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La ginnasta celebra la musica nera e si esibisce sulle note di Beyonce, Missy Elliott e Tupac: il video della performance fa il giro del mondo

Nia Dennis è una ginnasta di 21 anni dell’Università della California. Alcuni giorni fa, grazie a una performance perfetta a cui i giudici hanno assegnato il punteggio di 9,95, ha permesso alla sua squadra di portare a casa la vittorio contro l’Arizona State. Ma la sua esibizione al ritmo delle musiche di Beyonce, Missy Elliott,Tupac Shakur ha conquistato non solo i suoi fan. Il video infatti, ripostato con l’hashtag #blackexcellence, ha collezionato in poche ore milioni di visualizzazioni e di condivisioni

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Europei di calcio, a sei mesi dal calcio d’inizio non si sa dove verranno disputati: esclusa la formula itinerante, ecco le ipotesi in ballo

Archiviate le varie discussioni e accantonata l’ipotesi legata allo slittamento di qualche mese, la Uefa lo scorso 17 marzo ha ufficialmente rinviato di un anno gli Europei di calcio. Il motivo è noto, ma vale la pena ribadirlo: portare a termine la stagione che era stata sospesa forzatamente a causa della pandemia. Da Nyon hanno rivelato che l’impatto economico si è aggirato tra i 100 e i 200 milioni di euro, anche se c’è chi ha stimato 300 milioni di perdite. Un grosso buco, certo, ma tutto sommato sostenibile in relazione a una crisi senza precedenti che ha stravolto come non mai l’intero movimento causando, tra incontri annullati e partite disputate a porte chiuse, ingenti danni a tutti i club. L’ultimo report della società di revisione KPMG Football Benchmark è parecchio impietoso: le principali società europee prese in esame (in Italia la Juventus, in Francia il Psg e così via) hanno fatto registrare un netto calo dei ricavi, causato dai motivi più disparati, vedi la chiusura degli stadi, la diminuzione dei proventi televisivi o il costo dei tesserati da coprire con flussi di entrata piuttosto ridotti.

La preoccupazione che in questi giorni sta scuotendo i vertici della Uefa è relativa al format itinerante del prossimo Europeo, che da copione dovrebbe svolgersi dall’11 giugno all’11 luglio in dodici paesi differenti (presente anche l’Italia con l’Olimpico di Roma) ma che – come svelato dall’amministratore delegato del Bayern Monaco Rummenigge – potrebbe subire una modifica netta e decisa per arginare il Covid. Aleksander Ceferin, il capo del calcio europeo, starebbe valutando con numeri e dati pandemici alla mano l’idea di far disputare il torneo in un’unica nazione mettendo in atto un rigido protocollo sanitario. Ma nonostante si cerchi di lavorare con il massimo della lungimiranza, l’incertezza su alcune variabili (tra le più importanti la presenza dei tifosi allo stadio) ha gettato i massimi dirigenti Uefa nello sconforto. Una decisione in tal senso dovrebbe arrivare non prima del 5 marzo, quando si analizzeranno quattro scenari: quello più ottimistico (e al momento più irreale) prevederebbe l’apertura degli impianti al 100% del pubblico, gli altri limiterebbero la capienza a percentuali più basse mentre l’ultimo, praticamente sulla scia del contesto attuale, comporterebbe l’intero Europeo a porte chiuse.

Le alternative allo spettacolo itinerante tanto decantato da Michel Platini sono molteplici. Inizialmente si è parlato della Russia di Putin, i cui punti a favore poggiano sui numerosi stadi di recente costruzione e soprattutto sul successo ottenuto nell’ultima edizione del Mondiale, definito addirittura da Usa Today come “il migliore mai organizzato finora”. Certezze che, anche nella terra degli Zar, vacillano sempre più. Contagi nuovamente in aumento (Mosca e San Pietroburgo guidano la triste classifica) e una corsa al vaccino, lo Sputnik V, che sa di risposta a Stati Uniti e Cina. Un’altra opzione sul tavolo riguarderebbe la bolla Regno Unito e quindi un Europeo da vivere tra Londra e Glasgow. La capitale inglese, almeno per adesso, ha in programma ben sette partite a Wembley (spiccano le due semifinali e la finale), la città scozzese tre sfide della fase a gironi e un ottavo. Anche qui una strada difficilmente praticabile, dato che nelle ultime settimane l’esecutivo britannico assiste quasi impassibile ai continui record dei decessi e valuta la proroga dell’attuale lockdown. La variante Covid sta mettendo in ginocchio il paese e, tra boom di ricoveri e una pressione ospedaliera in forte ascesa, il calcio sembra essere l’ultimo dei problemi.

