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Moby Prince, la missione di familiari e partiti: “L’opinione pubblica deve avere una verità. Ora serve una seconda commissione d’inchiesta”

“Estrema amarezza, un fatto gravissimo”. Con queste parole Luchino Chessa, figlio del comandante del Moby Prince, Ugo, e presidente dell’associazione dei familiari delle vittime “10 aprile,” commenta la decisione dello scorso 2 novembre del tribunale civile di Firenze che ha negato il risarcimento dello Stato ai familiari dei 140 che la notte del 10 aprile 1991 persero la vita a bordo del traghetto, in seguito alla collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto di Livorno. Prescrizione, questo si legge nel provvedimento del giudice che non ha tenuto conto di quanto emerso dalla commissione d’inchiesta parlamentare del Senato, che per due anni ha lavorato per fare luce sulla strage del Moby Prince. Per il giudice della corte fiorentina infatti le conclusioni dell’organo parlamentare sono da ritenersi “un atto politico che non supera quanto è stato già accertato a livello penale”.

Secondo Chessa però “le risultanze della commissione parlamentare d’inchiesta sono state veramente importanti per quanto riguarda la storia del Moby Prince, perché ribaltano completamente le verità processuali“. E continua: “Questo significa vanificare tutte le commissioni parlamentari d’inchiesta. Pensiamo alla commissione Moro, alla commissione Alpi, Ustica. Ce ne sono tante, allora non ha più senso nulla. È davvero molto grave quello che è stato detto e scritto”. Gli fa eco Loris Rispoli, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime “140” e fratello di Liana Rispoli, morta a bordo del traghetto: “Tutte le cose che abbiamo detto e che non sono uscite dal tribunale di Livorno sono state verificate dalla commissione d’inchiesta. Che ci siano responsabilità lo dimostra anche un altro atto trovato dalla commissione e non dalla magistratura del primo processo – sottolinea Rispoli – un documento assicurativo firmato due mesi dopo la tragedia, in cui Navarma e Snam si lavavano le mani l’una con l’altra. Una tragedia come questa, una strage, non può andare in prescrizione perché oggi sappiamo grazie al lavoro della commissione che ci sono delle responsabilità”.

L’appello dei familiari per non far calare il silenzio su quella che resta la più grave strage della marineria italiana in tempo di pace è stato recepito dal Comune di Livorno all’unanimità grazie all’iniziativa di Aurora Trotta, consigliera di Potere al Popolo, la più giovane tra gli eletti: “La trasversalità che si è dimostrata tramite questa comunicazione è stata chiara e questo è stato un segnale importante e deciso che ha anche mobilitato alcuni rappresentanti del Parlamento” spiega Trotta che propone anche la creazione di una commissione specifica consiliare a Livorno “che potrebbe essere un piccolo contributo dal basso a quella già chiesta”.

I deputati del Partito Democratico, Andrea Romano e Andrea Frailis, hanno infatti presentato una proposta di legge per l’istituzione di una nuova commissione d’inchiesta, questa volta bicamerale: “Non può passare l’idea che nessuno sia colpevole e soprattutto che i familiari delle vittime non possano avere alcuna forma di risarcimento, né che l’opinione pubblica non possa avere alcuna forma di verità”. E per quanto riguarda la sentenza del tribunale di Firenze afferma: “Io trovo molto discutibile l’affermazione secondo cui le conclusioni della prima commissione parlamentare d’inchiesta sono di carattere politico. Il Parlamento, lo sappiamo, con le commissioni d’inchiesta assume poteri analoghi a quelli della magistratura in molti casi e in ogni caso il Parlamento italiano rappresenta la nazione italiana. È necessario avere maggiore rispetto da parte di chiunque, magistratura compresa, nei confronti di tutto il lavoro della commissione”.

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I privilegi di Gibilterra appesi all’accordo su Brexit: dal nodo dei pendolari spagnoli al contrabbando

Il pericolo reale di un no deal tra Unione Europea e Regno Unito incombe anche sulle relazioni tra Spagna e Gibilterra. La piccola colonia britannica si prepara a diventare dal primo gennaio il confine sud del vecchio continente, con gravi effetti collaterali sull’economia di entrambi i lati del cosiddetto “cancello”. Il tema è destinato a restare in secondo piano rispetto ai negoziati principali, ma le parti interessate stanno cercando di limitare i danni.

