalogna ha finora fatto registrare oltre 540mila contagi e quasi 9.900 morti, ma sembrano assestare un altro schiaffo a Madrid.

Secondo i giornali e le tv catalane i dati, al momento parziali e tutti da definire, dicono che i tre partiti indipendentisti – che si sono presentati separati – possono formare un’alleanza nel Parlamento di Barcellona ottenendo la maggioranza assoluta con almeno 73 seggi sui 68 necessari. In particolare secondo La Vanguardia Erc (Esquerra republicana de Catalunya, di sinistra, ancora presieduta da Oriol Junqueras, in carcere per il referendum illegale e la dichiarazione d’indipendenza del 2017) otterrebbe indicativamente 33 seggi, Junts per Catalunya (di centrosinistra, di cui faceva parte l’ex governatore Carles Puigdemont, ancora esule in Belgio) 31, Cup (Candidatura d’Unitat Popular, di sinistra) 9.

La prima forza è il Partito socialista catalano (che prenderebbe 35 deputati) e che candidava il ministro della Sanità del governo Sànchez, Salvador Illa, diventato molto popolare nell’ultimo anno, ma è privo di alleanze che gli permettano di raggiungere il governo della Generalitat. Potrebbe tentare sulla carta una coalizione tutta di sinistra con Catalunya ec Comù e Erc, ma quest’ultima ha preso chiaramente le distanze da un’ipotesi del genere già in campagna elettorale. Gli alleati di governo di Podemos, che in Catalogna prendono il nome di En Comù Podem, non andrebbero oltre i 6-7 seggi. Stesso numero di deputati andrebbe a Vox e Ciudadanos che con ispirazioni opposte tra loro (i primi nazionalisti, i secondi liberal-democratici) sono i nemici giurati dell’indipendentismo catalano. I Popolari non andrebbero oltre i 5 seggi. Non è ancora chiaro, infine, se il PdeCat, il Partito democratico europeo ex partito di Puigdemont, riuscirà a rientrare in Parlamento.

E’ probabile dunque che sia Erc a prepararsi alla guida di un blocco indipendentista: ciò le consentirebbe di provare a imporre la sua agenda più moderata, lontana dalla via unilaterale all’indipendenza (perseguita dai secessionisti duri e puri di Junts) e favorevole invece ad un pressing su Sànchez per un referendum concordato con il governo centrale di Madrid. Anche questa però una strada tutta da esplorare.

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È morto Aitor Gandiaga, il giovane calciatore dell’Athletic Bilbao ha perso la vita in un incidente stradale

Il calciatore Aitor Gandiaga è morto a 23 anni in un incidente stradale, avvenuto domenica 3 gennaio. La giovane promessa dell’Athletic Bilbao si sarebbe schiantato con la sua auto contro un autobus nella sua città natale di Markina-Xemein, nei pressi del valico di Iruzubieta, nei Paesi Baschi. Dopo che la notizia è apparsa sui giornali spagnoli, è arrivato il tweet del club della Liga: “Enorme dolore per un giovane che ha lasciato il segno su Lezama. Un grande abbraccio a famiglia, amici e compagni di squadra di Gernika“.

Il giovane attaccante, classe 1997, quest’anno era in prestito al Gernika, la squadra di Tercera Division affiliata dell’Athletic Bilbao, nelle cui giovanili era cresciuto. La sua morte ha lasciato senza parole i compagni di squadra: “Riposa in pace Aitor Gandiaga. Non posso crederci. Le mie condoglianze a famiglia, amici, Athletic e Gernika”, ha twittato Ibai Gomez.

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Vaccino anti Covid, Pfizer: entro martedì in Italia il secondo carico delle 450mila dosi. In Spagna e altri 7 Paesi ritardi nelle consegne

La società farmaceutica Pfizer ha comunicato a otto Paesi europei che la prossima consegna di vaccini contro il Covid-19 subirà un lieve ritardo a causa di problemi di carico e spedizione rilevati nel suo stabilimento di Puurs in Belgio. Per l’Italia però tutto prosegue regolarmente e il secondo carico delle 450mila dosi del farmaco arriverà nel nostro Paese entro martedì. Non si esclude che possano esserci dei ritardi nella consegna in alcune Regioni, legati però al maltempo che potrebbe rendere difficile raggiungere velocemente alcuni territori.