E Roma e l’Italia che ruolo svolgeranno? La Figc aveva annunciato in pompa magna la gara inaugurale che si sarebbe dovuta disputare all’Olimpico il 12 giugno 2020: dal media center al football village, in calendario vi erano eventi di ogni genere per intrattenere tifosi e turisti, una sorta di volano che il presidente Gravina etichettò come “una grande occasione per l’intera nazione in grado di lasciare un’eredità importante”. La capitale, in attesa di comunicazioni ufficiali da parte della Uefa, non smette di lavorare sperando che il format originario – che cadrebbe in piena campagna elettorale o addirittura a urne già aperte – non venga minimamente intaccato. Ma c’è molta perplessità e la prospettiva della sfida Italia-Turchia a porte aperte appare, al giorno d’oggi, come un miraggio. Un altro grattacapo riguarda i biglietti, il 90% dei quali è stato venduto prima della pandemia: parecchi tifosi, giustamente incoscienti sulle reali possibilità di poter andare allo stadio, hanno già provveduto a chiedere il rimborso. Al calcio d’inizio manca sempre meno, i vertici del calcio europeo lasciano trapelare cauto ottimismo, ma sanno bene che la situazione è più grave del previsto. Quella di un nuovo slittamento è un’eventualità da far tramontare all’istante perché porterebbe a nuovi sacrifici economici e a un intasamento con altri grandi eventi, tra tutti le Olimpiadi di Tokyo e la fase finale di Nations League che tra le sue protagoniste avrà anche la Nazionale di Mancini.

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Milan-Juve, i rossoneri hanno perso la battaglia ma non la guerra

Da ragazzino tenevo in una scatola delle scarpe una lavagnetta, un gesso bianco e una spugnetta. Mi servivano per i pronostici di ogni vigilia calcistica del Milan, la squadra per cui tifavo. Scrivevo i risultati ed esponevo la lavagnetta sulla scrivania. Se li sbagliavo, li cancellavo. Poi riflettevo con mio fratello (interista) sulla bellezza del calcio. Entrambi discutevamo sul perché fosse così appassionante e alla fine capimmo che lo era proprio per la fragilità dei suoi pronostici. C’era sempre la possibilità della sorpresa. Il successo di Davide su Golia. L’impresa dell’ultima che per una volta si è sentita prima. Insomma, era l’incertezza dei risultati a far crescere l’interesse, domenica dopo domenica, via via che la classifica della serie A si definiva e le squadre più forti si contendevano il primato.

Poi, arrivava sempre il momento della verità. Le partite che non offrivano solo un risultato ma anche una sentenza: che ti facevano capire se c’erano più certezze che speranze, oppure se bisognava rassegnarsi. Le partite-chiave del campionato. Quelle che scremavano la classifica. O che la ricompattavano. Quelle che trasformavano i pronostici in una sorta di auspicio. Realismo contro illusione. Le previsioni del cuore, più che della ragione. In fondo, mi dicevo, il gioco del calcio non è soltanto un gioco, è una cosa seria…

A prescindere dal posto occupato in classifica dalle squadre, per me (e mio fratello e i compagni di scuola) vigeva una gerarchia imprescindibile:

1) il derby stracittadino Milan-Inter;

2) Milan-Juventus;

3) Inter-Juventus che Gianni Brera battezzò faziosamente “derby d’Italia”, fingendo di non sapere che quel titolo lo meritava invece la sfida Milan-Juventus, perché metteva una contro l’altra le due squadre più titolate, con la maggiore tradizione calcistica italiana. La vera “classica” opponeva il Diavolo e la Madama. La prima volta che in campionato Milan e Juve si incontrarono fu quasi 120 anni fa, il 28 aprile 1901. Si giocò a Milano. Finì 3 a 2 per il Milan.

L’ultima si è consumata poche ore fa, in una serata dell’Epifania 2021 molestata da freddo e tanta umidità, triste y solitaria per colpa della pandemia, dentro San Siro. Spalti deserti. All’ombra dei tamponi che hanno escluso due giocatori milanisti e due juventini. Ma quelli del Milan assai più cruciali, perché già sostituti dei titolari infortunati. Oggettivamente, uno scontro impari: i rossoneri in piena emergenza, i bianconeri con una panchina gremita di campioni, una rosa ampia e rassicurante. Valutando freddamente la situazione, il pronostico non poteva che prevedere un successo juventino, salvo aggrapparsi all’irrazionalità e sperare nella continuità dei risultati utili consecutivi racimolati in serie A (una striscia che alla vigilia di Milan-Juve durava da 27 partite, di cui 20 vittorie e 7 pareggi). Così avevo previsto un pareggio: 2 a 2 (l’ultimo incontro era finito 4 a 2 per il Milan…). Ho sbagliato.

