Dal Piccolo alla Scala: così la sinistra meneghina dimentica l’antifascismo e insegue la Milano Premium
In questi giorni, dalle parti di Milano, anche il vento fa il suo giro: non solo per quel che indicano le previsioni del tempo, brezze deboli da est la mattina, moderate da ovest-sudovest al pomeriggio; ma anche per ciò che le cronache riportano sul sindaco Giuseppe Sala, sotto tiro da mesi, che ora incassa rivincite. Ai nuovi leader locali del Pd che hanno invocato ‘discontinuità’ nella gestione del Comune, può vantare la visita di Elly Schlein che gli ha chiesto di candidarsi alle politiche. E, con ancor maggiore orgoglio, ai giudici della Procura può tirare le orecchie, tacciandoli di faziosità e pregiudizi, dopo le assoluzioni nel primo processo sul sacco edilizio della città.
E così, come una star, Sala ha fatto l’ingresso a chiamata sul palcoscenico storico del Piccolo Teatro, in via Rovello, per introdurre la presentazione in pompa magna della nuova stagione 2026-27, nel 70esimo anniversario della fondazione di questa istituzione pubblica, che è stata la prima del genere in Italia e lo è ancora, come si evince dai numeri del bilancio.
Nella sala oggi intitolata al fondatore Paolo Grassi del Palazzo quattrocentesco sede del Teatro sono risuonate tante belle parole per accompagnare l’annuncio di vasti e articolati programmi di spettacoli e iniziative culturali di contorno. Molto bene, verrebbe da dire, dato il momento presente. La festa solenne al Piccolo poteva persino sembrare la risposta indiretta e immediata della Milano democratica agli interventi social-mediatici della premier contro ‘i patentini antifascisti’ come violazione della ‘libertà di pensiero’, dopo la nuova marcia su Roma dei camerati di Vannacci.
Peccato che non si sia proprio sentito nessun riferimento esplicito al fascismo, persino come aggettivo dopo la parola ‘dittatura’ (citata en passant e una sola volta). E’ stato come il convitato di pietra, dato che il valore dichiaratamente antifascista del primo teatro pubblico italiano è ben riassunto sulla stessa targa di marmo che l’Anpi ha voluto fare affiggere all’ingresso del palazzo Carmagnola, nel 50esimo della Liberazione. ‘Qui tra l’8 settembre del 1943 e il 25 aprile del 1945 hanno subito torture e trovato la morte centinaia di combattenti della libertà prigionieri dei fascisti. Il Piccolo Teatro ha fatto di questo edificio un centro ed un simbolo della rinascita culturale e della vita democratica di Milano’.
Sic. Poi si può pure parlare di servizio pubblico alla cittadinanza e ai suoi ‘ospiti’, come ha fatto Sala con quel tono ormai quasi da direttore di grand hotel, che evoca subito le immancabili ‘eccellenze’, nel caso non gastronomiche ma drammaturgiche. Ma chi riduce la fondazione di questo ‘teatro d’arte per tutti’ a una bella pagina venuta ‘dopo la guerra’, come ha fatto l’assessore alla Cultura della Regione, dovrebbe sentirsi ripetere che Grassi e Strehler hanno messo in piedi il Piccolo nel 1947 perché erano due giovani antifascisti e ‘movimentisti’: nell’immediato dopoguerra capeggiavano i gruppi di contestatori organizzati che andavano a fischiare i vecchi teatranti bolsi e magari pure compromessi con il regime fascista.
Sarebbe questa l’eredità da raccogliere e rinnovare: ne avrebbero davvero bisogno la città e la sinistra di oggi, altro che fantomatiche ‘restituzioni’ alla cittadinanza, del genere di quelle del Teatro alla Scala con l’annuale concerto della Filarmonica in Piazza Duomo. La sera del 13 giugno faceva impressione notare che i due grandi blocchi di file centrali – di un evento che il Comune organizza per far vedere a tutti il Tempio della Lirica – fossero riservati agli invitati, con grande sfilata all’ultimo minuto dei soliti noti e dei signori in ghingheri, mentre parte del pubblico normale e popolare s’assiepava in piedi oltre le transenne.
Poi, dal grande schermo in piazza per decine di minuti è stato rilanciato un micidiale spottone: celebrava la sponsorizzazione di uno dei più imponenti trust delle assicurazioni allo stesso teatro lirico e alle Olimpiadi invernali e via elencando sport e cultura. Così l’accostamento dei volti in primo piano del Maestro Riccardo Chailly e del tennista Jannik Sinner, o ancora quello dello spettacolo del Piccolo sui poveri e del marchio stilizzato dell’aquila imperiale di un gruppo da 53 miliardi di euro di fatturato – tra i pochissimi europei nei Re del Mondo post-capitalista – certificava la confusione di valori.
Invece d’inseguire questa Milano Premium che incoraggia l’arroganza dei ricchi e delle lobby, il Pd dovrebbe costruire prima di tutto un programma di peso. Dove alle prime voci non manchi anche la rifondazione della cultura e dello spettacolo pubblici, patrimonio che è stato svenduto ai grandi interessi (a cominciare dalle leggi sulle Fondazioni del primo governo Prodi) e poi pure condiviso con i famigli dei Fratelli d’Italia e alleati.
Già, alla fine il Piccolo smemorato del fascismo o la Scala dei soli vip si spiegano subito scorrendo i cognomi dei consiglieri d’amministrazione di cui Sala ha controfirmato le nomine. Ora, è vero che siamo già nel fervore pre-elettorale del massimo allargamento possibile del campo progressista, ma che poi si traduca in un annacquamento di cattivo gusto è davvero sconfortante.
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