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Terrorismo, 36enne algerino fermato a Bari: “Coinvolto in strage Bataclan. Legato anche ad attentatori Charlie Hebdo e market kosher”

Fu lui, secondo le indagini, a fornire i documenti contraffatti agli uomini fedeli allo Stato Islamico che il 13 novembre 2015 gettarono Parigi nel caos con la strage del Bataclan e gli attacchi allo Stade de France. Oggi, a distanza di più di cinque anni dall’attentato terroristico che scosse la Francia e l’Europa, un algerino di 36 anni è stato fermato dalla polizia su disposizione della Dda di Bari con l’accusa di partecipazione a un’organizzazione terroristica.

L’uomo si chiama Athmane Touami, alias Tomi Mahraz, e secondo quanto accertato dagli investigatori del Servizio per il Contrasto dell’estremismo e del terrorismo esterno della polizia e dalla Digos di Bari, è ritenuto un membro a tutti gli effetti di Isis. Le indagini hanno consentito di accertare, anche grazie alla collaborazione di forze di sicurezza internazionali, la vicinanza dell’indagato ad ambienti radicali di matrice jihadista, oltre al suo coinvolgimento negli attentati terroristici del novembre 2015 a Parigi.

Stando alle indagini della Polizia, coordinate dal procuratore aggiunto Francesco Giannella e dal pm Federico Perrone Capano, con i fratelli Medhi e Lyes Touami, oltre a Hamid Abaaoud Abdel, deceduto in Francia il 18 novembre 2015, Khalid Zerkani e altri soggetti, alcuni dei quali non ancora identificati e operanti sia in Italia che in Algeria, Francia, Belgio, Spagna e Siria, Touami avrebbe fatto parte di una cellula terroristica di Daesh come componente dell’ala operante in territorio francese e belga, con collegamenti in Siria e in altri paesi nordafricani. Con il gruppo terroristico, secondo l’accusa, si è mantenuto in contatto operativo tramite i propri fratelli e altri sodali, tra cui tale Fufo o Fofa Marsial, soggetto collegato ad Ahmed Sami Ben, garantendo ai presunti complici, insieme ai propri fratelli, la disponibilità di documenti contraffatti, oltre al supporto alle attività terroristiche del gruppo.

Il 36enne si trovava comunque già in carcere a Bari per un altro procedimento e la scarcerazione era prevista per il 19 giugno 2021. Le indagini su Athmane Touami sono cominciate nel maggio 2019 quando, mentre era nel Centro di permanenza temporanea (Cpr) per migranti di Bari, gli agenti della Digos hanno accertato la detenzione di un documento falso, utilizzato per muoversi liberamente nei paesi dell’area Schengen. Per questo è stato processato e condannato alla pena di 2 anni, in scadenza tra qualche mese. “La imminente scarcerazione dell’indiziato impone, pertanto – si legge nel decreto di fermo – , l’adozione del presente provvedimento pre-cautelare, sussistendo concreti elementi che portano a ritenere che lo stesso, non appena liberato, si darà alla fuga, facendo perdere le proprie tracce”.

Dalle indagini degli inquirenti è emerso che i fratelli Touami erano in contatto con la maggior parte dei terroristi legati allo Stato Islamico che negli anni hanno colpito le città francesi, non solo in occasione della strage del Bataclan. La loro carriera criminale è iniziata come semplici borseggiatori a Bruxelles, successivamente si sono specializzati nell’attività di falsificazione e ricettazione di documenti contraffatti, “sviluppando contemporaneamente un processo di radicalizzazione religiosa, anche per effetto dei frequenti e prolungati contatti con soggetti organizzatori di filiere jihadiste e militanti in associazioni terroristiche internazionali”. In particolare “i loro nomi risultano in connessione – si legge negli atti – , sin dal 2010, con alcuni soggetti successivamente coinvolti in attentati terroristici avvenuti nel 2015 e 2016, tra cui Amedy Coulibaly, coinvolto il 9 gennaio 2015 nel sequestro di persona di alcuni clienti in un supermercato kosher di Parigi, con la correlata morte di alcuni di essi, Chérif Kouachi, alias Abou Essen, uno degli autori dell’attentato alla sede del giornale francese Charlie Hebdo avvenuto il 7 gennaio 2015 a Parigi, Akrouh Chakib e Abaaoud Abdel Hamid, due degli autori degli attentati commessi a Parigi il 13 novembre 2015″.