O meglio: hanno sbagliato, pardòn, hanno deluso alcuni giocatori del Milan, quando sarebbe stato necessario disputare la Partita Perfetta. Che non si è vista, se non a tratti. Sintomi di crisi? Stefano Pioli, l’allenatore, da buon pragmatico ha detto che prima o poi una sconfitta doveva arrivare. Meglio sia avvenuto con la Juve che non con il Crotone. O lo Spezia che ieri ha sconfitto il Napoli a Napoli. Il risultato è stato eccessivamente severo, comunque. Colpa di una difesa pasticciona: 3 gol bianconeri, uno solo rossonero, del terzino Calabria piazzato a centrocampo e spesso spaesato in quel ruolo per lui inedito. La sua è stata la rete dell’illusione, il provvisorio pareggio.

In attacco, il talento Leao alternava momenti di gloria a disordinate pause. Al posto del covidico Rebic, attaccante solido e furbo, il 21enne norvegese Hauge correva a vuoto. Solo il turco Chalanoglu si dannava per scardinare la difesa imperfetta bianconera. L’equilibrio era precario. Quando Andrea Pirlo ha effettuato i cambi, abbiamo capito che i sogni rossoneri si impiccavano alle balaustre vuote degli anelli di San Siro. Non c’era più confronto. Ma affronto. Statisticamente parlando, i numeri confermano il predominio della squadra torinese: in 203 partite di campionato, le vittorie targate Juventus sono 80, quelle Milan 60 e i pareggi 63. Dicono che la storia del calcio italiano passi da questi incroci. Come il suo futuro.

E tuttavia, non è stato un funerale: il Milan ha perso una battaglia, non la guerra. Perché il temuto sorpasso dei cugini nerazzurri non c’è stato. L’Inter ha perso a Genova battuta dalla Sampdoria del sornione Claudio Ranieri. Il Milan resta in vetta alla classifica da solo. L’Inter era a un punto e a un punto rimane. Al prossimo compito in classe. Il Milan ha preso un brutto voto. Il campionato è lungo. Alla pagella finale mancano ancora venti partite. Tutto e il contrario di tutto può accadere. La Juve è a sette punti (con una partita in meno, quella col Napoli). La Roma, terza, è a meno quattro. L’obiettivo della Juve era quello di vincere. Se avesse perso, avrebbe detto addio allo scudetto.

Ora, l’autostima bianconera è cresciuta. Il successo di San Siro ripristina i valori di mercato e ridimensiona la romantica narrazione rossonera della Squadra Famiglia e del Calcio Semplice (il senso del gioco dove tutti fanno tutto contro la ricchezza della multinazionale e dei fuoriclasse egocentrici). Pirlo, l’allenatore bianconero, può immaginare una favolosa rimonta, un déjà-vu in casa Juve. Mentre il Milan può cercare immediata (e probabile) rivincita. Il calendario è infatti favorevole ai rossoneri: sabato 9 gennaio ospitano il Torino, terzultimo. L’Inter trova la Roma in trasferta, domenica 10: seconda contro terza, mica uno scherzo. La Juve (quarta) se la vede col rampante Sassuolo, quinto in classifica, che la segue ad appena un punto.

La verità è che questa sconfitta può aver ferito l’amor proprio di Pioli, ed è comprensibile. Ma non cancella il fatto che i resti di un Milan decimato e “leggero” (per età, per esperienza, per caratura) hanno tenuto a bada un’ora e passa l’armata bianconera.

Dunque, tanto rumore per nulla. A dimezzare il Visconte di Calvino era stata una palla di cannone. A dimezzare il Milan un cocktail di scarogna, infortuni, Covid ed inesperienza: troppi ragazzini in campo, senza Ibrahimovic a spronarli, a far da regista, a segnare gol. Dovrebbe rientrare col Cagliari, il 17 gennaio. Se appunto un Milan di acerbi ma generosi giocatori, con un pessimo Theo Hernandez (idolatrato terzino mezzofondista) in scandalosa serata no e un Alessio Romagnoli agile come un paracarro in difesa, ha resistito alle star juventine, significa che il Milan mantiene intatte le sue chances (obiettivo primario, essere tra le prime quattro per partecipare alla Champions): il suo ragionevole modello di calcio è altrettanto valido e assai più sostenibile del lussuoso e vorace modello bianconero, dove Ronaldo è l’uomo del gol in più (ma quanto costano le sue reti?).