Senza un accordo sulla Brexit, non può esistere un compromesso sulle questioni più spinose che riguardano il futuro di Gibilterra, come l’accesso al mercato unico. La Spagna continua a discuterne personalmente con il Regno Unito e ha diritto di veto sulle decisioni prese da Londra e Bruxelles sulla questione. Dalla sua, può contare sul favore della popolazione locale: oltre il 96% dei gibilterrini ha votato per il remain nel 2016 e nessuno ha intenzione di abbandonare i privilegi di cui gode. Il territorio britannico d’oltremare è diventato rapidamente un paradiso fiscale dall’entrata della madrepatria nella comunità europea. Fa parte del mercato unico, ma non dell’unione doganale e i suoi beni e servizi sono venduti a prezzi più competitivi anche perché senza Iva.

Ora tutto questo rischia di andare perso e gli effetti penalizzerebbero Gibilterra, che perderebbe il 4% del suo Pil, e la zona della provincia di Cadice che si trova a stretto contatto, secondo uno studio del Real Instituto Elcano. Circa 10mila spagnoli, infatti, lavorano oltreconfine e contribuiscono a risollevare l’economia di un’area dell’Andalusia fortemente colpita dalla disoccupazione (oltre il 30%). Per evitare questi disagi, Spagna e Regno Unito hanno raggiunto degli accordi racchiusi in quattro memorandum. Il più importante rende l’accesso dei lavoratori alla colonia più facile e conferma i loro diritti, per esempio in tema di pensioni.

Ci sono poi altri punti importanti che riguardano l’aumento del prezzo del tabacco, per disincentivare il contrabbando, e un patto fiscale che porterebbe a un maggiore controllo su riciclaggio e attività illecite. Il mercato unico resta invece una chimera: “Abbiamo pensato che lo scoglio sarebbe stato la Spagna però in realtà ne abbiamo altri due: la mancanza di un accordo tra Ue e Regno Unito e, nel caso venga raggiunto, che il Regno Unito si rifiuti di ampliare quello su Gibilterra. L’ago della bilancia è rappresentato dal mercato unico”, afferma Marcos Lema, giornalista che ha studiato approfonditamente le relazioni tra la Spagna e il suo vicino.

Madrid ha offerto a Gibilterra non solo di restare nel mercato comunitario, ma anche di far parte dell’unione doganale e dell’area Schengen. Sul piatto, però, vorrebbe sollevare una discussione su questioni care al governo spagnolo, come la gestione compartita dell’aeroporto e la giurisdizione sulle acque territoriali, che il Regno Unito ha più volte reclamato. “Se ci fosse un accordo sul mercato unico e sull’unione doganale, non potrebbe essere rivelato prima della chiusura delle trattative con l’Ue, perché rappresenterebbe un precedente dannoso per il tema del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Al Regno Unito non conviene dividere il proprio mercato interno”, sostiene Lema.

Di fronte a un mancato accordo, la paura è che si possa tornare a una situazione simile a quella vissuta tra il 1969 e il 1982. In quegli anni, l’Onu si espresse su Gibilterra considerandolo un “territorio in attesa di decolonizzazione” secondo il principio di integrità territoriale, che favorirebbe il ritorno della colonia britannica sotto il controllo spagnolo. Francisco Franco sfruttò la risoluzione per ridiscutere la sovranità del territorio, ma di fronte al silenzio del Regno Unito decise di chiudere il confine. Come Lema, in molti pensano che quella decisione contribuì alla crisi economica che affligge la provincia di Cadice e alla proliferazione di fenomeni come il narcotraffico e il contrabbando.

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Emendamento Leu e Pd: prelievo progressivo sui grandi patrimoni. Via Imu e imposta bollo, risparmi per ricchezze fino a 500mila euro

Un unico prelievo, fortemente progressivo, al posto delle tante micro patrimoniali “nascoste” che colpiscono immobili e risparmi, dall’Imu sulla seconda casa all’imposta di bollo su conti correnti e deposito titoli. In più, un contributo una tantum sui grandissimi patrimoni per fronteggiare l’emergenza sanitaria. E’ quello che prevede l’emendamento di Liberi e Uguali alla legge di Bilancio che riscrive il sistema della tassazione patrimoniale. Verrà presentato in queste ore, dopo aver raccolto anche il sostegno di esponenti esterni. In sostanza il nuovo regime fiscale si tradurrebbe in un risparmio significativo per chi possiede ricchezze fino a 500mila euro. Nel calcolo vengono inclusi gli immobili, tolto però il valore residuo del mutuo e le altre passività finanziarie. I Comuni verrebbero compensati del mancato gettito Imu con un apposito fondo di solidarietà.