La Pfizer, che consegnerà con i propri mezzi i vaccini in 300 punti sparsi in Italia ha quindi garantito, secondo quanto scrive l’Ansa, che per l’Italia non c’è alcun ritardo e il piano di consegna andrà avanti come previsto. La stessa cosa non si può dire per la Spagna. Il governo di Madrid infatti questa mattina ha spiegato che Pfizer-Spagna l’aveva informata “che la consegna della spedizione di vaccini nel Paese è rinviata da lunedì a martedì“.

Oltre alla Spagna, non è stato riferito quali altri Paesi siano vittima dei ritardi. Secondo la casa farmaceutica, “la situazione è già risolta”, anche se “la prossima consegna dei vaccini sarà ritardata di qualche ora e arriverà in Spagna martedì 29 dicembre, per il proseguimento della vaccinazione su tutto il territorio nazionale”. Le prime 9.750 dosi del vaccino Pfizer-BionTech sono arrivate in Spagna sabato dal Belgio in due contenitori, gli stessi che sono stati inviati a ciascuno Stato membro dell’Unione Europea per questa “prima consegna simbolica“, come spiegato questa domenica dall’amministratore delegato di Pfizer Spagna, Sergio Rodríguez. Questa prima consegna di vaccini sarà ampliata a partire da martedì con altre 350mila dosi, una quantità che verrà distribuita alla Spagna ogni lunedì per le prossime 12 settimane fino a raggiungere un totale di 4,5 milioni.

Intanto il ministro della Salute tedesco, Jens Spahn, ha spiegato che in Germania aumenteranno i centri di produzione del vaccino Biontech-Pfizer. “Stiamo lavorando insieme alla Biontech-Pfizer, affinché ci possano essere degli ulteriori centri a Marburgo e in Assia“, ha spiegato alla Zdf, la seconda rete pubblica nazionale. Biontech ha acquisito il centro di produzione di Marburgo della Novartis. E stando all’impresa tedesca serviranno adesso solo piccoli adeguamenti per partire anche in questa sede con la produzione del vaccino anticovid.

Il caso delle prime dosi – Questo primo intoppo nelle consegne segue alle polemiche proprio per il numero di dosi distribuite nei vari Stati membri dell’Unione Europea per il Vaccine Day, il primo giorno della campagna di vaccinazione. In ogni Stato sarebbero dovute arrivare le 9.750 dosi simboliche, come successo in Spagna ma anche in Italia. In alcuni Paesi, tra cui la Francia ma soprattutto la Germania, è stato però consegnato anche un anticipo delle dosi previste per la settimana cominciata oggi. Così ogni Länder tedesco si è ritrovato con le sue 9.750 dosi, per un totale di circa 150mila dosi.

Il chiarimento di Speranza – Nella serata di domenica è arrivata la spiegazione del commissario Domenico Arcuri: Berlino “ha avuto 11mila dosi. Le 150mila che gli sono state consegnate fanno parte delle forniture successive che nel nostro paese arriveranno a partire dal 28 dicembre. Non c’è alcuna discriminazione“. Un chiarimento fornito anche dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che nella sua intervista a La Stampa in edicola oggi ha parlato di “una stupidaggine“. “Chiariamo subito un punto cruciale. Esiste un solo contratto di acquisto dei vaccini, firmato dalla Commissione Europea per conto dell’intera Unione”, spiega Speranza. La distribuzione delle dosi tra i vari Stati membri quindi “è gestita dalla stessa Commissione in base al numero di abitanti“. La nostra quota è del 13,45% del totale di tutti i vaccini che l’Ue ha acquistato. Nell’immediato però, ha aggiunto il ministro, “la distribuzione tra i singoli Stati può variare in base a fattori del tutto casuali: il giorno in cui viene fatta la comunicazione, la distanza dagli stabilimenti. Quelli Pfizer sono a Bruxelles, quindi in Germania arrivano prima che da noi. Ma la quota di dosi che spetta a ciascun Paese è fissa, per contratto”. Dunque, conclude Speranza, “non c’è chi è più bravo e ne compra di più e chi è più scarso e ne compra di meno. A regime, a noi spettano 470mila dosi a settimana e quelle saranno”.

