Primavera Sound 2026: Addison Rae in intimo e Olivia Rodrigo fanno impazzire la Gen Z, le hit dei The Cure e i Gorillaz lanciano l’appello per la Palestina: “Grazie perché combattete per Gaza”

Sull’Avinguda diagonal, la strada che porta al Parc del Fòrum di Barcellona, cammina un fiume di gente. Usciti dai tornelli della metro, è impossibile evitare di essere trascinati dalla corrente umana. La direzione è una sola: il Primavera Sound. Un festival contenitore di persone, sorrisi e glitter. Il posto dove scoprire nuova musica e (ri)trovare la propria. Un po’ come il Coachella per l’America e Glastonbury per l’Inghilterra, con differenze di luoghi e organizzazione.

Per chi abita l’Europa mediterranea e vive con gli auricolari alle orecchie, il Primavera è la manifestazione che si sogna da bambini, si vive da adolescenti e adulti e si ricorda da anziani. Non solo per i set, la line-up e i concerti in riva al mare. Ma soprattutto perché in un mondo in cui la soglia di attenzione è sempre più bassa e ci scocciamo in fretta di tutto, la sensazione è che sia capace di restituire l’unione e la solidarietà di un rito collettivo.
E anche quest’anno, per gli appassionati di live, la Catalogna era il posto dove stare dal 3 al 7 giugno. Nei prossimi mesi la rassegna si sposterà a Porto, Buenos Aires e San Paolo, ma è in Spagna che il Primavera è nato e continua a fissare e anticipare le tendenze della musica internazionale.

L’anima indie del Primavera Sound

In pochi giorni, Barcellona ha ospitato più di 330 concerti in otto venue diverse e radunato al festival 287.000 persone, di cui il 62% pubblico internazionale. Dal 2005, quando si è spostata al Fòrum distaccandosi un po’ dalla dimensione underground per non estinguersi, la rassegna è diventata sempre più attraente. Si è fatta un nome, ha attirato investimenti e raggiunto una dimensione globale. Ha avuto sulla città un impatto turistico, sociale ed economico. L’ha piazzata sulla cartina delle realtà musicali, amplificando una cultura già radicata nel jazz e nel canto popolare delle scuole e dei conservatori, da cui è passata anche la star di casa Rosalía. Alcuni parlano di “coachellization” (dal Coachella di Los Angeles), una transizione dei grandi festival musicali verso prezzi meno accessibili, zone vip e sempre più spazio al mainstream. “Chi viene dagli Usa e dal Regno Unito trova il Primavera economico, ma qui siamo in Spagna e ci teniamo a mantenere i biglietti su costi adatti alla nostra vita”, hanno però tenuto a sottolineare gli organizzatori.

E in effetti la tre giorni della kermesse costa 350 euro. Circa la metà del Coachella, che gravita sui 649 dollari. Una tendenza che si rispecchia anche nell’arte: se le proposte locali faticano sempre di più a competere con l’attrattività degli artisti internazionali, dall’altra parte il Primavera sembra in parte riuscire a preservare l’anima indie con cui è nato: lo scouting di future star, l’ammasso di corpi sottopalco, i balli sfrenati. Birra e cibo con gli amici su un prato finto o sulla spiaggia fino a tarda notte, ascoltando con la stessa attenzione emergenti e celebrità mondiali. Anche nel 2026, la manifestazione ha cercato di mantenere questa promessa, intrecciando linguaggi distanti e generazioni diverse.

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