Più nel dettaglio la proposta propone un prelievo dello 0,2% su basi imponibili comprese tra 500mila e un milione di euro. L’aliquota sale allo 0,5% per patrimoni compresi tra 1 e 5 milioni di euro. Secondo le prime simulazioni, considerando i prelievi cancellati dall’emendamento, il nuovo regime fiscale inizierebbe ad avere un impatto significativo sopra i 10 milioni di euro. Tra i 5 e i 50 milioni l’aliquota sale infatti all’1% e raddoppia oltre i 50 milioni. Per i grandissimi patrimoni, sopra al miliardo di euro, è previsto un prelievo straordinario, limitato al solo 2021, del 3%, fondi che verrebbero destinati alla lotta alla pandemia e a rafforzare gli aiuti ai cittadini più in difficoltà. L’emendamento chiede anche l’introduzione di una dichiarazione patrimoniale, con sanzioni amministrative pecuniarie proporzionali agli importi non dichiarati.

Al momento tra i firmatari dell’emendamento compaiono i deputati Rossella Muroni, Erasmo Palazzotto e Luca Pastorino di Leu; Giuditta Pini, Chiara Gribaudo, Matteo Orfini, Fausto Raciti, Luca Rizzo Nervo del Pd. Come spiega a ilfattoquotidiano.it il portavoce nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni si tratta di una proposta che contiene un primo elemento per una ristrutturazione più ampia del nostro sistema fiscale. “Bisogna semplificare, e noi lo facciamo prevedendo di eliminare una miriade di piccoli tributi. E bisogna recuperare almeno in parte la progressività della tassazione che è stata in gran parte persa nel corso degli anni”.

A livello internazionale il dibattito su un ripensamento dei sistemi di tassazione in senso di maggiore progressività, non è più da tempo limitato alla sola “sinistra”. Persino il Fondo monetario internazionale ha recentemente auspicato un aumento del prelievo a carico dei contribuenti molto ricchi, dopo che negli ultimi decenni hanno visto calare drasticamente le loro aliquote. Un fattore che contribuisce ad esasperare diseguaglianze già in forte aumento che finiscono per ingolfare il motore della crescita economica. Nei giorni scorsi ilfattoquotidiano.it ha calcolato quanto frutterebbe in Italia un prelievo modellato sulla proposta dei due economisti dell’università di Berkeley Emmanuel Saez e Gabriel Zucman per gli Stati Uniti. Vale a dire un prelievo del 2% per i patrimoni sopra ai 50 milioni di euro e del 3% per quelli che superano il miliardo. Se applicata in Italia l’imposta riguarderebbe meno di 3mila “paperoni” ma frutterebbe circa 10 miliardi l’anno.

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Addio alla partigiana Ibes ‘Rina’ Pioli, morta per Covid. “Per i fascisti le donne erano senza cervello, abbiamo dimostrato il contrario”

“La sua passione era parlare della Guerra di Liberazione, lei che era stata una staffetta in quegli anni. Andava nelle scuole a raccontare ai giovani cosa era successo, per non dimenticare. Questo la faceva sentire viva”. Ibes Pioli, la partigiana nota con il nome di battaglia “Rina” che partecipò alla Resistenza nelle fila della Brigata Remo, è morta all’età di 94 anni a causa del Covid-19 a Modena nella casa di riposo che la ospitava. Nata il 18 febbraio 1926 a Cavezzo, nel modenese, visse i primi anni della sua vita a casa degli zii materni vicino a Ferrara. “La sua famiglia era molto povera”, racconta a ilfattoquotidiano.it il figlio Libero Camellini. Poi si spostarono in città quando lo zio aprì un negozio di biciclette proprio in centro. Dal 1943 però Ferrara cominciò ad essere bombardata – in due anni le vittime ufficiali furono 1070 – e in uno degli attacchi morì il fratellino più piccolo di Ibes di 10 anni mentre tornava da scuola. A quel punto, appena 17enne, la ragazza decise di trasferirsi dai genitori a Cavezzo e, quando poco dopo venne istituita la Repubblica di Salò, Ibes cominciò a collaborare con la Resistenza.

