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Giletti contro De Luca: “Solo chiacchiere e distintivo. Vada negli ospedali e non predichi dietro una scrivania comoda dicendo cazzate”

Doppio intervento di Massimo Giletti nei confronti del presidente della regione Campania Vincenzo De Luca nel corso dell’ultima puntata di Non è l’Arena (La7). Prima facendo i conti in tasca alla sanità campana e accusando De Luca di non dire la verità sui fondi effettivamente a disposizione: “Lei governa una regione importante per questo paese, dovrebbe dire la verità, invece è solo chiacchiere e distintivo”. Poi sul tema della scuola: “La scuola ci permette di formare quelli che saranno i dirigenti di questo Paese, tenere a casa ai ragazzi è un danno enorme che facciamo a loro e a tutto il Paese. Basta con chi ha successo con frasi inutili, chi amministra un Paese dovrebbe stare zitto e andare negli ospedali a vedere cosa non funziona. Non a predicare dietro una scrivania comoda dicendo cazzate!”

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Zone rosse, Regioni cambiano ancora idea: dalle accuse di “dirigismo” al governo alla richiesta di “misure nazionali”. E adesso premono per cambiare colore

A inizio ottobre l’accusa al governo di voler legare le mani alle Regioni vietando ordinanze più permissive di quelle nazionali, poi l’appello per varare regole “uniformi in tutto il Paese”. Subito dopo la protesta contro le tre zone di rischio, bollate come un meccanismo che “esautora” il ruolo dei governatori. E ora il pressing al ministero della Salute per “liberare” le singole province in cui il contagio sta rallentando. Mettendo in fila le dichiarazioni rilasciate da molti presidenti di Regione nel corso dell’ultimo mese e mezzo, sembra che ogni due settimane abbiano cambiato strategia nella lotta alla pandemia. O perlomeno che l’abbiano via via adattata in modo opposto ai provvedimenti decisi da Palazzo Chigi. Come Vincenzo De Luca, passato dagli ultimatum ai campani per l’introduzione di un lockdown locale alle bordate contro l’esecutivo dopo che la sua Regione è stata inserita in zona rossa. Ancora più esplicito il lombardo Attilio Fontana, che prima scaricava su Roma la “competenza” per un “eventuale lockdown”, salvo poi parlare di “decisione inaccettabile” quando i dati lo hanno imposto per la Lombardia. Non è un caso che a innescare le polemiche siano stati soprattutto i territori che, a detta dei rispettivi governatori, non meritavano le chiusure. Sullo sfondo restano inascoltati i richiami alla “leale collaborazione” del capo dello Stato Sergio Mattarella , che proprio oggi ha chiesto di evitare polemiche scomposte” dettate da “interessi di parte”.

Decreto del 7 ottobre, le accuse di “dirigismo” – Il valzer di giravolte della seconda ondata, è iniziato il 7 ottobre, quando il governo ha approvato il decreto legge che, tra le altre cose, ha reintrodotto il divieto per le Regioni di allentare le misure rispetto a quelle adottate in tutto il Paese. È “anacronistico pensare a provvedimenti rigidi come i binari di un treno”, ha subito tuonato Luca Zaia, sostenuto dagli altri governatori di centrodestra. “Questo dirigismo è il segno manifesto di una sfiducia nelle Regioni“. Il presidente del Veneto ha quindi ricordato che in tema di sanità gli enti locali hanno “una competenza quasi esclusiva“. È deciso a rivendicarla pure il friulano Massimiliano Fedriga, secondo cui “è fondamentale che i territori vengano ascoltati ed è altrettanto chiaro che dobbiamo tenere seriamente monitorata la situazione per fare degli interventi mirati ove ce ne fosse bisogno”. Tra i governatori del Nord non è da meno il piemontese Alberto Cirio: il 20 ottobre emana un’ordinanza per imporre la didattica a distanza alle superiori, in modo tale da “evitare un lockdown generalizzato“. Spirlì in Calabria sostiene che “a valutare cosa è necessario fare devono essere i singoli territori“.

