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Immunità e varianti, due domande cruciali sul Covid-19

Quando e come finirà la pandemia di Covid-19 attualmente in corso? Le epidemie finiscono quando la popolazione raggiunge un certo livello di immunità a causa del vaccino o del contagio. Non è facile stimare esattamente il livello di immunità di popolazione necessario, perché alcuni fattori che concorrono a determinarlo non sono noti con certezza: ad esempio quanto sia ampia la variabilità genetica nella suscettibilità al contagio. Ciononostante la stima più o meno accettata nella comunità scientifica è che per fermare l’epidemia sia necessaria l’immunizzazione di almeno il 60% della popolazione.

Nel corso dell’epidemia sono stati sollevati dei dubbi sull’effettiva validità di questo tipo di stime per due ragioni: che l’immunità ottenuta attraverso la malattia o il vaccino sia di durata e intensità insufficiente a prevenire le reinfezioni (rare reinfezioni sono state documentate); e che le possibili mutazioni del virus possano rendere inutile l’immunità acquisita.

Entrambe questi possibili problemi sono stati però sopravvalutati, nel clima di panico generalizzato che si è diffuso intorno al Covid-19, quasi che questa fosse la prima o la peggiore pandemia che l’uomo ha affrontato nella sua storia. E’ stato praticamente dimenticato che l’influenza spagnola del 1918 ha registrato una letalità compresa tra il 5 e il 10%, dieci volte superiore a quella del Covid-19, o che la letalità del vaiolo ha oscillato in diverse epidemie tra il 2% e il 40%, o che il morbillo in popolazioni non immuni ha registrato letalità e mortalità fino al 25%, come accadde ad esempio nell’epidemia delle isole Fiji del 1875.

Due studi molto recenti danno indicazioni importanti. Il primo, pubblicato sulla rivista Science pochi giorni fa, misura la durata dell’immunità in malati guariti fino ad 8 mesi fa (ed essendo il Covid-19 una malattia di insorgenza recentissima è difficile andare più indietro nel tempo) e conferma che una valida immunità persiste per tutto il tempo considerato senza affievolirsi.

Gli autori non si sono limitati a studiare il calo nel tempo degli anticorpi specifici, già osservato e documentato, ma hanno misurato la persistenza nel tempo delle cellule della memoria immunitaria, i linfociti B e T specifici per il Covid-19, ed hanno dimostrato che le componenti della difesa immunitaria hanno variazioni temporali diverse e che i linfociti B specifici per il Covid-19 addirittura aumentano anziché diminuire nell’intervallo di tempo considerato.

Questo comportamento del nostro sistema immunitario non è inatteso: è invece più o meno comune nelle sue linee generali per qualsiasi malattia infettiva. Ad esempio nella pandemia di influenza del 2009 la letalità fu bassa perché gli anziani erano scarsamente colpiti dalla malattia e fu possibile dimostrare che questa selettività era dovuta all’immunizzazione da loro conseguita nel corso di epidemie influenzali precedenti, avvenute fino al 1960: la memoria immunitaria aveva resistito per oltre cinquant’anni!

Questa osservazione ci porta alla seconda domanda: in quale misura le mutazioni del virus possano vanificare o aggirare la memoria immunitaria. E’ ben noto che le epidemie annuali di influenza si verificano a causa delle mutazioni virali: ogni anno il ceppo virale prevalente è diverso da quello dell’anno precedente, contro il quale gran parte della popolazione si è immunizzata. Ciononostante, il virus influenzale dell’anno in corso e quello degli anni precedenti non sono così completamente diversi da vanificare completamente l’immunità di popolazione come accadde nel 2009, e si stima che in media in ogni epidemia annuale di influenza sia parzialmente immune più della metà della popolazione.

Uno studio attualmente in fase di pre-pubblicazione analizza le varianti genetiche del Covid-19 finora emerse e suggerisce che anche per questo virus si verifichi lo stesso fenomeno: ovvero la maggioranza delle varianti virali continua ad essere riconosciuta dagli stessi anticorpi e soltanto per una delle varianti finora emerse si osserva una riduzione molto significativa dell’immunizzazione.