“Tutta la famiglia di mia madre era antifascista”, sottolinea Camellini. Il padre e il fratello maggiore di Ibes infatti furono perseguitati politici. “Lei al tempo però era troppo giovane e non poteva essere una combattente – aggiunge il figlio – Quindi mia madre girava in bicicletta come porta ordine e qualche volta trasportava armi”. Ibes operò infatti come staffetta di collegamento tra Modena e Mirandola nelle Brigate Walter Tabacchi, Remo e Ivan. Tutti la conoscevano con il nome di battaglia “Rina”, che le venne dato quando giunse a Modena spostata dal movimento del Comitato di liberazione nazionale “a fare il lavoro politico per le donne modenesi”, raccontò lei stessa in un video disponibile sul canale Youtube del Comune di Modena.

Nonostante la giovane età Ibes non pensò due volte a partecipare in prima persona alla lotta. “Sentivo in me qualcosa di diverso, come ragazza. Aspiravo ad avere le mie idee, i miei pensieri, volevo essere una donna diversa – sottolineò nell’intervista – Al tempo i fascisti dicevano che la donna era senza cervello, ma io ho dimostrato che sapevo dire ciò che pensavo e lo facevo anche bene”. Essere una staffetta non era semplice, i rischi erano gli stessi di chi affrontava direttamente il nemico. “Spesso si parla solo del ruolo che queste donne avevano nella parte armata della Resistenza – sottolinea a Ilfatto.it l’ex presidente dell’Anpi provinciale di Modena Aude Pacchioni che conobbe Ibes dopo la Liberazione – Ma c’era anche un carattere civile: se c’era un ferito le staffette servivano per trovare un medico, per trovare una casa dove nasconderlo e curarlo, per comunicare con i suoi familiari. E Ibes era anche questo, dopotutto si faceva quello che era necessario”.


Organizzatrice dei Gruppi di difesa della donna nella zona sud di Modena (Paganine, Vaciglio, Cantone di Mugnano fino a Casinalbo), “la Rina” fece parte del Comitato provinciale dei Gruppi, occupandosi di stampa e propaganda. Fu la principale animatrice della requisizione al salumificio Frigieri di Paganine dell’8 marzo 1945, la più importante e significativa manifestazione femminile di tutta l’Emilia-Romagna durante i mesi dell’occupazione. La ricorda con un post su Facebook anche il sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli: “Ci lascia una donna che ha sempre lottato, assieme ad altre donne e al fianco degli uomini, per i valori della libertà e della Liberazione – commenta – Ibes ha continuato fino a che ha potuto il suo infaticabile impegno nel trasmettere soprattutto alle giovani generazioni l’esperienza della Resistenza e il suo patrimonio di ideali”.

La sua partecipazione e il suo impegno infatti non si conclusero con la guerra. Se subito dopo la Liberazione l’esigenza di avere una vita normale la portò, come molti altri, a lavorare come impiegata in una tipografia, dopo pochi anni Ibes non riuscì a mettere da parte il proprio attivismo e decise di impegnarsi in un’altra lotta: quella per non dimenticare. A partire soprattutto dagli anni Novanta, l’ex partigiana cominciò a girare le scuole medie e superiori per mettere di fronte ai giovani e alle nuove generazioni quella che era stata l’esperienza della guerra. “Ha continuato fino a due, tre anni fa, fino a quando la sua salute glielo ha permesso – sottolinea il figlio – Le piaceva tanto parlare con i ragazzini, la faceva sentire utile”.

Ibes Pioli, detta Rina, è stata una donna attiva, forte, tutta d’un pezzo, raccontano le persone che l’hanno conosciuta. Sensibile, intelligente e molto informata, aggiunge Pacchioni, “sempre coerente con le sue idee”. Trovò l’amore proprio tra le file dei militanti. “Anche mio padre Fernando era un partigiano, un comandante. Il suo nome di battaglia era Andrea, anche mia madre lo chiamava così. Si sono conosciuti dopo la Liberazione – spiega il figlio sottolineando però quanto la partecipazione fosse importante per loro – Mia madre mi raccontava sempre che il giorno dopo il loro matrimonio, il 24 aprile del 1946, lei e mio padre si alzarono presto per andare alla sfilata dei partigiani di Modena”.

