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Covid, realizzato enorme centro di vaccinazioni drive-through nel parcheggio dell’Hard Rock Stadium di Miami. Le immagini

Negli Stati Uniti sono stati registrati circa 500mila morti per Covid-19 e la campagna vaccinale prosegue senza sosta a ritmi serrati. Le immagini mostrano il gigantesco centro di vaccinazioni drive-through nel parcheggio dell’Hard Rock Stadium di Miami

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Il lockdown non è l’unica via. Ecco come convincere le persone a seguire le regole

Numerose voci in questi giorni hanno chiesto al governo di intervenire in modo tempestivo (sarebbe già tardi in ogni caso) al fine di evitare una nuova ondata di contagi (ormai inevitabile). Siamo punto e a capo. Il lockdown è un sintomo di un fallimento nell’attuare efficaci strategie preventive sul territorio. Il nostro paese è da un anno circa che persegue una strategia votata a tale fallimento. Ora, di fronte alla prospettiva di una terza ondata, ci vediamo costretti ad adottare l’unico strumento ancora a disposizione nel nostro arsenale di opzioni (limitate): il lockdown appunto.

Perché non abbiamo altre opzioni? Perché non abbiamo mai creduto alla possibilità di frenare il Covid-19 sul territorio. Non abbiamo mai creduto alla possibilità di prevenirlo con interventi basati su tamponi di massa, tracciamenti e tecnologie di sorveglianza epidemiologica tempestive (le famose 4T modificate: testing, tracing, treating, timely). Eppure, i comportamenti preventivi, l’auto-isolamento di individui a rischio che possono avere la Covid-19 e la condivisione di informazioni relative ai loro contatti, dipendono dalla fiducia dei cittadini in istituzioni come il Comitato Tecnico Scientifico e il governo. La fiducia però va guadagnata. Chiedere ai cittadini che hanno perso fino al 50% del loro reddito a causa della pandemia di “restare a casa” non funziona.

Queste persone non ne possono proprio più. Chi governa la strategia Covid-19 oltre a non aver capito per almeno un anno l’importanza delle 4T, ha fallito anche in un altro ambito: i comportamenti preventivi devono essere promossi non solo attraverso strategie di comunicazione efficace, ma anche grazie a misure di sostegno economico emergenziale.

Come spiega il vice presidente di Taiwan, Lai Ching‑te (noto come William Lai), fornire alle persone garanzie o aiuti relativamente ai loro mezzi di sussistenza durante l’isolamento e la quarantena, oltre ad aiutare le categorie più colpite dalla crisi, è una componente essenziale di una efficace strategia di salute pubblica. Secondo una ricerca condotta a Israele, i tassi di aderenza alle norme di auto-quarantena erano fortemente influenzate dal sapere che il proprio salario sarebbero stato ricompensato. Quando è stato ipotizzato un risarcimento, il tasso di aderenza è salito al 94%. Quando tale prospettiva è stata eliminata, l’aderenza è scesa a meno del 57%.

Una ricerca inglese, che aveva l’obiettivo di studiare l’aderenza alle misure di prevenzione basate su tamponi, tracciamenti e isolamento, ha mostrato che il rispetto di queste misure preventive è di circa il 20%, mentre l’intenzione di condividere i dettagli di contatti stretti è attorno al 76,1%. La riluttanza ad aderire a tali misure di protezione è più elevata tra gli uomini, di età più giovane, tra le persone con almeno un figlio a carico, di basso stato socio-economico e impiegati in un settore chiave.

La scarsa aderenza alle 4T da parte dei cittadini non ha solo a che fare con la cultura o con le scelte individuali. Le persone che dovrebbero rimanere in isolamento, senza incentivi per farlo, non rispetteranno tali regole se per aderire devono sacrificare il loro lavoro e reddito. L’aderenza alle norme di salute pubblica però può essere migliorata con:

a) sostegno finanziario e garanzie a coloro che sono tenuti ad auto-isolarsi e alle persone che non possono lavorare o devono tener chiuse le loro imprese o attività a causa del lockdown o attività di prevenzione;

b) supporto tangibile, non finanziario, come azioni pro-attive per identificare e risolvere eventuali esigenze pratiche delle persone (es. accesso al cibo, assistenza ai parenti anziani);

c) una migliore comunicazione al pubblico in grado di spiegare come e quando auto-isolarsi e perché;

d) sostegno emotivo (per coloro che ne hanno bisogno.) (3)

Gli aiuti economici, psicologici e sociali alle persone colpite economicamente dal virus, o in isolamento forzato, sono parte integrante di una strategia efficace di contenimento Covid-19. Per fronteggiare il coronavirus, queste persone devono essere aiutate “whatever it takes”.