In ultima analisi queste pubblicazioni confermano che la pandemia in corso si comporta come tutte le pandemie del passato, ed ha anzi una letalità inferiore a molte di quelle (attualmente stimata intorno allo 0,7% dei casi, con grande variabilità in relazione all’età media della popolazione colpita). La gravità della pandemia è data dalla novità del virus, a causa della quale l’intera popolazione è potenzialmente suscettibile, fatta salva la variabilità genetica nella risposta all’infezione. Gli anziani, che nel caso delle epidemie causate da virus già noti sono spesso parzialmente protetti, risultano completamente suscettibili al Covid-19 e quindi particolarmente a rischio a causa della ridotta riserva funzionale dei loro organi, fisiologica per l’età.

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Covid, il ministero sdogana i tamponi rapidi: “Se di ultima generazione altrettanto validi” Obbligo di tracciabilità nei sistemi regionali

Tempo due o tre giorni e il “bollettino Covid” cambierà. Accanto alla colonna dei “tamponi effettuati” dalle regioni si aggiungerà quella dei “test antigenici rapidi che entrano a tutti gli effetti nel conteggio dei casi positivi e dei guariti. Non più solo tamponi molecolari, dunque. La svolta del ministero della Salute si deve all’impulso dato dai risultati di quelli “terza generazione”, che sarebbero sovrapponibili ai tamponi “classici”, specie se utilizzati entro la prima settimana di infezione. Si tratta di test a lettura fluorescente o immunofluorescenza con lettura in microfluidica. La loro affidabilità ha contribuito a rompere una diga di prudenza (e diffidenza) sui test rapidi che ha retto finora limitando la capacità di tracciamento. Una svolta che, entro certi limiti, può cambiare radicalmente la capacità di testare la popolazione. Anche per il costo inferiore rispetto al classico tampone che, pur restando il “test d’elezione” per affidabilità, richiede di essere processato in laboratorio coi tempi che ne derivano.

Il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, ha firmato la circolare che ne riconosce la validità nel solco delle indicazioni europee. Da Cts e Iss fanno sapere che occorreranno alcuni giorni. La circolare dell’8 gennaio mette ordine in una materia complessa e accidentata. Il primo via libera risale a marzo, quando il Ministero della Salute diede l’ok all’uso di 11 kit per priorità a pazienti, operatori sanitari, soggetti fragili ed Rsa. Ma al tempo stesso precisava che “per il loro uso necessitano di ulteriori evidenze su performance e utilità operativa”.

Nel dubbio, tra le onde della prima e seconda ondata, le Regioni hanno nuotato in direzioni diverse. Il Veneto e il Lazio, ad esempio, sono state le prime e più assidue nello sperimentare e poi usare i test rapidi (Zaia come profilassi generale sulla popolazione, il Lazio per test mirati su aeroporti e forze di polizia). Altre come la Lombardia e il Piemonte hanno fatto acquisti della prima ora, ma di fronte alla diffidenza degli scienziati rispetto all’affidabilità dei test di prima e seconda generazione, li hanno poi usato come strumento residuale. Altre ancora, come la Sicilia, si sono incartate in pasticci burocratici che hanno riempito le cronache.

Il commissario Arcuri in estate aveva fatto una gara, su richiesta delle regioni, per 5 milioni di kit, ma a “contare” nelle statistiche erano solo i tamponi molecolari. Erano destinati a porti e aeroporti ma anche a medici di medicina generale”. Il Cts a fine settembre aveva poi autorizzato l’impiego nelle scuole ma “ai fini esclusivi di screening. In pratica di fronte a un sospetto Covid, per avere una prima risposta nel giro di 20-30 minuti ed eventualmente estendere l’esame a tutti i contatti stretti (ad esempio a un’intera classe). In caso di positività, però, bisognerà sottoporsi al tampone molecolare per avere la diagnosi definitiva (coi nuovi test si può usare due volte l’antigenico rapido).

La circolare, dal titolo “Aggiornamento della definizione di caso COVID-19 e strategie di testing“, prevede l’obbligo di tracciabilità di tutti i test nei sistemi informativi regionali: “Gli esiti dei test antigenici rapidi o dei test RT-PCR, anche se effettuati da laboratori, strutture e professionisti privati accreditati dalle Regioni – si legge – devono essere inseriti nel sistema informativo regionale di riferimento”. E va incontro alle richieste delle regioni che già a novembre avevano chiesto di ridurre i famosi 21 parametri per la definizione delle zone a cinque e di “inserire anche i test antigenici rapidi, altrimenti il denominatore (del conteggio dei positivi, ndr) è errato”. Dunque accanto alla penultima colonna dei consueti bollettini giornalieri, dopo il totale dei “tamponi processati con test molecolare” e loro variazione figurerà a breve il dato sui rapidi.