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I privilegi di Gibilterra appesi all’accordo su Brexit: dal nodo dei pendolari spagnoli al contrabbando

Il pericolo reale di un no deal tra Unione Europea e Regno Unito incombe anche sulle relazioni tra Spagna e Gibilterra. La piccola colonia britannica si prepara a diventare dal primo gennaio il confine sud del vecchio continente, con gravi effetti collaterali sull’economia di entrambi i lati del cosiddetto “cancello”. Il tema è destinato a restare in secondo piano rispetto ai negoziati principali, ma le parti interessate stanno cercando di limitare i danni.

Senza un accordo sulla Brexit, non può esistere un compromesso sulle questioni più spinose che riguardano il futuro di Gibilterra, come l’accesso al mercato unico. La Spagna continua a discuterne personalmente con il Regno Unito e ha diritto di veto sulle decisioni prese da Londra e Bruxelles sulla questione. Dalla sua, può contare sul favore della popolazione locale: oltre il 96% dei gibilterrini ha votato per il remain nel 2016 e nessuno ha intenzione di abbandonare i privilegi di cui gode. Il territorio britannico d’oltremare è diventato rapidamente un paradiso fiscale dall’entrata della madrepatria nella comunità europea. Fa parte del mercato unico, ma non dell’unione doganale e i suoi beni e servizi sono venduti a prezzi più competitivi anche perché senza Iva.

Ora tutto questo rischia di andare perso e gli effetti penalizzerebbero Gibilterra, che perderebbe il 4% del suo Pil, e la zona della provincia di Cadice che si trova a stretto contatto, secondo uno studio del Real Instituto Elcano. Circa 10mila spagnoli, infatti, lavorano oltreconfine e contribuiscono a risollevare l’economia di un’area dell’Andalusia fortemente colpita dalla disoccupazione (oltre il 30%). Per evitare questi disagi, Spagna e Regno Unito hanno raggiunto degli accordi racchiusi in quattro memorandum. Il più importante rende l’accesso dei lavoratori alla colonia più facile e conferma i loro diritti, per esempio in tema di pensioni.

Ci sono poi altri punti importanti che riguardano l’aumento del prezzo del tabacco, per disincentivare il contrabbando, e un patto fiscale che porterebbe a un maggiore controllo su riciclaggio e attività illecite. Il mercato unico resta invece una chimera: “Abbiamo pensato che lo scoglio sarebbe stato la Spagna però in realtà ne abbiamo altri due: la mancanza di un accordo tra Ue e Regno Unito e, nel caso venga raggiunto, che il Regno Unito si rifiuti di ampliare quello su Gibilterra. L’ago della bilancia è rappresentato dal mercato unico”, afferma Marcos Lema, giornalista che ha studiato approfonditamente le relazioni tra la Spagna e il suo vicino.

Madrid ha offerto a Gibilterra non solo di restare nel mercato comunitario, ma anche di far parte dell’unione doganale e dell’area Schengen. Sul piatto, però, vorrebbe sollevare una discussione su questioni care al governo spagnolo, come la gestione compartita dell’aeroporto e la giurisdizione sulle acque territoriali, che il Regno Unito ha più volte reclamato. “Se ci fosse un accordo sul mercato unico e sull’unione doganale, non potrebbe essere rivelato prima della chiusura delle trattative con l’Ue, perché rappresenterebbe un precedente dannoso per il tema del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Al Regno Unito non conviene dividere il proprio mercato interno”, sostiene Lema.