Comunque, contro il Milan, Ronaldo è stato l’uomo del gol in meno. Per fortuna della Juve, con una formidabile e travolgente doppietta, Chiesa ha fatto il… Cristiano.

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È morto Aitor Gandiaga, il giovane calciatore dell’Athletic Bilbao ha perso la vita in un incidente stradale

Il calciatore Aitor Gandiaga è morto a 23 anni in un incidente stradale, avvenuto domenica 3 gennaio. La giovane promessa dell’Athletic Bilbao si sarebbe schiantato con la sua auto contro un autobus nella sua città natale di Markina-Xemein, nei pressi del valico di Iruzubieta, nei Paesi Baschi. Dopo che la notizia è apparsa sui giornali spagnoli, è arrivato il tweet del club della Liga: “Enorme dolore per un giovane che ha lasciato il segno su Lezama. Un grande abbraccio a famiglia, amici e compagni di squadra di Gernika“.

Il giovane attaccante, classe 1997, quest’anno era in prestito al Gernika, la squadra di Tercera Division affiliata dell’Athletic Bilbao, nelle cui giovanili era cresciuto. La sua morte ha lasciato senza parole i compagni di squadra: “Riposa in pace Aitor Gandiaga. Non posso crederci. Le mie condoglianze a famiglia, amici, Athletic e Gernika”, ha twittato Ibai Gomez.

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Ti ricordi… Miura, la “macchietta applicata” del Genoa che oggi a 53 anni gioca ancora

Tomáš Skhuravy di testa le prende tutte, proprio tutte: facendo sembrare improbabili campanili cross al bacio, proprio come quello di Antonio Manicone, mediano che più mediano non si può, in quel derby di ventisei anni fa. Lo slovacco con la sua aria da dio vichingo va in cielo e ovviamente quel pallone buttato lì lo prende lui, mandandolo in area: se Skhuravy domina normalmente il cielo di Marassi, assai meno consueto è vedere Kazuyoshi Naiya, ribattezzato Miura, anticipare Daniele Mannini e Pietro Vierchowod e mettere il pallone alle spalle di Walter Zenga, portando in vantaggio il Genoa.

Quella partita finirà 3-2 per la Sampdoria, e quello del 4 dicembre 1994 sarà l’unico gol di “Kazu” in Italia. Primo giapponese in Serie A, preso per una questione prettamente di marketing dal presidente Aldo Spinelli, senza esborsi e con un buon ritorno in termini di sponsorizzazioni, osteggiato da Franco Scoglio che lo chiamerà “macchietta applicata” nella sua adorabile e forbita antipatia maltrattando pure lo stuolo di giornalisti e traduttori che l’attaccante si portava dietro, l’avventura di Miura in Italia non sarà positiva. Fine dunque: un classico cliché della meteora straniera ricordata con affetto e simpatia per un gol e poco altro e con la meteora stessa che ha quel gol come storia prediletta da raccontare ai nipotini?

No, proprio no: nella storia di Kazu, e nei racconti da fare ai nipotini quel gol, seppur sia forse il picco più alto toccato nella carriera calcistica è forse l’ultima cosa da tirar fuori. A parte che se avesse nipotini (non risulta che i figli di Kazu, Ryota e Kota, entrambi giovani attori, lo abbiano reso nonno) Kazu potrebbe portarli alle sue partite, visto che gioca ancora, a 53 anni nel massimo campionato giapponese, con gli Yokohama Fc, ma potrebbe raccontare una vita decisamente da romanzo.

A partire da quel cognome, Miura, che è della mamma. Kazu nasce Naiya, ma il papà Nobu è vicino alla yakuza. Troppo vicino, e a Kazu quel mondo lì non piace: a lui e al fratello Yasutoshi interessa il pallone, e forse quel cognome è troppo ingombrante per metterlo su una maglietta. Perciò scelgono “Miura” di mamma Yoshiko, mostrando la volontà di non ereditare legami e appartenenze. Entrambi sono bravini, almeno per il livello giapponese degli anni Ottanta, quando il calcio era snobbato quasi tout court nel paese del Sol Levante. Kazu, che è più forte di Yasutoshi, sente di non poter crescere molto lì in patria: a 15 anni, decide di imbarcarsi, solo con suo fratello, per andare a imparare il gioco del pallone in Brasile.