La circolare mette anche dei paletti. L’uso dei test antigenici rapidi è indicato “in situazioni ad alta prevalenza, per testare i casi possibili/probabili; focolai confermati tramite molecolari, per testare i contatti sintomatici, facilitare l’individuazione precoce di ulteriori casi nell’ambito del tracciamento dei contatti e dell’indagine sui focolai; comunità chiuse (carceri, centri di accoglienza ecc.) e ambienti di lavoro per testare le persone sintomatiche quando sia già stato confermato un caso con RT-PCR; in contesti sanitari e socioassistenziali/sociosanitari, o per il triage di pazienti/residenti sintomatici al momento dell’accesso alla struttura o per la diagnosi precoce in operatori sintomatici”.

Sempre dall’Iss rimarcano che il tampone molecolare non scomparirà. Non solo perché resta il più affidabile ma perché proprio la possibilità di sequenziare il genoma consente di individuare varianti del virus come quella “inglese” che viene intercettata ma non emerge come tale dal test rapido. La circolare precisa anche che il test nei sintomatici va effettuato entro 5 giorni dall’esordio dei sintomi, mentre negli asintomatici va effettuato tra il terzo e il settimo giorno dall’esposizione. Se il test rapido risulta negativo, è necessaria la conferma dopo 2-4 giorni o con test molecolare o test rapido di ultima generazione. Alle persone che risultano positive al test antigenico rapido, anche in attesa di conferma con secondo test antigenico oppure con test RT-PCR molecolare, si applicano le medesime misure di isolamento previste nel caso di test molecolare positivo.

Esulta il Veneto. “Non ci siamo mai fermati e abbiamo sempre ritenuto fondamentale la sperimentazione di tutti i test: siamo stati la prima regione che ha affrontato il tema e l’utilizzo dei test antigenici di ultima generazione. Oggi la circolare del Ministero della Salute ci conferma che abbiamo preso la strada giusta” doce il dottor Roberto Rigoli, coordinatore delle Microbiologie della Regione del Veneto. Vero è che a novembre proprio i medici del Veneto avevano lanciato l’allarme per la decisione di sospendere il test molecolare e sostituirlo con l’antigenetico rapido. Una scelta che metteva operatori e cittadini in pericolo per il rischio di “falsi positivi”. Che ora anche il ministero della Salute, evidentemente, ritiene superati.

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Coronavirus, 12.756 nuovi casi con 118.475 tamponi. I morti sono 499, giù i ricoverati

Sono 12.756 i nuovi casi di coronavirus accertati in Italia nelle ultime 24 ore a fronte di 118.475 tamponi processati, il tasso di positività dunque si assesta al 10,76%. Sale ancora in maniera importante il numero dei decessi: 499 malati di Covid-19 sono deceduti. Si allenta, invece, la pressione sugli ospedali: i ricoverati con sintomi diminuiscono di 428 unità e sono 25 i posti che si sono liberati in terapia intensiva, a fronte di 150 ingressi (Campania e Provincia autonoma di Bolzano non hanno comunicato il dato). La giornata di oggi fa registrare il record di dimessi-guariti: 39.266 il numero comunicato dalle Regioni.

Come sempre negli ultimi giorni è il Veneto l’area del Paese con il maggior incremento: 2.427 nuovi contagi. La Campania ne segnala 1.361, il Lazio 1.297 e la Lombardia 1.233. Le altre regioni sono tutte sotto i mille casi (Puglia 917, Piemonte 906) e tre (Basilicata, Valle d’Aosta e Molise) non raggiungono i 50 nuovi positivi. Da inizio pandemia sono 1.770.149 i casi accertati in tutta Italia: 997.895 sono i dimessi-guariti, 61.739 persone che hanno contratto il virus sono decedute e 710.515 sono attualmente positivi. Di questi, in 677.542 si trovano in isolamento domiciliare, mentre 29.653 sono ricoverati con sintomi in reparti Covid e 3.320 sono assistiti in terapia intensiva.