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Savona, arrestato 22enne accusato di terrorismo suprematista: “Propaganda di estrema destra aggravata dal negazionismo”

È accusato di aver costituito un’associazione con finalità di terrorismo e di aver fatto propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale aggravata dal negazionismo. Per questo la polizia ha arrestato, nell’ambito di un’operazione negli ambienti della destra radicale contigui al terrorismo di matrice suprematista in corso in tutta Italia, un ragazzo di 22 anni di Savona. Nell’ambito del blitz, gli uomini delle Digog di Genova e Savona e del Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Interno della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, coordinati dalla Procura di Genova, stanno eseguendo 12 perquisizioni nei confronti di persone legate al 22enne nelle città di Genova, Torino, Cagliari, Forlì-Cesena, Palermo, Perugia, Bologna e Cuneo. Il giovane arrestato è stato condotto in carcere, come da ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova.

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Cosenza, si addestrava per fare attentati e costruire ordigni: un arresto per terrorismo

Partecipava a chat jihadiste, si addestrava per compiere attentati terroristici e stava studiando pure come realizzare ordigni esplosivi. Un cittadino italiano, residente in provincia di Cosenza, è stato arrestato su richiesta della Dda di Catanzaro con l’accusa di auto-addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale. Nel materiale informatico sequestrato, gli investigatori hanno trovato manuali di istruzioni sulla costruzione di bombe, tutorial sull’addestramento e la conduzione di operazioni terroristiche, nonché video ed immagini cruente di esecuzioni dell’Isis, riviste ufficiali delle agenzie mediatiche del sedicente Stato islamico, Al Qaeda e altri gruppi terroristici.

L’inchiesta, denominata “Miraggio”, è stata condotta dalla Digos distrettuale di Catanzaro e di Cosenza, dalla Polizia postale e dal Servizio per il Contrasto all’estremismo e terrorismo esterno della Dcpp/Ucigos, diretta e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Catanzaro con il procuratore Nicola Gratteri, il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla e il pm Graziella Viscomi. Gli accertamenti sono iniziati dopo che la presenza dell’indagato su piattaforme online in lingua araba di propaganda del terrorismo è stata segnalata ai magistrati grazie alla collaborazione internazionale con altre procure. Dalle intercettazioni è emerso che l’uomo disponeva di numerosi account su piattaforme social (Telegram, Rocket Chat, Riot) attraversocui partecipava a gruppi chiusi di connotazione jihadista per accedere ai quali bisognava essere accreditati e quindi ritenuti affidabili dagli amministratori dei canali.

Il quadro indiziario, secondo l’accusa, è stato confermato dalle risultanze delle intercettazioni ambientali e telefoniche oltre che dal contenuto del materiale sequestrato durante le indagini, dispositivi telefonici e informatici, memorie Usb, documenti e manoscritti. Dalle analisi dei dispositivi è emerso inoltre che l’indagato aveva seguito le regole suggerite dagli organi di propaganda del Califfato per mantenere anonime e sicure le informazioni e i materiali di cui era in possesso.

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Attentato Nizza, arrestato un 47enne: forse ha avuto contatti con il killer. Ministro Interno: “Aspettiamoci altri attacchi come questo”

Brahim Aoussaoui ha agito da solo, ma nonostante abbia dichiarato agli inquirenti di essere l’unico responsabile del feroce attacco alla cattedrale di Notre-Dame di Nizza, giovedì mattina, la polizia sta cercando di ricostruire la catena di contatti dell’uomo per capire se, invece, dietro di lui si nasconda una regia che lo ha guidato fino alla chiesa, coltello in mano, per sgozzare tre persone. Le autorità hanno infatti arrestato un uomo di 47 anni, secondo quanto riporta Bfmtv che cita fonti della polizia, sospettato di aver avuto contatti con l’attentatore il giorno prima dell’attacco.