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“Ripartire dalla medicina territoriale”, l’appello dei giovani professionisti: perché il welfare di comunità può fare la differenza

La pandemia, lo raccontiamo da giorni, ha messo a nudo il vero anello debole della nostra sanità: la medicina territoriale. Quella che in realtà deve costituire il primo punto di riferimento per il cittadino e il necessario filtro verso l’ospedale. Perché le malattie non si curano solo all’interno degli ospedali, destinati per i casi acuti. Tutti i pazienti cronici vanno assistiti e curati a domicilio o al massimo negli ambulatori di prossimità. Con l’invecchiamento della popolazione parliamo di numeri importanti, destinati a crescere sempre di più. Il sistema di sorveglianza Passi dell’Istituto superiore di sanità registra in Italia oltre 14 milioni di persone che convivono con almeno una patologia cronica (cardiopatia, diabete, tumore, ipertensione, malattie respiratorie o del fegato, insufficienza renale, ictus o ischemia cerebrale) e di questi 8,4 milioni sono ultra 65enni. Ebbene, in questo contesto due anni fa è nata la campagna “2018 Primary health care: now or never” per il rinnovamento delle cure primarie italiane, sottoscritta da un gruppo di giovani medici di famiglia, specialisti in salute pubblica, infermieri e antropologi. La proposta di riforma è contenuta in un “Libro azzurro” (il nome è lo stesso del documento redatto nel 1990 dall’Associazione portoghese di medicina generale e familiare contenente le linee di indirizzo su cui si è basata la riforma sanitaria portoghese del 2005), un documento di 12 elementi essenziali da cui ripartire per creare una cultura delle cure primarie. Che punti a un nuovo modello di sanità fortemente integrato con il sociale e che metta al centro il paziente-persona, con interventi non solo sul trattamento della malattia ma sulla gestione della persona nella sua interezza. Come prevede già dal 2016 lo stesso Piano nazionale delle cronicità del ministero della Salute, purtroppo per questi aspetti ancora sulla carta in molte aree del Paese.

Il cuore della proposta (sulla scorta del Piano nazionale) consiste nello sviluppo di un approccio proattivo e multidisciplinare “che non si limiti all’erogazione di servizi finalizzati solo alla presa in carico delle patologie”, si legge nel documento, ma operi in sinergia con la comunità e le risorse del territorio, in particolare i servizi sociali del Comune, Asl, farmacie ma anche associazioni, società sportive, parrocchia, scuola, volontari di condominio, per dare una risposta a tutti i bisogni di assistenza del paziente. Si pensi per esempio all’anziano fragile in condizione spesso di solitudine e di disagio economico. “Il medico di famiglia si avvale di un team di infermieri, segretari, psicologi e assistenti sociali” dice Giorgio Sessa, uno dei medici promotori della campagna. La figura dell’infermiere di comunità, introdotta con il Patto della salute 2019-2021 tra governo e Regioni, “dovrebbe essere assunta direttamente dalla Regione, non dal medico di medicina generale, per evitare il far west dei contratti e disuguaglianze di trattamento. Inoltre – specifica Sessa – il medico andrebbe retribuito sulla base non del numero di assistiti ma di obiettivi di salute, per esempio la riduzione della prescrizione di antibiotici o di farmaci per lo scompenso metabolico promuovendo corretti stili di vita”. Il libro azzurro insiste anche sul potenziamento dei distretti, ossia le articolazioni territoriali della aziende sanitarie. “Ogni distretto deve poter eseguire un’indagine epidemiologica del territorio per orientare l’offerta dei servizi” continua Sessa. Infine, il concetto di rete integrata: “È necessario costruire percorsi di cura condivisi con gli specialisti per erogare prestazioni più personalizzate e meno frammentate. Il medico di famiglia non può limitarsi a fare ricette” incalza il giovane dottore.