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Covid, donna di 41 anni muore in ospedale a Barletta: “Aveva atteso 11 ore per il ricovero”. L’Asl: “Abbiamo fatto tutto il possibile”

Febbre alta, tosse e difficoltà a respirare. Antonella Abbatangelo, 41enne di Trani, era risultata positiva al Covid e le sue condizioni peggioravano rapidamente. Per questo dopo qualche giorno di cure domiciliari era stata accompagnata dai familiari al pronto soccorso dell’ospedale di Trani, dove però era stata rimandata a casa. Il giorno dopo, si era recata all’ospedale Dimiccoli di Barletta, dove era stata ricoverata – ha ricostruito l’edizione barese del Corriere del Mezzogiorno – dopo 11 ore di attesa. È morta giovedì 19 novembre, cinque giorni dopo il ricovero. Antonella Abbatangelo era mamma di un bimbo di 14 mesi.

I familiari per alcuni giorni sono riusciti a ottenere solo frammentarie notizie sulle condizioni di salute della donna, fino alla telefonata di giovedì che ne comunicava il decesso. Giuseppe Carpagnano, cardiologo in servizio nell’ospedale Dimiccoli, ha raccontato l’avvenimento su Facebook: “Dopo un turno notturno di 12 ore, torni a casa distrutto e ti arriva il messaggio del collega per informarti che la paziente di cui gli hai parlato è deceduta”. Il cardiologo rileva che “non abbiamo personale e strumenti adeguati” e “probabilmente sono state le misure inefficaci per contrastare il virus a ucciderla“. Il dottore ricorda che durante la prima ondata a marzo “quando abbiamo assistito da spettatori al disastro in Lombardia, abbiamo pensato che se fosse successo da noi sarebbe stata un’ecatombe. Ci sono grandi responsabilità che – aggiunge – andranno chiarite. Ora non c’è tempo per fare polemica. Facciamo la nostra parte”, conclude Carpagnano.

L’Asl di Bari ha provato a fare chiarezza sulla morte della 41enne, ricostruendo quanto accaduto in ospedale in base ai documenti in loro possesso. “Posso assicurare che l’apparato clinico sta assicurando il massimo della attenzione e dalla cura a tutti i pazienti che arrivano in pronto soccorso”, ha detto Alessandro Delle Donne, direttore generale della Asl Bat. L’Asl ha ricostruito la vicenda, confermando che “la donna è attivata al pronto soccorso dell’ospedale Dimiccoli di Barletta con mezzo proprio il 13 novembre ed è stata presa in carico alle ore 23.01. È stata sottoposta a visita medica alle 23.05: sono stati evidenziati dispnea e febbre elevata da due giorni curata a domicilio. Al quadro clinico acuto va aggiunta una grande comorbilità rappresentata da problemi metabolici”. L’Asl ha avviato un’indagine per capire da quanto tempo la signora era in cura con terapia domiciliare e quali sono state le attese fuori dal pronto soccorso. Secondo l’Asl, “la descrizione di quanto accaduto dalla presa in carico fino al decesso evidenzia che è stato fatto tutto il possibile, abbiamo messo in campo tutte le forze umane a disposizione, tutti i mezzi disponibili”.

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Tamponi rapidi in farmacia, l’Inghilterra corre mentre l’Italia arranca tra veti incrociati e lungaggini. La prima sperimentazione partirà da Trento

Il Guardian di martedì 27 ottobre informa che in Inghilterra la catena di farmacie Boots renderà disponibile entro poche settimane un servizio di tampone rapido in grado di fornire il risultato in 12 minuti, al costo di 120 euro. Il test che dà il risultato in 48 ore è già disponibile in 10 negozi e l’intenzione è di estenderlo a 50 punti vendita in tutto il Regno Unito. E in Italia? Cinque giorni fa il ministro della Salute Roberto Speranza, durante la conferenza Stato-Regioni, ha proposto di sperimentare tamponi rapidi in farmacia anche in Italia sempre per fronteggiare l’emergenza del tracciamento e alleviare la pressione su ospedali e medici.