Il governo, dopo le parole di ieri sera del presidente Emmanuel Macron che ha annunciato un rafforzamento della presenza militare sul territorio, con l’operazione ‘Sentinelle’ che passerà da 3mila a 7mila uomini, promette di entrare “in guerra” per estirpare le sacche di radicalismo diffuse nel Paese. “Non siamo in guerra contro una religione, ma contro un’ideologia, l’ideologia islamista”, ha dichiarato in un’intervista a Rtl il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin. “Siamo in guerra contro un nemico che è sia interno che esterno – ha aggiunto – Quando si è in guerra, si deve comprendere che ci sono stati e ci saranno altri fatti come questo attentato ignobile“.

Darmanin ha poi aggiunto che le autorità francesi hanno espulso 14 stranieri “radicalizzati” nell’ultimo mese e altre 18 “espulsioni” saranno eseguite nei prossimi giorni. Se “si deve lottare contro gli stranieri che si sono radicalizzati, questo non è il caso” dell’assalitore della basilica di Nizza, poiché non era noto né ai servizi francesi né europei, ha precisato.

Intanto, emergono particolari sull’identità delle tre vittime dell’estremista, due donne e un uomo. Quest’ultimo era il sacrestano della cattedrale, 45enne, padre di due ragazze. Mentre tra le donne, quella che ha tentato di rifugiarsi in un bar ed è poi morta per le ferite riportate è una 40enne di origini brasiliane, come confermato dal governo di Brasilia, che prima di morire ha detto ai suoi soccorritori: “Dite ai miei figli che li amo”. Della terza vittima, al momento, si sa solo che si tratta di una donna sui 60 anni.

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Attentato Nizza, dalle minacce di al-Qaeda agli attacchi di Erdogan a Macron e Charlie Hebdo: la Francia è di nuovo nel mirino dei jihadisti

Il fondamentalismo islamico mondiale ha scelto l’obiettivo da colpire: la Francia. E se si deve cercare una data d’inizio della nuova campagna jihadista in territorio francese, il primo settembre rappresenta inevitabilmente uno spartiacque. È quello il giorno in cui ha avuto inizio il processo nei confronti dei 14 imputati per la strage nella redazione del settimanale parigino Charlie Hebdo e anche la data scelta dalla rivista per ripubblicare le vignette sul Profeta Maometto che causarono l’ira dei gruppi jihadisti internazionali e dei loro adepti. A nemmeno due mesi da quel giorno, con il Paese di nuovo scosso dall’attentato alla cattedrale di Notre-Dame di Nizza, dove un uomo armato di coltello ha sgozzato tre persone al grido di “Allah Akbar”, la Francia non ha conosciuto tregua: le promesse di vendetta da parte di al-Qaeda, un attentato sotto la vecchia sede del settimanale, la feroce decapitazione del professore Samuel Paty per mano di un estremista ceceno, la nuova campagna di attentati all’estero lanciata dallo Stato Islamico. E poi lo scontro a distanza tra il presidente Emmanuel Macron, che ha parlato in difesa della libertà di espressione nel Paese, e i presidenti di Turchia ed Egitto, Recep Tayyip Erdoğan e Abdel Fattah al-Sisi, che invece parlano di “offesa” al mondo musulmano, con il Sultano che ha querelato Charlie Hebdo per l’ultima vignetta che lo vede protagonista e paragonato la condizione dei musulmani in Europa a quella degli ebrei durante il nazismo.

Erdogan contro Charlie Hebdo: fomenta l’islamismo per nascondere le difficoltà interne
Il presidente turco ha un problema enorme in patria che non sa come risolvere: una terribile crisi della valuta che ha portato la Lira ai minimi storici. Una situazione economica che, aggravata dalla pandemia di coronavirus, ha fatto perdere sostegno interno al leader dell’AkParti. E lui, come già successo in passato, ha tentato di esternalizzare il problema. Lo ha fatto prima con le provocazioni riguardo alle esplorazioni nel Mediterraneo orientale, ha poi replicato la strategia fomentando di nuovo il conflitto in Nagorno-Karabakh al fiano dell’Azerbaigian che, in Turchia, presenta anche risvolti nazionalisti in funzione anti-armena. Adesso stimola il nazionalismo islamico turco ergendosi a difensore dei diritti della Umma, la comunità islamica mondiale, dopo la pubblicazione delle vignette e i primi attentati jihadisti in Francia.