Il caso De Luca – Anche De Luca inizialmente sembra propenso a muoversi in autonomia. A fine settembre emana la “penultima ordinanza prima di chiudere tutto”, imponendo tra le altre cose il divieto di vendere alcolici da asporto dopo le 22. Due settimane dopo ferma le lezioni in presenza in tutte le scuole, provocando pure le ire della ministra Lucia Azzolina, in una escalation di restrizioni. Fino al 23 ottobre, quando chiede esplicitamente all’esecutivo di varare un lockdown nazionale, specificando che in ogni caso la Campania si sarebbe mossa “in questa direzione a brevissimo“. “Dobbiamo chiudere tutto e dobbiamo decidere oggi, non domani”, insiste. “Siamo ad un passo dalla tragedia“. Parole durissime, pronunciate mentre in tutto il Paese i contagi toccano quota 19mila e si fanno sempre più insistenti le voci di un nuovo dpcm in arrivo dal premier Giuseppe Conte. Nel corso della notte, però, scoppiano le proteste in tutta Italia, con diversi arresti e feriti anche a Napoli. Il giorno dopo De Luca cambia idea. E con lui altri colleghi.

Dpcm del 24 ottobre, parte la richiesta di “regole uniformi” – “In queste condizioni diventa improponibile realizzare misure limitate a una sola Regione, al di fuori di una decisione nazionale”, sostiene De Luca al termine della conferenza Stato-Regioni che si svolge il 24 ottobre. Anche il governatore del Piemonte ora chiede “misure omogenee per aree geografiche”: è necessario “che il governo faccia il governo”. Proprio quel giorno Conte firma un nuovo provvedimento valido in tutta Italia: prevede la didattica a distanza per le scuole superiori anche al 100%, chiusura alle 18 di tutti i ristoranti, bar e gelaterie. Poi stop a palestre, piscine, sale di teatro e cinema. Ma non basta. Nei giorni seguenti il coronavirus continua a correre, così da più parti inizia a rimbalzare l’ipotesi di una nuova stretta. Pure Fontana in Lombardia si allinea alla richiesta di misure uguali per tutti, quindi prese a livello centrale. “La diffusione del virus è uniforme in tutto il Paese”, dice l’1 novembre. “Se i tecnici ci dicono che l’unica alternativa è il lockdown, facciamolo a livello nazionale”. La linea tra i governatori sembra unanime: De Luca si dice d’accordo con il presidente della Conferenza, Stefano Bonaccini, sulla necessità di “misure nazionali per dare segno di unità dei livelli istituzionali“. Un’ipotesi che non è più esclusa nemmeno dall’abruzzese Marco Marsilio e da Zaia in Veneto: “Il governo ci ha abituato ai dpcm, alla luce di tutto questo, le misure che vanno oltre i confini regionali vanno prese a livello nazionale”.

Dpcm del 3 novembre, l’Italia divisa in tre zone – Di fronte all’immobilismo delle Regioni, Palazzo Chigi decide quindi di agire, dividendo il Paese in tre fasce sulla base dei 21 parametri epidemiologici che gli stessi enti locali hanno condiviso con il ministero e l’Iss. Ma Fontana e gli altri fanno un’altra inversione a U. Prima del via libera al dpcm, datato 3 novembre, la Conferenza delle Regioni elabora un documento unanime in cui si legge che “destano forti perplessità e preoccupazione le disposizioni che comprimono ed esautorano il ruolo e i compiti delle Regioni e delle Province autonome, ponendo in capo al Governo ogni scelta e decisione sulla base delle valutazioni svolte dagli organismi tecnici“. Così, otto mesi dopo il caso delle mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo, su cui sta ancora indagando la procura di Bergamo, la discussione tra governo e Regioni è tornata al punto di partenza.