Di fronte a un mancato accordo, la paura è che si possa tornare a una situazione simile a quella vissuta tra il 1969 e il 1982. In quegli anni, l’Onu si espresse su Gibilterra considerandolo un “territorio in attesa di decolonizzazione” secondo il principio di integrità territoriale, che favorirebbe il ritorno della colonia britannica sotto il controllo spagnolo. Francisco Franco sfruttò la risoluzione per ridiscutere la sovranità del territorio, ma di fronte al silenzio del Regno Unito decise di chiudere il confine. Come Lema, in molti pensano che quella decisione contribuì alla crisi economica che affligge la provincia di Cadice e alla proliferazione di fenomeni come il narcotraffico e il contrabbando.

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Spagna: John McAfee, inventore dell’anti-virus, arrestato per evasione fiscale. Rischia fino a 30 anni

È accusato di non avere presentato tra il 2014 e il 2018 le denunce dei redditi, nonostante gli introiti milionari derivanti da consulenze, apparizioni pubbliche, scambi di cripto-valute e dalla vendita dei diritti della sua biografia. E anche di aver nascosto al fisco uno yacht e una proprietà immobiliare. Ricercato dal fisco americano, John McAfee, inventore dell’antivirus per computer e fondatore dell’omonima azienda di software, è stato arrestato in Spagna su richiesta delle autorità Usa, che lo accusano di evasione fiscale. Se condannato, rischia fino a 30 anni di carcere.

Quella di McAfee è una figura controversa nel settore tecnologico. Raggiunse la fama negli anni ’80, dopo aver fondato l’azienda che produttrice del primo software anti virus per uso commerciale, il McAfee VirusScan, creando così un’industria multi miliardaria. L’azienda venne poi ceduta alla Intel, ma McAfee è rimasto attivo nel settore della sicurezza informatica.

L’imprenditore, nato nel Regno Unito, in passato aveva espresso la sua idiosincrasia nei confronti del fisco, affermando in un tweet di non avere presentato le dichiarazioni dei redditi per otto anni, perché “le tasse sono illegali“. Lo scorso anno venne arrestato per breve tempo mentre si trovava nella Repubblica dominicana, con l’accusa di avere fatto entrare illegalmente delle armi nel Paese. Nel 2012 fu protagonista di un’altra disavventura giudiziaria, nel Belize, dove venne coinvolto nell’inchiesta sulla morte del suo vicino di casa, l’imprenditore Usa Gregory Faull. Ad agosto era stato fermato in aeroporto in Norvegia, appena era sceso dal suo jet privato, perché indossava sul volto un tanga come mascherina e si era rifiutato di toglierlo.

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Coronavirus, picco di casi in Francia: 13.500 in 24 ore. La Germania torna ai numeri di aprile. Uk, Jonhson pronto a nuove restrizioni

In Francia i numeri sui contagi continuano a fare paura, con lo spetto di un nuovo lockdown che incombe sull‘Europa. Nelle ultime 24 ore sono stati registrati 13.498 nuovi casi, ha reso noto la sanità pubblica in serata. Per il secondo giorno consecutivo è stata così superata la soglia dei 13mila casi, quasi 300 in più rispetto a ieri, con 58 nuovi focolai segnalati.

Nell’ultima settimana i casi di coronavirus sono cresciuti esponenzialmente in praticamente tutti i Paesi del Vecchio Continente e la tanto temuta “seconda ondata” del virus sembra essere imminente oltre che, come ha rilevato il premier britannico Boris Johnson, inevitabile. Tanto che il premier si dice pronto a maggiori restrizioni, ma a Londra un migliaio di manifestanti contrari alle misure di lockdown, alle mascherine e al distanziamento sociale per l’epidemia di coronavirus, in nome dello slogan “Resist and Act for Freedom” (Resisti e agisci per la libertà) si è radunata a Trafalgar Square, dove ci sono state tensioni e qualche tafferuglio con la polizia. Ma i dati preoccupano, e per due giorni consecutivi si batte il record di contagi in 24 ore: sono stati registrati 4.422 nuovi casi, 100 in più rispetto al giorno precedente. È il numero più alto dall’8 maggio. Il bilancio complessivo è di oltre 390mila casi. Le nuove vittime sono 27, 41.759 in totale.