Dopo Nizza, il governo di Ankara ha raddrizzato il tiro dicendosi “solidale con il popolo francese contro il terrorismo e la violenza”, ma le dichiarazioni dei giorni scorsi hanno contribuito a far crescere la tensione. Le parole che hanno dato origine allo scontro risalgono al 24 ottobre, quando l’uomo forte di Ankara, dopo che il presidente francese aveva promesso una stretta sull’Islam radicale e una riforma per rendere compatibile la religione ai “valori della Repubblica”: “Qual è il problema di Macron con l’Islam ed i musulmani? – aveva dichiarato – Deve fare delle cure per la sua salute mentale. Cosa si può dire a un capo di Stato che tratta in questo modo milioni di membri di una minoranza religiosa nel suo Paese? Prima di tutto, che ha bisogno di un controllo mentale”.

Da lì è nato un botta e risposta tra il leader turco, sostenuto anche dal suo omologo egiziano (“la libertà di espressione si ferma quando offende i sentimenti di oltre 1,5 miliardi di persone”), dal premier pakistano Imran Khan e da alcuni Paesi del Golfo come l’Arabia Saudita, e le cancellerie europee che hanno condannato le frasi di Erdoğan, tutto a pochi giorni dall’uccisione di Samuel Paty. E l’offensiva del presidente non si è fermata: il 26 ottobre ha fatto un “appello alla Nazione, non comprate più prodotti francesi“. E ancora, dopo aver chiesto all’Ue di fermare Macron e “l’islamofobia”, ha dichiarato che “in Europa contro i musulmani si sta compiendo una campagna di linciaggio simile a quella contro gli ebrei prima della Seconda Guerra Mondiale”. Fino al 28 ottobre, quando è uscita la nuova copertina del settimanale satirico parigino che raffigura il leader sul Bosforo intento ad alzare la gonna di una donna in abito islamico. La risposta di Erdoğan non si è fatta attendere: “Sono convinto che annegheranno nell’odio dell’Islam e della Turchia che hanno alimentato. È la dimostrazione che l’Europa sta ritornando alla barbarie. Sono delle canaglie“, ha dichiarato prima di querelare la testata e dichiarare che “Macron vuole di nuovo le Crociate”.

La chiamata alla armi dello Stato islamico e le promesse di vendetta di al-Qaeda
I messaggi dei due principali gruppi fondamentalisti islamici a livello mondiale non avranno certo la stessa cassa di risonanza delle dichiarazioni di fuoco del presidente turco, ma sanno come arrivare al cuore dei soggetti più radicalizzati sparsi per l’Europa. I primi a promettere vendetta sono stati gli uomini del gruppo fondato da Osama bin Laden. Dopo la ripubblicazione delle vignette su Maometto, la formazione guidata da Ayman al-Zawahiri ha atteso la data simbolica dell’11 settembre per tornare a minacciare la Francia: nel numero 3 del magazine qaedista One Ummah, oltre alle celebrazioni per i 19 anni dagli attentati che colpirono gli Stati Uniti, era contenuta “una nuova introduzione su Charlie Hebdo” che “pagherà il prezzo” per la pubblicazione delle vignette, di nuovo.

A questa promessa di vendetta si è poi unita, nei giorni scorsi, la nuova chiamata alle armi da parte dello Stato Islamico che, come già successo in passato, ha lanciato una campagna ribattezzata Answer the call che invita tutti i combattenti all’estero a sferrare attacchi, in special modo contro le prigioni al fine di liberare i detenuti islamisti, come successo già nella Repubblica Democratica del Congo. L’ennesimo invito al martirio, al sacrificio in nome dell’Islam, che ha portato la Francia al centro del mirino dei fondamentalisti islamici.

Twitter: @GianniRosini

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Walter Tobagi, quarant’anni fa l’assassinio di un appassionato esempio di giornalismo

Nell’Antico Testamento c’è un passaggio nel Libro del Siracide che recita così: “Informati, prima di criticare, e rifletti bene, prima di far rimproveri. Prima di rispondere, ascolta attentamente, e non interrompere chi sta parlando”. È un insegnamento di vita che aderisce allo stile di Walter Tobagi, giovane e brillante giornalista del Corriere della Sera ucciso il 28 maggio 1980 sotto casa, a Milano, dalla Brigata XXVIII marzo, un commando terroristico di estrema sinistra che si richiama alle Brigate rosse.