La protesta delle Regioni in lockdown – Non solo. I toni di chi guida le Regioni rosse si inaspriscono: Fontana, che solo due giorni prima non escludeva la serrata totale (assegnando la competenza al governo), parla di uno “schiaffo in faccia alla Lombardia e a tutti i lombardi”, di decisione “incomprensibile” basata su “informazioni vecchie di dieci giorni”. Un refrain a cui si accoda pure Cirio, che accusa la cabina di regia di non tenere conto “del fatto che il nostro Rt è passato da 2,16 a 1,91 grazie alle misure di contenimento adottate”. “Ingiustificabile” è il commento di Spirlì in Calabria. La Campania resta invece in stand-by in attesa della verifica del ministero sui dati forniti dalla Regione. Nel frattempo De Luca chiede in diretta Facebook ai cittadini “di comportarsi come se avessero deciso di chiudere tutto, diamo noi prova di autodisciplina“. Quando però una settimana dopo la Campania viene effettivamente inserita in zona rossa, il governatore sferra un durissimo attacco al governo Conte, invocandone la caduta. “Noi eravamo per chiudere tutto ad ottobre per un mese. Da sempre abbiamo avuto una linea di rigore più degli altri, da soli. Il governo ha fatto un’altra scelta, ha deciso di fare iniziative progressive, di prendere provvedimenti sminuzzati“, dichiara, accusando Palazzo Chigi di aver perso “due mesi preziosi“.

Parte il pressing per “liberare” alcune province – In realtà c’è chi le zone rosse le ha istituite anche senza aspettare il governo. È il caso del governatore dell’Abruzzo Marsilio, che ha deciso di adeguare la propria Regione alle restrizioni più dure prima dell’esito del nuovo monitoraggio della cabina di regia. Lo ha fatto anche la provincia di Bolzano, anche se il presidente Arno Kompatscher ha cambiato idea più volte prima di comprendere la gravità della situazione. La strada per combattere la seconda ondata sembra quindi tracciata, ma da Nord a Sud ora è iniziata l’ultima capriola dei governatori: con il rallentamento dei contagi, fanno sapere fonti di governo, sono partite le pressioni per “liberare” le province meno colpite. Un allentamento delle misure che gli stessi presidenti di Regione non possono prendere dopo che l’esecutivo è stato costretto ad assumersi la piena responsabilità dei lockdown locali. Già il 6 novembre Fontana aveva anticipato di voler chiedere al ministro Speranza, “ove ricorrano le condizioni, che vengano allentati parzialmente i provvedimenti per quei territori che dovessero risultare migliori“. Una fuga in avanti che nelle scorse ore è stata intercettata pure dal ministro degli Affari regionali Francesco Boccia. “Ho la sensazione che ci sia la corsa a chi esce prima dalla condizione di limitata restrizione: se ci stiamo una o due settimane in più non è un problema”, ha dichiarato su La7, ricordando che la questione fondamentale “è uscirne forti e limitando al massimo il numero delle vittime“.

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La7, Briatore: “Noi cafoni della Costa Smeralda stiamo sulle balle a tutti perché non siamo i radical chic di Capalbio”

“Ormai è diventata famosa la mia prostatite, ma non la auguro a nessuno, neanche al presidente della Regione Campania che ci rideva sopra“. Inizia così a “Non è l’arena” (La7) la bordata dell’imprenditore Flavio Briatore a coloro che hanno ironizzato sulla sua malattia, ai media e in particolare a Vincenzo De Luca, che lo scorso mese aveva ironizzato, parlando di “prostatite ai polmoni”.

E rincara: “Quando succede qualcosa a persone che sono vincenti e che hanno fatto delle cose, questa gente le attacca. E così garantisci a queste persone un po’ frustrate e invidiose qualche secondo di benessere. Basti pensare alle critiche ricevute da Alberto Zangrillo. Sono stati insultati medici che hanno salvato centinaia di persone, hanno insultato la sanità lombarda, hanno insultato chiunque. Con questa gente devi passare, lasciare e guardare. E’ gente che vive male, perché, quando tu auguri che succeda qualcosa di brutto a qualcuno, è perché umanamente sei una merda”.