In Germania, intanto, sono stati registrati quasi 2.300 nuovi casi, come non accadeva da aprile, mentre in Francia i contagi e i decessi (balzati a 13.215 e 123, record di questa fase) sono tripli rispetto al Regno di Elisabetta. La Spagna è stata costretta ad annunciare un nuovo giro di vite persino nella capitale Madrid. Preoccupano anche la Repubblica Ceca, la Danimarca, l’Olanda: quest’ultima, ha detto il premier Mark Rutte, studia “misure regionali” dopo i quasi 2 mila casi di giovedì, molti dei quali nelle città più grandi, il quarto record consecutivo di contagi giornalieri. Anche la Grecia è pronta a una stretta su Atene.

A preoccupare non è solo l’aumento dei contagi ma soprattutto il numero di ospedalizzati, di ricoveri in terapia intensiva e di decessi. Per questo i governi stanno intervenendo con provvedimenti sempre più restrittivi delle libertà di movimento, incalzati dai moniti dellOrganizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che parla di “grave situazione contagi in Europa” chiedendo così ai vari Paesi un approccio diverso, prendendo come esempio positivo la Svezia, criticata nei mesi scorsi da numerosi esperti per le mancate restrizioni messe in campo dal governo, soprattutto in tema di sostenibilità e coinvolgimento dei cittadini: “Bisogna riconoscere – ha detto la funzionaria Catherine Smallwood – che la Svezia ha evitato l’incremento di casi” nell’ultimo periodo “che si sta verificando in altri Stati, in particolare in Europa occidentale, e penso che ci siano lezioni da imparare dall’approccio svedese, in particolare sulla sostenibilità e il coinvolgimento dei cittadini“.

E non va meglio oltre i confini europei: sono oltre 951mila i morti in tutto il mondo e più di di 30,5 milioni di casi confermati. Secondo gli ultimi dati della John Hopkins University sono stati altri 230.884 i contagi mondiali nelle ultime 24 ore. Il Brasile sale a 4,4 milioni di contagi – terzo dopo Usa (6,7) e India (5,3) – e Israele apre le celebrazioni del Capodanno ebraico sotto la cappa di un secondo lockdown nazionale già operativo (primo Paese del pianeta a ricorrervi), oltre che di dati da record mondiale di casi in rapporto alla popolazione.

Germania – Sono quasi 2.300 i nuovi contagi da coronavirus registrati nelle ultime 24 ore in Germania, il livello più alto dallo scorso aprile. Lo riferisce il Robert Koch Institut (Rki), il centro epidemiologico tedesco: si tratta di 2297 infezioni, portando il numero complessivo a 270 mila. Sono 6, sempre nelle 24 ore, i decessi registrati, per un totale di 9.384. I guariti, sempre stando al conteggio del Koch Institut, sono 239mila. Il livello più alto di contagi giornalieri era stato registrato tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, con circa 6.000 infezioni. In agosto solo una volta si era tornati a superare i 2.000 contagi al giorno.

Regno Unito – Boris Johnson trascorrerà il weekend valutando se decidere nuove restrizioni anti Covid dopo aver detto che il Regno Unito “ora sta assistendo ad una seconda ondata”. Negli ultimi giorni i contagi hanno sfiorato la quota di 5 mila al giorno (+32% dalla settimana scorsa) per la prima volta dallo scorso 8 maggio. Nelle ultime 24 ore i contagi hanno toccato quota 4.422. Per questo, secondo quanto riporta la Bbc, il governo britannico sta valutando il divieto degli incontri tra gruppi familiari diversi e la riduzione degli orari di apertura per pub e ristoranti. Al momento già 13,5 milioni di britannici, circa un quinto della popolazione, sono soggette a restrizioni varate nei giorni scorsi per cercare di rallentare la marcia del virus. Venerdì il premier aveva detto che non “vuole adottare misure di lockdown” ma che è necessario rafforzare quelle di distanziamento. “Chiaramente quando guardiamo a quello che sta succedendo ci si chiede se si debba fare di più della regola del sei fissata lunedì“, ha aggiunto riferendosi alla provvedimento che vieta le riunione di oltre sei persone.

