Teatro Ridotto, finalmente un libro che tratta dei quarant’anni di storia nella periferia di Bologna

C’è una celebre poesia di Brecht che inizia così: Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?/ Ci sono i nomi dei re, dentro i libri./ Sono stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra? A queste domande sembra rispondere l’amico Walter Benjamin: “E’ compito ben più arduo onorare la memoria delle persone senza nome che non delle persone celebri”.

Nonostante gli sforzi, troppo spesso, anche nei libri degli storici del teatro (a cominciare da quelli del sottoscritto), ricorrono soltanto “i nomi dei re” e latitano le “persone senza nome”. Eppure, nessuna epoca teatrale può esistere, consolidarsi, mutare, tramandarsi senza i tanti, tantissimi ignorati dagli studiosi ma fondamentali al funzionamento di ogni ecosistema culturale. Questo vale anche per i teatri antichi, anzi forse soprattutto per loro, visto che su di essi interveniamo a selezione già fatta dal tempo, per ragioni che non sempre ci è dato di capire.

Prendiamo la Commedia dell’Arte. Salvo isolate eccezioni, continuiamo a parlarne facendo riferimento ai soliti noti, le grandi attrici e i grandi attori che la resero celebre, le poche compagnie primarie che i regnanti e i principi di tutta Europa si contendevano. Ma in realtà, per gli oltre due secoli della sua durata, le compagnie furono centinaia, gli attori diverse migliaia e solo di una parte di essi abbiamo notizia.

Anche per queste ragioni è da salutare con grande favore l’uscita di Le sette vite del Teatro Ridotto-Quarant’anni ai confini del teatro (Editoria&Spettacolo, 2026), libro collettivo curato da Marcello Gallucci. Perché restituendoci con dovizia di informazioni e testimonianze appassionate la vicenda di una piccola realtà teatrale della periferia bolognese, Il Teatro Ridotto, e mostrandocene la funzione essenziale che ha svolto e continua a svolgere in quel territorio, rappresenta anche, in qualche modo, una lezione di metodo.

Il Teatro Ridotto è stato, ed è ancora, le due persone che lo hanno fondato nel 1983: l’attrice Lina Della Rocca e il regista Renzo Filippetti, scomparso nel gennaio 2021. Due personaggi unici, come ogni essere umano del resto, e, contemporaneamente, espressione tipica di un’epoca in cui al teatro si arrivava in modi inconsueti rispetto al passato, senza una formazione specifica o una vera e propria vocazione, ma trasportandovi urgenze, passioni, inquietudini coltivate fuori e prima.

A cominciare dalla politica, almeno nel caso di Filippetti, che nel ’77 a Roma faceva già teatro ma soprattutto militava nel gruppo extraparlamentare di Lotta Continua. Fra l’altro, fu così che egli conobbe l’amico Erri De Luca, diventato in seguito un famoso scrittore, e allora dirigente nazionale di quel gruppo (nel volume si può leggere un suo intervento).

Lina Della Rocca, invece, arriva al teatro dopo un seminario con Ryszard Cieślak, mitico attore di Grotowski. Siamo a Bologna, dove si è trasferita con Renzo, conosciuto a Roma anni prima. Così la descrive Clelia Falletti in un’intervista del libro: “Era l’82, aveva ventotto anni, era una signora con un bambino e un impiego alla Fiera di Bologna”. Ma le vie al teatro erano infinite a quei tempi. E l’anno dopo Lina risulta cofondatrice del Teatro Ridotto, insieme a Renzo. Sono basati nella periferia nord di Bologna a Lavino di Mezzo. Qui otterranno una sede più adeguata nel 1995, con una piccola sala dove si poteva stipare a fatica un centinaio di spettatori.

Con il nuovo nome di Casa delle Culture e dei Teatri, questo punto minuscolo, quasi impercettibile, sulla mappa ricca di realtà artistiche forti della provincia emiliana, riesce a realizzare cose a prima vista impensabili. Come mettere insieme Università (allora retta da Fabio Roversi Monaco, da poco scomparso), Comune, Provincia e Regione per organizzare progetti estremamente impegnativi, anche dal punto di vista finanziario: una sessione dell’International School of Theatre Anthropology nel 1990; e poi un progetto che riportò Grotowski a Bologna per un mese, strappandolo al suo eremo toscano, un anno prima della morte, nel 1997; seguito l’anno successivo da una presenza analoga dell’Odin Teatret. In entrambi i casi le iniziative culminarono con il conferimento della laurea honoris causa in Dams ai due registi.

Grazie alla caparbietà visionaria di Renzo e alla dedizione incrollabile di Lina, questo spazio è stato il porto sicuro per registi e attori già nella storia, come Grotowski e Barba appena citati, Iben Nagel Rasmussen e Torgeir Wethal, figure allora emergenti come Pippo Delbono, Armando Punzo, Cesar Brie, compagni di strada del Terzo Teatro come Pino Di Buduo o Roberto Bacci.

Ma non solo teatro e non solo Occidente. Poeti e scrittori amati come Tonino Guerra e Erri De Luca, tanti attori sudamericani, musicisti di ogni provenienza, i grandi tamburi coreani, il Kathakali indiano, le danze balinesi. E, sempre di più, gruppi giovani e giovanissimi, con progetti dedicati e lunghe residenze.
Dopo la morte di Renzo, Lina è rimasta sola alla guida del teatro, irriducibile come sempre.

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