Due ragazzini giapponesi, soli, in un mondo completamente sconosciuto senza sapere una parola di portoghese e ovviamente “indietro”, fisicamente ma soprattutto tatticamente e tecnicamente rispetto ai pari età dove si vive di calcio. È il preludio per un’altra storia comune: ragazzini con mille sogni in testa che si scontrano con le difficoltà spesso insormontabili che li separano da quei sogni e desistono, tornando a casa. Ma no, anche in questo caso Kazu strappa i cliché: resiste ai tanti momenti bui, impara, tiene duro e dopo i campionati giovanili con la Juve di San Paolo passa al Santos, poi al Palmeiras dove segna i suoi primi gol, poi al Coritiba e di nuovo al Santos, incontrando campioni, ricevendone i complimenti. Ce l’ha fatta, insomma Kazu. E nel 1990, dopo anni in Brasile in cui apprezza tutto, Kazu torna in Giappone, ma da re: ai Verdy Kavasaki è una star, con la maglia della nazionale segna a raffica e quasi porta i nipponici al Mondiale 1994, fino alla beffa di Doha contro l’Iraq, all’ultimo minuto.

Lì arriva la chiamata di Spinelli: pronto a scommettere sul calciatore più noto in Giappone: da un sondaggio risultava che Kazu era conosciuto dal 98% dei nipponici, secondo per popolarità nel 1994 solo all’imperatore, in un Paese tutt’altro che calciofilo. Ma tra Scoglio che detesta il suo traduttore più che Kazu (“Io parlo e spiego per due minuti, questo che traduce gli parla per 10 secondi: ma cosa può imparare Miura così?”), Franco Baresi che involontariamente in un contrasto gli rompe il setto nasale e gli provoca una commozione cerebrale e partite non proprio eccellenti, questa volta l’attaccante deve alzare bandiera bianca. Tornerà in Giappone, portando la nazionale fino ai Mondiali del 1998, tagliato fuori incredibilmente dall’allenatore al momento di scegliere la rosa che andrà in Francia. Tenterà ancora l’avventura in Europa alla Dinamo Zagabria ma ancora senza successo, fino all’incredibile serie di “eterni ritorni” con lo Yokohama Fc, dove gioca ancora, a 53 anni suonati, facendo segnare record su record. No, quel gol nel derby di 26 anni fa non è il minuto di celebrità di una meteora: Kazuyoshi Miura ha un’altra storia, Kazu è un’altra storia.

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La procura di Bolzano chiede l’archiviazione per Alex Schwazer nell’inchiesta per doping

La procura della Repubblica di Bolzano ha chiesto l’archiviazione del procedimento penale nei confronti di Alex Schwazer, l’ex campione olimpico di marcia ai Giochi di Pechino nel 2006, indagato per frode sportiva. Schwazer è sotto inchiesta per la presunta positività al doping emersa da un controllo effettuato il 1 gennaio 2016, per il quale è stato squalificato fino al 2024 e ha saltato le Olimpiadi di Rio.

Schwazer si è sempre dichiarato innocente e ha parlato di una sorta di piano ordito contro di lui con tanto di analisi manipolate. Il riferimento al “complotto” poggia sui valori anomali valori del Dna contenuto nella provetta. Dimostrare con certezza che la provetta sia stata manomessa è piuttosto complicato, tuttavia durante gli accertamenti sono emerse lacune nella catena di custodia e atteggiamenti “contraddittori” da parte di Wada e Iaaf. Dopo la richiesta della procura di Bolzano ora toccherà al giudice per le indagini preliminare Walter Pelino valutare se andare in giudizio o meno.

A 36 anni Schwazer è tornato ad allenarsi con la speranza di poter disputare le Olimpiadi di Tokyo, rinviante nel 2021. Attualmente l’atleta altoatesino sta scontando la squalifica inflitta dal Tas di Losanna, ma non esclude di poter presentare ricorso all’Alta Corte Federale del Tribunale Svizzero, l’unica sede dinnanzi alla quale può essere impugnato un arbitrato contro il Tas. Di pari passo andrà avanti l’iter giudiziario ordinario, che oggi ha visto lo staff legale di Schwazer ottenere un punto a suo favore con la richiesta di archiviazione da parte della stessa procura.