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Vaccini, l’immunologa Viola: “L’Italia non è in ritardo, siamo in linea con il resto d’Europa”

“L’Italia non è in ritardo con le vaccinazioni ma perfettamente in linea con il resto d’Europa”. Se in apparenza, secondo il racconto di alcuni giornali e tv, la campagna di vaccinazione sarebbe al palo, l’immunologa dell’università di Padova, Antonella Viola, smentisce su Twitter questa narrazione e ricorda un aspetto cruciale: “Tutta l’Europa è in ritardo perché non produce vaccini e dipende dagli altri paesi. La produzione, specialmente in uno momento così strategico, è importantissima e noi lo abbiamo dimenticato”. In altre parole, se l’Ue non ha a disposizione abbastanza fiale, l’Italia con quelle che riceve non può fare più di così.

I giornali descrivono da giorni quello che sarebbe urgente un intervento del neo-premier Mario Draghi per accelerare sulla vaccinazione: si citano obiettivi e si parla genericamente dell’utilizzo di caserme, hangar e parcheggi per continuare le somministrazioni. Tutte strategie da implementare nel momento in cui arriveranno più dosi, si spera il prima possibile, ma al momento inutili perché l’Italia sta già utilizzando quel che ha a disposizione, come ha spiegato anche Viola.

I numeri italiani – Sono i dati a sostenere la sua tesi: oggi in Italia ci sono 1.317.230 persone vaccinate anche con la seconda dose, 664.253 in attesa di ricevere il richiamo. Le somministrazioni totali sono state quindi 3.298.713, utilizzando l’80.9% delle dosi attualmente ricevute dal nostro Paese. Dopo i ritardi nelle consegne, infatti, le Regioni ora stanno tenendo una scorta di vaccini per evitare di rimanere senza dosi per i richiami nel caso di nuovi imprevisti. In compenso, ed è il dato più importante, il ritmo di iniezioni effettuate ogni giorno è in crescita: dalle 60mila dosi somministrate lunedì si è arrivati giovedì a superare quota 82mila, ritornando sui livello che l’Italia aveva già toccato prima che – come detto – le case farmaceutiche annunciassero le carenze nella produzione.

Il confronto – Grazie a questi numeri, il 12% degli ultranovantennni ha ricevuto almeno la prima dose, a cui si aggiungono 286mila persone tra gli 80 e gli 89 anni. Anche il confronto con il resto dell’Unione europea conferma quanto evidenziato dall’immunologa Viola: l’Italia, secondo Our World in Data, ha somministrato 5,31 dosi di vaccino ogni 100 abitanti. La Spagna fa leggermente meglio con 5,75 dosi, sono dietro invece Germania e Francia rispettivamente a 5,28 e 4,68. A livello Ue, nella classifica in rapporto alla popolazione, davanti all’Italia ci sono solo Madrid e la Danimarca, che però è molto più piccola. Guardando ai valori assoluti, invece, prima c’è la Germania con 4.42 milioni di dosi somministrate. L’Italia è seconda, con 3.21 milioni, davanti alla Francia che si ferma a 3.17 milioni e alla Spagna che conta 2.69 milioni di vaccini iniettati.

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Covid, Iss: “La variante inglese non ha come target specifico i bambini. Aumento dei contagi in tutte le fasce d’età”

Ci sono ancora molti studi in corso, ma al momento non sembra che la variante inglese – responsabile dell’impennata dei contagi in alcuni paesi europei, in particolare nel Regno Unito, e da alcuni giorni anche in Italia – “abbia come target specifico i bambini, ovvero non li infetta in maniera particolare rispetto agli altri”. Mentre per quanto riguarda le altre varianti, la brasiliana e la sudafricana. “i dati non sono ancora sufficienti a formulare ipotesi”. Sono le comunicazioni degli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) in un aggiornamento delle Faq sulle Varianti del Sars-Cov-2. Rispondendo alla domanda “Le varianti colpiscono in maniera particolare i bambini?”, gli esperti scrivono: “Finora le varianti più preoccupanti non sembrano causare sintomi più gravi in nessuna fascia di età“.