Come al solito, da noi le cose sono più complicate. L’Ordine dei farmacisti si è detto subito favorevole, anche perché aveva chiesto la sperimentazione già alla fine dell’estate ipotizzando che una seconda ondata potesse mandare in tilt tracciamento, laboratori e ospedali. Si è perso tempo, mesi preziosi, durante i quali le uniche sperimentazioni che hanno coinvolto i farmacisti si sono limitate alle campagne di screening attraverso test sierologici avviate in Emilia Romagna e nella Provincia Autonoma di Bolzano. La proposta alla fine è arrivata. Il presidente dei farmacisti, il deputato Andrea Mandelli, l’ha accolta “con soddisfazione” chiedendo di dar seguito all’annuncio avviando a breve “un confronto con le autorità sanitarie per definire in brevissimo tempo un protocollo che consenta di svolgere tale attività in farmacia, garantendo la massima sicurezza dei cittadini e dei farmacisti”.

Anche perché la sperimentazione richiede che siano prima individuate modalità precise di erogazione del servizio, reagenti e non ultimo il prezzo, visto che la prestazione sarebbe in parte a carico del SSN. Mandelli, raggiunto al telefono, fa sapere di non aver ricevuto comunicazioni di sorta dal ministero, non c’è un calendario fissato, siamo lontani dal “confronto” auspicato. Qualcosa in realtà sta succedendo ma a Trento. “Stiamo facendo una sperimentazione con il presidente Maurizio Fugatti – spiega Mandelli – che ha chiamato i farmacisti per sperimentare un protocollo che possa poi essere esteso a livello nazionale capace di coniugare il massimo rispetto del cittadino e il massimo di sicurezza per gli operatori. Abbiamo avuto la prima riunione tecnica sul progetto, ma ci ha chiamato Fugatti, da Roma nessuno”.

Vero è che è bastato l’annuncio per sollevare un muro di critiche e pregiudiziali. In ambito scientifico sono stati i biologi ad alzare per primi la voce esprimendo contrarietà per varie ragioni. Il presidente della Federazione, che è il senatore Vincenzo D’Anna, ha sbottato “i test veloci in farmacia sono inaffidabili ed eseguiti in luoghi inidonei. Intervengano i Nas e i nuclei ispettivi delle Asl”. In realtà, come detto, non risultano autorizzazioni per le farmacie a somministrare tamponi. D’Anna ha messo le mani avanti, contrapponendo l’esperienza dei laboratori clinici accreditati con il SSN alle incognite che si avrebbero qualora il prelievo fosse autorizzato in farmacia. “Il prelievo dovrebbe essere eseguito con le adeguate misure di protezione per il personale, con adeguata e costante sanificazione e con lo smaltimento dei rifiuti ai sensi della vigente normativo sul trasporto dei rifiuti tossici e nocivi. Tutte cose che normalmente vengono eseguite alla lettera nei laboratori specializzati accreditati. Cosa succederebbe nel caso in cui qualcuno risultasse positivo al test: si chiuderebbe immediatamente la farmacia, mettendo in quarantena clienti e dipendenti, così come accaduto, ad esempio, con le scuole?”.

La replica dei farmacisti è che dal 2009, non da oggi, nelle farmacie si possono eseguire esami diagnostici di prima istanza, “non mancano dunque né le competenze né le risorse organizzative per procedere anche all’esecuzione di questi test. In più quella delle farmacie è una rete capillare di punti vendita diffusa su tutto il territorio. Ecco – conclude il loro presidente – se vogliamo sconfiggere il virus dobbiamo assolutamente riprendere col tracciamento e isolare i positivi. Questo ci dice l’esperienza dei paesi che ce la stanno facendo. Non si può affrontare questa emergenza sanitaria con mezzi ordinari: occorre mettere a sistema tutte le risorse disponibili”.

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Mara Maionchi positiva al Covid: è ricoverata in ospedale. Possibile focolaio a Italia’s got talent

Mara Maionchi, 79 anni, è risultata positiva al Covid-19 ed è ricoverata in ospedale a Milano. A rivelare la notizia è la testata Tpi, che riporta anche come le condizioni della discografica e giudice di numerosi talent tv per ora non siano gravi.

A preoccupare è la situazione del set di Italia’s got talent, programma di cui Maionchi è giudice, che si è trasformato in un focolaio. La scorsa settimana, infatti, si sono registrate diverse positività al Covid: oltre alla campionessa di nuoto Federica Pellegrini, anche lei giudice del programma, risultata positiva al virus, si sono contagiate altre persone tra gli ospiti del programma, i tecnici e la produzione, nonostante i protocolli e i tamponi effettuati prima di iniziare le registrazioni.