Spagna – La Spagna rimane il Paese più in crisi: nelle ultime due settimane qui sono morte 825 persone, in media 60 al giorno, e i reparti di rianimazione ospitano già 1331 dei 10 mila ricoverati per Covid. A preoccupare è soprattutto l’area di Madrid: per questo da lunedì 37 distretti saranno soggetti al lockdown per frenare l’aumento del Covid-19. Il provvedimento riguarda oltre 850mila persone, che saranno sottoposte a restrizioni per i viaggi e agli assembramenti. I residenti potranno lasciare la loro zona solo per andare al lavoro, a scuola o per assistenza sanitaria. Gli incontri sociali saranno limitati a sei persone, i parchi pubblici saranno chiusi e le attività commerciali dovranno abbassare la saracinesca entro le 22. La Spagna ha il maggior numero di casi di coronavirus in Europa, e Madrid è di nuovo la regione più colpita. Secondo i dati della Johns Hopkins University, i nuovi casi sono 625.651 e i tassi di infezione nella regione di Madrid sono più del doppio della media nazionale, come afferma il governo spagnolo. Il Paese era già stato tra i più colpiti dalla prima ondata di infezioni con 30mila morti.

Francia – Cresce l’allarme Coronavirus in Francia, dove nelle ultime 24 ore sono stati individuati 13.215 nuovi contagi, una cifra record mai toccata dalla primavera scorsa quando il Paese era in pieno lockdown, a cui si aggiungono 123 morti. Positivo anche il ministro dell’Economia Bruno Le Maire, mentre continuano a esplodere mini focolai in tutto il Paese, in particolare nelle università. Macron: “Abbiamo una cosa sola da fare, batterci, batterci, batterci”, ma al momento si tende ad escludere un nuovo lockdown totale.

Russia – Il numero di casi di coronavirus rilevati nell’ultimo giorno in Russia ha superato le 6.000 unità per la prima volta dal 19 luglio. Lo ha detto il quartier generale operativo per combattere la diffusione del coronavirus. Secondo la sede centrale, la crescita giornaliera è stata dello 0,56%, il numero totale di persone infette ha raggiunto quota 1.097.251. Il numero di morti è invece aumentato di 144 casi contro i 134 del giorno precedente e ha raggiunto un totale di 19.339 persone. Secondo il centro il numero totale di morti è l’1,76% di tutte le persone infettate in Russia.

India – Per più di cinque settimane l’India ha segnato il record giornaliero dei casi nel mondo. Nelle ultime 24 ore sono stati registrati 93.337 nuovi casi, portando il totale a oltre 5,3 milioni contagi su quasi 1,4 miliardi di abitanti. Per quanto riguarda i decessi, sono stati 1.247 in un giorno. Gli studiosi prevedono che entro poche settimane diventerà il Paese più colpito dalla pandemia, superando gli Stati Uniti. Il governo del primo ministro Narendra Modi ha dovuto affrontare aspre critiche da parte dell’opposizione in Parlamento per la gestione della pandemia che ha lasciato milioni di persone senza lavoro. Più di 10 milioni di lavoratori migranti hanno abbandonato le grandi città e sono tornati nei loro villaggi con l’annuncio del lockdown, lo scorso 24 marzo. Questi spostamenti hanno causato la diffusione del virus in tutto il Paese, specialmente nelle zone rurali e più povere.

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Coronavirus, così il Portogallo ha limitato i danni e si è guadagnato la stima internazionale. Al contrario della Spagna

Quando la mattina del 26 marzo il premier António Costa è intervenuto in un evento nel nord del Portogallo non immaginava di vedere di lì a poco estendersi la propria popolarità oltre i confini nazionali. Il suo “repugnante”, con la erre ben caricata, rivolto all’algido ministro delle Finanze olandese, Wopke Hoeskstra, che aveva proposto a Bruxelles di avviare indagini sul debito spagnolo, gli ha conferito un profilo internazionale.

Con quell’unico aggettivo il premier lusitano non stava difendendo il suo paese da un ingiusto attacco ma un principio più alto: la solidarietà verso la vicina Spagna, e i paesi del sud Europa in generale, bersaglio di antichi pregiudizi di quella parte di Europa che mal digerisce stili di vita diversi dal rigore luterano.