La malattia Covid, si legge, “si presenta con le stesse caratteristiche e i sintomi sono gli stessi di tutte le altre varianti del virus. In termini di trasmissibilità la variante ‘inglese’ manifesta un aumento per tutte le fasce di età, compresi i bambini“. Nella sezione “Speciale COVID-19: Varianti del virus”, l’Iss risponde a molte domande dei cittadini in materia, dal funzionamento del monitoraggio delle mutazioni in Italia alla capacità di protezione dei vaccini sulle varianti, fino a quali sono i test oggi utilizzati per individuarle. La variante inglese dimostra una capacità di diffusione più con il conseguente aumento di contagi e in questi giorni si moltiplicano le segnalazioni in Centro Italia: Abruzzo, Umbria, Marche.

“Attenzione alle scuole con questa nuova variante molto più contagiosa” scrive su Twitter il virologo Roberto Burioni, docente dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, postando un articolo pubblicato online su ‘The British Medical Journal‘. Nel testo, in cui viene riportato anche il commento di Burioni, si evidenzia un aumento dei contagi Covid-19 tra i bambini in Italia e in Israele, forse – ma è ancora da dimostrare – legato alla diffusione della variante inglese di Sars-CoV-2, più trasmissibile.

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Covid, Locatelli (Cts) a Sky Tg24: “Entro giugno avremo almeno 20 milioni di persone vaccinate”

“La disponibilità di vaccini anti-Covid entro il mese di giugno è quantificabile nell’ordine più o meno delle 40 milioni” di dosi. Così Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità, ospite a “Buongiorno” su Sky TG24. Locatelli poi fa un rapido calcolo: “Quindi dovremmo arrivare largamente a una cifra importante di persone che vengono a essere vaccinate. Siamo nell’ordine dei 20 milioni di persone almeno per il mese di giugno”.

Il presidente del Cts continua: “Abbiamo avuto 2 milioni di dosi a gennaio – ricorda – e parlando solo dei vaccini per ora approvati avremo 4 milioni per febbraio, 8,3 per marzo e poi 25 milioni per il trimestre successivo. È chiaro che, se arriveranno ulteriori dosi di vaccini o ci saranno vaccini che verranno approvati, questo numero si può incrementare. Oggi questi sono i numeri rispetto ai tre vaccini Pfizer/BioNTech, Moderna, AstraZeneca e in funzione di quella che è la previsione di fornitura”.

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Scontro Ue Astrazeneca, l’ad Pascal Soriot si siede al tavolo virtuale con Bruxelles. “Ma soluzioni proposte sono ancora vaghe”

Alla fine con la richiesta a muso duro dell’eliminazione del segreto dei contratti e la minaccia di un registro doganale per l’export dei vaccini Pascal Soriot, l’amministratore di Astrazeneca che ha fatto infuriare la Commissione europea, si è seduto al tavolo dell’incontro virtuale convocato d’urgenza dalla Commissione europea per discutere dell’escalation di tagli annunciati dal colosso anglo svedese del numero di dosi opzionate dall’Europa. Uno scontro durissimo che si è acceso sul liminare dell’approvazione da parte dell’Agenzia europea del farmaco (Ema) del composto sviluppato dall’Università di Oxford con il contributo della Irbm di Pomezia.

Ebbene il top manager avrebbe cominciato a parlare di possibili soluzioni come riferisce Giuseppe Ruocco, segretario generale del ministero della Salute, che siede per l’Italia nel comitato direttivo sui vaccini composto da Commissione europea e Stati membri, in un colloquio con il Corriere della Sera. AstraZeneca “ha cominciato a parlare di possibili soluzioni per aumentare la disponibilità di dosi dopo la metà di marzo, ma sono ancora troppo vaghe; si proseguirà a lavorare congiuntamente”. Secondo Bruxelles è falso, a differenza di quanto dichiarato da Soriot ad alcuni quotidiani, che ci siano problemi in alcuni stabilimenti europei. Piuttosto c’è il sospetto che – complice la Brexit – si stia favorendo il Regno Unito, travolto dai contagi causati dalla variante inglese.