Dopo aver ammesso la prima positività in occasione dei Giochi di Londra del 2012, Schwazer non ha mai accettato la seconda positività riscontrata nel gennaio del 2016. “Non voglio chiudere la carriera da squalificato. Se ci penso, mi fa male. E quindi c’è la voglia di correre ancora, magari una sola gara. Poi posso pure smettere”, aveva dichiarato il marciatore azzurro in una intervista alla Gazzetta dello Sport.

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Nazionale, posticipata conferenza di Mancini pre Italia-Olanda: “Dubbi su alcuni tamponi”

La conferenza stampa di Roberto Mancini alla vigilia di Italia-Olanda è stata posticipata di un’ora e mezza, dalle 18 alle 19.30, con conseguentemente slittamento dell’allenamento. Questo per ora è l’unico dato certo, con il sospetto che dietro alla decisione ci sia il coronavirus. Diverse testate, fra cui La Gazzetta dello Sport, riferiscono infatti di alcuni tamponi effettuati all’interno della “bolla” della Nazionale che hanno un esito incerto. I giocatori azzurri, insieme allo staff, sono arrivati a Bergamo lunedì sera dopo la trasferta in Polonia. E sono stati subito sottoposti a un altro test, il sesto dall’inizio del ritiro dell’Italia. Domani, mercoledì, alle ore 20.45 al Gewiss Stadium è in programma la partita con l’Olanda, valida per Nations League.

Intanto il ct degli Orange Frank de Boer ha infatti svolto regolarmente la sua conferenza stampa: “Ci hanno messo sotto per 70 minuti. L’Italia ha giocato una partita di livello, noi eravamo sempre in ritardo”, ha spiegato parlando della partita d’andata. “Dovremo pressare di più. Questa volta sarà diverso. Dobbiamo essere più preparati, giocare quando abbiamo il pallone, vincere le sfide a metà campo”, ha aggiunto. Per De Boer, “il girone è aperto. Abbiamo quattro punti, l’Italia cinque, tutto può cambiare”. Il ct Orange ha poi elogiato la Nazionale azzurra: “Mi piace molto, sono impressionato da come giocano. Hanno 4-5 giocatori offensivi ogni volta, giocano con tre dietro con D’Ambrosio, Chiellini e Bonucci. Jorginho, Locatelli possono tenere il pallore e controllare il gioco. Davanti corrono, con centravanti Immobile. Mi piace tutta la squadra. Mancini? Ha allenato grandi squadre, è rispettato“.

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Roland Garros, Rafael Nadal asfalta Djokovic e conquista il 20esimo Slam della sua carriera: raggiunto Federer

Rafael Nadal compie un’altra impresa e raggiunge Roger Federer in testa alla classifica dei tennisti che hanno vinto più Slam in carriera. Ancora una volta Rafael Nadal. Lo spagnolo vince per la tredicesima volta il Roland Garros al termine di una finale dominata contro il n. 1 del mondo Novak Djokovic. Una partita mai davvero in discussione e terminata con il punteggio di 6-0 6-2 7-5. Per Nadal (86 titoli complessivi) è la terza vittoria su tre finali a Parigi contro il serbo, dopo quelle del 2012 e 2014 (il bilancio negli scontri diretti è di 29-27 per Nole). Questo trionfo ha però entra nella storia del tennis. Nadal centra un obiettivo che solo pochi anni fa sembrava quasi impossibile: il record di 20 Slam finora in mano a Roger Federer.

Oltre ai 13 titoli in Francia, Nadal può contare su 2 Wimbledon, 1 Australian Open e 4 Us Open. Il record condiviso di Slam tra Nadal e Federer rappresenta simbolicamente il punto massimo di uno dei dualismi più grandi che lo sport abbia mai conosciuto. Più grande anche di quello che ha unito McEnroe e Borg. Nessuna rivalità ha mai dato così tanto al mondo del tennis. Nessuna rivalità ha affascinato di più l’immaginario collettivo. Uniti da una forte contrapposizione tennistica ma anche da un profondo rispetto reciproco, nessuno come Federer e Nadal ha saputo attrarre così tanti nuovi appassionati verso il tennis.