Nelle settimane successive sono seguiti non pochi apprezzamenti su tutta la stampa spagnola, soprattutto quando è apparso chiaro che alla decisa presa di posizione del Primo Ministro lusitano faceva da contraltare il silenzio di Madrid, che, seppure destinataria delle critiche, ha preferito il profilo basso della diplomazia, senza un’anima politica.

Il socialista António Costa è il premier del paese che dava la prima lettera ai P.I.G.S. – i paesi del sud visti con sospetto durante la crisi bancaria di un decennio fa -, oggi in verità molto è cambiato, il Portogallo ha acquisito credibilità, con buoni risultati economici e, fino allo scorso febbraio, una flessione costante del tasso di disoccupazione. Tutto nel solco di una linea progressista, con un chiaro segno europeista. Non è difficile sentire António Costa, nei vertici dei paesi dell’Europa meridionale o in consessi più allargati, affermare la necessità di una Unione stretta, prima di ogni altra cosa, dal vincolo della solidarietà.

Gli riesce facile ripeterlo in inglese, in francese o in castigliano, come buona parte dei portoghesi questo giurista di 59 anni ha dimestichezza con le lingue straniere, una rilevazione Eurostat attesta che tra gli europei meridionali i lusitani sono i più poliglotti (il 29% parla due lingue, il 25% addirittura tre).

Per molti, questo lembo d’occidente avrebbe tratto beneficio dalla sua posizione geografica nella lotta di questi mesi alla diffusione del coronavirus, in verità non è solo fortuna di essere frontiera estrema ma anche frutto di scelte azzeccate della politica.

Il Portogallo ha fatto tesoro, al pari della Grecia, di quanto accadeva attorno, ha fiutato il pericolo imponendo misure di isolamento con tempestività, già il 18 marzo quando i positivi accertati erano poco più di 400 (oggi sono 20mila, 780 i decessi, su una popolazione con oltre il 21% di ultrasessantacinquenni). “Il fattore tempo si è rivelato decisivo istituendo da subito zone pre-filtraggio nei principali nosocomi – spiega Giorgio Pace, biologo romano ricercatore all’Università di Braga. E poi – continua il biologo – altra arma utile è stata la risposta civica del popolo lusitano, tutti ad osservare le indicazioni del governo centrale, senza le tante voci stridule levatesi in altri paesi, Italia in testa”.

Lungimiranza e prevenzione non hanno guidato tutti i paesi: nella vicina Spagna già colpita dal contagio, l’esecutivo di sinistra irrazionalmente spingeva il suo popolo a partecipare alla tradizionale manifestazione femminista dell’8 marzo.

E’ pur vero che il Portogallo ha un sistema più centralizzato della Spagna, e della stessa Italia, non conosce il regionalismo spinto, e spesso pasticcione, né le rivendicazioni separatiste. In Catalogna sono ancora vive le polemiche sugli ostacoli frapposti dal presidente della Generalitat, il separatista Quim Torra, all’installazione di ospedali provvisori, operazione che presenta un peccato originale: le strutture andavano montate dall’esercito e dalla Guardia Civil, quindi dal potere centrale.

E poi ancora i partiti con rappresentanza nel Congresso di Lisbona hanno mostrato responsabilità, con l’opposizione di centro-destra guidata da Rui Rio pronta sin dal primo momento a tendere la mano al governo.

Atteggiamento ben diverso si è registrato nei palazzi di Madrid, qui solo poche ore fa, e dietro la spinta dell’opinione pubblica, il premier progressista Pedro Sánchez ha trovato un’intesa con Pablo Casado, leader dei conservatori, per avviare un dialogo attraverso apposite commissioni parlamentari.

La pax interna consente al premier portoghese di rimarcare certa grettezza del nord Europa, pochi giorni fa ha sparato altre cartucce sull’egoismo, più politico che finanziario, di certe Cancellerie. “Mi riferisco all’Olanda, naturalmente”, ha tenuto a sottolineare, chiedendosi, sprezzante, se il paese dei tulipani abbia ancora qualche interesse a far parte dell’Unione europea.

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