“Bisogna avere certezze per poter stabilizzare la nostra pianificazione delle vaccinazioni – dice Ruocco – tenendo anche conto che tra la prima dose e il richiamo possono passare, secondo l’azienda, in attesa dello schema ufficiale che sarà fornito solo con l’autorizzazione, fino a 12 settimane“. In merito al numero di dosi che sarebbero a disposizione dell’Italia, Ruocco ritiene che “i dati che l’azienda ha fornito sono fino a metà marzo, mentre non ha confermato l’ultimo scaglione di marzo, lasciando intravvedere però una prospettiva di aumento. Non sappiamo ancora se la fornitura delle dosi tagliate sarà completata nel secondo trimestre oppure oltre“. Come nel caso di Pfizer il contratto è stata firmato sulla base di consegne trimestrali.

Per l’Italia quindi la prospettiva sarebbe quella di ricevere 2,3 milioni di dosi per il mese di febbraio e 1,85 milioni per le prime due settimane di marzo, che potrebbero arrivare a 3 milioni a fine mese. Il Regno Unito invece sta ricevendo le dosi in modo regolare e secondo Soriot è dovuto al fatto che Londra abbia firmato tre mesi prima il contratto con la multinazionale. In realtà una prelazione era stata firmata il 21 maggio dell’anno scorso per 30 milioni e solo il 23 novembre era stato firmato un accordo per altre 70 milioni di dosi, mentre il contratto con l’Unione europea è stato finalizzato tra il 14 e il 28 agosto. Astrazeneca come del resto Biontech, è stata finanziata con 336 milioni (non tutti ancora erogati) per aiutare il gruppo farmaceutico.

Il via libera dell’Ema è atteso a breve, al massimo domani. Il contratto prevede quattro siti produttivi: uno in Belgio, uno in Germania e due in Gran Bretagna, anche se a novembre Soriot e il suo vice che, attraverso una rete di 20 centri di produzione sparsi nel mondo, sarebbe stato possibile sfornare nel 2021 da 100 a 200 milioni di dosi al mese per il mercato internazionale. Il taglio annunciato non sembra giustificabile con problema in un singolo impianto. L’Ue si sta dunque organizzando con le autorità belghe – come riporta La Repubblica – per fare un’ispezione. Intanto il 4 gennaio l’India ha annunciato il blocca per tre mesi l’esportazione delle dosi prodotte con Astrazeneca – prima che il vaccino fosse approvato – per destinarle tutte al mercato interno. Ma il Sudafrica che, dopo Argentina e altri paesi, ha approvato il vaccino attende proprio dall’India il primo milione di dosi come riferito dal ministro della Sanità Zweli Mkhize, lunedì 1 febbraio.

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AstraZeneca smentisce media tedeschi: “Non è vero che il nostro vaccino è efficace all’8% negli over 65”

“I report secondo cui l’efficacia del vaccino AstraZeneca/Oxford è dell’8% negli adulti di età superiore ai 65 anni sono completamente errati“. Un portavoce di Astrazeneca smentisce seccamente quanto scritto da alcuni media tedeschi, come Bild e Handelsblatt, che riportavano valutazioni di fonti governative sulla ridotta efficacia del suo vaccino, messo a punto con l’Università di Oxford, sugli over 65.

“Nel Regno Unito, il Jcvi (Joint Committee on Vaccination and Immunisation, ndr) ha supportato l’uso” del vaccino “in questa popolazione – sottolinea AstraZeneca – e l’Mhra“, l’agenzia del farmaco britannica che ha già approvato il trattamento e lo sta somministrando ai suoi cittadini, “ha incluso questo gruppo senza aggiustamento della dose nell’autorizzazione per la fornitura di emergenza”. “A novembre – ricorda infine il gruppo farmaceutico – abbiamo pubblicato dati su The Lancet che dimostrano che gli anziani hanno mostrato forti risposte immunitarie al vaccino, con il 100% che produceva anticorpi specifici” contro la proteina Spike del coronavirus Sars-CoV-2 “dopo la seconda dose”.