Tobagi, figlio di un ferroviere socialista, nella sua vita ha bruciato le tappe. A 21 anni è studente lavoratore e comincia a scrivere per l’Avanti!, quindi passa all’Avvenire (due testate che ne riflettono l’orientamento di socialista cattolico), poi al Corriere d’Informazione fino al Corriere della Sera, nel 1972, ad appena 25 anni. Arriva nel più importante quotidiano italiano avendo già scritto un libro, Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia. Si laurea con una tesi in Storia contemporanea sul sindacato nel dopoguerra, acquisendo competenze che gli valgono anche una cattedra in Storia contemporanea all’Università di Milano.

Ripercorrendo i tratti della sua vita professionale, si trae l’impressione che i sette libri che ha scritto gli siano serviti come modus operandi per la sua attività giornalistica: sempre documentato, mai sopra tono, animato dall’intento di trasmettere conoscenze più che opinioni. Dal suo studio sul sindacato parte anche il suo impegno nell’associazione di categoria, che lo porta a diventare presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti.

Non vuole un sindacato figlio di interessi partitici, denuncia l’impoverimento e la precarizzazione della categoria (il giornalista povero non è libero), valuta positivamente una formazione universitaria del giornalista, intravede le possibili insidie della tecnologia e guarda con naturale sospetto alle concentrazioni di poteri e di testate.

Dalla seconda metà degli anni Settanta i giornalisti sono un obiettivo privilegiato del terrorismo rosso. Vanno ricordate le intimidazioni, i numerosi ferimenti e l’uccisione di Carlo Casalegno, firma di punta de La Stampa. A questo proposito scrive Tobagi in una relazione del 1978: “Possiamo annoverare i terroristi tra quelli che si propongono di far tacere, o almeno intimorire, la stampa. Sarebbe sciocco ignorare questa realtà, ma non possiamo nemmeno farci impaurire. Dev’essere chiaro che i giornalisti non vanno in cerca di medaglie, non ambiscono alla qualifica di eroi; però non accettano avvertimenti mafiosi”.

Il gruppo terroristico che lo uccide tre settimane prima aveva sparato alle gambe al giornalista de La Repubblica Guido Passalacqua. La Brigata XXVIII marzo aveva assunto questo nome, nel 1980, dal giorno dell’irruzione nel covo di via Fracchia a Genova degli uomini del Nucleo speciale antiterrorismo. L’azione portò alla morte di quattro brigatisti (fra cui due donne), ma la versione ufficiale dei carabinieri – un conflitto a fuoco in risposta al ferimento di un sottoufficiale dell’Arma – non fugò il sospetto di una reazione eccessiva da parte degli agenti.

Su quest’episodio, Tobagi riesce a non farsi trasportare dagli umori vendicativi che serpeggiano fra la gente del posto e scrive: “È come se perfino un sentimento di pietà non possa più trovar spazio; ed è la conseguenza più avvilente di quella strategia perversa che ha voluto puntare sulla lotta armata”.

Walter Tobagi era diventato un esperto di terrorismo, ne aveva anche analizzato le forme di evoluzione della clandestinità. Il 20 aprile 1980 scrisse uno dei suoi articoli più noti sui terroristi, intitolato Non sono samurai invincibili, chiudendo il pezzo con queste parole: “L’immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze. E forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascano non dalla paura, quanto da dissensi interni, laceranti sull’organizzazione e sulla linea del partito armato”.

Era un’analisi esatta. Sapeva di essere nel mirino dei terroristi e convisse nei suoi ultimi mesi con un dignitoso sentimento di paura, senza arretrare, continuando a lavorare con la sua passione e la sua intelligenza, continuando anche a credere, dopotutto, in un futuro migliore.