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Coronavirus, un week end di multe: dai rave party alla movida senza mascherine. Il Viminale: “Oltre 67mila controlli solo sabato”

L’ultimo weekend prima che entrino in vigore tutte le ulteriori restrizioni previste dal nuovo Dpcm per contenere il contagio da Covid-19 è stato caratterizzato da controlli e sanzioni. I numeri dei positivi, in salita da giorni, infatti, non hanno fermato i comportamenti irregolari o, semplicemente irresponsabili, del fine settimana: in tutta Italia le piazze e le strade dei locali notturni erano piene. Molti avventori non hanno rispettato l’uso della mascherina, diventato obbligatorio giovedì 8 ottobre. Per questo, come comunica il Viminale, è stato necessario aumentare i controlli. Il ministero ha reso noto che sono stati oltre 67mila i controlli individuali effettuati sabato 10 ottobre, con 471 sanzioni. Sei i denunciati perché non hanno osservato il divieto di spostamento dalla propria abitazione perché in quarantena. Quasi 8mila i negozi e le attività commerciali controllati, con 28 titolari multati. I controlli, viene sottolineato, riguarderanno nei prossimi giorni anche le feste private in casa.

Da Nord a Sud, si moltiplicano le sanzioni per mancato uso delle mascherine e per gli assembramenti da movida. A Settimo Torinese (Torino) 300 persone hanno partecipato a un rave in un capannone abbandonato, con poche mascherine e nessun distanziamento. I giovani si sono dati appuntamento attraverso i social e hanno ballato tutta la notte. Ora la vicenda è al vaglio dei carabinieri. Sempre in Piemonte, a Cerano (Novara), le forze dell’ordine hanno impedito che si tenesse un altro rave in una fabbrica dismessa: le strade d’accesso sono state bloccate e sei persone sono state denunciate. Denunciato per resistenza anche un giovane senza mascherina a Torino, dove i controlli hanno portato alla chiusura di alcuni esercizi commerciali.

A Savona, sabato sera due poliziotti sono stati aggrediti da un uomo che li ha presi a calci e pugni dopo che era stato fermato e invitato a indossare la mascherina. Gli agenti sono stati circondati da un gruppo di persone minacciose e hanno dovuto sparare due colpi di pistola in aria come deterrente. Dodici multe e un locale chiuso a Genova, mentre a Reggio Emilia, nel centro storico, 16 persone sono state multate per mancato uso della mascherina, così come il titolare di un locale. Quattro i denunciati nel centro storico di Roma, più 30 irregolarità riscontrate e 14 titolari di locali diffidati. Tra le persone sanzionate per violazione delle norme anti-Covid ci sono anche 90 partecipanti alle manifestazioni “no mask”. A Ladispoli, vicino a Roma, una donna ha organizzato una festa per il compleanno del figlio di 8 anni, pur avendo i sintomi del Covid: alla fine è risultata positiva e tutti i 60 invitati sono finiti in quarantena, con obbligo di tampone.

In provincia di Napoli un intero comune è stato “blindato”: si tratta di Monte di Procida (Napoli), dopo un focolaio di contagi esploso a una festa di nozze con 200 persone nella vicina Bacoli, con 13 positivi. A Napoli e provincia ci sono state 45 multe. E ancora: 45 persone sanzionate a Nuoro, 50 multe a Palermo nei pressi dei locali affollati di avventori. Diciannove sanzioni per violazioni alla normativa anti-Covid sono state elevate dalla polizia locale di Bari ieri sera a carico di giovani senza mascherine, nel quartiere Poggiofranco. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha raccontato di aver fatto una passeggiata tra alcuni bar di Milano, città nella quale è stata prefetto. “I tavolini erano molto ravvicinati, serve un senso di responsabilità anche da parte degli esercenti”, ha commentato. “È una battaglia che dobbiamo vincere tutti insieme, anche i titolari devono prestare la giusta attenzione al rispetto delle regole che saranno comunque oggetto di controlli da parte delle forze dell’ordine”.