Briatore prende di mira i media e i giornali: “C’è stato un attacco veramente bestiale e vergognoso contro la Sardegna e in particolare contro la Costa Smeralda, dove la discoteca più famosa è il Billionaire, e quindi contro di me. Hanno detto fake news giornalmente. Sicuramente ci sono stati contagi, come in tutte le altre discoteche. Però, come dice Zangrillo, ci sono le discoteche di destra e le discoteche di sinistra. Della costiera romagnola non ha parlato nessuno – prosegue – perché la Sardegna e la Costa Smeralda stanno sulle balle alla gente. In Costa Smeralda c’è un certo tipo di clientela, che non è quella di Capalbio. Quella di Capalbio va bene, perché sono tutti più o meno radical chic e noi invece siamo i cafoni della Sardegna. C’è stato, insomma, un attacco molto molto violento da parte di tutti i media e di tutti i giornali. Poi, quando sono stato male, è aumentato”.

L’imprenditore, infine, rivela di aver chiarito con la virologa Maria Rita Gismondo, che lo scorso 8 agosto in una intervista al Fatto Quotidiano aveva dichiarato: “Mi vanto di non essere mai andata al Billionaire”. Rovente è stata la replica di Briatore al suo indirizzo, ma il 14 agosto hanno chiarito tutto: “Con Rita ci siamo spiegati. E’ stata con me a cena al Billionaire e credo che abbia passato una bellissima serata”.

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Caro governatore De Luca, nessun colpo di grazia a chi dovrà ricostruire: faccia presto!

L’emergenza coronavirus sta letteralmente disintegrando le sicurezze economiche di molte categorie. È un intero circuito che salta e che si trova a fare sacrifici. Da un lato la chiamata ai saccheggi dei supermercati di chi vive senza un reddito può essere la spia di un problema di tenuta sociale, soprattutto nel Mezzogiorno. Dall’altra le preoccupazioni degli industriali di fronte all’incertezza sulla riapertura di tante aziende.

Questo periodo passerà, sicuramente. E quando ne usciremo, dovremo essere noi giovani, forze fresche, insieme alla generazione dei nostri genitori a ricostruire. Nel frattempo questi due attori, che saranno protagonisti, devono essere protetti. Mi permetto una proposta utile, che può dare un po’ di ossigeno immediato. È una esigenza che da qualche giorno, dato che siamo alla fine del mese, molti miei coetanei e le famiglie iniziano ad avvertire.

Caro Vincenzo De Luca: istituisca, come Regione, un bonus che consenta di coprire i canoni di locazione agli studenti universitari campani, fuori regione e non, che sono dovuti rientrare nei comuni di residenza. Si muova con i sindaci, instaurando una solida collaborazione istituzionale e ponendo fine ad un dibattito pieno di polemiche come quello delle ultime settimane. Per evitare che in Campania e nei suoi piccoli centri, tra qualche settimana, ci siano difficoltà serie.

Le famiglie, non avendo un salario o uno stipendio che entra e vivendo già in zone depresse, hanno bisogno immediatamente di soldi per mettere il piatto a tavola. Si inizi da ora. Perché finita l’emergenza e sconfitto il virus, si dovranno adottare delle scelte. Bisognerà elencare delle priorità, perché le risorse saranno scarse. E sarà necessaria tutta l’autorevolezza possibile.

Certo, il coronavirus colpisce tutti ma non diamo il colpo di grazia a chi sarà indispensabile per la ricostruzione. Faccia presto!

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Salerno, perché noi di Italia Nostra non ci arrendiamo sull’ecomostro Crescent

Dopo dieci anni di battaglie giudiziarie che hanno visto Italia Nostra e il Comitato No Crescent presentare circa 30 esposti, dieci ricorsi al Tar, tre ricorsi al Consiglio di Stato (compreso l’attuale) e un processo penale di primo grado finito con l’assoluzione degli imputati e la bocciatura dell’impianto accusatorio che aveva esaminato l’iter della realizzazione sul lungomare di Salerno del complesso immobiliare del Crescent, il 23 dicembre si è saputo che la Procura della Repubblica di Salerno ha richiesto il rinvio a giudizio di 12 imputati a vario titolo tra dirigenti, funzionari del Comune di Salerno rappresentanti di imprese esecutrici e direttori dei lavori dell’opera pubblica/privata.

L’udienza preliminare è stata fissata per il 22 gennaio 2020 dinanzi al Gup del Tribunale di Salerno, dott.ssa G. Pacifico, e l’inchiesta questa volta sembra concentrarsi sull’aspetto idrogeologico e le preoccupazioni espresse dal consulente nominato dalla Procura sulla deviazione del torrente Fusandola.