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Terrorismo, i talebani superano l’Isis come gruppo più mortale. Ma in Europa il pericolo sono i lupi solitari

Il numero delle vittime del terrorismo su scala mondiale è calato del 15,2% nel 2018 rispetto all’anno precedente. Lo si evince dal rapporto Global Terrorism Index 2019 dell’Institute for Economics and Peace. Inoltre i Talebani hanno superato Daesh come gruppo terroristico più mortale del mondo. Il numero di morti attribuite ai Talebani è aumentato di poco meno del 71%. Al contrario, il numero dei morti attribuiti a Daesh è diminuito a livello globale di poco meno del 70%, scendendo da 4.350 nel 2017, a 1.328 nel 2018.

L’Afghanistan ha registrato 7.379 morti per terrorismo, con un incremento del 59% rispetto all’anno precedente. Nel frattempo Donald Trump, nei giorni scorsi, ha compiuto una visita a sorpresa alle truppe Usa in Afghanistan, incontrando il presidente afghano Ashraf Ghani, al quale ha dichiarato che “sono in corso trattative con i Talebani, che sarebbero pronti a un cessate-il-fuoco”. Prima di settembre le trattative erano giunte a buon punto, per quanto gli attacchi e i morti nel paese mediorientale non si fossero attenuati, questo sia per la presenza di gruppi Talebani autonomi, sia per le operazioni di Daesh, che combatte i Talebani per prendere il controllo di parte del territorio al fine di istituire l’emirato del Khorasan.

Di sicuro, per la prima volta dal 2003, l’Iraq non è il Paese maggiormente colpito dal terrorismo. Tuttavia alcuni gruppi affiliati a Daesh hanno fatto registrare un aumento dell’attività terroristica. In Europa, il numero di morti per terrorismo è diminuito per il secondo anno consecutivo, da oltre 200 nel 2017 a 62 nel 2018. Solo due attacchi hanno ucciso 5 o più persone, rispetto alle 11 del 2015, che è stato l’anno di punta per il terrorismo jihadista.

Quello che però destabilizza è l’attività in Europa da parte di lupi solitari o cani sciolti. Il recente attentato a Londra ha riportato in auge la tecnica terroristica legata all’uso dei coltelli, ampiamente documentata in vari articoli sulle riviste di Daesh e in particolare su Rumiyah (Issue 2) nell’articolo “Just Terror Tactics” (Knife attacks). “Qualcuno potrebbe chiedersi perché i coltelli rappresentano una buona opzione per un attacco. I coltelli, anche se sicuramente non sono l’unica arma per arrecare danno al kuffar (miscredente), sono ampiamente disponibili in ogni terra e quindi facilmente accessibili”.

A questo punto nell’articolo si consiglia di usare i coltelli con la lama fissa, ovvero quelli in cui manico e lama sono realizzati con un unico pezzo di metallo. “Quando si conduce un’operazione col coltello non è consigliato prendere di mira aree troppo affollate o raduni, poiché ciò rappresenta uno svantaggio e aumenta la probabilità di fallire nella missione. Il rischio è dunque quello di essere bloccati preventivamente e di essere ostacolati nel raggiungimento dell’obiettivo.”

Quindi per certi versi i recenti attentati di Londra o dell’Aja hanno fallito, dimostrando ampiamente che queste operazioni nascono in modo scoordinato e per fortuna non adeguatamente pianificato dai vertici delle organizzazioni terroristiche. Resta però il fatto che un terrorista come il 28enne Usman Khan, già a suo tempo condannato per terrorismo, possa circolare in libertà vigilata, evidenziando le lacune di un sistema giudiziario che non riesce a impedire neppure ai jihadisti condannati di rappresentare un pericolo per la società.

Eppure fin dall’agosto 2017 il coordinatore antiterrorismo dell’Ue, Gilles de Kerchove, aveva reso noto che la Gran Bretagna detiene il record europeo di fanatici del jihad: ben 35mila, di cui 3mila considerati pericolosi dai servizi di sicurezza e 500 ritenuti pronti a compiere atti terroristici. Violenze e accoltellamenti fuori controllo in tutta Londra impazzano da tempo, al punto che nel 2018 sono stati registrati 134 omicidi, il più alto numero da dieci anni a questa parte. Crimini da coltello e terrorismo da coltello sono la nuova emergenza europea.

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