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Coronavirus, la Svizzera inserisce la Liguria nelle lista delle zone rosse. Quarantena obbligatoria per chi proviene dalla regione

Chi torna in Svizzera dalla Liguria dovrà passare obbligatoriamente dieci giorni in quarantena. A deciderlo è l’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) che ha aggiornato l’elenco degli Stati e Regioni a rischio elevato di contagio da coronavirus. Insieme alla Liguria, nella lista delle “zone rosse” sono state incluse anche Gran Bretagna, Portogallo, Belgio. La nuova misura entrerà in vigore da lunedì 28 settembre. In totale sono 59 le zone ora soggette all’obbligo di quarantena. La lista include anche Danimarca, Irlanda, Islanda, Slovenia, Ungheria e Marocco, i territori della Bretagna e i land Alta e Bassa Austria, 18 regioni della Francia. Chi entra in Svizzera da uno dei Paesi e regioni dovrà passare dieci giorni in isolamento.

Non è mancata la replica della Regione Liguria, che ha scritto al console generale di Svizzera in Italia e al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, allegando la documentazione dell’azienda sanitaria ligure Alisa. Nella lettera la Regione invita “le autorità svizzere a tornare su una decisione che risulta falsata da dati disomogenei sul territorio regionale” oppure a limitare le prescrizioni alle sole aree regionali maggiormente colpite dal contagio. Secondo la Regione, la misura della Svizzera rientra in un meccanismo automatico che scatta nel caso in cui in un territorio si superino i 60 casi su 100mila abitanti in 14 giorni. “Nel caso della Liguria – si legge nella nota – questa soglia corrisponde a una media di 70 casi al giorno“. Una soglia che nei giorni scorsi è stata superata solo nella provincia di La Spezia, un aumento dei contagi legato al cluster individuato nella città e che, secondo le autorità liguri, sarebbe già in diminuzione.

“Invitiamo la Svizzera a considerare il territorio ligure non come un unicum, ma segmentato nelle varie aree di penetrazione e circolazione del virus”, ha detto il presidente della Liguria Giovanni Toti. “Il provvedimento preso dalla Svizzera non mi preoccupa, sapevamo tutti i contorni. Non sono gli svizzeri a doverci dire la portata della circolazione del virus in Liguria – continua Toti – È alta in alcune zone. Ritengo squilibrato considerare l’intera Liguria una situazione omogenea”, conclude il presidente. Nelle ultime 24 ore, sono 73 i nuovi positivi al coronavirus registrati su 2.753 tamponi effettuati. I casi positivi totali salgono a 3.029, mentre sono 162 i pazienti ospedalizzati, 17 dei quali ricoverati in terapia intensiva. Nelle ultime ore si è verificato un decesso: si tratta di una donna di 95 anni nello Spezzino.

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Tutti i preti sono positivi al Covid: messe sospese in una parrocchia a Roma

La parrocchia di San Gregorio Magno, in piazza Certaldo a Roma, sospende le messe. I tre sacerdoti che la gestiscono sono risultati tutti positivi al Covid-19 e sono in attesa di fare un nuovo tampone. “Fortunatamente stiamo bene. Tutto è partito da una suora che aveva alcuni sintomi. Dopo aver fatto il test è risultata positiva”, spiega don Stefano, uno dei parroci di San Gregorio Magno. “A quel punto c’è stato lo stesso esito per i due sacerdoti, mentre io ero negativo. Dopodiché, il 30 agosto, anch’io sono risultato positivo al primo tampone. Abbiamo fatto il secondo il 12 settembre e l’esito è stato lo stesso”.

Nel frattempo, le celebrazioni in chiesa sono state sospese, in attesa dell’ultimo tampone. “Il prossimo lo faremo domani, siamo in contatto con l’Asl e sapremo il risultato verso martedì. Speriamo di essere negativi e di poter ricominciare a celebrare le messe”, aggiunge don Stefano. Nei giorni precedenti, a sostituire i sacerdoti in quarantena, erano stati i parroci delle comunità vicine ma, scrive su Facebook la parrocchia di San Gregorio Magno: “Adesso dobbiamo necessariamente sospendere le celebrazioni fino alla completa guarigione. La chiesa rimane comunque aperta per la preghiera dalle 7 alle 12 e dalle 16 alle 19, ma non saranno presenti i sacerdoti. Comunicheremo la ripresa appena ne avremo di nuovo la possibilità. Grazie a tutti”.

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