Italia Nostra ha inoltre depositato al Consiglio di Stato un articolato ricorso in appello che ha, fra l’altro, formulato specifica richiesta di risarcimento dei danni paesaggistico-ambientali per circa 400 milioni di euro a carico delle Istituzioni competenti e dei privati costruttori. Con questo atto, l’associazione fa appello contro la sentenza del Tar che ha respinto la richiesta di annullamento degli atti autorizzativi del Crescent e di tutte le opere di urbanizzazione realizzate grazie ad un Piano Urbanistico Attuativo che ha completamente stravolto e cementificato l’area del Lungomare e della spiaggia di Santa Teresa. Al vaglio del giudice amministrativo questa volta non tanto gli aspetti paesaggistici ma, soprattutto, quelli riguardanti il disastro ambientale avvenuto.

Il Crescent, per chi non avesse seguito la vicenda, è un edificio lungo 300 metri circa, alto quasi 30 metri, realizzato con utilizzo di oltre 150.000 metri cubi di calcestruzzo, comprendente anche una piazza sul lungomare di circa 30mila metri quadrati.

Doveva essere il fiore all’occhiello della sindacatura De Luca e infatti venne incaricato l’archistar Ricardo Bofill di disegnare un edificio a mezzaluna affacciato su una nuova piazza sul lungomare, replicando un modello che era già stato utilizzato sul fronte del porto di Savona.

Da quanto emerge dal nuovo rinvio a giudizio della Procura della Repubblica, questa volta viene contestata la mancata autorizzazione da parte della Regione Campania – Ufficio del Genio Civile di Salerno (ente competente sul demanio delle acque) a deviare con un gomito di 60° e a tombare la parte terminale del torrente Fusandola, che nell’alluvione catastrofica del 1954 causò la morte di più di 100 persone. In altri termini sono stati contestati i gravi reati di cui agli articoli 450, 632 e 633 del codice penale, ovvero pericolo di inondazione, disastro colposo e deviazione di acque e modificazione dello stato dei luoghi.

Infatti, secondo l’esperto della Procura, la tombatura in uno scatolone di cemento della sezione di 5,50m x 1,55m “presenta anche una traversa con soglia tracimabile dell’altezza di circa 90 cm che, riducendo la sezione dell’alveo, funge da ostacolo al deflusso delle acque e, soprattutto, del materiale trasportato dalla corrente”. Inoltre, nella progettazione e realizzazione dell’opera non viene affrontato il problema dell’insabbiamento della foce dovuto al trasporto della sabbia litoranea.

L’associazione e il comitato ricordano che secondo quanto stabilito dalla legge in vigore (il Regio Decreto 523/1904) sono assolutamente vietate opere che possano “alterare lo stato, la forma, le dimensioni e la resistenza degli argini” e che la tombatura “in caso di notevoli precipitazioni atmosferiche […] può provocare l’arresto del flusso a causa di tronchi d’albero, detriti e altri oggetti trasportati dalla corrente che non riescono a superare un tratto della galleria”.

Il moltiplicarsi di piogge torrenziali (e il passato fine settimana ne è un esempio) preoccupano, soprattutto quando ad ogni esondazione corrispondono solo le giaculatorie di amministratori locali che si stracciano le vesti invocando lo stato di emergenza, senza però mettere in atto una seria politica della prevenzione dal rischio idrogeologico. Quello che sembra elementare buonsenso non dovrebbe essere oggetto di lunghe battaglie legali, ma sentire comune e pianificazione urbana responsabile e sostenibile.

Accanto alla gravissima questione del rischio idrogeologico, c’è anche la constatazione dell’arretratezza culturale della nostra classe dirigente, che vede nell’asservimento alla filiera delle tre C – cave, cementifici e costruzioni – la chiave del nostro sviluppo economico e sociale. Evidentemente, De Luca considera il mattone speculativo – settore da sempre facilmente infiltrabile dalle mafie – la cifra qualificante la propria azione di governo, tanto da voler essere sepolto al Crescent, accanto a un ecomostro.

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