Il vaccino elaborato da AstraZeneca dovrebbe ricevere il via libera dell’Agenzia europea del farmaco il 29 gennaio, ma l’azienda ha già comunicato che le prima quantità consegnate nell’Ue saranno inferiori al previsto, a causa di un problema tecnico, ma ha garantito che “milioni di dosi saranno consegnate a febbraio e marzo”. Una riduzione della capacita produttiva che inevitabilmente richiederà una rimodulazione della campagna vaccinale. Secondo quanto riferito dal commissario Domenico Arcuri, la prima consegna del vaccino, se otterrà l’approvazione dell’Ema, dovrebbe essere fatta il 15 febbraio. Le altre due consegne sarebbero invece previste per il 28 febbraio e il 15 marzo.

Come è noto il candidato vaccino sviluppato dal prestigioso ateneo britannico era in pole position per l’approvazione già nel 2020. Ma il “pasticcio” della dose e mezza somministrata per un caso ad alcuni volontari (che si è rivelata più efficace rispetto alle due dosi previste dal protocollo) ha imposto ai ricercatori di implementare quei dati per validare i risultati che mostravano una efficacia al 90%. Il vaccino è stato approvato in Gran Bretagna a fine dicembre e in altri paesi più avanti proprio nella modalità della doppia dose, meno efficace ma testata su un numero sufficiente di persone per essere approvata dall’ente regolatore inglese Mhra (Medicines and Healthcare products Regulatory Agency). Il composto è sviluppato con la tecnica del vettore virale.

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Covid, reazioni allergiche: Polietilenglicole (Peg) sotto sorveglianza. “Usato in dentifricio e shampoo ma prima volta in un vaccino”

Le reazioni allergiche possono rappresentare un problema dei nuovi vaccini anti-Covid a base di Rna, quelli prodotti dalla Pfizer-Biontech e da Moderna. Anche se i dati che abbiamo in nostro possesso sono ancora pochi, le reazioni allergiche sembrano essere più frequenti di quelle che possono scatenare un qualsiasi altro vaccino. “Se con un qualsiasi vaccino il rischio anafilassi è pari a circa 1 caso su un milione, il vaccino della Pfizer-BioTech sembra avere un tasso di incidenza maggiore”, dice Gianenrico Senna, presidente della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (Siaaic). “Almeno stando ai dati iniziali: negli Usa sono state registrate 11,1 reazione anafilattiche per un milione, mentre in Italia su circa 250mila vaccinati si è registrato 1 caso di anafilassi”, aggiunge, precisando comunque che si tratta di dati ancora preliminari che non consentono di trarre conclusioni definitive. Quello che però sappiamo è che le reazione allergiche al vaccino continuano a essere molto rare e, con un’adeguata organizzazione, possono essere gestite serenamente.

I benefici della vaccinazione superano quindi di gran lunga i rischi, per il momento molto bassi, di reazioni avverse. La Siaaic rassicura il popolo degli allergici, sottolineando che possono sottoporsi tranquillamente al vaccino anche coloro che sono gravemente allergici ad alimenti, al lattice, ai farmaci orali e ai veleni. Indicazione, questa, ribadita qualche giorno fa da un team di ricerca americano guidato da scienziati della Divisione di Reumatologia, Allergia e Immunologia del Massachusetts General Hospital, che hanno collaborato con i colleghi della prestigiosa Scuola di Medicina dell’Università di Harvard, del Brigham and Women’s Hospital, del Centro Medico dell’Università del Texas Sudoccidentale e della Scuola di Medicina dell’Università di Washington, in uno studio pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology: In Practice. Gli scienziati sostengono infatti che “le reazioni allergiche ai vaccini sono rare, con un tasso di circa 1,3 per 1 milione di persone”, e ritengono “che le reazioni allergiche ai vaccini anti -Covid di Pfizer-BioNTech e Moderna avranno un tasso di insorgenza altrettanto basso”.