Alcune realtà stanno già sperimentando questo nuovo welfare di comunità. La casa della salute delle Piagge, situata nell’omonimo quartiere popolare della città di Firenze, ospita un gruppo di tre medici di medicina generale che da un anno hanno attivato tavoli di lavoro multidisciplinari con psichiatra, assistenti sociali e infermieri presenti nella struttura. Dove si trova anche un centro prelievi, un consultorio ostetrico-ginecologico, un consultorio pediatrico, specialisti ambulatoriali e medici di igiene pubblica. Cecilia Francini, 41 anni, uno dei medici di base, sottolinea l’utilità preziosa di agire in team. “Gli interventi sono più tempestivi e mirati. Abbiamo preso in carico una coppia di anziani, lui con demenza e violento nei confronti della moglie, li abbiamo separati, lui ha smesso di finire in pronto soccorso, lei è sotto protezione”. Un altro esempio: “L’altro giorno in due ore abbiamo inserito in un piano di assistenza sociale una donna straniera che aveva partorito da 20 giorni e durante un controllo dalla ginecologa è svenuta, non mangiava da qualche giorno perché non aveva soldi. Questo è un quartiere multietnico con un alto tasso di disoccupazione, ne vediamo di ogni” racconta la dottoressa. Anche la gestione dei pazienti Covid è più facile potendo contare su un gruppo di colleghi. “Li seguiamo a turno, due ore ciascuno al giorno – prosegue Francini -. Ci alterniamo con gli infermieri per i controlli domiciliari oppure usiamo le videochiamate, anche per controllare i pazienti cronici, dopo averli dotati di misuratore per la pressione e pulsossimetro”. Un’altra iniziativa è la “chiamata proattiva” per coinvolgere la comunità nella costruzione di benessere. “Nel corso delle telefonate per invitare i cittadini a vaccinarsi contro l’influenza abbiamo chiesto loro se avessero risorse o contatti per dare supporto ai bisognosi – spiega Francini -. La comunità della parrocchia ha organizzato la consegna a domicilio dei pacchi alimentari ai pazienti Covid o particolarmente fragili, un’associazione si occupa del trasporto in ospedale per le visite programmate, altri volontari chiamano le persone anziane e sole per sapere come stanno e se serve aiuto, c’è chi recapita a casa i farmaci e con due associazioni per la tutela dei diritti umani due volte la settimana monitoriamo lo stato di salute nel campo rom”. Gli infermieri si stanno convertendo in “infermieri di comunità”, chiude la dottoressa: “Non dovranno più lavorare su mansioni, né sulla singola patologia, dovranno piuttosto occuparsi del benessere della persona a trecentosessanta gradi, proponendole attività fisica o un corso di cucina o di orto solidale con l’associazione di quartiere se è in sovrappeso o mangia male”. La soluzione chiave anche stavolta è l’integrazione con le risorse sul territorio.

Andrea Posocco, 33 anni, fa il medico di base a Tarzo, un piccolo comune trevigiano di 4mila abitanti immerso nelle colline di Prosecco. “È difficile nelle zone di periferia fare medicina di gruppo perché la gente vive sparpagliata” dichiara. L’alternativa è lavorare in rete. “Siamo due medici di famiglia in tutto il paese, abbiamo deciso di condividere le cartelle cliniche dei pazienti così se uno si ammala o è troppo oberato l’altro lo sostituisce”. Per le urgenze Covid questa collaborazione è risultata vincente. Posocco ha deciso di sistemare il suo studio al centro del comune. “Settimanalmente mi incontro con i servizi sociali. All’inizio, quando ho proposto questa iniziativa, sembrava che non ci fossero casi di cui discutere insieme. E invece entrambi seguiamo alcoldipendenti, abusati o maltrattanti o chi soffre di disagio mentale. La cooperazione è fondamentale” commenta Posocco, che insieme all’amministrazione cittadina ha fatto anche una mappatura delle associazioni sportive locali per coinvolgerle nella promozione dell’attività fisica soprattutto per la terza età. “Potrei così indirizzare i miei pazienti più anziani ai gruppi di cammino o alla ginnastica dolce” spiega. Mentre indirizza allo sportello di ascolto psicologico attivato da una delle due rsa chi ne ha bisogno. “È gratuito, dedicato ai parenti di persone con demenza ma è aperto in generale a tutta la cittadinanza”. Da luglio il medico, con 1600 assistiti, ha assunto una segretaria e un infermiere: “Il Covid mi ha fatto capire che da soli non si può lavorare bene. L’infermiere non si limita alle mansioni di assistenza standard, si informa sullo stile di vita e sul sostegno familiare al paziente, se riesce a procurarsi i farmaci, se c’è qualcuno che gli ricordi di prendere la terapia, se ha bisogno di aiuto per essere lavato, per la spesa, eccetera. Dalla scorsa primavera – conclude Posocco – è partito anche un progetto di telemedicina con la diabetologia dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso. Facciamo un videoconsulto con gli specialisti per condividere i piani terapeutici, rivedere insieme le terapie, e i pazienti non devono più recarsi per forza in ospedale per ritirarli”.

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