Per raggiungere lo svizzero, Nadal non ci ha messo molto. Due ore e quarantuno minuti. A testimonianza di una superiorità totale ma anche delle difficoltà fisiche patite da Djokovic. Carenze figlie della dispendiosa semifinale vinta al quinto set contro il greco Stefanos Tsisipas. Un monologo spagnolo in cui trova spazio anche il secondo 6-0 in una finale giocata tra i due (il precedente era accaduto a Roma nel 2019). Il primo in una finale Slam da Wimbledon 2006, quando a farlo fu Federer e a subirlo fu proprio Nadal. I

Tutti si aspettano la reazione del serbo e l’inizio della solita battaglia punto su punto. Invece Djokovic appare in costante difficoltà, mentre Nadal è perfetto su ogni colpo e in ogni situazione di gioco. Altri due break e anche il secondo set è in ghiaccio. Nole non ne ha per provare a dare una scossa al match. Il controbreak nel terzo parziale serve soltanto ad allungare di poco la finale. L’ace con cui Nadal chiude la sfida è il giusto epilogo di un torneo sontuoso, nel quale non ha concesso nemmeno un set. Come nel 2008, 2010 e 2017.

Per il serbo fallisce l’occasione di riabilitare parzialmente la sua immagine, dopo il “caso Adria Tour” e la squalifica che lo ha escluso dallo Us Open. Un 2020 a due facce quindi. Sportivamente parlando infatti la sua leadership non è in dubbio. La finale di Parigi è stata la prima sconfitta sul campo e la posizione al vertice della classifica è ben salda (Nadal è lontano più di 1000 punti). Oltre a questi dati c’è la vittoria in Australia a gennaio. E proprio dal continente australe ripartirà la caccia del serbo al duo che adesso comanda la classifica degli Slam. I successi di distanza sono ancora tre. Il trionfo di Thiem a New York è stata un’eccezione. Il tennis continua ad essere comandato dai soliti tre. Alle nuove generazioni è consentito, per ora, solo di avvicinarsi. Quando arriverà il cambio al vertice? Anche nel 2020 la risposta a questa domanda è sempre la stessa: il prossimo anno, forse.

Twitter: @giacomocorsetti

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“Tu non sei italiana” urlano all’atleta Danielle Frederique Madam, 5 volte campionessa d’Italia. “Non ho risposto, non sarebbe servito”

Tu non sei italiana“, “A che cosa ti serve diventare italiana”, “Tu non diventerai mai italiana”. Se l’è sentito urlare Danielle Frederique Madam, 23 anni, atleta del lancio del peso della Bracco di Milano e studentessa all’università di Pavia (le mancano 3 esami alla laurea triennale in Comunicazione, innovazione e multimedialità). Madam stava lavorando, in un bar di Pavia, e un uomo evidentemente l’ha riconosciuta dicendole quelle cose. La “colpa” di Madam era stata quella di aver commentato sui giornali il caso Suarez, l’esame farsa per ottenere la cittadinanza italiana e giocare nella Juventus: “Ci sono extracomunitari di serie A e di serie B. Io sono un fantasma” aveva detto. Evidentemente il cliente non ha perso occasione per riversargli contro la sua rabbia, facendo anche una figura un po’ barbina visto che si stava rivolgendo a un’atleta che – a differenza del frequentatore di bar – il tricolore l’ha conquistato 5 volte ai campionati italiani di categoria (oltre ad aver conquistato un bronzo assoluto). Nata a Douala, in Camerun, Danielle Frederique Madam ha 23 anni e vive in Italia, a Pavia, da 16. Non può vestire l’azzurro (e rappresentare l’Italia nelle gare internazionali) solo perché nella casa famiglia in cui ha vissuto aveva solo il domicilio e non la residenza. La scena nel bar, racconta Madam su facebook, è avvenuta “nel mio più assoluto silenzio, reagire non sarebbe servito a nulla. Mi ha fatto però male il fatto che gli stessi (pochi) messaggi che leggo sui social fossero arrivati in modo così irrompente nella mia vita vera. La verità è che avevo messo in conto la possibilità che potessero accadere questi episodi nei miei confronti ma la vera sorpresa è la quantità di persone che mi sostengono”.

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90° Minuto compie 50 anni – Ferruccio Gard ricorda i magnifici 7: “Suscitavamo simpatia e interesse anche dei non appassionati”