A destare preoccupazione è una sostanza in particolare, il polietilenglicole o Peg, contenuto nei vaccini a base di Rna. “Il Peg non è mai stato utilizzato in un vaccino approvato, ma si trova in alcuni farmaci che annoverano l’anafilassi tra i potenziali effetti collaterali rari”, dice Senna. Questa condizione provoca eruzioni cutanee, pressione sanguigna precipitosa, mancanza di respiro e battito cardiaco accelerato. Questo implica che alcuni pazienti precedentemente esposti alla sostanza potrebbero avere alti livelli di anticorpi contro il Peg, il che si traduce nel rischio di una reazione anafilattica. Ma i Peg sono utilizzati in prodotti di uso quotidiano, come dentifricio, shampoo, ammorbidenti, solventi e molti altri. Diversi esperti notano che la quantità di Peg nei vaccini a mRNA è decisamente inferiore rispetto alla maggior parte dei farmaci in cui è presente la sostanza. “Non sappiamo infatti in che modo il Peg può innescare reazioni allergiche e per questo sono attualmente in corso studi”, dice Senna. Così come sono allo studio test per individuare le persone allergiche al Peg. “I test stessi potrebbero essere pericolosi, per cui dobbiamo fare molta attenzione”, dice Senna.

Per vaccinarsi in completa sicurezza sarebbe bene attrezzarsi a ogni evenienza. “Dopo il vaccino bisogna rimanere sotto osservazione dai 15 ai 30 minuti”, raccomanda Senna. “In questo modo si possono intercettare tempestivamente i rari casi di anafilassi e intervenire subito con l’adrenalina”, aggiunge. Per cui non avrebbe alcun senso rifiutare la vaccinazione a priori. “Coloro che avessero dubbi dovrebbero rivolgersi a uno specialista”, suggerisce l’esperto. Le uniche persone a cui al momento è sconsigliata la vaccinazione rientrano in specifiche categorie. “È sconsigliata alle persone che hanno avuto pregresse reazioni allergiche ai vaccini; chi soffre di mastocitosi, malattia rara a rischio di anafilassi anche spontanee; e chi soffre di anafilassi idiopatica, una forma di anafilassi della quale non è possibile identificare una causa”, dice Senna. Per tutti gli altri – compresi gli allergici ad alcuni cibi o animali – via libera. “Ricordiamoci bene che le reazioni allergiche rimangono un’eventualità molto rara e, anche nei casi di reazioni gravi, si può prevenire il peggio con un’attenta organizzazione delle vaccinazioni”, conclude Senna.

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Vaccino anti-Covid, l’Italia supera le 865mila dosi somministrate. Solo 3 Regioni hanno utilizzato meno della metà delle fiale

L’ultimo aggiornamento, ancora parziale e riferito alle 22.52 del 13 gennaio, della campagna vaccinale porta a 868.615 le persone che hanno ricevuto la prima dose di Pfizer-Biontech. Le donne vaccinate sono 542.012 e 326.603 gli uomini. Gli operatori sanitari e sociosanitari a cui è stato somministrato la dose sono 669.730, mentre 131.206 persone appartengono al personale non sanitario e 67.679 sono gli ospiti delle Rsa. L’Italia ha quindi utilizzato finora – ma i dati affluiranno ancora nel corso della donna e nella prima mattinata del 14 gennaio – il 61,8% delle 1.406.925 dosi consegnate.

La regione che in termini assoluti ha vaccinato più persone è la Lombardia, con 121.589 dosi iniettate. Segue l’Emilia-Romagna con 93.008 e poi tre regioni – Campania, Lazio e Veneto – hanno oltre 80mila persone immunizzate. In termini percentuali, invece, è sempre la Campania l’area leader del Paese con l’85,4% delle fiale utilizzate. Veneto, Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna superano il 70%. Tutte le regioni superano la metà delle dosi già somministrate, a parte Provincia di Bolzano (46%), Basilicata (41,6%) e Calabria (35,5%).

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Immunità e varianti, due domande cruciali sul Covid-19

Quando e come finirà la pandemia di Covid-19 attualmente in corso? Le epidemie finiscono quando la popolazione raggiunge un certo livello di immunità a causa del vaccino o del contagio. Non è facile stimare esattamente il livello di immunità di popolazione necessario, perché alcuni fattori che concorrono a determinarlo non sono noti con certezza: ad esempio quanto sia ampia la variabilità genetica nella suscettibilità al contagio. Ciononostante la stima più o meno accettata nella comunità scientifica è che per fermare l’epidemia sia necessaria l’immunizzazione di almeno il 60% della popolazione.

Nel corso dell’epidemia sono stati sollevati dei dubbi sull’effettiva validità di questo tipo di stime per due ragioni: che l’immunità ottenuta attraverso la malattia o il vaccino sia di durata e intensità insufficiente a prevenire le reinfezioni (rare reinfezioni sono state documentate); e che le possibili mutazioni del virus possano rendere inutile l’immunità acquisita.

Entrambe questi possibili problemi sono stati però sopravvalutati, nel clima di panico generalizzato che si è diffuso intorno al Covid-19, quasi che questa fosse la prima o la peggiore pandemia che l’uomo ha affrontato nella sua storia. E’ stato praticamente dimenticato che l’influenza spagnola del 1918 ha registrato una letalità compresa tra il 5 e il 10%, dieci volte superiore a quella del Covid-19, o che la letalità del vaiolo ha oscillato in diverse epidemie tra il 2% e il 40%, o che il morbillo in popolazioni non immuni ha registrato letalità e mortalità fino al 25%, come accadde ad esempio nell’epidemia delle isole Fiji del 1875.

Due studi molto recenti danno indicazioni importanti. Il primo, pubblicato sulla rivista Science pochi giorni fa, misura la durata dell’immunità in malati guariti fino ad 8 mesi fa (ed essendo il Covid-19 una malattia di insorgenza recentissima è difficile andare più indietro nel tempo) e conferma che una valida immunità persiste per tutto il tempo considerato senza affievolirsi.

Gli autori non si sono limitati a studiare il calo nel tempo degli anticorpi specifici, già osservato e documentato, ma hanno misurato la persistenza nel tempo delle cellule della memoria immunitaria, i linfociti B e T specifici per il Covid-19, ed hanno dimostrato che le componenti della difesa immunitaria hanno variazioni temporali diverse e che i linfociti B specifici per il Covid-19 addirittura aumentano anziché diminuire nell’intervallo di tempo considerato.

Questo comportamento del nostro sistema immunitario non è inatteso: è invece più o meno comune nelle sue linee generali per qualsiasi malattia infettiva. Ad esempio nella pandemia di influenza del 2009 la letalità fu bassa perché gli anziani erano scarsamente colpiti dalla malattia e fu possibile dimostrare che questa selettività era dovuta all’immunizzazione da loro conseguita nel corso di epidemie influenzali precedenti, avvenute fino al 1960: la memoria immunitaria aveva resistito per oltre cinquant’anni!

Questa osservazione ci porta alla seconda domanda: in quale misura le mutazioni del virus possano vanificare o aggirare la memoria immunitaria. E’ ben noto che le epidemie annuali di influenza si verificano a causa delle mutazioni virali: ogni anno il ceppo virale prevalente è diverso da quello dell’anno precedente, contro il quale gran parte della popolazione si è immunizzata. Ciononostante, il virus influenzale dell’anno in corso e quello degli anni precedenti non sono così completamente diversi da vanificare completamente l’immunità di popolazione come accadde nel 2009, e si stima che in media in ogni epidemia annuale di influenza sia parzialmente immune più della metà della popolazione.

Uno studio attualmente in fase di pre-pubblicazione analizza le varianti genetiche del Covid-19 finora emerse e suggerisce che anche per questo virus si verifichi lo stesso fenomeno: ovvero la maggioranza delle varianti virali continua ad essere riconosciuta dagli stessi anticorpi e soltanto per una delle varianti finora emerse si osserva una riduzione molto significativa dell’immunizzazione.

In ultima analisi queste pubblicazioni confermano che la pandemia in corso si comporta come tutte le pandemie del passato, ed ha anzi una letalità inferiore a molte di quelle (attualmente stimata intorno allo 0,7% dei casi, con grande variabilità in relazione all’età media della popolazione colpita). La gravità della pandemia è data dalla novità del virus, a causa della quale l’intera popolazione è potenzialmente suscettibile, fatta salva la variabilità genetica nella risposta all’infezione. Gli anziani, che nel caso delle epidemie causate da virus già noti sono spesso parzialmente protetti, risultano completamente suscettibili al Covid-19 e quindi particolarmente a rischio a causa della ridotta riserva funzionale dei loro organi, fisiologica per l’età.

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