L’idea di Novantesimo Minuto venne a tre giornalisti Rai: Paolo Valenti, il volto con cui si tende giustamente a identificare la trasmissione, Maurizio Barendson e Remo Pascucci. La coppia Valenti-Barendson condusse le prime sei stagioni, poi Valenti guidò il programma – marchiato ormai 90º minuto – in solitaria fino alla scomparsa del conduttore nel 1990. La prima puntata della trasmissione, che faceva vedere i gol del campionato già nel tardo pomeriggio della domenica, andò in onda il 27 settembre 1970. Cinquant’anni fa, in quasi totale assenza di pubblicità ad anticipare l’evento. Il successo arrivò comunque. Nella seconda metà dei Settanta e poi soprattutto negli Ottanta. I corrispondenti dai vari campi entrarono nelle case degli italiani, regalando non solo professionalità ma anche quella verve televisiva che nel mondo del calcio non era abituale. Tantissimi i giornalisti, anche noti, che hanno almeno una presenza a Novantesimo. Ma i magnifici 7 sono Tonino Carino da Ascoli, Marcello Giannini da Firenze, Giorgio Bubba da Genova, Gianni Vasino da Milano, Cesare Castellotti da Torino, Luigi Necco da Napoli e Ferruccio Gard da Verona.

Gard oggi vive al Lido di Venezia. In pensione, si dedica alla sua produzione artistica (fa parte della corrente OP art) ed è impegnato nella scrittura di un thriller ambientato nella città lagunare. Classe 1940, ha origini francoprovenzali, è nato a Vestignè in Piemonte, ma gli appassionati della trasmissione pensano sia veronese “per merito della squadra di Bagnoli”.

Quando hai iniziato la collaborazione con Novantesimo?
Sono entrato in Rai nel 1962, nel gennaio del 1973 sono passato alla redazione di Venezia. Ho esordito con la trasmissione nel 1974. A Valenti, un grande giornalista e un gentiluomo, sono piaciuto subito moltissimo e così mi ha chiesto di diventare un collaboratore fisso. Per un periodo sono stato l’unico inviato. Mi mandava a Udine, Torino, Verona, Milano, Bologna e Roma. Poi nel 1978 la riforma Rai ha introdotto la terza rete, privilegiando la territorialità.

E sei diventato il volto prima del Real Vicenza e quindi del Verona di Bagnoli.
Il Verona è la squadra a cui sono più legato, ho simpatie anche per il Chievo, che però ho fatto solo più recentemente per Quelli che il calcio…

E’ arrivata la notorietà
Sì, con l’arrivo dei i magnifici 7, soprattutto dagli anni ’80. In qualsiasi città andassi, mi fermavano. A volte mi commuovo quando ancora adesso mi riconoscono come il “mitico Ferruccio Gard”, chissà poi perché mitico… e mi ringraziano per i bei momenti che ho fatto trascorrere alla domenica.

Quale è stato il segreto del successo?
Tutti spiccavano perché avevano la loro personalità. Necco aveva battute formidabili in un inconfondibile accento napoletano, Giannini qualche volta si intortava sulla frase, Carino aveva una faccia da pulcino spaurito e pronunciava male i nomi degli stranieri, ma ne sapeva di calcio…

Vi frequentavate anche fuori dalla trasmissione?
Andavo spesso a Milano per la Domenica Sportiva, per cui conoscevo già Vasino, Bubba e Castellotti. A partire dagli 80 Valenti iniziò a convocarci a Viareggio durante il torneo dei ragazzi, per una riunione collettiva e forse anche con l’intenzione di fare spogliatoio.

Il termine “teatrino” accostato al nome della trasmissione ti piace?
Sì, può andare bene. La trasmissione sarebbe stata vista comunque, alle 18 si fermava l’Italia intera. Il nostro teatrino però ha aumentato gli ascolti, anche del pubblico femminile. Suscitavamo simpatia e interesse anche di chi non era appassionato di calcio. Piuttosto ho un rammarico…

Quale?
Non mi mai è stato riconosciuto il merito di aver introdotto per primo nel calcio la satira, con Beppe Viola come predecessore. Il mio umorismo era composta da sfottò e a volte da satira, lo facevo con lo scopo di smitizzare e sminuire il sacro gioco del calcio. Mi piaceva finire ogni collegamento con una battuta o un gioco di parole. La Gialappa si è ispirata a me per Mai dire gol… Poi ci sono i cappelli…

Quelli che indossava nei collegamenti?
Ho esordito con il cappello da Sherlock Holmes. Più tardi sono arrivati quelli di Necco e Galeazzi da cowboy. Era diventata quasi una competizione tra di noi.

Un’opera Op art dedicata a Novantesimo sarebbe possibile?
Non ci ho pensato, ma sarebbe possibile. Dovrei uscire dalla linea cinetica, e fare qualcosa di astratto, si potrebbe giocare sui colori, il pallone e le maglie delle squadre.

L’articolo 90° Minuto compie 50 anni – Ferruccio Gard ricorda i magnifici 7: “Suscitavamo simpatia e interesse anche dei non appassionati” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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